< La lettrice della stanza 128 di  Cathy Bonidan (DeaPlaneta)

 

La lettrice della stanza 128 di  Cathy Bonidan mi  ha conquistato per il candore e la sensibilità della scrittura. Da lettrice che ama l’incertezza e accetta il rischio, ho raccolto la sfida di Anna-lise Briand,  la protagonista,  e mi sono buttata a capofitto nel racconto,  che si dipana attraverso il gioco combinatorio delle lettere che i protagonisti pervicacemente si spediscono, incuranti di ogni netiquette della comunicazione ai tempi dei social.  Le lettere ci conducono nella trama investigativa architettata dalla protagonista alla ricerca divertita e divertente  del romanzo  perduto, piena di inciampi,  riconoscimenti  e agnizioni.  Come avverte in esergo la scrittrice, questo libro è dedicato a tutti i libri che abbiamo letto e che leggeremo. Perché è questo il ruolo dei libri: catturare i lettori nelle loro  trame iperreali  e prolungarne le vite.

lilianal********@libero.it

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Un romanzo epistolare a più voci, incontri fortuiti, affinità elettive e un mosaico di tessere che pian piano troveranno il loro collocamento. Il tutto intorno al ritrovamento di un manoscritto: l’ideale per chi ama i libri. È un romanzo scorrevole, di compagnia, ma che non sorprende. La trama è forse un po’ troppo lineare: la ricostruzione dei fatti avviene senza particolari intoppi, vicoli ciechi o suspense. Insomma, tutto va esattamente come deve andare e senza sorprese. La scrittura, il tono delle missive, sembra essere ricercato e formale, forse alquanto scollato dalle forme colloquiali in uso nel periodo in cui è ambientato il romanzo (2016).

Il risultato complessivo è piacevole anche se non sorprendente.

lilainwond**********@gmail.com

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non mi è piaciuto. Se non avessi dovuto leggerlo per poi scriverle un riscontro in merito, anche in funzione dell’altro libro assegnatomi, probabilmente non lo avrei finito. Invece l’ho finito quasi senza accorgermene, dunque non solo per scelta di rimanere fedele alla missione, ma anche perché dopo un po’ - devo ammetterlo - la lettura procede scorrevole e rapida, senza attenzione tuttavia, almeno da parte mia: la lettura non sconvolge mai, anzi, è tutta atta a capire chi sia questo misterioso autore della seconda parte del romanzo in oggetto. Con questa osservazione voglio dire che la scrittura è fluida, discretamente veloce e ritmica - cosa che senz’altro è un punto a favore del testo - ma il finale è poi prevedibile e scialbo, commovente ma senza smuovere nulla dentro. Non c’è paragone con il romanzo di Del Amo, a mio avviso, anzi mi è impossibile quasi capire perché mi sia stata assegnata proprio questa coppia di libri. Per Parigi? Per il paese di Quimper, che compare come luogo natale di Gaspard in Un’educazione libertina e poi, nel romanzo epistolare della Bonidan, si guadagna una microscopica menzione in merito ai suoi souvenir? Non so. La circoscrizione geografica compresa fra Parigi e Quimper, o per meglio dire la Bretagna in questo secondo caso, è percorsa dalla narrazione in modalità completamente diverse rispetto al romanzo precedente. La lettrice della stanza 128 è un testo corale ed epistolare, una scrittura sulla scrittura come tesoro perduto: il finale e amputato di un manoscritto misterioso fa nascere una compagnia di amici e trova anche un finale positivo, romantico, dove nell’ultima pagina la narrazione si chiude con tre puntini di sospensione. No, non mi piace, mi risulta sterile. Mi ha lasciata insoddisfatta per una serie di banalità e ingenuità del testo messe in bocca ai personaggi, ad esempio: il fascino british di WIlliam e il suo codardo da misterioso giocatore di poker (mah), la testardaggine di Lisou e la sua emancipazione di madre, i litigi con il cugino al lavoro, il carattere umorale e diffidente della complice Maggy, l’amica di questa poi, Agathe, che - com’è ovvio, cito a p. 24 - è una gran ammiratrice di Agatha Christie. Ma perché? Non è ovvio, secondo me, affatto.

