< Apriti, mare di  Laura Pariani (LaNaveDiTeseo)

Qui di seguito le recensioni di ApritiMare raccolte col torneo 'nar' (tutte le fasi)

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Ho trovato difficoltà nel leggerlo, il linguaggio utilizzato presenta alcune parole incomprensibili, a prima vista. La tematica affrontata è risultata "spigolosa" a causa del periodo storico da me vissuto. Forse in un altro momento sarei riuscito ad apprezzarlo di piu’.

Lorenzo Riggio

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Il libro ha un ritmo coinvolgente. Credo che per apprezzare la lettura sia necessaria una visione fanciullesca della narrazione. C’è un continuo richiamo a nuovi stimoli creativi portati dai protagonisti. La narrazione distopica crea un’atmosfera a tratti cupa ma con molti elementi a cui prestare attenzione, questi accompagnano tutta la lettura affianco alla storia e la rendono piena e soddisfacente.

Martina B.

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Romanzo pieno di fiabe/leggende. Ambientato in un mondo posto apocalittico ma in cui permane il peggior Medioevo. Sempre l’uomo prevaricatore e la donna utile solo per procreare. Non mi piace quest’idea di futuro per cui non lo consiglio.

Claudia De Bortoli

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In alcuni punti é scritto bene e coinvolgente ma in altri é noioso

Sara Montalbetti

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Il libro ti cattura subito per la storia e per il linguaggio. La storia a tratti però risulta inverosimile e stravolge l’umano possibile ma forse proprio per questo permette di sognare e sperare. Un po’ frettoloso il finale e qualche personaggio è stato poco curato ed approfondito ma la valutazione complessiva è positiva.

Stefania Varvaro

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Storico storico storico e troppo acculturato . Il lettore medio ha bisogno di leggerezza e di vita attuale.

Barbara colaneri

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Rapallo “Amici del libro”
coordinato da Mariabianca Barberis
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Scelta motivata per premiare il coraggio e la creatività dell’autrice nel descrivere la nostra terra dopo la “catastrofe totale” ; “vita” di gruppi sopravissuti, (più “inciviliti” quelli delle donne, più feroci e selvaggi, in generale, quelli degli uomini), di gruppi di bambini, vaganti, paesaggi aridi e devastati, una sopravvivenza acre, difficile e barbara. Per raccontarla con il punto di vista di una superstite e renderla  credibile ,l’autrice crea un linguaggio particolare, utilizzando diverse radici linguistiche. Poi, man mano che la narrazione procede negli anni futuri, il precedente linguaggio viene in parte recuperato. La motivazione del titolo è nella intestazione del capitolo 8  ,nel quale  compare ,recuperata da un pescatore, una bimba con piedi di sirena. Un libro di non facile lettura, che può però intrigare un lettore curioso, sin dall’inizio, come potrebbe respingere altri .Un finale forse un po’troppo di parte.

Maria Grazia Bertora

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Vigevano “Biblioteca Civica Mastronardi”
coordinato da Raffaella Barbero
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In un medioevo prossimo-venturo, solo i minori di quindici anni sono sopravvissuti alla devastazione di una guerra, chiamata comunemente “Incidente”. Azzerate tutte le forme di tecnologia, scienza, cultura, e soprattutto labilissima la memoria del mondo-di-prima, bambini e adolescenti crescono, diventano adulti, cominciano a invecchiare, fondano piccole comunità. Quelle più stabili danno vita a colonie di piantatori, altri preferiscono riunirsi in tribù ambulanti di raccoglitori che vivono “mungendo” le rovine.  Nella lentissima ricostruzione rinascono anche violenza e superstizioni, e a farne le spese sono le nuove generazioni di ragazze e bambine. Quarant’anni dopo l’incidente, un gruppo di bambine, che la gente chiama “lo Sciame”, abbandona le angherie della sua comunità per raggiungere la terra-senza paura che sta al di là del mare. Un irresistibile romanzo picaresco che unisce la tradizione delle fiabe popolari a una grande avventura in un mondo tornato ai bambini, dove solo un gruppo di ragazze ribelli ha ancora il coraggio di sognare.
Un romanzo originale, che però non rileggerei: la favole apocalittiche non sono il mio genere.

