< Don Camillo di  Giovanni Guareschi (Rizzoli)

 

Il dettaglio di un paese (fittizio) per esprimere il generale torpore di un’epoca (quella sì, più reale che mai). L’intento dei due romanzi è lo stesso: narrare le difficoltà e la sfiancante lentezza di un Paese che sta cambiando, eppure non cambia mai. Tuttavia, Il piatto piange di Pietro Chiara è popolato da personaggi che, nella loro inettitudine e vigliaccheria, hanno dei tratti di umanità e drammaticità sorprendenti. Al contrario, quelli del Don Camillo di Giovanni Guareschi sono personaggi macchiettistici, che risultano tanto più distanti e inattuali quanto più scadono in una teatrale e ripetitiva frivolezza. I molteplici protagonisti del romanzo di Chiara lottano per un cambiamento, ma si abbandonano poi alla propria indolenza continuando imperterriti nella loro mascherata quotidiana, in un atto agrodolce e a tratti straziante di consapevole arresa. Le pagine di apertura e chiusura valgono da sole la lettura dell’intero romanzo, poiché offrono un ritratto storico e generazionale di inquietante attualità.

amato.g*******@virgilio.it

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“Andavano verso le loro case rimuginando la solita scusa per la famiglia, quelli che ancora ne avevano bisogno, perché la gran parte non dava più giustificazioni tanto era evidente, e innocente, il loro vivere”. Sta probabilmente tutto qui il motivo per cui tra due libri di grande spessore, Don Camillo e Il piatto piange, preferisco il secondo. Le atmosfere di paese che entrambi descrivono, i passaggi indiscreti nelle vite che scorrono, l’attenzione a rendere visibile il lato nascosto della provincia, sono un tratto distintivo di entrambi, ma in Piero Chiara c’è un retrogusto di amarezza, di ricerca nelle profondità nell’abisso delle coscienze individuali, quasi di nostalgia per il non vissuto che rende questo romanzo particolare.

Le figure oramai familiari di Don Camillo e Peppone, così speculari nel loro essere da una parte e dall’altra della barricata, lasciano in Il Piatto Piange spazio ad una umanità complessa, variegata nei vizi - molti - e nelle virtù - poche -.

E in questo loro andare conservano il dubbio “se questo sia un bene o un male” anche se lo scorrere dei giorni uguali a se stessi rappresenta soltanto “un velo oltre al quale potrebbe aprirsi la vera vita... se si potesse sapere com’è la vera vita”.

emif****@gmail.com

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Don Camillo fa parte dei ricordi filmici della mia infanzia, insieme a Frankenstein Junior che però mi faceva ridere di più. Quel Gesù che parlava poco nel film, nelle pagine (che mai avrei pensato di leggere) parla sempre e mi ha fatta sorridere bonariamente, di un’ironia vecchio stampo, di un compagnuccio di scuola di quelli buoni e senza malizia. La politica morbida, quella di due schieramenti che vogliono fare la stessa cosa giusta, ma per strade diverse, fa sospirare per un’illusione politica binaria, felice e utopica. Nelle biblioteche non si trova, è arrivato con un prestito interbibliotecario in una copia vecchia e scassata delle Sansoni, collana “leggere a scuola” da una sezione ragazzi. Alla fine ne ho acquistate due copie e regalate alla biblioteca del mio paesello a ridosso della Bassa friulana e a quella dove lavora mia sorella, un po’ più in giù, verso il mare, se dev’essere un classico che sia presente in tutto il suo carattere. Di Guareschi e di Don Camillo ho foto a Brescello e un ricordo gastronomico epico, di un ristorante storico a poche centinaia di metri dal Po, ci sono poi andata a piedi, nel silenzio di una giornata che per quel fiume era placida, a vedere i danni che aveva fatto qualche mese prima, i pioppi sradicati, il pericolo che solo ho potuto immaginare. Dopo i tortelli alla zucca con gli amaretti, la matrona di quel tempio del gusto mi ha raccontato di Anna Falchi che è passata di lì per un film, della principessa Margareth che per anni era passata da lei per i miei stessi tortelli e di Guareschi che nella camera al piano di sopra si era rifugiato per scrivere proprio Don Camillo. Alla fine mi è piaciuto ma non sono riuscita a staccare le pagine dalla prepotenza della dittatura delle immagini. 