Insomma, no: il libro di Cathy Bonidan non mi ha convinto dall’inizio alla fine, e la cosa che mi ha disturbata di più nella lettura sono stati proprio i numerosi cliché presenti in ogni punto delle "indagini" svolte durante la narrazione. Eppure, si legge all’inizio, i fatti da cui la vicenda trae spunto sono (quasi) veri: cioè il lettore viene informato che solo nomi e luoghi sono stati modificati dall’autore. Questo dovrebbe quindi, in parte, annullare il giudizio che vede nel testo poca realità e convizione della trama? Mi sono fatta questa domanda, mentre scrivevo il mio parare sul testo: sebbene lo trovi scorretto, rimane un appunto che può essermi fatto in merito al mio giudizio.

E allora veniamo al linguaggio: si pensi alla scrittura di Del Amo riguardo la Parigi afosa in estate, a inizio libro, e alla breve descrizione fatta dal personaggio protagonista Anne-Lise a pagina 129: basta questo a decretare la vittoria assoluta di Un’educazione libertina. Le piccole verità autorivelate come "cosa ci aspettiamo dagli uomini se non la certezza che non potranno mai capirci" non sono sufficienti a scrivere un buon libro. Fra l’altro, non capisco proprio perché questa citazione sia stata scelta per la quarta di copertina dall’editore.

Grazie dell’opportunità di leggere entrambi i testi. Il torneo di Robinson si conferma e rimane il mio sport preferito della Quarantena/2020.

francesca.**********@gmail.com

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Bello, si legge di seguito, col desiderio di finirlo, anche per quel po’ di suspence che crea, ogni poche pagine uno svelamento. La struttura non è nuova, scambi di lettere, ma trova la giustificazione nell’argomento. Trovo alcuni difetti, forse mi sarei aspettato di più: uno è il finale un po’ troppo prevedibile, gli innamorati si ritrovano o si scoprono; l’altro è che sono tutti empatici, intelligenti, ironici e autoironici, buoni, ma uno stronzo non ci stava ? anche non proprio, un po’ appena cattivo; il terzo è che tutti scrivono con lo stesso stile, lo stesso uso educato, quasi raffinato delle parole, la stessa attenzione al testo, non dovrebbero pensare e scrivere un po’ diverso uno dall’altro ?, le lettere sembrano tutte scritte dalla stessa persona, come è.

salvator********@gmail.com

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Con semplicità ed ironica affabilità K. Bonidan ci fa immergere nel pensiero degli uomini e delle donne, nella lettura delle loro parole dove si aprono le porte che conducono ad esplorare la possibilità di essere autenticamente gentili, facendo finta che non esistano le diversità, gli errori e le aspettative tradite.

Non è mai troppo tardi per vivere e poi, rivivere, non è mai una seconda scelta, quanto piuttosto il premio che il destino riserva agli audaci del cuore. I protagonisti di questa storia sono accomunati  dalle traversie di un manoscritto la cui vicenda, di animo in animo, riaccende una luce con la curiosità verso un finale da scoprire che ci tiene lì, fino all’ultima parola, ad annusare finalmente il profumo delle cose.

roberto*******@na.camcom.it

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Una lettura leggera, semplice, senza alcuna mira da romanzo epistolare, in generale senza alcuna mira. Tanti personaggi che parlano tutti (troppo) con la stessa voce e che sono persino tutti (troppo) simili, una storia un po’ zuccherosa, ma neanche troppo. Un po’ come i bigné surgelati del Lidl, sanno di poco, ma sono bellini e se uno proprio non ha tempo di fare un dolce vanno anche bene. Una commedia pomeridiana che scorre in televisione, cominciata da qualcun altro, perché se fosse stato per me non l’avrei scelta, ma che insomma mi sono seduta sul divano e me la sono letta tutta fino in fondo. Poi certo, una volta finita la sensazione non è né di volerlo avere per risfogliarlo, né di regalarlo o di condividerlo. Se mi chiedono “Mamma, cos’è che leggevi oggi?” forse rispondo “Una storia un po’ complicata di lettere, di un manoscritto ritrovato per caso, nulla di che”. Non ho trascritto alcuna frase e se domani ripenserò ai personaggi probabilmente avrò scordato i nomi.

irenesa*******@gmail.com

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Non conosco l’autrice ed ho affrontato il libro proposto dopo la lettura di "Sete", per pura casualità.

