< Cristo si è fermato a Eboli di  Carlo Levi (Einaudi)

 

La mia preferenza va a Quer pasticciaccio brutto ….. Se il romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli è più una descrizione, anche intima, di un periodo doloroso della sua condizione di esiliato in una terra apparentemente arida e isolata, lo sguardo che invece Gadda rivolge ad uno dei periodi più neri della nostra storia come il fascismo, non tanto nel tentativo di capirne le origini e le motivazioni che ne autorizzarono e ne facilitarono il diffondersi quanto, invece, con la necessità di fotografare i dettagli quotidiani delle persone e dei loro universi privati, fa della sua opera l’occasione per indagare il senso di quel doloroso periodo storico. La complessità del linguaggio usato da Gadda, che a più riprese rende ostica la lettura del libro, consente invece la possibilità di individuare una chiave interpretativa dei personaggi e della trama stessa del libro. Parole che indirizzano e che obbligano alla comprensione dei personaggi più che all’arrendersi di fronte alla loro complessità. Il finale “in sospeso” è poi una scelta geniale che lascia al lettore l’onere di trovare e di descrivere una conclusione. Ma è anche una ulteriore indicazione di come il romanzo rappresenti lo spaccato di una società e di un momento storico ai quali non possono essere accostati come “definitivi” i confini e i tratti tragici di quegli anni. Gadda ci chiede pertanto l’impegno nel continuare l’indagine e di raccogliere indizi: compito che una società - come è anche la nostra attuale - non può esimersi dallo svolgere. 

mauro*****@gmail.com

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La prosa di Gadda è un merletto, un ottovolante linguistico. Una prosa a tratti coinvolgente e spesso ostica. Un’abbondanza di dettagli, un continuo aprire e chiudere parentesi e poi aggiungere e aggiungere e aggiungere. In alcuni momenti si ha la netta sensazione di trovarsi lì accanto a lui a fiutare la vita, ma spesso il viaggio è troppo turbolento, faticoso, scoraggiante.

Tra le pagine di Carlo Levi invece si sente il ticchettio della macchina da scrivere. Il suo è un resoconto semplice e diretto, la testimonianza di un uomo che si ritrova a esplorare una terra sospesa in una dimensione arcaica, con l’umanità tutta presa dal suo preistorico tentativo di sopravvivere.

Io ho trovato molto più appassionante Carlo Levi e quel suo puntare una lente di ingrandimento sulle piccole cose di una quotidianità misera e disperata, sui rapporti con il potere, sulla sottomissione rassegnata ma incurante a un governo lontano, assoluto e incomprensibile. La sua prosa cristallina mi ha condotto in un presepe vivente, mi ha portata a riflettere sulla mia stessa quotidianità e sugli equilibri e gli squilibri che rispecchiano ancora oggi le incongruenze e i limiti italiani.

arianna.********@googlemail.com

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Due grandi scrittori italiani, due storie dell’Italia durante il periodo fascista.

Nel Cristo si è fermato ad Eboli, la descrizione, cruda e disincantata, fatta dall’uomo mandato al confino, di questi paesi della Lucania poverissimi, con gli abitanti rassegnati al loro destino gramo e lontani da qualsiasi idea di politica.

Nell’altro, invece, troviamo una Roma, da poco più di 50 anni capitale d’Italia, una città povera e, in qualche modo, ancora disorganizzata.

Sullo sfondo per entrambi, il dittatore, che regola l’andamento del Paese e che Gadda non si fa scrupolo di chiamare “il mascellone” oppure “testa di morto”.

Molto difficile decidere quale dei due mi sia piaciuto di più. 

Direi comunque che ho apprezzato molto l’originalità dell’uso che fa del linguaggio Gadda, unita alla sua indubbia ironia.

Il miscuglio di “lingue italiche” che si ascolta nei dialoghi tra i vari personaggi: napoletano, romano, molisano, siciliano , veneto… Ognuno parla la sua lingua e tuttavia si capiscono senza difficoltà.

Questi passaggi dialettali sono inframmezzati da brani in perfetto italiano, direi addirittura dotto, ricchissimo di vocaboli.

Brani che descrivono, persone, luoghi e situazioni con una meravigliosa accuratezza tanto da far entrare il lettore nella vicenda . E così, all’improvviso, mi sono trovata accanto al commissario, al carabiniere, alle donne, nelle case povere, oppure in quelle  ricche della piccola borghesia di via Merulana. Sono riuscita a vedere il sangue della donna uccisa, le stanze povere del casellante e…perfino gli odori di queste stanze , non sempre pulitissime.

Direi che il pregio di questo libro sta proprio nel suo raccontare con maestria tutto l’ambiente in cui vivono i suoi personaggi. Della vicenda  non si ha una conclusione, proprio la bellezza e la ricchezza della narrazione fa sì che non sia più importante il “pasticciaccio" in sé ma solo la descrizione di un mondo ormai perso. 

