< La lingua di Trump di  Bérengère Viennot (Einaudi)

 

Nella lettura di “ La lingua di Trump” di Bérengère Viennot, ci si accorge già dalle prime pagine che l’autrice non fa sconti!

Viennot si addentra nei difficili registri della parola e sa descrivere perfettamente il senso d’impotenza e di predominio culturale-linguistico che la sua figura avverte, “si lavora nell’ombra” dice. Accompagna il lettore nel “dietro le quinte” di una professione considerata “invisibile”, quella della traduzione nel mondo editoriale ma anche della comunicazione-informazione online, e lo informa, con precisione di dettagli, sul difficile lavoro di interpretazione dei messaggi, della capacità di saperli veicolare il più fedelmente possibile, della capacità di far passare gli stessi. Tutto ciò può comportare “la possibilità di rivedere la propria modalità di lavorare” sul discorso politico, specialmente di fronte a un personaggio di notevole carisma e risonanza mediatica come Donald Trump, capace di attirare a se simpatie e antipatie, capace di innescare reazioni emotive a fronte di alcuni suoi discorsi politici e non, capace di provocare scalpore. Attraverso la penna di Viennot, precisa e ricca di spunti che inducono a riflettere, si va un po’ più a fondo nella comprensione di una figura come il Presidente degli Stati Uniti d’America e delle dinamiche sociali, politiche, culturali che ogni giorno si apprendono dai media. Emerge così un Trump, responsabile di una comunicazione politica che “snerva” coloro che si apprestano a tradurlo in un’altra lingua (cosiddetto isterismo del linguaggio) e, non da meno, la difficoltà (ma questo vale per tutti gli scrittori che si traducono) di capire il “contesto”, di conoscere chi è di fatto la persona che si traduce (grande lavoro di empatia), di non riuscire a trattenere le proprie emozioni, sensazioni di fronte a certe dichiarazioni o comportamenti. Insomma per chi traduce: un “saper essere” prima di un “saper fare”!

palermoe********@gmail.com

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Veemente pamphlet giornalistico-femminista, così appassionato e ben scritto da farsi leggere tutto d’un fiato.

Prosa intelligente, scrittura musicale, e l’irresistibile ironia di una giornalista di talento, mordace e acuta.

Un Trump ridicolo, rozzo e feroce, indagato senza pietà e ricostruito con coerenza da romanzo, con l’inevitabile, amarissimo finale, definitiva riflessione su un americano “peccato originale” dagli esiti radicati nella coscienza collettiva e dal sinistro potere di fascinazione verso certa Europa contemporanea.

mirella*******@gmail.com

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Bérengère Viennot, in La lingua di Trump (ed. Einaudi, pag. 104, euro 14,00), ricorre all’ironia per un’analisi del linguaggio proprio di Donald Trump. Illustrate le difficoltà per chi opera in contesti giornalistici/politici, l’analisi filologico-linguistica fa emergere un profilo psicologico di un Trump caricatura di se stesso. Acutissima l’attenzione a quanto l’impatto di un linguaggio deumanizzato incida sui conflitti sociali. Inoltre la critica al coinvolgere non-pertinenti autorità religiose da parte di chi ricopre cariche laiche. Incisivo e non parenetico il richiamo alla responsabilità collettiva.

giulia.s********@gmail.com

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LA LINGUA DI TRUMP di Bérengère Viennot è un libro snello ma molto denso. La scrittrice mette dapprima in luce le trappole in cui incorre un buon traduttore per poi affrontare, in maniera diretta e senza sconti, la dialettica e l’uomo Trrump. Mette a nudo, nelle poche pagine che il libro consente, tutte le problematicità che il modo di essere e di fare politica del nuovo inquilino della casa bianca ha. Scrittura veloce e precisa, quasi prendendo di petto, usando talvolta le stesse armi, ma in maniera molto più efficace, infilando una serie di pensieri logici, trasparenti ed efficaci adatti al nostro tempo che aiutano a riordinare gli eventi sconvolgenti accaduti dalla nomina a presidente degli Stati Uniti.

maurizio.*********@gmail.com

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Ho apprezzato la modalità scientifica con cui Bérengère Viennot ha affrontato l’argomento, facendo una disamina ampia e convincente del La lingua di Trump, lingua che rivela le caratteristiche e i limiti del personaggio. Studiando i suoi testi dal punto di vista privilegiato del traduttore che ne deve restituire il significato vero che va oltre il significante, l’autrice effettua una sorta di autopsia linguistica dei discorsi del presidente. Ne emergono tutti i mali congeniti a questo corpo di parole, tanto povero quanto aggressivo, privo di ogni volontà di seduzione ma teso solo ad ammutolire sostenitori e avversari, non disdegnando i colpi i bassi della contraddizione e della falsificazione dei fatti.

