< La morte addosso di  Mario Bernardi Guardi (MauroPagliai)

Qui di seguito le recensioni di LaMorteAddosso raccolte col torneo 'nar' (tutte le fasi)

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In una parola Bellissimo, affascina fin dalle prime pagine portandoti a divorarlo in poco tempo. La scrittura e scorrevole ma non semplice, ti cattura facendoti entrare nel pieno della vicenda, è un moderno thriller psicologico a mio avviso, scava l’animo umano in modo superbo. La descrizione dei turbamenti emotivi di Mary Shelley sono al quanto sorprendenti considerando che lo scrittore è un uomo, ti immedesimi nel suo pensiero nei suoi drrammi e turbamenti.
Affascinante, e devo dire che da anche una visone nuova alle opere della stessa Mary Shelley

Giorgia Renna

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Libro illeggibile. Pesante, pedante e noiosissimo.

Candida Bertoli

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Struttura del libro interessante, perché il racconto dei fatti è affidato al susseguirsi di documenti (scritti, lettere, pagine di diario, ecc.). Ritmo però, proprio per la struttura scelta, molto lento e, talvolta, un po’ noioso. Libro apprezzato meno rispetto al precedente.

Pasquale Scapicchio

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Una copertina discutibile che non rende onore ad uno scritto così pieno e centrato come questo. Si parte da un padre disperato che con voce accorata cerca di dare un nome, un volto, un motivo all’inspiegabile suicidio del figlio: John William Polidori. E questo ripercorrere gli incontri ed i suoi rapporti con Lord Byron, Mary Shelley ma anche con la sua semplice domestica in una Londra soffocante del 1800, riempie questa storia di un fascino unico. Di base c’è il coraggioso tentativo di arrivare alla verità e di volerla affrontare, con consapevolezza e lucidità. La presenza della morte nella vita ma anche come atto finale di un percorso probabilmente scritto, scelto, subìto anche quando deciso per sé. Devo dire che Mario Bernardi Guardi (che ahimè non conoscevo!) sa perfettamente e pienamente raccontarla questa storia.

Fabrizia Testatonda

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La morte la senti addosso fin dall’inizio, come la brutta estate 1821 a Londra o come l’altra “non estate” narrata. La morte ti incalza al ritmo di sensazioni livide e marcescenti: è un sogno o un incubo, dal quale non puoi e non vuoi svegliarti, nonostante tutto, fino al termine delle pagine. Sogno e incubo costituiscono anche la materia su cui si concentrano le ricerche del giovane e brillante scienziato e filofoso John William Polidori, morto in circostanze misteriose. Proprio attorno al mistero di questa morte si dipanano tra realtà e finzione, le testimonianze raccolte: del padre Gaetano Polidori, di George Byron del quale John era divenuto nel 1816 medico e segretario personale, degli Shelley con i quali John aveva condiviso nello stesso anno il soggiorno in Svizzera a Villa Diodati. L’altra “non estate” è appunto quella del 1816, l’anno più freddo, a causa di una terribile eruzione vulcanica in Indonesia, che sprigiona miliardi di metri cubi di residui nell’aria offuscando il sole, decimando raccolti, causando carestie, infondendo paure e facendo scaturire tumulti. George Byron e la comitiva di amici si rifugiano – o vanno incontro a questo tetro momento storico, nella dimora svizzera, tra salvezza e disfatta. Durante il soggiorno tra grandezze poetiche e meschinità umane, Byron lancia una sfida ai suoi compagni circa chi sarà capace di creare: “la storia più bella, il fantasma più pauroso, il mostro più ributtante”, nascono così testi che si intrecciano per rimandi e ispirazioni. In particolare “The Vampyre” di John Polidori, il cui raffinato protagonista ricalca Byron rimarcandone i tratti più satanici e mostruosi e del quale verrebbe da dire citando le parole di Polidori padre circa l’incubo, è: “un demone che ti schiaccia il petto, premendoti addosso come un amante brutale, e pretende di fornicare con te per partorire mostriciattoli”, Byron è un mostro, prodigio e orrore al tempo stesso, di cui John Polidori è vittima consapevole. Questa continua ambiguità è l’ambiguità della vita: “che, sin da quando impariamo a usare una lingua, a essa affidiamo tutto: la nostra esistenza quotidiana, il tumulto degli affetti, la tensione dello spirito. E ogni sorta di confidenza e di confessione. Sono tante le lingue che parliamo, spesso intrecciandole insieme, se insieme impastiamo l’emozione che preme e l’obbligo del decoro. Scrivere, poi, ti chiama a un ulteriore impegno, in qualunque circostanza tu lo faccia. È la condizione umana”.

Federica Gonnelli