Ho scoperto, con sollievo, che mi trovavo di fronte ad un epistolario. Li amo. Iniziai da ragazzina con Gramsci, Lettere dei condannati a morte della resistenza, Fallaci, John Fante, Foscolo, Ginzburg e tanti altri…

Dalla radio che seguivo e seguo costantemente ho imparato a conoscere lettere di “Eleuterio e Sempre tua” di Paolo Stoppa (grande attore) e Rina Morelli. Ero talmente incantata che il primo anno di Università andai a vedere una riduzione teatrale al Teatro Eliseo di Roma.  Insomma le lettere rappresentano uno stratagemma dello scrittore per dare voce a più protagonisti e con un accorgimento molto strutturato, permette al lettore di conoscere i vari punti di vista sulla medesima situazione.

Il libro nasce dal ritrovamento di un manoscritto, quindi siamo di fronte ad un meta-libro, un libro che parla di un altro libro, un libro costruito sui personaggi che leggono un manoscritto non pubblicato.

La lettura diventa intrigante e si snoda sulla trama alla quale ho appena accennato unendosi ad un ordito ben organizzato: una catena di eventi che portano al disvelamento dei vari personaggi, legati dalla lettura e, soprattutto, dalle conseguenze di tale lettura.

Avanzando nella lettura il pensiero va a quei libri in cui all’inizio (o alla fine) sono elencati i personaggi e le relazioni tra loro (tipo L’Amica Geniale); sarebbe stato bello avere anche una cartina, una mappa dei luoghi in cui vivono i protagonisti. Quante volte ho letto Markaris seguendo le vicende del commissario Charitos sulla mappa di Atene!

Dopo la lettura ho cercato di tracciare la mappa che dalla stanza d’ albergo Beau Rivage n. 128 a Mar d’Iroise, attraversando Parigi, e posti dai nomi poetici (Lainville en Vexin, Le Conquet, Lozere) arriva a Montreal per poi tornare indietro nelle mani dei due scrittori. Sì, il manoscritto ha due autori, la prima parte, fino a pag.156, è scritta da un uomo Sylvestre, la seconda da una donna Claire.

Nel libro i numeri sono presenti: tutte le lettere riportano in alto la data di stesura, tornano continui riferimenti al numero delle pagine dove trovare determinati contenuti, si contano 88 lettere di cui l’ultima indirizzata a sé stessa: la donna che dà inizio alla ricerca dal ritrovamento del manoscritto. La donna, Anne-Lise, si rivela un vero e proprio demiurgo: intesse una rete di relazioni a distanza che riesce a trasformare in incontri collettivi che coinvolgono tutti i protagonisti della vicenda compresi quelli che sono in sottofondo ma comunque determinanti per la riuscita della storia. Penso al marito di Anne-Lise che non ha voce ma sostiene la ricerca svolta dalla consorte, alla responsabile della casa di cura che mette a disposizione delle informazioni preziose, al postino che avvia una relazione d’amicizia con uno dei protagonisti, destinatario delle lettere di Anne-Lise.

Insomma una trama che si dipana con leggerezza ed intelligenza; i personaggi assumono via via personalità precise, crescono nel coinvolgimento della ricerca delle tracce lungo il percorso del manoscritto, scritto nel 1983 e ritrovato nel 2016. Ognuno ha affrontato un cambiamento nella propria esistenza dopo aver letto il manoscritto, ognuno ha fatto i conti con i propri errori ed ognuno ha assunto decisioni importanti.

Colpisce la delicatezza con la quale Anne-Lise entra nella vita degli altri, offre sostegno e riconoscimento a tutti. Probabilmente è la persona più stabile di tutti con un unico problema legato alla condivisione di responsabilità di lavoro con un suo cugino, diametralmente opposto a lei per indole e personalità.