Alessandro Bertucci

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Un misterioso soffio mortale uccide chiunque abbia più di quindici anni. Questo è l’incipit di questa straordinaria favola. Apriti mare si può definire come una distopia, caratterizzata e dettata da quello che il nostro mondo ha dovuto e deve ancora vivere. Pandemia di Coronavirus e immigrazione in primo piano hanno ispirato questo mondo post-apocalittico governato e gestito solo da bambini. Essi ripercorrono gli errori del passato non avendo modo di conoscerli e ne fanno di nuovi entrando in un vortice che vuole farci capire quando fragile sia la nostra condizione, aggrappata a convinzioni che diamo per scontate e che invece potrebbero essere completamente diverse se solo usassimo un altro punto di vista. Il linguaggio utilizzato dall’autrice in una mescolanza di latinismi e dialetti italiani, rende il nuovo mondo ancora più estraneo a quello vecchio, perché basato su basi prima inesistenti o nozioni andate perdute. Consigliatissimo per aprire la mente.


Alessandro Giuliani

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Apriti mare: pur attingendo a piene mani da libri e film storici (dal signore delle mosche a film più moderni) il libro è piacevole. Nessuna sorpresa e un senso di "deja vù" costanti, con uno stile di scrittura un po’ sognante e romantico, ma nel complesso vale la pena di "dare una mano di vernice fresca" a vecchi libri e ripresentare vecchie teorie filosofiche con nuove vesti (la ricerca del paradiso perduto richiama da Rosseau in poi, passando per brave new world). Insomma manca originalità, ma proprio perchè sfrutta temi sempre attuali e cari anche alla psicologia, si regge in piedi come romanzo per bambini agazzi che ancora non abbiano scoperto i classici e la filosofia. Se hanno già letto qualche libro dei loro genitori, rischiano però di annoiarsi anche loro.
Firma

Cristina Morazzoni

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Trovo il libro fantasy di Laura Pariani un po’ troppo scontato, giocato su fatti ed avvenimenti, come la minaccia nucleare e la pandemia, che hanno segnato il periodo storico che stiamo vivendo, quindi ripeto molto scontati, prevedibili e di scarso impatto. Mi dispiace, ma anche il rimescolamento con soluzioni fantasy non mi ha entusiasmato.

Antonella Moroni Trevisan

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Apriti mare si inserisce nel filone delle utopie e distopie. L’una in questo caso non esclude l’altra. Le distopie, pur essendo brutti-luoghi, ricordano in qualche modo la verità. E’ qualcosa che trascende il codice secondo cui noi leggiamo il mondo e se ne porta via un pezzetto.
In questo caso invece già ad inizio libro i luoghi descritti sono difficili da collocare, difficile dare una plasticità viva alle forme che nella mente di chi legge restano un’insieme di linee indefinite. Il non definito però non va inteso come qualcosa di male: la Pariani lo ricerca. Ricerca l’indefinito a partire dal significato delle parole, talvolta inventate e a volte ispirate a quello che ho riconosciuto come dialetto lombardo-piemontese, che ci invita con un esercizio intellettuale a riflettere sulla parola scritta e ad immaginarci quello che intende, cosa possa intendere. Questo distacco con il lettore - io, in primis, ho fatto fatica in alcuni punti ad intendere chiaramente quali fossero le circostanze - è un distacco che alimenta il sogno, tema centrale della storia (“Loro hanno fatto la scelta di girare la pianura con noi. È sempre possibile cambiare... Che altro devo dirvi? Non c’è bisogno di discorsi quando i sogni fanno udire la loro voce.”»).
Della Pariani ho letto anche altri libri. A lei piace trovare la nicchia giusta in cui inserire suoni, senza che il lettore necessariamente capisca subito. Questo libro invece è scritto con la cadenza semplice dei bambini. E’ questo aspetto che mi fa pensare che non si tratti solo ed esclusivamente di una distopia. L’utopia dello sguardo bambino, l’utopia del mondo che a inizio libro le bambine iniziano a cogliere con un’idea confusa di libertà, idea d’evasione in un non-luogo che fa breccia nel loro reame. La Pariani è dolce nello scrittura, e questa dolcezza è la dolcezza di chi dipinge un mondo brutto con la semplicità di chi è bambino.
Questi bambini non sanno, e non sapendo non conoscono bene il significato delle parole che usano, e per questo è indefinito anche per noi il mondo che cerchiamo di intravedere attraverso i loro occhi: «Noi, cercando legna da ardere, non ci eravamo mai inoltrate più di un paio di miglia. Il fatto che da quella parte non esistessero torri di segnalazione rendeva quella direzione più misteriosa che mai, tant’è vero che proprio da lì ogni tanto sbucavano piagnoni e cantastorie. La qual cosa ci faceva fantasticare che oltre si aprisse ciò che confusamente
chiamavamo “libertà”.» E’ un indefinito che alimenta il sogno.