mosen*****@gmail.com

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Il libro si presenta con un linguaggio scorrevole e accattivante, pregno di sarcasmo e ironia. La vicenda è centrata in un borgo emiliano di un’Italia fiera del post guerra: un Paese dai chiari e solidi principi, dove i personaggi che vi prendono parte sono pronti a rifarsi, forti del loro carattere originale e preciso. Guareschi, mette in evidenza questioni che non colpiscono solo lo schieramento politico ma le turbe della più intima coscienza umana accompagnando il sorriso iniziale con una successiva riflessione morale. Il linguaggio è accattivante e scorrevole e di certo la lettura ti mette di buon’umore. Ma, il merito più grande da attribuire a Guareschi è l’insegnamento che ci dà nella sua opera: anche tra rivali, tra nemici, ci può essere rispetto e senza ricorrere a vili mosse, scoprirsi in verità amici.

Per la sua apparente leggerezza che scende poi nelle profondità umane più pure Don Camillo di Giovannino Guareschi ha la mia preferenza.

gia***@virgilio.it

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Ho letto i due libri che mi ha assegnato con molto piacere e queste sono le mie conclusioni.

Anche se Piero Chiara scrive in modo più elaborato, evocando un immaginario poetico e affidando al lettore un’idea precisa di un contesto storico spesso raccontato esclusivamente con date ed eventi, che lasciano indietro la lentezza e, quasi, la noia, che i paesini lontani dal fuoco potevano sperimentare, è Guareschi col suo Don Camillo che a mio parere suscita più interesse ed empatia nel lettore.

Don Camillo raccoglie, con un linguaggio semplice e colloquiale, una serie di episodi che danno quasi l’idea delle storie della buonanotte che ci raccontavano i nostri nonni: ben lontane da principi e principesse, ma con una morale altrettanto importante e sicuramente più concreta. È un personaggio simpatico, molto coraggioso, ma anche burbero e testardo, il suo lato migliore viene fuori nei dialoghi con Cristo (che, come specifica Guareschi, “non è il Cristo, ma il mio Cristo, cioè la voce della mia coscienza”). A fare in qualche modo da antagonista, proprio come nelle favole, c’è Peppone, comunista convinto che con Don Camillo ha continui battibecchi (anche violenti e spesso comici) ma che a sua volta, sotto la corazza da leader forte e irremovibile, nasconde affetto e stima per Don Camillo, ed ha bisogno di confrontarsi con lui per continuare a fare la cosa giusta.  

Trovo che il sottotitolo “Mondo piccolo” rispecchi perfettamente l’ambizione di Guareschi: dimostrare come in un piccolo paesino le grandi contraddizioni del mondo possono essere risolte da solidarietà e raziocinio, perché anche “due nemici si trovano, alla fine, d’accordo sulle cose essenziali.”

francesca*********@gmail.com

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Ho letto i libri proposti  [Don Camillo di Giovannino Guareschi e Il Piatto piange di  Pietro Chiara] e, tra i due, ho preferito  Don Camillo, consapevole che l’antagonismo dei due  protagonisti rimanda ad una pacata, seppur sanguigna, battaglia per far prevalere la propria visione della vita e del mondo nel succedersi della vita quotidiana in una piccola provincia nel primo dopoguerra. Don Camillo e Peppone sono due personaggi forti delle proprie convinzioni e ideologie,  ma ciò non impedisce loro di riconoscersi a vicenda in una dialettica e atteggiamento di rispetto reciproco.

Il confronto non sempre è facile: Don Camillo è certamente aiutato da “Gesù”, che interpella,  con bonomia ma con fermezza, le  debolezze insite in ogni persona umana e, partendo da queste,  indica come via principale la strada della comprensione dell’altro e del superamento di ogni faziosità.

Due figure genuine e popolari, apparentemente inconciliabili, ma animate dalla volontà di perseguire il bene comune, anche se spesso con mezzi discutibili.

