< Il nome della rosa di  Umberto Eco (Einaudi)

 

Un giallo teologico dove il procedimento letterario della citazione, esibito dall’autore con disinvolta ironia, non dà completa ragione della complessa struttura del romanzo. Genere giallo, sì, ma intessuto di filosofia, storia, dispute sul monachesimo. E la trama è il pretesto per raccontare con elegante sapienza l’immaginario medievale: magico, mostruoso, metafisico, comico, bestiale. Umberto Eco che nel 1962 teorizzava l’ opera aperta, nel 1980 pubblica il suo primo romanzo che apparentemente non ha nulla a che vedere con la letteratura di neoavanguardia e col Gruppo 63 di cui Eco faceva parte. Ma Umberto Eco dice anche che “Il libro si sta scrivendo adesso attraverso le sue letture”.

Lo lessi quando uscì, l’ho riletto per il torneo di Robinson, lo rileggerei ancora.

Il nome della rosa è un’opera aperta.

gazzini*******@gmail.com

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Una biblioteca, una serie di omicidi, un’abbazia dell’Italia settentrionale. Il nome della rosa resta un grande romanzo, un virtuosismo letterario, un giallo costruito con maestria ambientato nel novembre del 1327. Le pagine racchiudono misteri, passioni inconfessabili e questioni filosofiche che accompagnano da sempre la storia dell’uomo. Si entra in contatto con gli istinti più bassi e le virtù più alte dell’essere umano. Si passa dalla più devota fede, allo scetticismo più terreno, transitando per la più irrazionale superstizione. Lo stile ricercato e complesso, direi gotico, fin dalle prime righe non avvicina alla lettura ogni tipo di lettore. Il mio pensiero è che in moltissimi hanno un volume della prima edizione di questo libro in libreria, ma non sono sicura che, dal 1980 ad oggi, tutti coloro che lo posseggono lo hanno letto fino alla fine. Consigliato a bibliofili ed estimatori del genere.

daniel******@gmail.com

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Voto il romanzo Il nome della rosa perché per me è un capolavoro. Nel romanzo si intrecciano tre piani di lettura che coinvolgono totalmente il lettore e che si declinano con maestria; l’aspetto storico, la raffigurazione precisa del periodo medioevale; l’aspetto filosofico delle dispute religiose e non solo; l’aspetto del thriller.

avenia******@gmail.com

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Due libri all’apparenza molto differenti: da una parte troviamo l’ilarità del Don Camillo di Giovannino Guareschi e dall’altra il mistero degli intrighi che ci propone Il nome della rosa di Umberto Eco. In presenza di personaggi legati al clero, si sviluppano le diverse vicende e l’indiscutibile certezza delle personalità che li caratterizzano. Le relazioni, in entrambi i casi, sono conflittuali; se nel primo si risolvono nel confronto, nel secondo il risultato è rovinoso e senza vie salvifiche. Ma il lavoro di Guareschi è quello che più ci avvolge, grazie a una grande ventata di positività e con l’accettazione di diversi ruoli sociali. Si gioca sul lato caricaturale delle persone, con una sorta di apprezzata bonarietà. Le storie di don Camillo scorrono leggere, supportate da immagini fantasiose, a incuriosire la lettura dei singoli sketch. Eco, al contrario, ci presenta un romanzo storico, un lavoro più macchinoso e  pretenzioso: Guglielmo da Baskerville non è per tutti.

mariz*****@gmail.com

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È una sfida impari, sul piano del testo e della trama, quella fra Il nome della rosa e Don Camillo: non c’è partita fra uno scritto complesso come quello di Umberto Eco, e uno ridotto all’ essenziale come quello di Guareschi; issato al piano della difficoltà di scrivere bene, semplice e scorrevole, raccontando gradevolissimi aneddoti, come fa quest’ultimo. È l’obiettivo che fa la differenza nella scelta dello stile, oltre, ovviamente, alla “cassetta degli attrezzi” in possesso dell’autore. A questo punto mi domando: come avrebbe scritto Umberto Eco un suo Don Camillo? Forse, molto impegnato a seguire i meandri della teologia e della dottrina, in cui per primo non lo avrebbe seguito il Cristo in croce della sua chiesa, l’arciprete di Ponteratto del semiologo si sarebbe trovato solo ad affrontare il compito arduo di deviare le coscienze semplici, ma perciò stesso autenticamente “cristiane”, del popolo del Mondo Piccolo, dal pericolo di abbracciare la nuova religione del socialismo scientifico, predicata da un accademico Peppone il quale ultimo avrebbe avuto gioco facile nella disputa, in virtù dei vantaggi immediati e concreti che avrebbe offerto ai compaesani, ma anche dell’aiuto dei compagni di partito sempre stretti nell’unione delle forze, a fronte delle incertezze che ogni teologia offre prima ancora di ogni verità. Obbiettivo fallito, dunque, se lo scopo di Eco fosse stato il medesimo di Guareschi, cioè dipingere un socialismo non demonizzato, ma un cattolicesimo più utile all’assetto e all’ordine pubblico negli anni delle incertezze politiche e sociali del dopoguerra. E Giovannino Guareschi alle prese con Il nome della rosa, cosa avrebbe prodotto? Non c’è partita, appunto. Pertanto vittoria netta a Guareschi: il suo romanzo medievale avrebbe perso qualche capitolo di fine dottrina, di dettagliata storia dell’eresia e dell’Inquisizione, di denuncia degli abusi del canone sullo spiritualismo apostolico, che ha segnato molti dei secoli della storia del cattolicesimo, di dettagliate descrizioni di ambienti e personaggi fin nel loro più intimo aspetto, in cui Eco fu maestro e di cui lo ringraziamo, ma, forse, l’autore parmigiano avrebbe arricchito l’intrico delle trame e dei delitti nel monastero benedettino di quella profonda leggerezza tipica delle sue terre che mirabilmente favorisce la divulgazione della letteratura ai più, e che invece l’austero contegno e la raffinata vis polemica piemontese, come le mura dell’abbazia, proteggono, impedendola.

