< Il maestro di Vigevano di  Lucio Mastronardi (Einaudi)

 

Protagonista indiscusso del romanzo non è tanto il maestro Mombelli quanto piuttosto il suo tentativo di emancipazione sociale. Le vicende narrate, infatti, contrappongono due mondi diversi: uno, dal quale l’insegnante proviene e in cui fatica a realizzarsi, l’altro verso cui si proietta e nel quale è pilotato principalmente dal denaro. Il profondo senso di amarezza che si avverte addentrandosi nella lettura non è, però, frutto solo degli avvenimenti narrati quanto delle scarse capacità attribuite al protagonista che sembra condannato alla mediocrità. Una storia lineare e semplice che vorrebbe raccontare Mombelli e, attraverso lui, la società intera. E non sempre ci riesce.

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Romanzo cupo e ambiguo su un insegnante di provincia e il boom economico. Al centro di tutto il sentimento di frustrazione per le ambizioni deluse del maestro Mombelli, di sua moglie Ada e dell’amico eterno supplente. Insieme a un senso di dignità radicato che non permette a nessuno, forse, di scendere a patti con l’opportunismo. Fanno da cornice i molti mondi paralleli della fabbrica, della piccola attività imprenditoriale, della pubblica istruzione: tutti scomodi per il maestro di Vigevano che, alla fine, resterà schiacciato dal senso di sconfitta e con sacrificio estremo ripiegherà sulla modesta condizione di partenza.

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I personaggi sono costruiti con il felice cinismo di un osservatore estraneo ai fatti. La mano dell’autore si muove tra difetti e manie, gelosie e fobie. La scrittura è nitida e chiara, così come la realtà, lucida ma spietata: le becere piccolezze di tutti, senza nessuna eccezione, sono il punto di snodo. In un angolo di provincia, che sta facendo i conti sia con il facile benessere di ex operai, sia con la "cultura" non sempre edotta di maestri sottopagati e pure umiliati dai dirigenti, vivono il maestro Mombelli e sua moglie Ada. Equilibrio, onore e dignità dirigono la vita di lui. Biancheria intima "rispettabile" e scalata sociale quella di lei.  


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Tutti noi, prima o dopo, abbiamo provato quella sensazione di irrimediabile estraneità rispetto a una porzione, grande o piccola, della realtà in cui ci troviamo casualmente a vivere. Si trattasse del contesto familiare o parentale, di quello professionale, sociale o ambientale: abbiamo comunque percepito la presenza di un certo meccanismo, sabbioso e inguaribilmente sporco, decisivo nel determinare la fortuna altrui e la disdetta nostra. Abbiamo incolpato l’inefficienza e la corruzione della politica, l’ipocrisia delle relazioni, la ruggine prepotente delle gerarchie fossilizzate da qualcuno (ma chi?) in assenza di alcun parametro di merito, ecc. Tutte situazioni che nel frattempo stagnano in attesa di un astratto "giustiziere", un super-eroe  che finalmente farà quadrare gli altrettanto astratti conti della giustizia. Questo bel romanzo comico e grottesco, di satira sociale, di plurilinguismo, dialetto e gergo locale, lascia un po’ l’amaro in bocca; chiudendolo rimane la sensazione che a una scrittura anche brillante non consegua molto altro, se non la descrizione di una negatività disillusa, forse un po’ sterile e fine a se stessa.

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Un romanzo nudo, senza mediazioni quello di Mastronardi. La provincia lombarda del boom economico fa da sfondo all’esistenza misera e cinica di un maestro di scuola elementare, il maestro Mombelli, che spinto dalla moglie abbandona la scuola per investire la sua liquidazione in una piccola fabbrica di scarpe. Un ritratto crudo e a tratti crudele di un uomo che subisce le trasformazioni sociali di quegli anni e cinicamente tenta di districarsi dalle vicende di vita che si troverà ad affrontare. La narrazione in prima persona del protagonista è resa ancora più cupa e grottesca, se si può, dall’utilizzo di un linguaggio gergale e dialettale che senza dubbio sbatte in faccia al lettore senza imbarazzi la realtà impietosa di quelle esistenze.  Un romanzo difficile da metabolizzare.

mariarosa*********@gmail.com

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Tra i due romanzi che mi sono stati assegnati di gran lunga mi è piaciuto Il maestro di Vigevano di Mastronardi. Il maestro Mombelli con tutte le sue contraddizioni e i suoi ripensamenti mette in scacco un ruolo, quello del maestro, e della società italiana del boom economico. Penso alla scena del romanzo quando si guarda allo specchio e più volte si chiede se quell’immagine dall’altra parte sia lui o uno che gli stia facendo una caricatura. Sì, forse, la caricatura è il punto centrale del romanzo. Essere la caricatura di se stessi. Vivere una vita in preda dei desideri degli altri. E poi la disfatta finale nello scoprire che il figlio, l’unico figlio su cui aveva puntato tutto si rivela essere ciò che non era. A differenza dell’Architetto Garrone de La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, il personaggio del maestro Mombelli ha più struttura e profondità.

massimo.g*********@virgilio.it

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Il libro che preferisco è Il maestro di Vigevano che, a differenza de La donna della domenica (certamente ben scritto e congegnato ma datato nel riferimento ad una borghesia torinese che credo abbia oggi cambiato pelle), ho trovato attualissimo.

La storia di un uomo comune e incapace di affermare le sue idee è condotta lungo un vortice discendente durante il quale perde il lavoro, i soldi della buonuscita, il rispetto e la fedeltà della moglie, la considerazione del figlio…insomma tutto. La lingua utilizzata è quella dell’italiano “parlato” con le inflessioni di Vigevano e con un tono monotono che infastidisce e avvince il lettore. I personaggi che incrociano la vita del protagonista sono provinciali e spietatamente banali, le vicende che capitano al protagonista sono sempre più bieche e mai che dal maestro di Vigevano provenga una reazione che superi il solo pensiero. Il “catrame” intride la vita di tutti e pian piano avvolge il romanzo con il suo appiccicoso conformismo e con l’accettazione supina di una realtà terribile e soffocante. Neanche la morte della moglie, che potrebbe essere occasione di nuova vita per il maestro, riesce a scuoterlo dal suo imbelle e passivo stile di vita.

Come dicevo, al romanzo di Mastronardi va la mia preferenza perché rappresenta, estremizzandola, una certa classe media che anche ai giorni nostri accetta passivamente che le cose vadano come vanno, attribuendo valore a persone (il collega furbetto, il superiore saccente, la moglie arrivista, il piccolo imprenditore vanesio…) e situazioni che sarebbero da contestare con forza; il piccolo uomo reagisce alle vessazioni con una reattività - a volte violenta - solo immaginata e mai agita, sotto i supposti riflettori di una società dal pensiero superficiale e dal comportamento egoista e mai solidale.

a.a***@iterego.it

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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