< Gli invernali di  Luca Ricci (LaNaveDiTeseo)

Qui di seguito le recensioni di GliInvernali raccolte col torneo 'nar' (tutte le fasi)

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Troppi cliché dalla prima pagina

Silvia Savini

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L’impostazione dialogica garantisce una lettura fluida e piacevole, ma questa scelta stilistica comporta anche dei grossi limiti: lo scenario in cui si svolgono i dialoghi è variegato – bar, stanze da letto, l’asilo – ma a parte qualche rara eccezione sono luoghi descritti in modo generico e scarno; gli unici elementi contestuali che ci vengono dati sono la città, Roma, e il fatto che il tutto si svolge d’inverno. Per via di questo contesto tratteggiato a grandi linee e per la predominanza dei dialoghi, fin dalle prime pagine il libro mi è sembrata una sceneggiatura, più che un romanzo. I caratteri dei personaggi non sono delineati in modo chiaro: è assente una descrizione nel senso propriamente detto, ma non è questo il motivo - semplicemente, dai dialoghi non sono riuscita a farmi un quadro definito delle varie personalità. Nonostante le idee siano buone e la trama, seppur un po’ caotica, interessante, il libro risulta poco coeso, a tratti ridondante, eccessivo (le volgarità gratuite di Tommaso specialmente nel primo capitolo, il discorso sui leggings, Tommaso che a pag. 194 dichiara di "amare follemente" un’altra donna senza che venga spiegato granché del loro passato, solo qualche aneddoto e poche battute...) e in alcune parti addirittura contraddittorio (Carlo che aveva visto la foto di Nanni sul libro, ma non lo riconosce di persona e il mascheramento di questa incongruenza nel capitolo in cui Nora va da Carlo, dove afferma che “l’editore ha scelto una foto di qualche anno fa”; Nora che tiene Nanni stretto al petto "come una madre", mentre successivamente Carlo dirà che le manca l’istinto materno; Camilla che, nel capitolo dove lei e Gianfranco sono all’asilo, prima è furiosa e poi "ridacchia" - questo ci fa capire sì la falsità della donna, ma allo stesso tempo provoca un lucido distacco dalla lettura): le incongruenze, piccole ma frequenti e quindi non trascurabili, allontanano da un’immersione completa nel testo facendo perdere alla storia coesione, e a me quella concentrazione necessaria a calarmi nella storia e nei personaggi: il mio coinvolgimento nelle vicende è stato frequentemente spezzato. Il finale non mi ha soddisfatto: la storia non sembra potersi concludere così, e alla conclusione ho realizzato che nonostante spunti e riflessioni interessanti, il romanzo non parla di nulla in particolare – o meglio, ci tenta ma quello che resta dopo la lettura è una sensazione di incertezza e disorientamento.

Camilla Ferrari

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Circolo dei lettori
di Milano 3 “La banda del book”
coordinato da Moira Maggi
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L’autore presenta i protagonisti delle storie che racconta attraverso una serie di dialoghi. Un po’ un gioco di tessere di un puzzle che il lettore dovrebbe sistemare per capire le personalità, dinamiche e situazioni. Forse in una pièce teatrale, contando su attori che diano corpo e senso, si potrebbe accettare. Tuttavia dialoghi e personaggi risultano piuttosto scontati e banali. Niente di nuovo sotto il sole.


Silvana Paolillo

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Una critica cinica e impietosa nei confronti del mondo della carta stampata. Per ironia è un romanzo in cui non c’è narrazione, ma che si basa esclusivamente sui dialoghi, quindi sul parlato. Brevissimi capitoli scompongono un arco temporale di ventiquattr’ore. In ogni frazione di questa fredda nottata invernale che si trasforma in giorno, i personaggi dialogano tra loro, formando un quadro corale o polifonico di otto voci.
Si parla di relazioni, intrecci e tradimenti. Nessuno si salva. Tutti soccombono alla macchina editoriale, in cui quello che conta non è l’arte o la bellezza, ma quello che vende di più. Gli otto protagonisti si trovano in ambienti chiusi. Dai loro dialoghi si percepisce un forte ego autoreferenziale e sentimenti che riflettono rancore, gelosia e falsità. Forse lo avrei apprezzato di più se ci fosse stata una narrazione. Solo a fine lettura scopro essere il terzo capitolo di una quadrilogia. Pur trovandolo interessante nell’intento, non mi ha convinto.

Cristina Casanova

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E’ un libro dove i personaggi sono talmente tanti che quando arrivi all’ultima pagina ti senti ubriaco.
E tanti, troppi, sono i dialoghi che danno un ritmo esageratamente frenetico al racconto; sembra quasi di leggere una sceneggiatura di un film, ma non certo di un film candidato agli Oscar.
Nonostante l’incalzare dei "botta e risposta" dei vari protagonisti (scrittori, editori, critici letterari, mogli, amanti) ci si annoia molto e alla fine non si può non tirare un sospiro di sollievo: e ci si può dedicare, finalmente, ad altri libri.

Sabrina Manzo

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Una telecamera accesa che si muove da una stanza da letto a un ufficio editoriale, da un salotto privato a uno letterario e così via. La stessa telecamera che inquadra coppie di amanti che parlano, si provocano e si sfidano, amici, che così amici non sono e che vengono allo scoperto giocando a un pericoloso gioco della verità. Tutti gli attori di questa strana guerra combattono affidandosi all’arma che padroneggiano meglio: la parola. Ed è per questo che il romanzo è una sequela di dialoghi fitti e fluidi, ma anche di dialoghi a singhiozzo, dialoghi serrati che si sovrappongono ma non si interrompono se non per qualche riflessione, considerazione o rivelazione.
Quello che accomuna tutti i personaggi è il mondo a cui appartengono, il mondo dell’editoria, ed è di questo che parlano. Sono scrittori e scrittrici, affermati, aspiranti tali o in declino, editori e critici ed è tutto il loro mondo che traspare con fragore, un mondo fatto di raccomandazioni, di scambi di favori (e non solo), di ripicche, recriminazioni e anche di rancori. Tutti hanno situazioni non risolte che portano a galla insicurezze personali e professionali, le loro ossessioni, i fallimenti e le umiliazioni. E qui la telecamera si spegne.
Il film lo abbiamo solo immaginato ma il bel copione rimane.

Maria Grazia Giovannini