< Il male oscuro di  Giuseppe Berto (NeriPozza)

 

La mia scelta va a Il male oscuro.

Non l’avevo letto quando è uscito, quindi per me Berto è una scoperta.

Il racconto inizialmente spiazza per il modo in cui è scritto.

Poi questo flusso di coscienza ti affascina, ti prende e non sei in grado di immaginare una scrittura diversa.

L’autore si mette a nudo, come in una seduta psicanalitica, e racconta tutto di sé: l’infanzia, il rapporto conflittuale con il padre, la sessualità e il rapporto con le donne,  il suo lavoro di scrittore, il suo “capolavoro” che non va al di là dei tre capitoli scritti, la sua nevrosi, il tutto inserito nell’Italia degli anni ’60.

Grazie all’aiuto di un bravo terapeuta guarisce dalla nevrosi, ma la confessione della moglie che gli dice di avere un’altra relazione da più anni lo fa ripiombare di nuovo nel dolore e lo spinge a ritirarsi in un luogo solitario, rifiutando tutto e arrivando quasi all’identificazione con il padre, nell’accettazione della morte.

Un romanzo veramente affascinante.

un**@noroezocche.it

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La vecchia, il vecchio, il badogliano, il fascista. I personaggi di Fenoglio sembrano scolpiti, induriti e paralizzati nelle emozioni, pietrificati. Un paesaggio disumano. In primo piano un amore infantile, ossessivo, malato, e nello stesso tempo salvifico, sano. Quando pensi di padroneggiare le coordinate della storia, la nebbia cala veloce e non ti lascia più via di uscita. Avanzi alla cieca, tra parole attutite. Una frase non dimentico, perché carica di una forza indicibile: “Oh come stanno bene i miei poveri due figli, come stanno bene sottoterra, al riparo degli uomini...”.

Il “personaggio superfluo” di Berto invade subito la narrazione e, senza bisogno di punteggiare, le parole straripano in un flusso continuo. L’ipocondriaco si trasforma così in nevrotico ossessivo e compulsivo. Straordinaria la resa dell’argomentazione interiore e più di tutte mi conquista la disquisizione sull’opportunità di indossare le scarpe sdraiati sul lettino della psicoanalista.

Oggi, qui e adesso, forse perché il nostro tempo è affetto più di altri da personalità ipertrofiche diversamente disturbate, preferisco la scrittura scolpita di Fenoglio alla tracimante narrazione di Berto, ma il male oscuro non è certo sconfitto.

maria.******@tin.it

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Quando ho finito di leggere entrambi i testi, ho visualizzato immediatamente un paragone calzante con la storia di Esopo La lepre e la tartaruga. Una questione privata per tematiche, stile narrativo e lunghezza del testo, è la nostra lepre. E’ un proiettile che al 99,9% dei casi va a segno. Racconta l’Italia delle montagne e della Resistenza. Racconta la storia di uno studente, che è un partigiano e che si innamora, soffre e diventa geloso, proprio come qualunque altro ragazzo non solo della sua epoca, ma anche dei nostri giorni. Chi di noi non ha qualche “questione privata” che ha assolutamente la precedenza su tutto? La questione privata di Milton viene prima della lotta al fascismo, e il libro ce lo presenta con una sincerità disarmante e che agisce come un colpo di fulmine. Il male oscuro, invece, è la nostra tartaruga: lento, minuzioso, dettagliato. A metà del libro ci si chiede perché continuare, la partita è già ampiamente vinta e invece… Pur col suo lento passo, ti accorgi, alla fine, che il libro di Berto ha saputo pian piano conquistarti andando a toccare, a volte con delicatezza, a volte con impeto, tasti che sono propri di ognuno di noi, celati nel profondo e, spesso, così ben nascosti che non ci rendiamo nemmeno conto di avere. E’ la storia di un rapporto padre-figlio talmente tanto tormentato, da influenzare completamente la vita di questo figlio, l’autore, poiché parla in prima persona, anche dopo la morte del padre, anzi, soprattutto dopo questo lutto, che segna l’inizio di un senso di colpa verso il genitore, causa scatenante del “male oscuro” del figlio. Io, ben conscia della morale della favola di Esopo, ritengo che, anche in questo caso, la vittoria vada alla tartaruga e perciò la partita Berto-Fenoglio, a mio parere, la vince Berto.

annecchi********@gmail.com

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La partita Berto-Fenoglio si chiude con la vittoria di Beppe Fenoglio, per il motivo che Fenoglio si fa leggere, mentre Berto no. Intendiamoci, mi piace leggere come mi piace scrivere e posso capire che scrivere Il male oscuro abbia dato tanta soddisfazione a Giuseppe Berto. Mettendomi nei suoi panni, scrivere un libro, ma anche solo un racconto, con la tecnica del flusso di coscienza deve essere una impresa molto impegnativa, e quindi molto stimolante. Ma a me piace leggere storie, e quella di Fenoglio è una storia. Per essere sincero, una storia molto bella, anche se sviluppata in un modo un po’ troppo asciutto, per i miei gusti, e con un finale di sapore cinematografico che ormai mostra tutti i suoi anni. Berto, sincerità per sincerità, l’ho ammirato ma non sono riuscito a leggerlo tutto. Mi sono messo di impegno per i primi tre capitoli, ma poi ho realizzato che la mia mente si perdeva, in questo continuo borbottio, mettendosi a pensare per conto suo, come per risonanza. E allora ho letto l’inizio di ogni capitolo, smettendo quando partivo per la tangente, con l’eccezione dell’ultimo, per sapere come andava a finire.

Quindi, concludendo: Berto 0 – Fenoglio 1.

