< L’inganno delle sciamane di  Fumiko Enchi (Safara)

 

Un po’ saggio è un po’ racconto, non riesce ad essere nessuno dei due generi. Quando cominci ad entrare un po’ nella successione degli eventi ecco che l’autore confronta due testi e l’interesse cala drasticamente, la storia degli intrighi di corte con un’infinità di parenti a vario titolo coinvolti ma mai approfonditi fa si che il testo risulti estremamente noioso e a tratti scontato..difficile arrivare in fondo.

Alessandra

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L’antefatto del libro di Enchi getta le basi per una narrazione tra saggio e romanzo; da qui si dipana una trama fitta di avvenimenti, personaggi intensi e ben costruiti, in una sequenza serrata che, se all’inizio spiazza il lettore (utile tenere traccia dei nomi reali/nomi fittizi e della relazione con gli altri personaggi), ben presto lo immerge in una “soap opera” alla corte dell’Imperatore Ichijō. Intrighi e mire politiche, tradimenti, la struggente storia di amore con Tenshi, la spietata, ma ammirevole, ambizione del Cancelliere Michinanga, c’è tutto quanto necessario per scivolare totalmente in una narrazione accattivante: tanto evocativa e fluida nella composizione, quanto intricata e appassionante nella trama.

Roberto Locci

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Comunque L’inganno delle sciamane l’ho trovato freddo e non coinvolgente. Per quanto il tratteggiare un periodo storico a me sconosciuto sia interessante, le vicende narrate con piglio di storicista mi hanno allontanato. Va detto che io non amo i saggi e raramente le biografie.

Giulia Belli

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La lettura de “L’inganno delle sciamane” mi ha suscitato le seguenti considerazioni:

nihil novi sub soli: ad ogni latitudine e longitudine, e in quasi in ogni tempo, il maschio ha sempre prevaricato la femmina;

alla prevaricazione fisica del maschio, la femmina è riuscita, spesso, a opporre la sua capacità di amare e la sua dolcezza;

il maschio si è illuso di avere dominato;

la femmina, anche senza volerlo, ha inciso sui destini che il maschio voleva indirizzare;

i sentimenti umani e gli scopi ai quali essi tendono, si ripetono nel tempo; lo stesso vale per le bassezze e per gli intrighi posti in essere, quale che sia li “livello” sociale nel quale essi vengono posti in essere. Anche per gli atti nobili.

Se avessi letto questo testo in un altro momento, diverso dall’attuale connotato fortemente dalla pandemia in corso, non avrei rilevato come, anche il periodo, al quale si riferisce la narrazione, sia stato attraversato da un’epidemia.

L’inganno delle sciamane, è un bel testo abilmente costruito, scritto e, suppongo, tradotto in maniera magnifica.

La narrazione di un certo mondo sottintende, sfiorandola appena, l’esistenza di un altro mondo, di gran lunga numericamente prevalente: quello della gente comune, del quale sembra non interessare niente a nessuno.

Nino Risuglia

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Ad essere sincera ciò che mi è piaciuto di più di questo romanzo è stato il logo della casa editrice, Safarà, abbastanza enigmatico da farti porre degli interrogativi, il che dovrebbe essere una delle attrattive della letteratura. Il libro della scrittrice giapponese Fumiko Enchi (1965), invece, non mi ha suscitato nessuna curiosità per un mondo, quello imperiale di un millennio fa, imbalsamato in una cappa asfissiante di ritualità e convenzioni di cui erano vittime persino gli imperatori, ma che lasciava tuttavia sufficienti spiragli per gli inganni e la crudeltà dei dignitari e dei loro accoliti. Soffocate dall’accumulo delle vesti, seminascoste da cortine di bambù e da grandi ventagli, le donne della corte vivevano delle vite prestate loro dalla tradizione e dall’interesse, per cui anche le rare ribellioni dovevano scontarsi con la morte. Un universo lontanissimo da me, non solo nel tempo e nello spazio, ma anche nel tipo di scrittura e di argomento, che ho trovato noioso e complicato da seguire.