Quindi in conclusione scelgo il romanzo di Gadda.

angela******@gmail.com

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Mi sento di affermare che il romanzo di Gadda è davvero affascinante, un pittoresco ritratto della Roma del ventennio fascista; ironico, caustico, indaga a fondo l’aspetto psicologico dei vari personaggi, ritraendoli nel loro intimo. Certamente, una lettura complicata anche dai vari dialetti che è necessario maneggiare (almeno un poco): romanesco, napoletano, molisano e anche un po’ di veneto. Una lettura piacevole ma impegnativa; da leggere e rileggere. 

Di assoluto rilievo anche il romanzo parzialmente autobiografico di Carlo Levi, che però è privo di quei guizzi geniali mostrati da Gadda. Comunque un bel testo, ma fra i due preferisco il libro di Gadda.

doml****@gmail.com

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Il commissario Don Ciccio Ingravallo batte il dottor Carlo Levi sul filo del rasoio. In una sfida a colpi di grande talento narrativo e profondo sguardo sulla realtà sociale, l’autore di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana dà scacco matto all’autore di Cristo si è fermato a Eboli. E lo fa con un linguaggio unico nel suo genere, che è la vera forza del romanzo. Una miscela esplosiva di dialetti, vocaboli di rara raffinatezza e neologismi che prendono al laccio. E il laccio a volte stringe, a volte s’allenta, ma tiene sempre avvinto alla pagina il lettore senza dargli via di scampo. Un impasto tragicomico dal ritmo serrato che Gadda sfodera come una sciabola per indagare in punta di lama un’umanità varia più che il caso giudiziario, peraltro irrisolto, a voler ribadire che il fattaccio non è il vero focus del romanzo. Ecco allora che, nel confronto, la scarna bellezza della Lucania con l’arcaica magia delle sue genti, raccontata con dolente precisione dall’esiliato politico Levi, finisce inevitabilmente per apparire un po’ didascalica e incolore.

giulia******@libero.it

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Scritto a caldo una decina di anni dopo il confino ad Aliano, Cristo di è fermato a Eboli rappresenta un ritratto delle miserrime condizioni di vita di un piccolo paese della Lucania. Con le stesse pennellate espressionistiche dei suoi quadri Levi tratteggia un’umanità sconfitta, senza speranza, consumata dalla malaria e dalla miseria. I contadini protagonisti della narrazione si muovono nel teatrino della piccola borghesia locale e dei suoi squallidi interessi. Lo Stato è lontano e si palesa saltuariamente attraverso la grottesca figura dell’Ufficiale Esattoriale con le gigantesche lettere U e E rosse ricamate sul berretto. Dallo Stato non si aspettano nulla e non ricevono nulla, lo considerano un nemico ancestrale come la malaria e la carestia. A questi ultimi è dedicato l’affresco corale di Levi che riesce a elevarsi dallo stile asciutto del neorealismo per abbracciare i suoi personaggi e narrarne le vicende con la partecipazione e lo sdegno che hanno reso giustamente Cristo si è fermato a Eboli un capolavoro, sempre attuale, della letteratura italiana del Novecento.

demai*****@libero.it

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Tra i due libri che ho letto scelgo Cristo si è fermato ad Eboli, di Carlo Levi.

Libro splendido, in cui la condizione di un meridione ancora poco conosciuto viene raccontata in uno straordinario climax ascendente: prima arretrato, poi umile, infine di sentimenti dignitosi e autentici. In questo i libro i sassi, le rupi, le zolle di una regione dura e misera, ma mai miserabile, fanno da perfetto contraltare ad una gente che superficialmente rispecchia il proprio territorio, ma, nell’intimo pervaso ancora di modi arretrati, stregoneschi e medioevali, lascia trasparire una tenerezza ed un’autenticità inarrivabile.

La sensazione che il tempo si sia fermato, o addirittura sia tornato indietro, rispetto all’orologio del progresso è sempre presente, pur nelle timide avvisaglie quali l’automobile e la presenza di emigrati di ritorno, che tutto sta per cambiare. L’autore fotografa mirabilmente tutto questo, riuscendo in una prosa capace a catturare le durezze di questa terra con righe di altrettanta spigolosità, alternandole ad una comprensione delle miseria di queste genti che non scade mai in complessi di superiorità.

giuliofo********@gmail.com

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Nella sfida odierna [Levi-Ortese, ndc] la mia preferenza va al libro di Carlo Levi. Letti molti anni addietro, quando Cristo si è fermato ad Eboli si leggeva a scuola e i racconti della Ortese erano il suggerimento di qualche brava professoressa, come cancellare tutto il possibile già detto? Ho riletto cercando una relazione armoniosa con il testo, una risonanza personale. E allora se i meravigliosi racconti della Ortese restano nella mente come ferite e leggo e penso alle Vele diroccate di Scampia e, inevitabilmente, alla Napoli dell’amica geniale della Ferrante, la scrittura di Carlo Levi invece mi scorre piana, respiro tranquillamente tra le sue pagine e trovo parole come “medichessa”, anacronistica ma rispettosa del genere, e nella mente riaffiora il percorso della statale 407, la ormai vecchia Basentana, che percorrevo in anni lontani , allora vuota di auto, che portava nel cuore della Basilica, in un “infinito altrove”. Cosi la mia preferenza va senza incertezza al racconto di Carlo Levi.

ferrer******@gmail.com

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Vuoi sentir parlare un quadro?

