< I passi di mia madre di  Elena Mearini (Morellini)

Qui di seguito le recensioni di IPassiDiMiaMadre raccolte col torneo 'nar' (tutte le fasi)

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Il tema principale de I passi di mia madre è il vuoto: il vuoto esistenziale lasciato da una madre che abbandona la famiglia senza un apparente motivo; il vuoto emotivo rappresentato da un padre che è più simile ad un bancomat che eroga paghette ad oltranza; il vuoto nello stomaco "allenato" da decenni di bulimia; una vuota passione per un uomo già sposato. Ma il vuoto più grande è quello rappresentato dalla protagonista, la vacuità fatta persona: non bastano un abbandono ed una dipendenza da Xanax per rappresentare i tormenti di un personaggio insulso ai limiti del tollerabile.

Lavinia Gulí

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Per buona parte del libro la narrazione non evolve, gli avvenimenti sono irrilevanti e fanno solo da sfondo ai tormenti interiori di Agata. Tuttavia, la sensazione è che nemmeno nei suoi pensieri la protagonista arrivi a qualche tipo di risoluzione o sviluppo, se non nelle ultime venti pagine. Quasi tutto il racconto è dedicato a capitoli analoghi tra loro non solo nella struttura ma anche nei contenuti.
Al contrario, ho apprezzato moltissimo la scrittura: molto diretta, spesso sfocia in flussi di coscienza che riproducono scrupolosamente i pensieri della protagonista. Tali pensieri si dispiegano in una miriade di metafore inedite e piacevoli. L’autrice indaga i comportamenti di una persona che ha subito un trauma e li rende con incredibile abilità. Trovo anche affascinante l’espediente di immaginare la storia della madre scrivendola in una lettera a lei indirizzata, utilizzando quindi la seconda persona singolare. In definitiva, nonostante abbia giudicato la struttura non piacevole, ritengo I passi di mia madre un racconto mirabile.

Beatrice Pelliccioli

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Ritmo troppo incalzante, frasi spezzate come il respiro, prosa ansiogena

MARTA RONDI

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Cosa accade quando una madre decide per l’abbandono di un figlio, di scomparire da tutto, non negandosi una vita ma cercandosene un’altra, imponendo a chi resta un percorso esistenziale impensato e non condiviso? Incredulità e sgomento. Agata, protagonista di I passi di mia madre di Elena Mearini, a quarant’anni è abitata da un vuoto che si è fatto ossessione e bisogno di ogni giorno.
Il conto nei riguardi di chi si è sfilato da responsabilità e incombenze è aperto, tanto più che chi ha scelto la fuga si è fatto fantasma rimanendo in qualche misura presente, vettore su cui modellare la propria, di identità.
Crescendo a Agata sarà difficile anche solo trovare una foto che sostanzi il ricordo, un’immagine da cui cogliere segni premonitori della scelta materna, uno sguardo deviato, un abbozzo di spiegazione per la tragedia del mancato addio.
In mancanza di una effige, si affida alle parole: è per amore delle parole che decide di fare l’editor, per poter avere a che fare con loro ogni giorno nella casa nel quartiere cinese di Milano, dove le insegne fanno da confine tra il comprensibile e l’ignoto e gli ideogrammi rimangono impenetrabili.

Ho trovato acuta l’attenzione al dettaglio e la scrittura è precisa nel linguaggio: pulito, puntuale, lucido.
La scrittrice articola i frammenti e i dialoghi, asciutti, con un montaggio che opera salti temporali, livella vuoti e sutura distanze, conferendo potere e “voce” ai silenzi, che qui pesano altrettanto delle parole, e sono, a loro volta, pezzi di un inno alla madre, che soltanto una volta portato a termine lascerà la protagonista finalmente risoluta e pronta alla costruzione di sé stessa.

Massimiliano Falcone

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Circolo dei lettori
di Roma 6 “Barbara Cosentino"”
Coordinato da Cecilia Gabrielli
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Elena Mearini con questo libro dalla lettura scorrevole e lo stile molto elegante ha deciso di affrontare temi importanti che ruotano intorno al ruolo della donna come figlia, madre, amante. Agata è una quarantenne che ha smesso di essere figlia improvvisamente quando la madre ha deciso di andarsene e non lasciare più alcuna traccia. La sua ombra incombe su Agata costantemente e le ha lasciato un vuoto incolmabile che la spinge a intrecciare rapporti incompleti, senza una sicurezza affettiva. Entra in punta dei piedi nelle vite delle persone accontentandosi di occupare uno spazio piccolissimo, come nella vita di Samuele che è un uomo con una famiglia che non lascerà mai e un lavoro che lo impegna per la maggior parte del suo tempo.
Per colmare questo profondo senso di confusione e solitudine Agata chiede aiuto alla scrittura e costruisce passo passo  la STORIA di sua madre per avere delle risposte, per avere la possibilità di continuare a vivere il suo essere figlia anche solo se su carta.