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Innanzitutto si tratta di un libro che non avrei mai scelto di leggere. L’argomento non coglieva il mio interesse immediato, sono soprattutto una lettrice di narrativa, con tutta probabilità non l’avrei mai letto altrimenti. L’autrice argomenta coerentemente, sa di cosa parla, è senz’altro capace di fare il suo lavoro, possiede l’esperienza necessaria a trarre conclusioni apparentemente solide. Il concetto di base è soltanto uno, a ben guardare, e viene ripetuto con innumerevoli esempi, traendo la medesima conclusione da varie sfaccettature – tesi peraltro moderatamente angosciante anche se temo completamente condivisibile, a mio personalissimo parere. E’ stata l’occasione per dar un’occhiata più accurata alle ‘news made in USA’ ed accorgermi di come davvero gli schieramenti siano necessariamente diventati nettissimi. L’ho letto volentieri, lo giudico un testo interessante.

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Tradurre Trump: impresa che parrebbe semplice ma non lo è affatto, perché rendere in un’altra lingua la grettezza d’animo, la povertà di pensiero, la limitatezza dell’individuo è opera difficilissima. Ma Viennot ci riesce bene, ci fa entrare anche attraverso interessantissime notazioni sul lavoro di traduzione in un racconto di avventure promettenti, quasi un thriller, dove l’assassino è Trump che purtroppo potrebbe diventare il modello per futuri serial killer della stessa specie.

Non dobbiamo quindi sottovalutarne l’impatto: la violenza delle parole è contagiosa, come un virus.

renato******@gmail.com

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Leggere, per poi scegliere, La lingua di Trump ha voluto dire innanzitutto doversi piacevolmente ricredersi: non pensavo che un libro di questo genere potesse affascinarmi al punto da preferirlo ad una narrativa anzi, confesso che a leggerne il titolo è sorta un po’ di delusione prediligendo altri generi letterari appunto. Priva di qualsiasi forma di oggettività, che avrei trovato estremamente noiosa, attraverso la sua grande capacità argomentativa (ad avercela!) e la forte pregnanza linguistica, lapidaria in alcuni punti, Viennot siede di fronte alla sua lettrice, la guarda dritto negli occhi e le mostra la realtà dei fatti senza cerimonie, costruendo un’analisi accurata del profilo di Trump, di cui il linguaggio costituisce in realtà solamente un punto di partenza: attraverso un semplice tweet del presidente infatti, si spazia da una sfera all’altra di quello che potrebbe rappresentare la breve frase; dal politico al culturale, nessun aspetto viene tralasciato in questo vortice di parole che ingloba in sé l’intera America, restituendo un’immagine di cruda realtà fortemente contrapposta al mito del sogno americano. Leggere La lingua di Trump significa analizzare e mettere in discussione una figura politica che a noi italiani non può non interessare e che non può non rimandare alle nostre cariche politiche ma soprattutto a quel populismo in cui troppo facilmente ormai si sfocia: ed è questo il motivo che spinge la mia coscienza a scegliere questo libro accantonando i miei gusti letterari prediletti.

ross.v******@gmail.com

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Una divertente descrizione della povertà di linguaggio e il deserto culturale dello squallido tycoon che ha conquistato la Casa Bianca; ma non solo, in 100 pagine presenta una eloquente serie di: furbizie, volgarità, astuzie, aggressioni, e tecniche propagandistiche ispirate al Terzo Reich.

L’autrice non si fa scrupolo di manifestare il proprio profondo disprezzo per il personaggio descritto: certamente questo suo lavoro sarà poco gradito ai sostenitori di Trump, ma non si può dire che lei assuma atteggiamenti faziosi: la realtà descritta è di per sè assai eloquente e non si presta ad interpretazioni ambigue.

La Viennot, pur cimentandosi con un argomento in sé povero e squallido, riesce tuttavia a divertire il lettore: le note a piè pagina, con le necessarie citazioni delle fonti, evitano di interrompere la elegante narrazione che scorre veloce: il libro si può leggere facilmente in un weekend.

tor***@gmail.com

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Il saggio di Viennot è fresco, agile, combina solidità d’argomenti con leggerezza narrativa.