Quale sarà la prossima sfida?

antoni******@gmail.com

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Pur essendo due libri non molto distanti come epoca di pubblicazione, la loro diversità è profonda: il testo di Berto è di certo più moderno perché intriso della prospettiva intimistica della psichiatria dove il singolo è drammaticamente invischiato e schiacciato da un ripiegamento su stesso , in una dimensione di eterno presente, in cui il proprio vissuto e in particolare la figura paterna, sono sottratti al tempo passato, abitando come opprimenti fantasmi la mente e la parola dello scrittore, ma ciò costituisce anche il limite del libro. Ho preferito Una questione privata perché la ricerca del protagonista della verità su un amore perduto e del significato di un tempo  dilaniato dal presente, si fonde con toccante liricità nel contesto storico della resistenza, sfumando progressivamente in una più generale ricerca del senso dell’umano, nella cornice di un paesaggio desolato e fangoso, avvolto in una nebbia che inumidisce, confonde e nasconde i corpi e gli animi degli uomini coinvolti, e in quel bosco che nel finale ingoia il protagonista,  come una madre o una matrigna, si  appalesa il compimento di un destino che assomiglia all’ananke di greca memoria.

mazzare*******@gmail.com

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Preferisco Pasolini regista, riesce a tradurre la sua scrittura in immagini con maggiore efficacia e naturalezza, i personaggi e le ambientazioni sgorgano nei suoi film con spontaneità, nel romanzo meno; inoltre il suo uso di una lingua proletaria (anche se l’artificio riesce convincente per il suo innegabile talento) è pur sempre frutto di un’elaborazione intellettuale, di una sperimentazione laboratoriale, di un’assimilazione e non di un’appartenenza, come quelli che imparano una lingua straniera e la parlano in modo fluente, conservando però l’accento di provenienza. Giuseppe Berto no, ci conduce sulle montagne russe della sua vita interiore infantile, adolescente, adulta e matura con un flusso di coscienza che ci è al contempo familiare e sconosciuto: familiare perché, grazie alle sue parole, lo riconosciamo come nostro, sconosciuto perché è difficile dare voce alla propria autobiografica patologia. Da una parte, in Pasolini, riconosco il merito di aver dato voce a chi voce non l’ha nemmeno oggi, sulla scia di Giovanni Verga, dall’altra Giuseppe Berto ci racconta anche quelle voci proletarie, con poche pennellate precise, insieme alla sua metamorfosi interiore, alla ricerca di una risurrezione che, sebbene parziale, è comunque una conquista, una consolazione. E mentre in Pasolini non c’è speranza, Berto la fa baluginare di tanto in tanto, smontando e ricreando le malattie e i loro sintomi, gli amori, i soldi, la carriera, perché così è la vita, non una processione ineluttabile di discesa agli inferi, ma una concatenazione di Triumphs and Laments, per citare il fregio di Kentridge sul Lungotevere. Se Berto è Kentridge, nella sua diacronia, Pasolini è un Courbet, un Daumier.

concetti********@gmail.com

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Libro ostico, a tratti irritante, ma proprio per questo impossibile da abbandonare. La depressione raccontata dal punto di vista di chi ne soffre e va in analisi per tentare di guarirne, utilizzando uno degli strumenti classici dell’analisi classica : il diario. Il romanzo di Berto è strutturato come la trascrizione del diario terapeutico del protagonista, un protagonista che parla a ruota libera, cambiando argomento in corsa, snobbando la punteggiatura come se non stesse scrivendo bensì registrando i suoi pensieri, i suoi stati d’animo, i suoi fantasmi.

Nel condividere gli eventi che lo hanno portato al male oscuro e cercando di sviscerarli in cerca del bandolo da sciogliere per guarire, il protagonista ci tuffa con forza nella sua confusione esistenziale. Non sapremo con certezza se tutto questo lavorio è servito a qualcosa.

alessia.********@gmail.com

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Ragazzi di vita di P.P.Pasolini era da tanto che volevo leggerlo ed è stata una sofferenza. Il dialetto romanesco mi è entrato nella testa e mi ha tenuto saldamente a livello della polvere, le macerie, la miseria la sporcizia e la desolazione. Nessuna bellezza, nessuna tenerezza, avere o non avere come unica differenza.

Preferisco Il male oscuro di G.Berto che mi ha tolto il respiro alla ricerca di un punto. Un parlare ininterrotto e quello che dice è interessante, struggente, divertente e ho creduto a tutto, tranne alla fine, dove mi dicevo, tanto lo so che non è vero, che quel capolavoro tu lo hai terminato.  Bello, una rivelazione.

silvie******@gmail.com

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Quando una partita non può finire pari, gli sforzi per arrivare ad un vincitore si fanno estremi. Con due sfidanti monumentali quali sono questi due libri, la scelta del preferito è quantomeno ardua. Da una parte Pier Paolo Pasolini, con il suo raccontare rumoroso, pieno di vita, voci, persone e personaggi nel libro Ragazzi di vita. Dall’altra Berto, con il suo flusso di coscienza, una voce sola e solitaria de Il male oscuro. E poi entrambi schietti, senza giustificazione alcuna di fronte a sentimenti umani , anche se non propriamente e sempre  nobili. Nella loro diversità hanno in comune questa verità raccontata nuda, una realtà che può persino turbare nella sua sfrontatezza.

Il narrare la perdita del padre però mi porta ad essere più vicina a scegliere Il male oscuro come mio libro preferito tra i due. Lo sforzo continuo dell’autore nell’analizzare ogni pensiero, sentimento, moto d’animo che questo evento della vita  gli chiede me lo fa sentire più vicino e la lettura diventa una sorta di seduta psicanalitica piacevole, capace di far sorgere domande e analisi personali, che è ciò che in un libro vado cercando in questo periodo.

chic****@gmail.com

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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