Vengono introdotti alcuni temi interessanti: la ricerca giovanile de “Il Libro”: “So­gnavamo un testo la cui lettura potesse dissipare la pena dei cuori infranti, spezzare l’odio che proviamo per l’igno­to, scacciare le nuvole che adombrano prematuramente visi ancora giovani, il testo in grado di innescare incontri improbabili e indimenticabili tra le persone…Ho abbandonato quell’uto­pia da trent’anni, ma quando entro in contatto con le per­sone che hanno letto il libro di Sylvestre, ritrovo il mio entusiasmo di lettrice e la fiducia nel potere delle parole”. Molti di noi hanno affrontato testi più o meno importanti alla ricerca di risposte, di punti di vista. Anne–Lise espone così il significato, l’opportunità, la bellezza della lettura. Chi ama leggere deve dedicarsi, permettersi il tempo per farlo: occorre una vita contemplativa, senza fermenti, senza fretta per giungere ad essere un “folivoro”, (mangiatore di fogli?) come viene definito da Sylvestre.

Non conosciamo il testo del manoscritto, lo intuiamo. Del contenuto abbiamo solo un piccolo assaggio a pag. 92 e capiamo che si tratta di una storia d’amore, iniziata da un ragazzo per poi scoprire che il testo è stato completato dalla donna che egli amava. La lettura del testo, come già detto, provoca in tutti i protagonisti una reazione di grande coinvolgimento, di profonda riflessione sulla propria vita e di spinta al cambiamento. Tutti hanno vissuto esperienze dolorose, il mosaico delle loro esistenze si compone di lutti, abbandoni, separazioni, sconfitte. Solo l’amore che ha spinto i due autori a comporre il manoscritto riesce a compiere un giro completo, trascinando tutti i personaggi che ritornano a vivere, abbandonando incertezze e paure.

Il punto debole del libro, a mio parere, si rinviene nell’ultima parte: dalle lettere che vengono scambiate si avverte un’inesorabile finale positivo: tutto si ricompone, le tensioni si allentano mano a mano per sfociare nella celebrazione dell’amore. Scompare la nebbia in cui si nascondevano i protagonisti, splende il sole. Insomma un finale tra il new age e Frank Capra.

Resta l’impianto ben articolato, l’intreccio ben congegnato delle lettere e la considerazione che tale epistolario sarebbe improponibile in Italia per i tempi lunghi di consegna della posta. Ben 88 lettere nell’arco di tempo che va dal mese di aprile al mese di ottobre 2016 per 8 mittenti/destinatari!

In realtà i due libri proposti da Robinson non mi hanno appassionato per lo stile ed il contenuto. Alla fine della lettura ho trasgredito: ho cercato su Google le copertine dei due libri. “Sete” riporta l’immagine dell’autrice, “La lettrice della stanza n. 128” riporta l’immagine di una donna con bigodini con una grande lente da investigatrice su di un occhio… Entrambe non mi sono piaciute, perché prive di totale attinenza con il contenuto dei libri. Peraltro Anne-Lise è una donna che si occupa di attività editoriale mentre nella copertina viene suggerita l’immagine di una casalinga che occupa il tempo per una ricerca “ostinata”. Girando tra gli scaffali di una libreria non li avrei scelti.

mari****@alice.it

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La lettrice della stanza 128 è una storia che comincia da una scoperta: quella di un manoscritto abbandonato. Anne-Lise, chi lo ha ritrovato, scriverà a Sylvestre, l’autore, che le svelerà la straordinarietà della sua scoperta sicché il malloppo di fogli non è stato affatto abbandonato, ma è stato smarrito dall’autore oltre trent’anni prima. Caparbia, Anne-Lise avvierà una ricerca a ritroso per scoprire tutte le mani in cui si è imbattuto il manoscritto. Una ricerca che non potrà far altro che svelare un appassionante segreto. La lettrice della stanza 128 è un libro stuzzicante in cui non si indovina dove finisca il fato e dove cominci invece quell’arcana volontà che hanno alcuni libri di farsi trovare e di attirare il lettore più adatto a perpetuare i ricordi che contengono.