Diversamente in il piatto piange, i protagonisti lasciano scorrere la vita attaccati al tavolo da gioco, senza alcuna aspirazione che non sia la monotonia della quotidianità, incapaci di interpretare il momento storico che stanno vivendo.

silvi*****@gmail.com

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Ho preferito Don Camillo di Guareschi. Nonostante un’apparente semplicità espositiva e una costruzione narrativa frammentata (i racconti brevi), i personaggi suscitano grande simpatia e sono sempre coerenti. Inoltre, per quanto mi riguarda vincerà sempre un libro in cui viene data voce a Gesù, e questo è pure un bel burlone...

lupati.*******@gmail.com

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Nel Don Camillo,   l’atmosfera della provincia italiana della bassa padana viene evocata attraverso le azioni che emergono dai fitti dialoghi. Il lettore, fin dalle prime pagine viene proiettato all’interno delle vicende dei due protagonisti perennemente nemici. Ma c’è una leggerezza che pervade tutti i racconti, oserei dire un brio, anche se non sempre giustificati dalla realtà di quegli anni. Le tensioni politiche tra Peppone, sindaco comunista, e don Camillo, prete democristiano e conservatore, assumono un aspetto quasi giocoso in cui il primo , a tratti, sembra un po’ meno comunista, quando cede alle “imposizioni” senza alternative di don Camillo, e quest’ultimo un po’ meno cristiano e prete quando affronta l’avversario sul suo stesso piano e con gli stessi modi. I racconti, preceduti da tre narrazioni introduttive al paesaggio e al carattere della gente della bassa, come dice anche l’autore in apertura, sono molto godibili: la brevità e la stessa narrazione conclusa nell’ambito di ogni racconto li rendono particolarmente graditi anche al lettore di oggi , grazie  al linguaggio semplice, discorsivo e all’espressione piana.

maria.g*******@tiscali.it

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Ho trovato i personaggi del Don Camillo quasi dei cartoni animati, un po’ finti, ricalcati. Il racconto, ben scritto, semplice, scorrevole ma troppo denso di una vena di malinconia profonda che va, a mio parere, a scapito della narrazione rendendola pesante.

paola.fe********@gmail.com

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Ho riletto questi libri [il Don Camillo di Giovanni Guareschi e Il piatto piange di Piero Chiara, ndc] con molto piacere, ne ho apprezzato con occhi maturi la profondità che si nasconde dietro una scrittura apparentemente piana e semplice ma quanto mai curata; il che permette agli autori di tratteggiare personaggi quanto mai autentici. È difficile scegliere, la mia scelta cade su Don Camillo di Guareschi: è più divertente fa sperare di più nella possibilità di realizzare un Paese migliore di quello attuale.

Il suo Mondo Piccolo della bassa che cerca faticosamente di realizzare la pacificazione nel secondo dopoguerra è in realtà un mondo grande, ricco di umanità, schiettezza e lealtà.

Credo che per troppo tempo si sia fatto l’errore di ritenere il libro di Guareschi un libro per adolescenti, mentre potrebbe insegnare molto anche agli adulti.

Il limite maggiore dei due libri è l’assenza di figure femminili del libro di Guareschi e la considerazione delle donne solo come oggetto del desiderio mordi e fuggi nel libro di Chiara.

giovann*******@gmail.com

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Una serie di brevi storie con gli stessi protagonisti: Don Camillo, Peppone e la voce off del Cristo, che hanno il respiro di una rubrica fissa su un periodico satirico di quelli per cui Guareschi scriveva. E come tali, ripetitive e con gag che un certo pubblico attende e che puntualmente arrivano. Alcune pagine, invece, appartengono a quel gotico padano che si troverà poi anche in alcuni film di Pupi Avati. Un libro che cresce quando i due “caratteri”, Don Camillo e Peppone, non ingombrano la scena (accade molto poco in verità) e Guareschi passa dalla cronaca paesana di un Mondo Piccolo dell’immediato dopoguerra, con i suoi violenti confronti (buttati sul ridere) tra il parroco e il sindaco comunista (le due facce della stessa medaglia), al racconto delle atmosfere e degli umori della bassa padana con la loro forza e la loro malinconia. Peccato che le proporzioni siano a favore di Peppone e Don Camillo.