Carla Perugini

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Non sono riuscita a terminare quello di Fumiko Enchi. Mi è davvero dispiaciuto non esserci riuscita,  ma ho trovato giusto esercitare il diritto sacrosanto del lettore di lasciare a metà un libro, se proprio non si trovano motivi per continuarne la lettura. Sono comunque arrivata a pagina 53 e posso motivare l’abbandono come segue: stile davvero troppo poco fluente e difficile da seguire. La trama stessa, per me, non meritava uno sforzo particolare per superare lo scoglio stilistico.

Intendiamoci, sono un tipo di lettore che non si spaventa davanti a scrittori che richiedo tempo e impegno per essere capiti,  ma ci deve essere qualcosa che spinga a perseverare nella lettura, altrimenti diventa un supplizio. Si tratta sempre di romanzi, non di saggi  (che comunque devono essere piacevoli, vedi la Storia d’Italia di Montanelli-Cervi, o i testi  di Le Goff).

Per quanto riguarda il libro di Mori Ogai: ho terminato il testo agevolmente, ma non mi ha colpito nè per la trama, nè per lo stile: non conoscevo questo scrittore e mi spiace dire che il libro non ha suscitato una curiosità tale per cui leggerei altre sue opere.

Forse ho trovato i testi così ostici perchè è la mia prima esperienza con autori giapponesi e magari ci vuole tempo per comprendere il loro approccio alla scrittura, o forse perchè sono troppo lontani dal mio gusto personale, non saprei proprio dire.

Camilla Grosso

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Per quanto riguarda invece L’inganno delle sciamane, ho fatto veramente fatica. È un trattato di storie giapponesi, sicuramente interessante per chi si occupa di tale cultura e letteratura, ma di alcun interesse a livello personale, quanto meno per me. La storia riuscirebbe anche a destare il mio interesse, ma bisognerebbe estrapolarla dalle mille interruzioni di spiegazioni e notizie storiche, che rendono la lettura difficile e frammentaria. Trovo sia un peccato perché se l’autrice avesse semplicemente ricostruito la storia, ne avrebbe ricavato un romanzo intenso, grazie ai personaggi resi quasi a tutto tondo, pur rientrando in un modello di fiaba.

Marianna Ferretti

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All’inizio il continuo confronto tra l’opera letta dall’autrice da bambina, il Namamiko monogatari (escamotage veramente riuscito per conciliare documenti storici ed immaginazione), e le fonti storiche mi ha rallentato nella lettura. Proseguendo invece la lettura ha preso il via e pur avendo ben distinti i due filoni ho ammirato l’armonia del tutto, la bellezza e la varietà delle descrizioni dei personaggi femminili: i capelli di Teishi, gli occhi e lo sguardo della falsa sciamana Koben e la determinazione di Toyome nel volere evitare che le figlie proseguano la tradizione dello sciamanesimo e con ciò scongiurare loro una vita infelice. Le protagoniste sono donne diverse in lotta, ognuna con i propri mezzi, caratteri e limiti, per la propria sopravvivenza in contrapposizione ad un mondo maschile rappresentato o da uomini deboli o accecati dalla passione (l’Imperatore Ichijō e l’ispettore Yukikuni) o da tiranni (Fujiwara no Michigana).

Angela Stoppini

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La vita di corte nel Giappone intorno all’anno Mille si sviluppa attraverso un faticoso incastrarsi di personaggi intriganti volti alla conquista del potere. In questo scenario quasi bizantino la figura della donna appare ora succube ora protagonista in una narrazione però troppo ostica e macchinosa nella costruzione letteraria. Non aiuta inoltre il continuo ricorso alla finzione intervallata ad una realtà spesso problematica che, in maniera assolutamente macchinosa, rende il romanzo di difficile lettura e comprensione. Un testo che non riesce a catturare il lettore ma che lo allontana dall’immersione nella storia.

Giulio Corrente

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Romanzo ambientato in Giappone nell’era Heian intorno all’anno Mille. La scrittura di Fumiko Enchi è a tratti vivace ed elegante come può esserlo la scrittura giapponese. Una danza che inganna l’occhio: verità storiche e finzioni letterarie compongono e scompongono questo romanzo tutto al femminile. In questo spaccato di vita alla corte dell’Imperatore Ichijo gli intrighi politici di Michinaga sono mascherati dal rito della possessione dove il falso spirito della Prima Moglie fa ammalare la madre dell’Imperatore, ma gli Spiriti in Giappone si vendicano e rovinano anche i piani meglio concepiti.