Laura Shtjefni

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A livello di tematica indubbiamente questo della Pariani rientrava molto di più nel mio genere preferito ma, lo sviluppo dispotico mi ha fatto storcere il naso.
Il tema dei migranti convogliato con i protagonisti "bambini" sono stati un bell insegnamento ma non sono riuscita ad empatizzare ed entrare completamente nel testo non apprezzando lo stile.

Rossella Spina

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Apriti, mare! di Laura Pariani, più che a un romanzo, somiglia a un sogno - non uno piacevole o spaventoso, necessariamente, ma piuttosto un sogno che ti porta, la mattina dopo, ad asserire ad alta voce, forse al cane, forse alla scatola di cereali, ’lo giuro, aveva senso.’
L’autrice maschera, sotto la parvenza di favole dimenticate, le sue visioni in materia ecologica, sociale e culturale, proponendo il contrasto tra una società proto-medievale - quella costruita a seguito dell’Incidente che ha lasciato in vita tutti i minori di 15 anni d’età, governata da superstizione e cieca fede - e l’universo femminile, o la parte di esso disposto a ribellarsi. Con un lessico cantilenante, curioso e originale, la Pariani è in grado di illustrare abilmente i desideri delle sue protagoniste, convergenti, unanimemente, alla libertà, al mare.

Sofia Zappa.

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Recensione: Lettura scorrevole seppure intersecata da una prosa che utilizza un frasario incisivo ma caratterizzato da termini non subitaneamente comprensibili MA di grande efficacia.
I Personaggi sembrano mutuati dalla Fantasia ma ciò non toglie valenza alla narrazione anzi ne amplificano l’efficacia. La nostra coscienza rimane prigioniera di tutto ciò ed è affascinata dai singoli caratteri dei personaggi che donano piacere anche se a volte lo scritto si colora di tinte fosche che però nell’insieme valorizzano l’insieme. Rosario Colaizzi Napoli
GIUDIZIO: Lettura scorrevole e piacevole. Ottima tinteggiatura dei molteplici personaggi.

Rosario Colaizzi

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In un italia  irriconoscibile postapocalittica (  trama non nuova dei contesti narrativi di questi anni )  a causa  di una epidemia, il soffio mortale,  che ha annientato tutti gli  adulti sopra i 15 anni , i bambini si organizzano  immemori del glorioso passato tecnologico della nostra civiltà, novello gruppo stile signore delle mosche e  con il passare degli anni, danno vita ad una società dai   tratti autoritari, regressivi ,  di fondamentalismo religioso e maschilista dove le bambine sono ridotte al silenzio e a mero fattore riproduttivo della specie un luogo distopico ambientalista e femminile da romanzo  swiftiano e  fantastico, trama  per adulti da fiabe classiche di cui la stessa autrice riconosce di esserne in debito, un luogo , Il Presidio,  da dove si narra che un  gruppo  di bambine (Lo sciame) abbia tentato la fuga , con alterne fortune e destini , per raggiungere il mare e la libertà, aiutate nella loro avventura da figure fantastiche e condotte al termine del loro viaggio da un sirena salti temporali dopo l"Incidente", gran numero di personaggi e caratterizzazioni e una voluta neolingua  come la nuova società rurale in cui i bambini vivono,  fatto di una miscela di dialetti milanesi e nordici, canti pastorali, neologismi, francesismi e latinorum, frasi onomatopeiche , frutto di una ricerca accurata di  scrittura che però alla fine affatica confonde e un pò smarrisce la lettura il finale è nella voce narrante  della vecchia Unagàmb,  che desidera «raccontarvi cosa successe davvero» rimasta sola , prima  di scendere  in spiaggia, legge «l’Odissea, che ha  barattato con l’ultimo raccoglitore che ha traversato questi paraggi»

Mauro Montalbetti

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In un tempo impreciso e in luoghi non definiti, troviamo le coordinate di una storia che oscilla tra le antiche fiabe nordiche e il futuro distopico, tra fantascienza e realismo magico. Proprio tra queste latitudini si racchiude il grande interrogativo di tutta la narrazione: è possibile lasciare sulle spalle delle nuove generazioni l’atroce peso lasciato da quelle precedenti? Quelle che hanno spezzato ogni legame con l’infanzia e che non hanno saputo dosare il carico quando ne hanno avuta l’occasione schiacciando i sogni e le speranze di chi il mondo non ha ancora esplorato?