anto_*****@libero.it

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Un romanzo dattiloscritto ritrovato in una stanza d’hotel mette in moto una ricerca che intreccia le vite di molti personaggi, segnate tutte dal misterioso libro. La vicenda si snoda attraverso le lettere che l’instancabile “protagonista” scrive con voluttà, imitata dagli altri, che per un motivo o per l’altro snobbano mail, telefonini e chat. Contenti loro, e anche noi: è un romanzo piacevole e ben congegnato, dallo stile leggero e mondano, per amanti dei libri oltre che delle lettere. Forse non ha lo stesso potere di cambiare la vita del dattiloscritto della stanza 128, il cui contenuto rimane misterioso; però tiene buona compagnia.

leat****@yahoo.it

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È un romanzo epistolare polifonico che provoca empatia con i protagonisti. Sollecita la magia dell’attesa delle lettere e lascia spazio all’immaginario del lettore. La verosimiglianza e l’autenticità degli scambi epistolari sono coinvolgenti. Il rinvenimento di un manoscritto in un albergo dà luogo all’avventura che si traduce in missione. Il ritmo delle lettere distende il tempo e i frammenti dei molteplici sguardi dipingono un quadro aperto agli eventi. Come la penna sfiora il foglio per deporre le sue parole, così le diverse voci dei personaggi si incrociano per tessere la trama.

Il romanzo ha ritmo, si legge in modo fluido e provoca il desiderio di proseguire tutto di un fiato. I passaggi delle lettere producono curiosità, empatie e nella presentazione dei personaggi e dei luoghi ci si sente immersi nel contesto epistolare e questo suscita emozioni. La verosimiglianza degli eventi investe anche la sfera sensoriale di chi legge: si godono le sensazioni quali gli odori, i silenzi, gli sguardi sui paesaggi e perfino i gusti. La sintassi semplice rende i messaggi chiari e diretti come fossero scambi verbali in presenza. Fa gustare le attese negli intervalli delle risposte e offre così un tempo di riflessione personale che invita poi a scoprire il senso.

giuli*****@fastwebnet.it

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Ho amato questo romanzo dalle prime pagine, la curiosità di conoscere il segreto racchiuso nel vecchio plico trovato in un comodino di

un delizioso hotel della costa bretone, mi ha rapito.

La protagonista è una redattrice, semi proprietaria di una casa editrice, abituata a leggere manoscritti di ogni natura. Anch’essa viene sedotta

dal mistero che circola intorno al libro, scoprirne l’autore e capire chi ha scritto la seconda parte... perché infatti dalla pagina 156, la scrittura

appare diversa.

Da qui nasce un epistolario con tutte le persone coinvolte, un epistolario che porterà tutti gli attori a conoscersi, a scoprire e a riscoprire

l’amore. Tutti quelli che leggeranno il manoscritto verranno colpiti dalla storia d’amore e a loro volta inizieranno un epistolario...così via via

fino alla fine quando il segreto verrà svelato e avrà fatto incontrare tutti i personaggi che a quel punto saranno diventati tutti amici.

Bella la scrittura, bello l’aver ritrovato un epistolario cartaceo così raro in questi tempi...si secondo me un romanzo è in grado di avvicinare le persone.

 

c.mag*****@siephoto.com

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È un libro molto gradevole. A prima vista può sembrare un po’ fatuo, mentre invece non lo è perché è in grado di smuovere sentimenti profondi. Si basa su un’idea semplice, ma efficace:  i libri hanno un potere terapeutico sulla vita delle persone e chi legge costituisce una comunità. Attraverso una corrispondenza fatta di lettere ‘vere’ consegnate dal postino, s’intrecciano le esistenze di coloro che sono venuti a contatto con un manoscritto che si è mosso nel tempo e nello spazio. Alla fine ogni individuo troverà una propria dimensione di felicità e magicamente il cerchio si chiuderà riportando chi legge alla storia iniziale che ha determinato il manoscritto. Giudizio: Delizioso e assolutamente consigliato.