ric***@virgilio.it

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Sono 7 giorni intensi in cui riflessioni intime su un vissuto lontano, pagine di libri veri, inventati, sognati, sapientemente manipolati, ci rendono partecipi di un processo di formazione di un giovane che scopre e ci lascia scoprire la vita nella sua incessante ricerca di equilibrio tra il divino e l’umano (il numero 7 dei giorni trascorsi nell’abbazia segna un percorso che unisce la triade divina con l’esistenza dell’uomo nell’era quaternaria) e tra gli umani stessi e le loro pretese di imporsi sugli altri o di difendersi dal buio della ragione. Nel libro si legge dappertutto, si legge anche sulla neve, che cade lenta per provare a proteggere i misteri dell’abbazia-mondo. È un labirinto di libri e di accadimenti in cui ci è permesso di muoverci liberamente, per perderci e ritrovarci, e uscirne rafforzati accettando i nostri limiti e le nostre debolezze.

fabiola*******@gmail.com

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Il piccolo Chico - grazie alla sua guarigione - convoglia mille lire nella casse di una Chiesa sita nella Bassa Pianura Padana anno 1947; un contadino allaga un campo impedendo la costruzione di una ferrovia; un ragazzo si deve accontentare di una corteggiatrice fantasma. Passato il prolegomena, inizia una collettanea di 36 mini romanzi sussumibili nel confronto - leale e costruttivo - tra il liberale Don Camillo e il socialista Sindaco Peppone. I due si confrontano sul piano etico, culturale e politico: al Centro Culturale “Casa del Popolo” di Peppone si contrappone “Il Ricreatorio Popolare” di Don Camillo, che sfocia anche sul piano sportivo. I dissapori tra i due attanti principali del romanzo si annacqua quando Don Camillo - per volere di Cristo - riesce ad evitare di rimanere ucciso da un potenziale omicida del paese. 

Preferisco nitidamente questo volume, a discapito de Il nome della Rosa. in quanto vi è in entrambi un ostacolamento della conoscenza  in senso popperiano (vista come offesa alla Fede e quindi all’onniscienza di Dio) e un attacco al progresso della tecnica visto come antitetico al mondo delle virtù secondo Aristotele. Ma - a differenza dell’opera di Eco che viene scritta in modo ampolloso ed opulento – l’opera di Guareschi si basa sull’umiltà e sulla piccolezza di gesti saggi: questa umiltà piccola e grande insieme, rintracciabile anche nel linguaggio semantico del Guareschi, rende ammirevole un concetto a noi contemporanei inaccettabile ossia un idillio all’ignoranza in cambio di enorme fiducia in Dio perché la cultura è fede non studio e l’intuito supera ogni impegno e conoscenza. 

Ne Il Nome della Rosa - anno 1327, luogo ricca abbazia benedettina ligure - il frate Guglielmo de Baskerville con il novizio Adso da Melk devono affrontare numerose morti presenti nel monastero. La causa è l’antico libro della poetica di Aristotele, intriso di veleno dal colpevole Jorge, che tenta di farlo leggere anche a Guglielmo che però usa i guanti evitando il veleno. Tutta la costruzione del romanzo è bizantina e narcisisticamente grandiosa e non rende con la dolcezza del Guareschi l’amore per la Fede come supremo Sapere.

laureti*******@gmail.com

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
L'iniziativa è riservata agli utenti maggiorenni. Per partecipare, registrati. Questo sito non usa cookies.
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