Già il titolo spiega al lettore dove si va. Viennot ci fa entrare in America attraverso una porta d’accesso privilegiata: la traduzione. Ci racconta, empaticamente, l’ardua missione di una seria traduttrice professionista alle prese con la frustrante impresa di lavorare con un universo linguistico nuovo, fatto di semplificazioni, errori sintattici, frammentarietà, espressioni violente, razziste, sessiste, estraneo a ciò che ci è stato insegnato a sulla lingua efficace.

Accompagnando il lettore tra disarmanti battute, La lingua di Trump insegna la radicale importanza di non farci distrarre dalle nostre risate di presunta superiorità morale, invitandoci invece a riflettere sulle infantili valutazioni binarie dei discorsi dell’ultimo presidente americano perché capaci, da un lato, di creare un mondo che gli somigli e, dall’altro, di rivelare la condizione prima che ha reso possibile l’approdo di tale linguaggio alla presidente americana: l’essenza mendace del principio di eguaglianza dichiarato all’atto della fondazione degli Stati Uniti, ovvero la prima delle fake news.

*Una nota di merito va al grande lavoro fatto dalla traduttrice, Stefania Ricciardi: non era facile tradurre un testo rapido e leggero come questo, che tratta proprio di quell’arduo mestiere che è la traduzione, con la sua fatica fisica, il suo lavoro di contestualizzazione, e lo studio infinito, frustrati dall’incomprensibile invisibilità che avvolge questo mestiere essenziale.

maur****@hotmail.it

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Il linguaggio di Trump utilizzato per comunicare e convincere milioni di elettori americani ad eleggerlo il presidente degli Stati Uniti d’America, è il focus del libro. L’autrice, che di mestiere è una traduttrice, ha una scrittura molto piacevole, l’opera affronta argomenti interessanti e tristemente attuali.

Le modalità di comunicazione e di fare politica di Trump oggi sono sempre più diffuse nel mondo occidentale e elettoralmente purtroppo hanno “successo”. Il suo linguaggio, semplice, ripetitivo, infantile e mai complesso per scelta, ben riassunto in una frase del libro “la sintassi di Trump alterna semplicità estrema e assurdità totale” ha stravolto codici e certi cliché rispetto ai canoni classici di comunicazione politica a cui eravamo abituati.

Trump e tanti altri politici attuali, per fare breccia nelle menti del loro elettorato, utilizzano un linguaggio che esclude il politicamente corretto, considerandolo negativo e ipocrita, pur sapendo il rischio che comporta dire tutto ciò che ci passa per la mente, soprattutto quando si è il presidente degli Stati Uniti D’America.

cristiano*********@gmail.com

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Con la sua penna caustica ma efficace, Bérengèr Viennot si cimenta in questo saggio in un compito arduo ed inedito, riuscire a dare contezza della sconcertante rivoluzione che l’avvento di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti ha portato nel linguaggio per tradizione paludato della comunicazione istituzionale. Attraversando, in un crescendo di stupore ed incredulità che tiene inchiodato il lettore pagina dopo pagina, la volgarità, la grettezza, l’ignoranza, la banalità che caratterizzano il codice comunicativo del Presidente in carica, l’autrice pone in realtà questione ben più ampie, che riguardano il rapporto stesso tra linguaggio e democrazia e il pericolo, fondato ed attuale, che la violenza verbale trovi, se amplificata dal megafono del potere, un facile sbocco nella violenza sociale.

piede*****@gmail.com

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Questo libro mi ha molto colpito. Se non ne faccio la mia prima scelta nel torneo che lo oppone a Questa è l’America di Costa è solo perché credo sia meglio leggerlo subito dopo.

Non voglio con questo proporre una contrapposizione tra fatti ed opinioni. Anche il libro della Viennot porta molti fatti, ma dal particolare punto di osservazione di una linguista e traduttrice professionale che esprime anche forti opinioni.

Gli stranieri che seguono la politica americana attraverso resoconti redatti nella propria lingua sono parzialmente già informati dei forti cambiamenti che Donald Trump ha portato nel discorso pubblico, come la sua inclinazione ai tweets e alle frasi lapidarie. Molta politica anche a casa nostra si è affermata con un linguaggio audacemente semplificatorio ed ha raccolto consensi incoraggiando la propria base elettorale a chiudere gli occhi dinanzi ai problemi più scomodi.