terid*****@gmail.com

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Testo in apparenza leggero, scritto con una verve accattivante anche se non sempre originale. L’esordio appare inoltrare in una vicenda umana abbastanza banale; la protagonista trova un manoscritto abbandonato in una stanza d’albergo della costa bretone, dove si trova in un breve momento di ripresa. La sua curiosità la sospinge a leggere questo testo, che la conquista per la sua intensità. È dalla lettura di questo testo, corredato da una chiosa, che si snoda tutta la vicenda, raccontata attraverso un susseguirsi di lettere in cui la ‘lettrice’ cerca di risalire all’autore o autrice originario, in un avvicendarsi di scambi e relazioni che porteranno a conoscerne i protagonisti attraverso un certo grado di suspence. Testo garbato, che fa emergere attraverso lo scambio epistolare caratteri e vicissitudini complesse, rimanendone tuttavia sempre piuttosto al margine e lasciando spesso indovinare. Un divertissement, direi, ma anche metafora, forse, del valore della lettura: questo manoscritto di cui non avremo mai testimonianza diretta, e che sembra salvare tanti.

licia*****@hotmail.com

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Fin dal primo momento, leggendo le lettere della "grafomane" Anne Lise, nella mia mente si è materializzata una musichetta, un allegro andante simile a quei sottofondi che si sentono guardando certi film/commedia americani, una musichetta che si è inevitabilmente sempre accesa durante tutta la lettura. La vicenda narrata, cioè ritrovare un dattiloscritto nel cassetto di un comodino di una stanza d’albergo ai limiti dell’Europa e cercare di scoprirne  i vari momentanei possessori a partire dall’ultimo, è qualcosa di curioso, che può fare chi è annoiato o ha molto tempo libero. Si tratta di un’avventura limite che per la maggior parte di noi, nel momento in cui, per esempio, si è acquistato un usato su una bancarella e si è trovato un appunto a margine di una frase, si conclude giusto con un pensiero su chi potesse essere il vecchio proprietario del testo che si ha tra le mani. Eppure, nonostante la fitta interazione epistolare tra personaggi, la storia non decolla e si adagia su un morbido materasso da soap opera, con amori che iniziano, situazioni di incomprensione che si risolvono e malattie che guariscono. Tutto appare immerso in una dolciastra idealizzazione, tra case da rivista di arredamento e luoghi da fotografia sparsi tra Bretagna, Parigi, Londra e altri posti nel mondo. Da salvare alcune frasi d’effetto (una l’ho adoperata come stato di Whatsapp).

carlopescec***********@gmail.com

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Si tratta, a mio parere, di un romanzo di intrattenimento, più che di un testo che lascerà il segno. Il formato dell’epistolario, oltre che poco innovativo, mi è parso a tratti più d’ostacolo che di beneficio alla lettura, e neppure la trama mi è sembrata molto originale. Comunque ho trovato interessante l’idea di far dipendere lo sviluppo delle vicende dal potere della letteratura di unire e formare nuovi legami. Insomma, porterei molto volentieri con me questo libro sotto l’ombrellone, e leggerne qualche pagina prima di dormire, come d’abitudine per la protagonista, è stato piacevole. Non sta certo a me giudicare cosa renda "grande" un libro: penso però che un requisito fondamentale sia far sorgere qualche interrogativo nel lettore. Per quanto sia stata una lettura gradevole, La lettrice della stanza 128 non mi ha spinto a grandi riflessioni.

francesc********@gmail.com

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Non ha titolo, non ha corpo, non se ne conosce la consistenza né il contenuto. Questo è il protagonista del romanzo di Cathy Bonidan. Un libro con cui i personaggi di questo romanzo vengono tutti in contatto. Un libro che cambia improvvisamente la visione della loro vita spingendoli inevitabilmente a farsi avanti per affrontare finalmente quei fantasmi, quei fallimenti o quelle tragedie che in un modo o in un altro hanno attraversato la vita di ognuno di loro. Un libro non finito con un potere taumaturgico su chi lo legge, degno di un re francese.

Un manoscritto abbandonato o lasciato in un cassetto di una camera d’albergo innesca la ricerca del misterioso autore del romanzo non finito. Lise, la nostra nouvelle Poirot, si getta anima e corpo per scoprire l’identità dell’autore e quando lo trova vuole sapere come è potuto arrivare in quella camera d’albergo in cui lei ha soggiornato ed in cui l’ha trovato. La cui lettura l’ha scossa da una vita di routine.