Chiara Ciampà

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Romanzo distopico dai toni forti che coniuga la tradizione delle fiabe all’avventura, in un mondo di bambini dove solo un gruppo di ragazzine ha il coraggio di ribellarsi e sognare. Non chiaro il finale della storia, spiegato in parte nel racconto conclusivo. Interessanti e valide le figure femminili, mentre non sembra salvarsi alcuna figura maschile. Il linguaggio usato, una mescolanza di italiano, milanese, latino e parole inventate, a mio parere, rende difficile una lettura scorrevole. Ho spesso interrotto per una ricerca frustrante del significato. Bello il messaggio che le bambine del romanzo, finché stanno insieme come uno sciame, si salvano.

Marina Fazzari

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Ho fatto veramente fatica a capire di cosa si stesse parlando, se di bambine o persino di animaletti, tanto si parlava nelle prime pagine di “gambette, odori, cielo, terra, acqua”.
Apprezzo il tono fiabesco della narrazione ma non sono riuscita ad ambientare la storia. Troppa confusione di nomi, personaggi e posti. Non mi si sono proiettate nella mente alcune immagini della storia, non riuscivo ad orientarmi. Perdevo spesso il filo del racconto che durante la lettura mi pareva movimentato ma non poi così effettivamente ricco di avvenimenti se analizzato a posteriori.
Era tutto un pò aggrovigliato da una narrazione adatta ad una breve filastrocca.

Viola Manni

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“Apriti, mare!” di Laura Pariani è una fiaba. Una fiaba che trova la sua dimensione nel lungo filone dei racconti distopici che vanno da “La peste scarlatta" di Jack London al più recente “La terra dei figli” di GiPi, passando per “La strada” di McCarthy, ma con qualcosa in più. Il vero nucleo di questo racconto infatti è la fuga. Ci troviamo in Italia, in base ai nomi dei personaggi e dei luoghi verrebbe da dire in Italia centro-settentrionale. In questo  futuro il mondo è stato distrutto e la popolazione sterminata, chiunque abbia più di 15 anni è stato ucciso da una malattia chiamata Il soffio. Dopo un periodo iniziale di anarchia, i ragazzini cominciano a organizzarsi in comunità maschiocentriche. Le ragazzine sono costrette a sottomettersi e a mettere al mondo dei figli di cui non saranno mai madri. Ogni loro gesto, ogni risata, ogni sentimento deve essere celato, pena l’accusa di essere streghe con poteri come volare o predire il futuro. Per questo un gruppo di ragazze di Colonia Treanime, spinte dalla speranza, decide di fuggire verso quello che le poche leggende rimaste instillano in loro l’idea di libertà, il mare.  
Il racconto è pieno di neologismi, i nomi dei personaggi ricordano il loro aspetto e i nomi degli animali il loro verso. C’è un forte richiamo alle atmosfere delle fiabe e delle leggende italiane del medioevo. La fuga delle ragazze invece ricorda la disperazione di chi oggi è costretto a fuggire dalla sua terra. Nei loro dialoghi, nelle loro avventure c’è tutta la disperazione di chi attraversa il Mediterraneo su barche di fortuna o interi continenti per poi sentirsi respinto. Laura Pariani immagina un futuro non troppo distante da quello che la cronaca quotidiana lascia presagire.

Gino Pisotta

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Mondo postapocalittico: guerre nucleari e una pandemia micidiale hanno non si sa perché risparmiato solo i bambini e i ragazzi sotto i 15 anni e riportato la società a un livello semimedievale, con l’affermazione di gerarchie tiranniche, intolleranza, disciplinamento feroce,  fanatismo religioso in una cornice di spietato dominio patriarcale. E’ un aggregato di favole nere e crudeli, tutta al femminile. Ragazze e bambine sono le innocenti protagoniste di una serie di racconti narrati in tono fiabesco (e alle fiabe l’autrice dichiara di essersi ispirata) con un andirivieni temporale che forse complica un po’ la lettura. Alla leggerezza della prosa fa riscontro la durezza dei fatti raccontati. Alla descrizione minuziosa di una natura lussurreggiante, nonostante i pericoli che pur presenta, fa riscontro l’immancabile malvagità degli umani, o meglio dei maschi. Il tutto in una lingua splendida che ricorre spesso a dialettismi padani, credo principalmente lombardi, e a invenzioni linguistiche. Mi pare un romanzo decisamente più coerente e risolto di quello di Naspini.