Cose c’è dunque che già non sapevamo? Ebbene, quando si passa ad esaminare le interviste di Trump o i suoi discorsi, la stampa americana può cavarsela con il virgolettato, mentre la stampa estera è costretta a tradurre le sue frasi. Nello spiegarci che tradurre Trump è spesso un’impresa l’autrice ci rivela che il nodo è la sintassi: l’insieme di regole che ci insegnano a scuola per comporre frasi di senso compiuto mediante composizione di parti logicamente collegate.

Il problema della traduttrice è che molte frasi di Trump ignorano la sintassi, cosa non evidente al pubblico che ne legge resoconti nella propria lingua, dove il senso che mancava è stato per forza immesso dal traduttore dopo aver immaginato cosa l’oratore volesse comunicarci.

Evidentemente il senso arriva comunque ai suoi destinatari, e dunque questa analisi potrebbe sembrare la reazione indispettita di una professoressa di Inglese armata di matita rossa.

Eppure non siamo minimamente tentati di chiudere il libro, perché si dispiegano dinanzi al lettore due ipotesi inquietanti: una è che il presidente degli Stati Uniti d’America soffra di una forma di dislessia che impedendogli la lettura potrebbe influire negativamente nella sua capacità di acquisire e ponderare informazioni complesse, l’altra è che gli oltraggi alla sintassi e alla logica siano più o meno consapevolmente strumentali alla imposizione di forme e pratiche comunicative che impediscono un libero dibattito basato su argomentazioni logiche e informazioni obiettive.

Naturalmente potremmo non preoccuparci più di tanto, facendo conto su un eccesso di pessimismo dell’autrice o sulla capacità dell’elettorato americano di non ripetere lo sbaglio rieleggendo Trump per un secondo mandato. Invece, quando la Viennot ci ricorda la lezione di Orwell (1984) e Klemperer (La lingua del Terzo Reich) che hanno identificato proprio in certe forme distorte della comunicazione un fattore decisivo nella affermazione delle terribili dittature del Novecento, ci chiediamo se non sia davvero possibile, nel nostro mondo iperconnesso, che torni di nuovo a prevalere la lingua dell’odio e della prepotenza.

Il libro si chiude con un capitolo in cui l’autrice abbandona la linea dell’analisi linguistica per dare libero campo alla propria visione secondo cui La lingua di Trump non è che “l’albero che oscura la foresta”, ed il sogno americano null’altro che retorica nata già all’epoca della Dichiarazione di Indipendenza e tuttora alimentata per non fare i conti con il passato di violenza e sopraffazione nei confronti dei nativi e degli schiavi africani. Consiglio anche a chi non condivide le considerazioni finali di non privarsi per questo della lettura del libro.

marcello.*********@gmail.com

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Il breve saggio scritto dalla traduttrice francese Bérengère Viennot ci introduce nel complesso mondo della politica americana analizzando il linguaggio del suo attuale presidente. Lo fa con un’ironia e una capacità di coinvolgimento che mi hanno conquistata. L’autrice utilizza a questo scopo numerosi esempi presi dal colorito vocabolario trumpiano. Non ricco quel vocabolario, ma difficile da tradurre pur nella sua semplicità perchè nulla ha a che vedere con i canoni usuali del linguaggio politico; e, come dice la Viennot, non basta una buona conoscenza del contesto, ma bisogna “osare”, avere coraggio per tradurlo. Perché dietro quel linguaggio semplice (abbondano le ripetizioni di “good”, “bad”, “great”), spesso si cela un messaggio povero se non addirittura inesistente; e dietro parole volgari e violente spesso si nasconde un pensiero altrettanto volgare e violento. Rimane la domanda aperta se Trump non cerchi di migliorare la sua ars retorica perché non voglia (il presidente è lui e fa cio’ che gli aggrada!) oppure non ne sia capace.

moni.p******@gmail.com

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Breve saggio sulla comunicazione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, scritto da una traduttrice della carta stampata e online francese. Linguaggio scorrevole, la sottile ironia rende immediato il messaggio del libro già nelle prime 30 pagine: tradurre la lingua di Trump, vuol dire parlare in maniera sgrammatica e volgare. Il resto sono riferimenti a fatti o aneddoti sul presidente degli Stati Uniti, già ampiamente analizzati da testate giornalistiche o che hanno fatto il giro della rete. Il capitolo “Leggo dei pezzi” è alquanto esagerato, non per il giudizio sul protagonista del libro, il riferimento alla presunta dislessia di Trump, non aggiunge nulla all’analisi e nemmeno alla controversa figura del presidente e della società americana.

