< La bella indifferenza di  Athos Zontini (Bompiani)

Qui di seguito le recensioni di LaBellaIndifferenza raccolte col torneo 'nar' (tutte le fasi)

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Il romanzo"La bella indifferenza" mi è sembrata senza dubbio più originale per la tematica trattata.
Il libro, caratterizzato da una prosa fluente, ma non banale, ci spinge a riflettere sulle nostre scelte di vita, sull’autenticità delle relazioni e sui nostri bisogni.
Gurdare e non vedere davvero, solitudine, indifferenza sono i temi che mi sembrano più interessanti.
Il tratto un po’ surreale è sicuramente ben fuso con la "prsunta normalità"

Gisella Turazza

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"La bella indifferenza " è il libro che ho preferito.
Mi è piaciuto molto lo spunto "magrittiano" e soprattutto il fatto che il protagonista riesca a vedere i volti solo tramite la fotocamera del cellulare. Non è solo il fatto che Ettore si è affossato nella routine e nella mancanza di emozioni, ma che nella società attuale si è perso troppo della vera socialità sostituita dai social, non ci si guarda più per davvero...

Antonella Fagherazzi

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Grigiore e noia per 250 pagine. Romanzo ripetitivo e scritto male da un autore che non si pone il problema della noia generata nel leggere "Xanax" o "manichini" decine di volte. Mi viene il dubbio che l’autore intenzionalmente voleva annoiarci con la storia che ci ha propinato. Se è così, ha centrato lo scopo. Ho letto il finale perchè curioso di un possibile colpo di scena. Purtroppo sono stato deluso. L’idea che la vita moderna e il consumismo sfrenato alieni l’individuo non è molto originale. Non si arriva mai all’angoscia generata dai personaggi di Kafka o dai borghesi di Moravia. I borghesi ritratti dall’autore sono stereotipati. Sono borghesi privi di vissuto, nessuno scavo psicologico per giustificare i loro comportamenti. Leggere che la vita di un commercialista è grigia e che preferisce il silicone delle bambole al rapporto con gli uomini trasformati in manichini mi risulta banale perchè non è giustificata dalle premesse.

Enrico Zanchetta

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Ci sono molti spunti interessanti ma non sempre sfruttati a pieno: la malattia che si infiltra nella vita e la sgretola, il popolusimo come malattia della ragione, lo straniamento e l’alienazione come orizzonti della vita odierna. Purtroppo la stessa indifferenza che affligge il protagonista contagia in diverse pagine anche il lettore.

Marco Lera

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L’Ultimo Ebreo

MARTA RONDI

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Zontini sceglie una scrittura semplice e diretta, spietata e priva di orpelli stilistici per trascinare il lettore all’interno delle viscere di un inquietante malattia mentale che coinvolge il suo protagonista. Descrivendone dettagliatamente l’evoluzione, mostra con estrema nitidezza la triste pochezza che dilaga nella società attuale.
Da un momento all’altro, all’improvviso, Ettore non riesce più a vedere i volti delle persone, al suo posto, un vuoto. D’un tratto diventano tutti manichini, come lui stesso li definisce, visibili solo attraverso la fotocamera del suo cellulare. L’angoscia e l’incredulità legata al suo stato, lo porterà a cercare disperatamente una spiegazione possibile o a trovarne una soluzione. Capirà, poi, che il suo è un disturbo psichiatrico che piano piano si acutizzerà e lo divorerà, sconfinandolo, senza pietà, in una triste solitudine.
Zontini ci racconta cosi, con assoluta originalità, il mondo. Manichini, appunto, abili ed interessati solo a sfoderare l’unica arma che posseggono, il loro svilente cellulare. L’unico io-esterno che conoscono, l’unico ponte che hanno con quello che si illudono sia il mondo fuori da sé. Appiattiti in una disperata ricerca dell’apparire, schiacciati e traditi da loro stessi, gli uomini appaiono null’altro che gregge, una lobotizzata massa omologata e standardizzata. Senza volto e senza personalità , uomini e donne si svendono, in serie, al discount del vivere quotidiano. Senza niente da dire, se non mostrare, le stesse esatte cose dell’altro seduto accanto a loro al tavolo delle ovvietà, senza nemmeno conoscerlo quest’altro ed interrogarsi su chi sia. Uomini e donne in costante escalation con l’ostinazione del possedere ed esibire, stare sul pezzo, illudersi di fare la cosa giusta solo perché è “cosi che si fa”.
Zontini è riuscito magistralmente a regalare una fotografia cruda e crudele della realtà attuale. Ho rincorso con passione e fervore le pagine, ad una ad una, in attesa però che accadesse qualcosa. Non sono sicura che attendessi il lieto fine, ma ho sperato in una svolta, ho sperato qualcosa di diverso per Ettore, una mano tesa, forse, che lo raccogliesse, un ramo a cui aggrapparsi, seppur con flebile tensione, nel flusso di quelle non-coscienze. Ed invece solo una feroce ed ineffabile indifferenza che annichilisce ed appiattisce o semplicemente definisce, tristemente, l’essere umano.

Ilaria Liccardo

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non male l’idea di fondo (a parte Cecità di Saramago......) peccato la conclusione un pò affrettata e che in un certo senso, non motiva tutta la narrazione precedente

Amelia

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Ettore Corbo, serio e stimato commercialista, perde all’improvviso la capacità di vedere i tratti dei volti delle persone, vedendo solo gusci d’uova sopra manichini. Comprensibile che il suo mondo cada a pezzi, non riuscendo nemmeno a riconoscere le espressioni della moglie.

Un uomo triste, che sicuramente è insoddisfatto della sua vita a tal punto da innescare un disturbo di conversione: non vede le persone perché non tollera quello che vede. Per tutta la vita ha fatto finta di nulla, soffocando i suoi veri impulsi per accontentare gli altri, finendo per non saper più riconoscere il desiderio.

Il cervello, come il corpo umano, è una macchina che funziona benissimo, sta a noi ascoltarlo. Ettore si rifiutava in qualche modo di ammettere di avere un problema, da qui il corpo che lo forza, mettendolo di fronte ai conflitti: “non lottare più, assecondare quel grido disperato che gli stava lanciando il suo corpo.”

Ho cercato per tutto il libro un “ma” senza trovarlo. È una storia tanto surreale quanto verosimile, che potrebbe in effetti succedere a chiunque nella società moderna. Comprensibili paura e ansia, ben descritte nelle varie situazioni. Tragicomiche le situazioni in cui cerca di “vedere”, come quando butta le suppellettili, salta sulla macchina del vicino o si toglie qualche sassolino sulla paternità di Mauro.

Resa molto bene anche l’indifferenza. All’inizio sono la famiglia e i colleghi a soffrirne, senza che nessuno si accorga del problema, senza che nessuno gli chieda se sta bene. Ma nella seconda parte, quando ormai Ettore è abituato alla malattia, è lui che diventa indifferente. In parte perché non può riconoscere le espressioni facciali e in parte perché diventa come asettico nei confronti di una società che non può e non sa aiutarlo. Mi sarebbe piaciuto approfondire il ruolo di Claudia, forse l’unica con un pizzico di umanità e probabilmente la prima a notare che c’è un problema.

Stona un po’ il finale ma semplicemente perché speravo per Ettore Corbo un lieto fine e non una lenta discesa nella pazzia. Non è il mio genere ma lo rileggerei volentieri e soprattutto, lo consiglierei.

Giulia G. Molinari