Lucia Gandolfi

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“Namamiko - L’inganno delle sciamane Safara” di Fumiko Enchi nella traduzione di Paola Scrolavezza è una storia antica che porta il lettore indietro nel tempo, immergendolo nell’epica giapponese. Il lettore viene introdotto gradualmente nella storia che trova il suo punto di riferimento reale nel testo “Eiga monogatari”, che racconta gli eventi più importanti della vita del cortigiano Fujiwara no Michinaga, di pari passo con il testo “Namamiko monogatari” creato dalla fantasia dall’autrice, che vuole essere ciò che oggi si chiamerebbe uno “spin-off”, o, come indicato nel libro “spigolature” all’Eiga monogatari. I due testi sono sempre in parallelo e la loro unione permette di avere finalmente una storia completa di ogni più lieve sfumatura: la vicenda racconta gli avvenimenti occorsi all’epoca dell’imperatore Ichijo, durante il cui regno vennero ammesse a corte due consorti imperiali. La consorte imperiale non era una moglie, ma una concubina “ufficiale” dell’imperatore, al di là di altre amanti non riconosciute. Il cuore della storia riguarda il complotto che il ministro Fujiwara no Michinaga ordisce contro la prima consorte Teishi, per favorire le attenzioni dell’imperatore su sua figlia, la seconda consorte. La trama di “Namamiko – L’inganno delle due sciamane” non riserva particolari sorprese, in quanto già sono resi noti nel prologo gli eventi principali, tuttavia rimane una lettura interessante che porta a immaginare la cultura e le usanze giapponesi di un tempo oramai passato, ma in cui era tenuto in gran considerazione l’elemento del soprannaturale. Le due sciamane del titolo, pur essendo cialtrone e agendo secondo le istruzioni del potente ministro, non riusciranno a ingannare i cuori puri dell’imperatore e di Teishi. Pur narrando di conflitti e di intrighi politici, il Namamiko è e rimane una grande stori d’amore.

Roberta Usardi

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Il libro di Murakami scorre agevolmente e l’ ho trovato scritto e tradotto molto bene (finalmente ritrovo un uso proprio della lingua italiana e della punteggiatura!). Il libro a volte coglie impreparato il lettore con brevi frasi apparentemente casuali, ma che sono delle piccole pepite di particolare brillantezza e spingono a riflettere.

Il racconto trascende l’ordinario, ma l’autore rende le esperienze trascendentali con una naturalezza spettacolare, facendole vivere come una realtà possibile. Ho sempre creduto nel potere della mente e amo l’idea che esistano dimensioni che corrono parallele alla nostra esistenza; per questo, veder descritto tutto ciò in modo tanto naturale, come se il racconto di un normale periodo della vita di un uomo che si riesamina e rimette in discussione, mi ha molto colpita.

Di contro, ho trovato il romanzo di Fumiko un po’ troppo ossessionato dal bisogno di realtà, con i continui richiami a testi "storici". A volte ho avuto più l’impressione di leggere un saggio sulle abitudini del periodo storico invece che un romanzo. Credo che questo sia un peccato perchè la lotta emotiva, accennata più che approfondita,  e le condizioni di vessazione psico-emotiva delle donne del racconto avrebbero potuto creare una maggiore eco nel lettore. 

Sara Volino

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“L’inganno delle sciamane Safara” di Fumiko Enchi non mi è piaciuto ed ho trovato abbastanza noioso e stucchevole il tentativo di voler mischiare la narrazione storica ed il romanzo, la quantità enorme di personaggi che si intersecano nella arida descrizione rendono il tutto di difficile assimilazione e trasfigurazione artistica. Forse non sono in grado di accettare ed entrare in un mondo così tanto diverso e per questo ostile, ma non dovrebbe essere la letteratura un veicolo universale di trasmissione? Sono stato in Cina sei mesi durante le riprese de “L’Ultimo Imperatore “. Narrazione storica di un passaggio culturale importante. Nella narrazione dell’inganno non c’è sentimento, non c’è anima.