L’ho letto per il torneo di Robinson. Non lo rileggerei.

gazzini*******@gmail.com

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Il sindaco comunista e il prete del paese, due avversari, due antagonisti eppure mai nemici. Le avventure di Don Camillo si svolgono nell’estate del 1946 in un paese tra il Po e l’appennino, una piccola realtà dove si verificano cronache ordinarie, ma anche episodi grotteschi, piccoli e grandi eventi, talvolta violenti, talvolta esilaranti, tutti però funzionali alla riflessione di chi legge. Al centro di tutto c’è l’uomo, con i suoi limiti, con le sue bassezze, ma anche le sue virtù e le sue eccellenze. L’uomo, la sintesi perfetta di mille contraddizioni. Il linguaggio diretto, ricco di dialoghi e in linea con la semplicità dei personaggi, porta rapido il lettore nel contesto, nel territorio e nell’atmosfera dei racconti. Con pochi passaggi, frasi brevi in pieno stile giornalistico, si ha un quadro perfetto di quegli anni dove si assiste alla degenerazione della lotta politica che è anche la degenerazione stessa dell’uomo, da sempre cedevole al protagonismo, all’esaltazione del sé, un uomo restio al confronto o alla modestia. Argomenti perfettamente attuali e, forse, sempre più urgenti oggi quando la tecnologia e i social network aumentano l’illusione di esclusività, portando l’insostenibile bisogno di ammirazione alla massima estremizzazione possibile.

daniel******@gmail.com

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È il primo romanzo di Guareschi che leggo ed è stato una piacevole sorpresa perché è un affresco d’epoca perfetto ed ironico.

avenia******@gmail.com

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Due libri all’apparenza molto differenti: da una parte troviamo l’ilarità del Don Camillo di Giovannino Guareschi e dall’altra il mistero degli intrighi che ci propone Il nome della rosa di Umberto Eco. In presenza di personaggi legati al clero, si sviluppano le diverse vicende e l’indiscutibile certezza delle personalità che li caratterizzano. Le relazioni, in entrambi i casi, sono conflittuali; se nel primo si risolvono nel confronto, nel secondo il risultato è rovinoso e senza vie salvifiche. Ma il lavoro di Guareschi è quello che più ci avvolge, grazie a una grande ventata di positività e con l’accettazione di diversi ruoli sociali. Si gioca sul lato caricaturale delle persone, con una sorta di apprezzata bonarietà. Le storie di don Camillo scorrono leggere, supportate da immagini fantasiose, a incuriosire la lettura dei singoli sketch. Eco, al contrario, ci presenta un romanzo storico, un lavoro più macchinoso e  pretenzioso: Guglielmo da Baskerville non è per tutti.

mariz*****@gmail.com

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È una sfida impari, sul piano del testo e della trama, quella fra Il nome della rosa e Don Camillo: non c’è partita fra uno scritto complesso come quello di Umberto Eco, e uno ridotto all’ essenziale come quello di Guareschi; issato al piano della difficoltà di scrivere bene, semplice e scorrevole, raccontando gradevolissimi aneddoti, come fa quest’ultimo. È l’obiettivo che fa la differenza nella scelta dello stile, oltre, ovviamente, alla “cassetta degli attrezzi” in possesso dell’autore. A questo punto mi domando: come avrebbe scritto Umberto Eco un suo Don Camillo? Forse, molto impegnato a seguire i meandri della teologia e della dottrina, in cui per primo non lo avrebbe seguito il Cristo in croce della sua chiesa, l’arciprete di Ponteratto del semiologo si sarebbe trovato solo ad affrontare il compito arduo di deviare le coscienze semplici, ma perciò stesso autenticamente “cristiane”, del popolo del Mondo Piccolo, dal pericolo di abbracciare la nuova religione del socialismo scientifico, predicata da un accademico Peppone il quale ultimo avrebbe avuto gioco facile nella disputa, in virtù dei vantaggi immediati e concreti che avrebbe offerto ai compaesani, ma anche dell’aiuto dei compagni di partito sempre stretti nell’unione delle forze, a fronte delle incertezze che ogni teologia offre prima ancora di ogni verità. Obbiettivo fallito, dunque, se lo scopo di Eco fosse stato il medesimo di Guareschi, cioè dipingere un socialismo non demonizzato, ma un cattolicesimo più utile all’assetto e all’ordine pubblico negli anni delle incertezze politiche e sociali del dopoguerra. E Giovannino Guareschi alle prese con “Il nome della rosa”, cosa avrebbe prodotto? Non c’è partita, appunto. Pertanto vittoria netta a Guareschi: il suo romanzo medievale avrebbe perso qualche capitolo di fine dottrina, di dettagliata storia dell’eresia e dell’Inquisizione, di denuncia degli abusi del canone sullo spiritualismo apostolico, che ha segnato molti dei secoli della storia del cattolicesimo, di dettagliate descrizioni di ambienti e personaggi fin nel loro più intimo aspetto, in cui Eco fu maestro e di cui lo ringraziamo, ma, forse, l’autore parmigiano avrebbe arricchito l’intrico delle trame e dei delitti nel monastero benedettino di quella profonda leggerezza tipica delle sue terre che mirabilmente favorisce la divulgazione della letteratura ai più, e che invece l’austero contegno e la raffinata vis polemica piemontese, come le mura dell’abbazia, proteggono, impedendola.