remed*****@gmail.com

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Il testo di Viennot ha saputo, oltre che descrivere con concretezza e passione il mestiere del traduttore, condurre l’autopsia (mi pareva quasi di vederla, con un bisturi in mano) del discorso di Trump e, come un bravo professore di medicina con i propri specializzandi, spiegarci con accuratezza scientifica come e perché è incancrenito. Ho molto apprezzato il suo delizioso e sottile sarcasmo, attraverso cui ci fa capire perché il linguaggio è così importante: costruisce la realtà in cui viviamo e a cui finiamo col credere, ed è la cartina tornasole dei problemi che affronta una società intera.

Se il testo di Viennot è lo zoom di un particolare dell’istantanea che raffigura l’America attuale e i suoi problemi, il testo di Costa è una playlist di cortometraggi. La sua rappresentazione degli Stati Uniti è un mosaico, in cui ogni tessera è un importante snodo del paese di oggi. Costa gira per noi, per ognuna di queste tessere, un breve filmino, in cui ci mostra come siamo arrivati al fotogramma attuale. Anche se, tra le righe, l’amore che l’autore prova per questo paese è quasi palpabile, ho apprezzato la sua concretezza e disincanto, che a tratti sfiorano la crudezza, ma che ho letto come segni di accuratezza e onestà intellettuale.

elisabe*******@virgilio.it

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Il tema linguistico e della traduzione è molto interessante, per me - che ho studiato lingue al liceo, oltre al latino - ma non credo solo per me.

Le premesse quindi c’erano tutte e alcuni aspetti vengono centrati con l’esposizione di questi concetti a parer mio adeguati:

il pensiero magico

La ripetizione al fine di creare verità (la realtà alternativa)

La critica alla sincerità senza velo che esce dalla bocca di Trump, che in un capo di stato è un’uscita dal ruolo, paragonabile alla mancanza di educazione in un comune rapporto civile

I problemi di lettura/documentazione/informazione e la mancanza di curiosità

Questi erano i temi vicini al discorso linguistico, di cui l’autrice poteva essere una fonte autorevole. Tuttavia purtroppo questi vengono a malapena accennati, trattati in capitolati brevi per poi passare ad altro, forniti di poco “materiale”, di scarsa “documentazione”.

Nonostante io sia una persona relativamente disinteressata alla politica statunitense e dunque poco aggiornata sui discorsi dell’attuale (bestiale) presidente, ne ho conservato la stessa idea poco felice, forse solo lievemente rafforzata da qualche informazione, ma niente di più preciso. Ritengo che la cosa più interessante del libro siano le citazioni delle incredibili frasi pronunciate da Trump. I commenti che seguono, le spiegazioni, sono invece tanto pleonastiche da risultare offensive. Per la serie: ci arrivavo da me, grazie.

Insomma, Trump si presenta “bene” da solo, soprattutto se ne citi le parole. Non sarebbe bastato un articolo giornalistico, per sviscerare il tema? Era davvero necessario scriverne un libro?

Il resto, tutto il resto del libro, è secondo me fuori tema, quasi sempre molto poco argomentato, scritto con una tecnica a tratti scadente, a tratti addirittura priva di rigore logico. In molti passaggi ho trovato la scrittura poco scorrevole, quasi inceppata. Talvolta sono dovuta tornare indietro sulla frase.

Che sia, ironia della sorte, un problema di traduzione?

Qualche esempio, tra i tanti (purtroppo):

- “Il sogno americano è passato sopra la testa di una quantità incredibile di donne e di uomini, nonostante un’iconografia nazionale infarcita di simboli falsi e distorti.”

Frase mal costruita da un punto di vista logico, perché dopo il nonostante ci dovrebbe essere l’aspetto “positivo” del confronto, da contrapporsi appunto alla quantità incredibile di donne e uomini “sacrificati”. Invece si parla di un ulteriore lato negativo: i simboli falsi e distorti. A questo si aggiunga che la frase è affermata e non dimostrata, nel saggio. Non credo dovrebbe funzionare così.