Marco Carosi

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La mia preferenza è andata a Enchi per la sua capacità di creare un perfetto equilibrio tra realtà e finzione letteraria e per essere riuscita a trasportarmi con poesia ed eleganza nell’antico Giappone ( intorno all’anno Mille) alla corte imperiale. L’elemento femminile è il vero protagonista ( le due sciamane Ayame e Kureha, ma anche Teishi e Koben) e si fa veicolo del sovrannaturale. Un sovrannaturale carico di simbologia: dalla vendetta, al riscatto sociale, all’affermazione del proprio valore, alla pura espressione di sé. Dopo un primo attimo di smarrimento ( sto leggendo un saggio o un romanzo?) il lettore viene letteralmente ammaliato dall’universo raccontato da Enchi, dalla profondità dei suoi personaggi e dall’eleganza dello stile dell’autrice grazie al quale ogni parola si posa proprio lì dove dovrebbe stare.

Stefania Celesia

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In L’inganno delle sciamane quello che mi ha colpito è stata la forte

presenza femminile, pur essendo una storia ambientata in un periodo in

cui gli uomini avevano il controllo praticamente su tutto.

Silvia Gismondi

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Nel panorama di un Giappone tradizionalista si sviluppa una storia di amore e potere intessuta con rara e delicata maestria. L’Inganno delle Sciamane racconta la storia di Ichijo, un imperatore ancora acerbo e per questo ritenuto facile pedina nel gioco di potere del pernicioso Michinaga che manovra persone ed eventi come marionette, ignorando l’unica imprevista variabile: l’amore sincero del sovrano per la prima Consorte.

Le prime 30 pagine, non lo nego, sono faticose per l’ipertrofico uso di nomi e appellativi identificativi, anche tra loro simili ma, si sa, il libro si abbondona dalla copertina o non si lascia più. Ho pertanto perseverato trovandomi presto ad apprezzare non tanto la trama - che non mi ha rapita- quanto la modalità descrittiva e l’attenzione ai dettagli, elementi capaci di trasportare il lettore al momento narrativo soprattutto da un punto di vista sensoriale. Mi sono scoperta improvvisamente accarezzata dai capelli lisci e corvini della prima Consorte Teischi, stordita dai profumi della sua candida pelle e avvolta dalle sue sete preziose.  Proprio Teischi è un personaggio cardine che nella sua stasi crea il massimo dinamismo e che dimostra come anche in un Giappone imperialista una donna nei suoi silenzi e con le sue assenze riesca a essere il principale catalizzatore di eventi.

Ilaria Fagnani

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E’ un testo storico che esordisce citando la curiosità infantile mentre si  decifra un testo indecifrabile, con  repulsione e reverenza, mirata al senso e alla importanza della memoria.

Nelle giovani spose del testo si agitano emozioni,  i loro corpi  sono presi a prestito dalle divinità, la emozione traspare. 

Emergono i legami familiari, il ruolo delle donne, la sensualità traspare dai loro gesti,  dagli sguardi, dalle allusioni, dalla compostezza che non va persa.

E’ un  libro corposo,  denso, filmico, una esperienza sbalorditiva delle reazioni e delle relazioni a corte. 

E’ un  libro sui sentimenti celati ed espressi coi gesti, con le relazioni, tra   paura ed estasi, tra la pena della vergogna e quella della separazione dall’amore struggente.

E’ un libro sulla ossessione e sulle donne, per le donne , consolatorio e rigenerante come la tristezza.

Lo spirito tormenta le donne e gli uomini, lo sguardo domina gli umani e il potere politico domina i sentimen ti.

È un romanzo che ne legge e ne ingloba un altro, in  un’epoca storica di rigido protocollo sociale.

Prof.ssa Marta Castagna

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Ho scelto questo libro. Perché? Innanzitutto  mi sono lasciata catturare dalla suggestione della corte imperiale giapponese dell’anno mille. Una ricostruzione vivida di un mondo di raffinatezza e eleganza, dominato da arte e musica,  ma anche, come ogni corte, di ogni tempo, da intrighi e lotte per il potere, con tutto quello che segue: bassezze, servitori infedeli, gelosie, ascese e cadute repentine. Ho apprezzato la capacità dell’autrice di far immergere il lettore nella raffinatezza dei salotti imperiali, e, contemporaneamente, di andare oltre il semplice affresco estetizzante, facendo della vicenda narrata una metafora del potere di tutti i tempi. Mi ha, poi, colpito l’analisi psicologica: i personaggi, infatti,  pur se ingabbiati in ruoli ben precisi, si rivelano,  almeno molti di loro, caratteri di grande modernità, nelle tante sfaccettature e  lotte tra sentimenti contrastanti, riuscendo, così, a sfuggire allo stereotipo.