La sua più che una ricerca diventa una missione, a volte quasi un’ossessione. Vuole e pretende che ognuno si renda disponibile alle sue richieste. Non accetta rifiuti o dinieghi e quando li riceve non li prende bene. Sta cercando una sua serenità, ha capito che quel libro può dargliela ma ne deve conoscere la storia. Il desiderio di coinvolgere più persone nella ricerca, a volte, la fa apparire egoista, anche il suo uso continuo del lei nelle lettere ne lascia intravedere la distanza che tiene dagli interlocutori. Tutti, tranne l’amica di una vita Maggy.

Un manoscritto abbandonato innesca un romanzo epistolare con tutti i crismi del genere: amori non vissuti, amori ritrovati o pronti a nascere; tragedie personali che segnano la vita, con separazioni e allontanamenti voluti, subiti o cercati; ed un mistero attorno al manoscritto ritrovato di cui però è facile intuirne l’esito durante la lettura. Un esito un po’ scontato a dire il vero. Una storia che si sviluppa tra mittenti e destinatari di missive tra cui nascono amicizie. Tanto profonde che ognuno di loro apre il proprio passato agli altri confessando le proprie tragedie e i propri limiti. Ma è anche un circolo ristretto quello delle persone che hanno accesso al manoscritto.

Nel finis Africae di un monastero benedettino, Eco rinchiude un libro che nessuno doveva leggere proprio perché la sua lettura avrebbe dato una visione del mondo totalmente nuova, in cui il riso avrebbe permesso di affrontare la vita in modo diverso e si uccide per impedirne la lattura. Anche il romanzo della stanza 128 è un libro che si trova in un Finistère, in Bretagna, questo però è un libro che tutti, visti i poteri che ha, dovrebbero leggere. Ma è un libro di cui non ne conosciamo il contenuto o la storia. Perché quel libro che ci può cambiare la vita probabilmente è già su una nostra mensola o ci aspetta su una bancarella o in una libreria o da qualsiasi altra parte. L’importante, una volta trovato, è leggerlo e farsi cambiare.

grassi_f********@alice.it

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Ha tutti i limiti del romanzo epistolare dopo l’800. Ottimo per la collezione Harmony o una fiction italiana dove tutto accade senza giustificazione ma mai coinvolgente per un lettore moderno che non sia la Cuccarini. La ricerca di un distratto dopo 33 anni non mi ha convinto e pur apprezzando qualche uscita di Maggy ho fatto fatica a finirlo. Inoltre a chi si fa prendere dalla trama e partecipa alla ricerca non viene concessa la soddisfazione di trovare il tesoro. Sono lieto che il libro sia stato accolto bene ma spero che questo non significhi che sono tornati i Pooh.

fsa***@gmail.com

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Anne-Lise è l’anello forte cui ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di agganciarsi quando sentiamo il bisogno di una ventata d’aria fresca, colei che squaderna i mondi possibili dall’ermetismo impossibile di un episodio di vita quotidiana: il ritrovamento di un manoscritto nel comodino di una camera d’albergo. Quante sono le possibilità che l’intrigo, anche un po’ pettegolo, di manifestarsi all’autore dia il via ad una catena di eventi rocamboleschi che ripercorrano a ritroso il cammino trentennale di un testo per metà anonimo, per giunta? Una conclusione al confine col fantasy e ciononostante commovente, quasi ad anello, in un intreccio di lettere, incontri, eventi e stravolgimenti che ci fa fare capolino nell’universo inesplorabile dei nostri se, però, altrimenti, chissà. Un omaggio al dono della lettura, alla distanza minima tra un libro e ciò che libra da esso (e che buffa coincidenza scrivere questa mail nel giorno della Liberazione!).