Idamaria Marini

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Elena Mearini, con “I passi Di mia madre” ci accompagna lungo un percorso intimo e avvincente, mostrandoci il potere salvifico della scrittura.
Scrivere aiuta la comprensione. Scrivere compensa una mancanza.
Per Agata, anzi Tamia - come la chiama suo padre con l’ultima sillaba del suo nome “tutta in lui e per lui” -  il vuoto da riempire è incommensurabile: l’abbandono di una madre.
Una ferita che la tiene perennemente sull’orlo di un precipizio, che è sempre lo stesso anche se cambia nome (anoressia, dipendenza, amore malato).
Ma un balsamo c’è, la ferita può rimarginarsi. Tamia sente che può colmare il vuoto con le parole. Scrive la parte della vita di sua madre che le è stata sottratta e che l’autrice offre al lettore in uno stile diverso rispetto alla parte restante del libro. Una scelta narrativa efficace, che rafforza, per il lettore, la possibilità di entrare in empatia con la protagonista, facendogli vivere le di lei mancanze, ma anche lasciando emergere le proprie.
Un libro che è cura e speranza.

Giuseppe Maria Mezzapesa

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I passi di mia madre è la storia di una giovane donna, Agata, che fa i conti con le sue mancanze, si arrovella con le sue ossessioni: il ricordo della madre che è sparita quando era bambina e l’assenza dell’uomo che ama.
Agata cerca di recuperare il grande vuoto che ha dentro, di riempire
quei buchi d’amore ma lo fa in modo affannoso e sbagliato. Non la aiuta neanche la storia con Marco, lui si che la cerca, la vuole ma a lei non basta.
Prova attraverso la scrittura a “ritrovare” la madre, scrivendo una storia immaginaria che la aiuti a mandare giù quel grosso ingombro pesante e che è sempre più difficile da sopportare.
Il risultato è sorprendente, tesse un romanzo toccante ricco di emozioni, raccontato con le parole giuste, in modo impeccabile.

Anna Maria Proia

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Confesso da lettrice ingorda che avevo già letto l’anno scorso Elena Mearini e che tanto ho amato i suoi passi, per me vincenti.
“I passi di mia madre” è la storia di una ricerca, la protagonista Agata è all’angolo di una strada e guarda con invidia un nugolo di ragazzini dall’altro lato che «mangiano patate fritte, infilano le mani nel sacchetto e mischiano come se dovessero estrarre un numero per la pesca di beneficenza. Vivono il cibo con l’entusiasmo di una vincita certa». Agata invece di certezze e di vincite non ne possiede, ha «iniziato a divorare i libri a tredici anni, nell’estate in cui mia madre è uscita di casa per non tornare più. Già allora avevo compreso che avrei avuto bisogno delle bugie per vivere».
Oscilla nelle sue giornate fra lo «stare fermi al binario dei treni invisibili», ad aspettare un messaggio o un’attenzione di Samuele, mentre frequenta il suo vicino andando e venendo da casa sua come «una stazione da guardare in corsa dal finestrino». Il padre è una presenza, c’è sempre stato, ma come spesso accade ha difficoltà a instaurare una comunicazione affettiva e soprattutto a parlare della fuga materna. Incommensurabile il ricordo dei nonni, loro le hanno insegnato a inzuppare la focaccia nel latte, «che a mischiare il sale con lo zucchero si mangia sincero».
Così Agata comincia a scrivere la storia di sua madre dal giorno in cui si chiude alle spalle la porta di casa e abbandona la famiglia, «scrivendo a lei di lei» trova una strada da percorrere e «quando trovi la fine di qualcosa, allora ti convinci che un inizio c’è stato davvero». Ho pianto due volte nel corso della lettura, come accade davanti alle storie più belle.
Ho stentato a un certo punto a girare pagina, sono scoppiata a piangere come mi è accaduto solo davanti ai film più belli. Sì, ho letto questo romanzo, mi sono commossa e ho pianto. Una storia bellissima, che non a caso è nella collana Varianti di Morellini, curata da Sara Rattaro, protagonista anni or sono di una delle serate più belle che il Circolo porta con sé, un bel ricordo.
«Ci vuole tempo prima che i ricordi trovino voce, imparano a parlare soltanto quando noi siamo pronti ad ascoltarli».

Cecilia Gabrielli