 

Lorella

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Affresco affascinante, anche se complesso, di un mondo straordinariamente ricco. Rivisitazione contemporanea di un mondo lontano restituito con grande rispetto, richiede una lettura attenta, ma mai faticosa. A dominare la scena sono le figure femminili, diverse e pur interdipendenti nel gioco dei sentimenti: soccombenti nel gioco della politica, vincono per la loro ricchezza interiore.

L’unico personaggio maschile che può stare a loro pari è il funzionario Yukikuni. Questo mondo, assai moderno ai nostri occhi, vive in un’atmosfera di penombre, di parole sussurrate, di gesti accennati, di versi delicati, che sottendono, però, dinamiche potenti, in cui il disagio dell’irrilevanza trova altri percorsi, anche autodistruttivi, per esprimersi.

Angela Fontana

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Troppe volte mi ha costretta a rileggere alcuni passaggi, l’ho trovato meno scorrevole e soprattutto, troppo ricco di nomi che si somigliavano troppo, facendomi perdere così troppe volte il filo del racconto. La storia, inoltre, non è delle più innovative a mio parere. È un po’ la storia di invidie di potere, di inganni e di sotterfugi, dove un giovane riceve una carica troppo grande per lui forse, troppo giovane ed inesperto, con una donna più adulta che a qualcuno non va bene. Alcune parti le ho trovate interessanti, quasi degne di un libro di genere thriller, come quando la domestica sembra avere una possessione demoniaca, che poi si rivelerà una enorme falsità attuata per sabotare l’amore dei due giovani. Anche il finale non mi ha sorpresa. La sola cosa che mi domando è dove finisca la realtà e dove inizi la finzione in questo libro, che in ogni caso non rileggerei e non mi sentirei di consigliare.

Nadia Boioni

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Dichiaro fin da subito che preferisco muovermi, da lettore, nei sordidi viluppi del crimine giapponese raccontati egregiamente da Tanizaki Jun’ichirŌ piuttosto che nella tortuosa ricostruzione operata dalla Enchi di un testo dell’era Heian, intervallata di continuo da riflessioni, ricordi, congetture, elucubrazioni storico-letterarie che rallentano la lettura e ne disperdono il piacere. I sei “Racconti del crimine”, al contrario, brillano per acume ed eleganza, e merita senz’altro una segnalazione lo strano caso di Tomoda e Matsumaga in cui la contrapposizione Bene/Male viene traslata in quella Oriente/Occidente.

Carlo Floris

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Una storia dal sapore antico, che si articola intorno ad una storia d’amore, che mescola verità, finzione, intrighi, rivalità politiche, riferimenti al mondo delle sciamane e ai temi del soprannaturale. La trama si concentra attorno a Ayame e Kureha, sciamane al servizio dell’imperatore, che mettono in scena una possessione spiritica (una credenza popolare questa risalente al periodo Heian, che vedeva le donne protagoniste di episodi in cui lo spirito si poteva involontariamente staccare dal corpo e colpire una persona). Non sempre di facile lettura, questo romanzo di Fumiko Enchi racconta la condizione di subalternità e il disagio delle donne del passato.

Giulia Vesco

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Il libro è di una ricchezza straordinaria e può essere apprezzato a diversi livelli. Il racconto storico (l’ascesa politica dello spietato Michinaga intorno all’anno Mille) si intreccia alla finzione: l’autrice sostiene di avere ritrovato un antico manoscritto, a cui si ispira. Attraverso lo stile di un monogatari (genere letterario proprio di quell’epoca), Enchi critica le norme oppressive di una società patriarcale, e rilegge la storia come se a cambiarla fossero le donne, le quali possono però esprimersi solo attraverso riti che rendano socialmente accettabile la loro differente sensibilità: la possessione da parte di spiriti viventi. Insomma, storia, filologia, indagine letteraria, ricerca sociale, spunti antropologici, critica femminista, raffinatezza estetica si mescolano in un testo davvero denso.

Sabina Spada

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