- “E perché un paese governato da un uomo il cui super-io sembra risultare «non pervenuto», ma che viene acclarato ogni volta che apre bocca, può solo ispirare i suoi elementi più violenti a sentirsi autorizzati a lasciare libero corso ai loro istinti più bassi.”

Che significa in questo contesto “ma che viene acclarato ogni volta che apre bocca”? Mi sembra che il libro abbia fin qui mostrato che il super io di Trump è totalmente assente, e che non si acclari proprio mai. Forse si voleva dire “il che viene acclarato”?

Infine, le conclusioni del libro: mi sembrano del tutto slegate dai capitoli precedenti. In un saggio, non dovrebbero essere la logica conseguenza di quello che si è argomentato fino a quel momento? In questo caso invece sono considerazioni ulteriori, di carattere più generale e genericamente critiche nei confronti di un’America fondata sul sangue e di sogno americano ingannevole. Il legame con i capitoli precedenti sta nel discorso: Trump non è una svista momentanea di un popolo sano, ma l’incarnazione della bestialità di questo popolo pieno di errori.

Tutto ciò potrà anche essere vero, ma non si capisce -qui- perché dovrebbe essere vero in America più che in Francia.

Con tutto il rispetto per l’autrice di questo libro (che non conoscevo fino a oggi e che non sono andata ad approfondire neppure in questa circostanza, per evitare condizionamenti) non vedo perché dovrei credere a queste sue considerazioni sulla fiducia.

spi***@mac.com

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Testo abbastanza breve, che ho fatto una enorme fatica a finire.

Trump sarebbe, secondo l’autrice, volgare, misogino, razzista, non empatico, di scarsa cultura, ecc ecc. Per fortuna, a un certo punto, arriva a precisare che però “Donald Trump non è del tutto stupido” (pag. 77)

Lo paragona ora a Stalin, ora a Hitler.

Alla fine del libro ci dice infine che Trump non è un incidente della storia, ma uno specchio dell’America (e non aggiunge nemmeno “di parte dell’America”).

Insomma, alcune delle idee potrebbero anche essere interessanti, ma è talmente evidente il pregiudizio assoluto dell’autrice nei confronti di Trump, che anche queste passano in secondo piano.

pietro.*******@mps.it

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La chicca che rende questo libro un piccolo capolavoro è la raffinatezza della scrittura semplificata e schietta ai massimi usata dalla Viennot. Trovo che rapportare la comunicazione con la quale si racconta a quella che si vuole raccontare fa sì che il "senso" raggiunga con più veemenza il suo obiettivo. Il linguaggio violento e senza filtri del presidente Trump è associabile a quello usato da tanti nei social.

Gli innumerevoli maltrattamenti che Trump impartisce e le insensatezze che racconta - ed è quello che più mi ha colpita del libro - semplicemente rispecchiano la "prima" e per questo la più grande menzogna - e la sua diffusione la primissima fake news della storia, analogia geniale della Viennot - a cui tutti i cittadini americani orgogliosi fanno riferimento: la Dichiarazione d’indipendenza. Mi ha molto colpita il puritanesimo sessuale americano e il divario tra questo e la violenza mediatica invece ammessa...molti sono i punti che la Viennot lancia e che a me sono arrivati pesanti come massi. Il finale poi racchiude tutto in modo egregio " Bisogna ascoltare Donald Trump, nonostante sia forte la tentazione di cedere [...] ".

diletta*******@gmail.com

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Il libro di Bérengère Viennot La lingua di Trump, anche se di facile lettura, mi è sembrato un po’ troppo asciutto, sintetico. Forse il mio giudizio risente del fatto che tanto è già stato detto e scritto sul quel tema in questi anni da risultare meno interessante.

suinn*****@gmail.com

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“Le parole sono importanti”, strillava disperato Nanni Moretti in Palombella Rossa. Ciò che diciamo e scriviamo deve essere chiaro e onesto: le nostre parole arrivano agli altri, cariche del nostro pensiero e portatrici della realtà che crediamo vera. Questo acuto saggio ci porta nel mondo della traduzione delle parole da una lingua all’altra. E spiega, in modo spiritoso e spaventoso, l’uso che fa delle parole il presidente degli Stati Uniti, il quale, gravemente ignorante ma lucido e pericoloso, parla male per mentire meglio, così affermando impavido l’esistenza di tante false realtà, utili alla sua politica.

i.cac*****@studiolegaletributario.org

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