ric***@virgilio.it

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È un romanzo che si esaurisce già nelle prime righe. L’autore ci fa capire subito che la Chiesa e il Comunismo non riescono ad andare d’accordo perché sono figli delle stesse debolezze umane, ma poi la storia sembra non avere sviluppo ed evoluzione. I due personaggi agiscono per lo stesso obiettivo, il bene della loro comunità, con la prepotenza e la slealtà che caratterizza entrambi, ma gli episodi che si susseguono sono noiosi: già il secondo non aggiunge nulla di nuovo al primo. Anche la struttura narrativa trasmette una sensazione di monotonia nel suo continuo battibeccarsi senza slanci linguistici di rilievo. Il 3° protagonista, Gesù, sembra essere scontato a rappresentare la coscienza di Don Camillo e il suo tormento interiore tra l’essere (come Peppone) e il voler essere (come Gesù).

fabiola*******@gmail.com

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Il piccolo Chico - grazie alla sua guarigione - convoglia mille lire nella casse di una Chiesa sita nella Bassa Pianura Padana anno 1947; un contadino allaga un campo impedendo la costruzione di una ferrovia; un ragazzo si deve accontentare di una corteggiatrice fantasma. Passato il prolegomena, inizia una collettanea di 36 mini romanzi sussumibili nel confronto - leale e costruttivo - tra il liberale Don Camillo e il socialista Sindaco Peppone. I due si confrontano sul piano etico, culturale e politico: al Centro Culturale “Casa del Popolo” di Peppone si contrappone “Il Ricreatorio Popolare” di Don Camillo, che sfocia anche sul piano sportivo. I dissapori tra i due attanti principali del romanzo si annacqua quando Don Camillo - per volere di Cristo - riesce ad evitare di rimanere ucciso da un potenziale omicida del paese. 

Preferisco nitidamente questo volume, a discapito de Il nome della Rosa. in quanto vi è in entrambi un ostacolamento della conoscenza  in senso popperiano (vista come offesa alla Fede e quindi all’onniscienza di Dio) e un attacco al progresso della tecnica visto come antitetico al mondo delle virtù secondo Aristotele. Ma - a differenza dell’opera di Eco che viene scritta in modo ampolloso ed opulento – l’opera di Guareschi si basa sull’umiltà e sulla piccolezza di gesti saggi: questa umiltà piccola e grande insieme, rintracciabile anche nel linguaggio semantico del Guareschi, rende ammirevole un concetto a noi contemporanei inaccettabile ossia un idillio all’ignoranza in cambio di enorme fiducia in Dio perché la cultura è fede non studio e l’intuito supera ogni impegno e conoscenza. 

Ne Il Nome della Rosa - anno 1327, luogo ricca abbazia benedettina ligure - il frate Guglielmo de Baskerville con il novizio Adso da Melk devono affrontare numerose morti presenti nel monastero. La causa è l’antico libro della poetica di Aristotele, intriso di veleno dal colpevole Jorge, che tenta di farlo leggere anche a Guglielmo che però usa i guanti evitando il veleno. Tutta la costruzione del romanzo è bizantina e narcisisticamente grandiosa e non rende con la dolcezza del Guareschi l’amore per la Fede come supremo Sapere.

laureti*******@gmail.com

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
L'iniziativa è riservata agli utenti maggiorenni. Per partecipare, registrati. Questo sito non usa cookies.
Dubbi, problemi: torneoletterariodirobinson@giorgiodellarti.com
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