Questa scelta diventa sofferta nel momento in cui mi accorgo – per quanto abbiamo bisogno tutti ogni tanto di ristorarci nella prosa discreta, limpida e veloce di una Bonidan, nella gioia di ascoltare qualcuno che ogni tanto ci ricorda che c’è bellezza intorno a noi – di non poter fare a meno di una letteratura che mi sprofondi, che turbi le acque serene di chi è a un passo dall’indifferenza verso le guerre vicine. Scopro di aver bisogno di un’opera come Serotonina antifrasticamente, per confermare l’inestimabilità di un valore che chiede conferma, presenza, partecipazione, fede: la fratellanza.

Probabilmente non sarà un caso che tutto questo stia a cuore ad una quasi ventisettenne di San Marcellino, zona di periferia che resiste a spegnersi, a metà tra Caserta e Napoli, dove studia Filologia Classica, col suo fermo proposito di fare dell’indagine sul passato il senso di un mestiere futuro (si spera non per sempre precario, oibò!).

florianat*********@gmail.com

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Il sincero fastidio provato inizialmente di fronte all’invadenza e alla completa mancanza di tatto che contraddistinguono la protagonista Anne-Lise ha presto lasciato spazio al solidarizzare con quelle che in realtà sono le sue doti: caparbietà e schiettezza. Perfetta lettura di evasione per il momento in cui ci troviamo, “La lettrice della stanza 128” è stata una piacevole compagnia. È un esempio perfetto di quei racconti in cui alla fine tutti gli elementi trovano il proprio posto e tutto raggiunge un perfetto equilibrio. Il messaggio più importante, che forse si perde nella conclusione quasi fiabesca di sogni d’amore coronati e misteri risolti, è che in certe occasioni i libri possono davvero cambiare le nostre vite.

ester.******@gmail.com

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Un manoscritto ritrovato per caso nel cassetto di una camera d’albergo va a finire nelle mani della persona giusta. Accanita divoratrice di libri, Ane-Lise è tanto sognatrice quanto determinata e vuole assolutamente scoprire quale storia si nasconda dietro la stesura di quel romanzo. Donna attenta e curiosa non le sfugge il fatto che all’interno ci sia l’indirizzo dell’autore al quale decide di restituire il manoscritto.

L’episodio si trasforma in un’avventura dai toni giallo investigativi, la cui unica regola è comunicare attraverso le lettere.

Con l’obiettivo di raggiungere l’ultimo anello della catena che ha collegato tutti i proprietari temporanei del manoscritto, ha inizio una strana e affascinante corrispondenza che, in un percorso a ritroso, coinvolge tante vite connesse tra loro.

Man mano che la ricerca procede, si scopre che il manoscritto ha sempre lasciato il segno nella vita di chi l’ha avuto tra le mani, come se avesse un potere taumaturgico.

Elegante, vitale, poetico, in questo romanzo c’è tutto il romanticismo francese.

In fondo il vero protagonista qui è l’amore, quello che brucia ma non dura, quello impossibile che condiziona una vita intera, quello in cui la ragione vuole a tutti costi proteggere l’anima ignorando che da qualche parte l’epilogo è già stato scritto.

Tra pagine di atmosfere incantevoli che si irradiano da Parigi fino alla Bretagna la narrazione si materializza nell’immaginazione come una sequenza di quadri dall’inconfondibile pennellata impressionista. La scrittura è fluida e leggera, così piacevole da leggersi tutto d’un fiato.

livia.******@gmail.com

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La protagonista del secondo libro è una donna che opera nel campo editoriale che si imbatte in un manoscritto anonimo, del quale vuole ad ogni costo conoscere l’autore, anzi gli autori. Il romanzo si snoda attraverso una fitta corrispondenza che la protagonista intrattiene con i vari personaggi che nel corso degli anni hanno avuto, chi più chi meno, a che fare con il manoscritto. Questi stessi personaggi hanno avuto o avranno i loro destini segnati dalla lettura di questo manoscritto e l’autore (non a caso una donna) vuole dirci quale è l’importanza dei libri e quanto peso abbiano le parole scritte nella nostra vita.

Proprio perché penso che sia necessario non perdere mai la speranza, in particolare in questo periodo di minaccia estrema da Covid-19, voto senz’altro per il secondo libro cioè: Cathy Bonidan La lettrice della stanza 128

dema****@alice.it

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