Allora il libro che fa per te è Cristo si è fermato a Eboli. Una pagina a caso, dove si descrive l’interno dell’alloggio dei contadini, riporta a Due madri di Segantini: quella umana condivide lo spazio, il calore e la luce con quella bovina. E per aria spesso ci stanno gli infanti, sospesi in un artigianale e improbabile letto a castello fatto di cenci.

Vuoi scoprire l’origine del Mille proroghe che ogni anno nasconde il vero nome, Finanziaria?!

Ecco la tassa sulle capre di Eboli: lo Stato ha scoperto che questi benedetti animali mangiano i germogli. E allora poiché mancano i denari, le capre vengono ammazzate, e con loro anche il sostentamento delle famiglie. Lo Stato è sentito lontano, perché è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta, sempre, dall’altra parte.

Noi mettiamo le corone ai virus, allora le malattie avevano l’arco. Così era chiamata l’itterizia che faceva mutare il colore della pelle, solo se indossavi abiti stesi al sole sui quali era passato l’arcobaleno. Come suggerisce Concita de Gregorio sulle pagine di Repubblica il 4 febbraio “se l’idiozia fosse un virus, sarebbe un’ecatombe” …e quella, non si fermerebbe di certo a Eboli!

bellinell*********@gmail.com

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Avevo già letto Cristo si è fermato a Eboli quando ero un’adolescente e pescavo indiscriminatamente dalla biblioteca di mio padre, ma non l’avevo apprezzato. Troppo presa dalla crudele America di Steinbeck e dalla malinconia di Pavese non avevo capito lo spirito del libro. Grazie di avermelo fatto rileggere, senza il Torneo forse non l’avrei mai fatto. Ora che di anni ne ho 61 ho amato Gagliano/Alano, tanto da andarmi a cercare su Google immagini le foto del paese, anche se immagino che oggi sia molto cambiato. E ho amato i suoi contadini, immersi nella natura e la magia. E mi sono infuriata per il loro essere abbandonati dallo Stato, ma anche da tutti noi che ci dicevamo vicini al popolo e ai suoi bisogni, mentre invece vivevamo come abitassimo un altro pianeta. Ci fosse oggi un Levi che racconta così il Sud....

Una scrittura coinvolgente che riesce ad appassionare alle piccole cose.

giulia******@gmail.com

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«Io sono io e la mia circostanza» scriveva, agli inizi del Novecento, il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Nessun conforto, della ragione o della religione, dell’ideale politico o dell’interesse artistico, può alcunché per la singola esistenza, al di là delle casuali circostanze in cui è stata gettata. Tutto è immobile, anche il tempo, nella realtà, sia essa rurale o cittadina, in cui i miserabili si affannano a sopravvivere e su cui si posa, ora affettuosamente partecipe, ora scandalizzato e incredulo, lo sguardo dei due scrittori, l’uno condannato dal fascismo al confino in remoti paesini della Basilicata, l’altra di ritorno in quella Napoli in cui aveva celebrato troppi anni prima il suo esordio letterario. Più ricercato lo stile di Ortese, più disteso e analitico quello di Levi, che trascina con sé il lettore in una terra arida e ventosa descritta come un mare che isola, altrettanto inconcepibile quanto la Napoli dimentica del mare, e tuttavia libro più empatico, proprio dell’intellettuale guidato da quell’ottimismo della ragione che ce lo fa preferire alla condanna senza appello dei racconti di Ortese.

cper****@unisa.it

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Leggere, o anche rileggere questo libro fa star male; si spera ardentemente che esso sia il frutto di una mente perversa, malata, anche se si sa che non è così.

Si pongono alla mente immagini proprie dei Libri del Pentateuco, o di gironi danteschi,  o come quelle che precedono la Shoah.

Leggere Il mare non bagna Napoli è anche come immergersi nella lettura di un fascicolo giudiziario, che termina con una sentenza: «Condanna a morte di un malato terminale, senza possibilità di guarigione», preceduto dalle relative motivazioni. Che cioè il malato ha avuto episodi di ripresa che facevano ben sperare, ma poi….

Si dovrebbe, dunque, concludere che la speranza è, ineluttabilmente, bandita, visto che si è tentato, inutilmente, di fare prevalere “la Ragione sulla Natura”.

Per fortuna i gradi di giudizio possono arrivare anche a tre...

risuglia********@gmail.com

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