Carlo Bitossi

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Il testo non è di facile lettura.
Esordisce con un’ambientazione d’albero degli zoccoli lasciando intendere la volontà di descrivere un mondo agreste antico, attraverso un linguaggio paragonabile al linguaggio verista.
Successivamente la narrazione assume dei connotati surreali e infatti al linguaggio verista subentra un linguaggio originale, dove tanti termini sono di pura fantasia e sono accostati a termini presi in prestito dal latino, ma anche da qualche dialetto regionale. Compaiono addirittura intere filastrocche della tradizione.
Tutto ciò distrae l’attenzione dal filo del racconto e rende difficile comprendere il messaggio dell’autore.
Ad un certo punto, si intuisce che l’insieme dei fatti narrati potrebbe essere la metafora di qualcosa che l’autore intende svelare gradualmente e quindi il romanzo comincia a farsi interessante.
Per il lettore è sempre più difficile distinguere i fatti reali, dai prodotti dell’immaginazione dei protagonisti delle vicende narrate. È difficile anche riconoscere l’ordine cronologico degli eventi, che acquistano perciò un valore simbolico.
Il risultato è un testo riflessivo, dal tono greve, che non lascia spiragli di speranza.






Lara Motta

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Questo romanzo può essere riassunto in una frase: la speranza di trovare la libertà. Questa speranza rimane viva nelle bambine protagoniste di questo libro nel farsi forza attraverso delle storie più o meno inventate. La speranza è di conseguenza la piena libertà è rappresentata dal mare. La scelta coraggiosa delle bambine di questo romanzo di unirsi allo “sciame”, ovvero ad un gruppo di bambine che scappa dalle condizioni di sofferenza e soprusi in cui vivono, non consiste nel raggiungimento della libertà, ma caso mai dell’inizio di un’effettiva lotta verso tale libertà.
In un mondo in cui la cultura e l’evoluzione ha subito un forte freno e la conoscenza è rimasta in mano a pochi individui, i bambini cercando nelle storielle che si raccontano fra di loro la necessità dell’esistenza di una vita migliore. Di una vita che permetta alternative diverse da quella in cui si trovano a vivere. Vita già prestabilita e decisa da altri.
Il messaggio di libertà e speranza mi è piaciuto molto. Devo però ammettere che il collegamento tra la traversata dei migranti e quanto contenuto nel libro non è stato da me colto con la lettura del romanzo ma solo attraverso la Notarella dell’autrice. La libertà è insita in ognuno di noi, ci sono situazioni in cui deve emergere con più forza in quanto le privazioni arrivano anche ad essere totali. per cui lo “sciame” poteva rappresentare tutte le lotte alla libertà, non una in particolare. Ammetto che però questo possa essere stato un mio limite.  
Altra difficoltà che ho trovato riguarda l’uso di alcuni termini inventati dalla scrittrice. Termini che non vengono mai spiegati. Al termine della lettura ho provato a dare un significato a questa scelta. Possibile soluzione che personalmente ho trovato è stata che l’utilizzo di queste parole venga fatto in quanto nel romanzo la conoscenza e il sapere viene portato avanti da pochi soggetti che insegnano una realtà che deve essere presa per vera. La comprensione e il conseguente farsi capire sono esigenze tipiche di una società organizzata. Laddove questa organizzazione viene a meno i superstiti devono trovare un linguaggio per capirsi. In questo caso trattandosi di bambini i termini usati sono alquanto creativi, essendo io una persona forse un po’ poco creativa non ho apprezzato fino in fondo l’utilizzo di questo linguaggio.

Alessia Bogiolati

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Dopo un primo momento di disorientamento dovuto al linguaggio strambo e al non sapere cosa volesse raccontare, il libro comincia ad assumere forma compiuta che affascina sempre di più. Fra le righe di una fiaba si leggono contenuti che fanno molto riflettere. Emergono tutte le debolezze degli esseri umani così come i punti di forza di queste bambine protagoniste. Direi che è un libro che rivendica un femminismo forse un po’ generalista. Le donne sono belle brave e buone e gli uomini tutti deficienti e prepotenti. Una visione dell’infanzia molto diversa dall’innocenza con la quale la si identifica.
 

Gabriella Soresi