< La morte di Ivan Il’ič di  Lev Tolstoj (Bur)

 

L’attraversamento della sofferenza e il sopraggiungere della morte per arrivare alla vita. La morte, seppur non annunciata ma che comunque tormenta il protagonista del racconto di Tolstoj durante tutta la fase della malattia, forse non è così terribile, anzi, non esiste nemmeno. Consapevolezza accaparrata da Ivan Il’ič soltanto nel corso delle proprie sofferenze, lungo il percorso che, dalla vita ordinaria e perfetta che credeva di aver costruito e meritato, lo accompagna verso la fine, nella mano di suo figlio in lacrime che, d’un tratto, proprio negli ultimi istanti della sua esistenza, lo catapulta nella verità assoluta, la sua salvezza, vale al dire il principio, la fine della morte. Scrittura semplice e magistrale che porta il lettore a riflettere non soltanto sul senso della vita, della sofferenza e della malattia, quanto piuttosto sull’uomo di oggi.

albertoda*********@gmail.com

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Nonostante il tema della morte sia per me molto duro, difficile da affrontare, devo dire che la lettura è stata piacevole e ricca di interessanti spunti di riflessione.

Questo breve racconto narra il percorso del protagonista verso la morte. Il narratore, esterno alla vicenda, descrive il momento in cui un collega di lavoro si reca a fare visita al defunto Ivan e alla famiglia, per poi ripercorrerne i momenti salienti della vita. Il tema è impegnativo, la narrazione è precisa e coinvolgente, soprattutto quando viene minuziosamente descritto il vissuto interiore dell’uomo che si rende conto dell’incurabilità del suo male, va incontro alla morte temendola moltissimo, nella sofferenza non trova conforto nella vicinanza dei familiari che ritiene legati a lui solo da un rapporto di convenienza, trova serenità nelle cure di un servo semplice, ma negli ultimi istanti di vita riesce a dare uno sguardo nuovo alla propria condizione, uno sguardo pieno di serenità e di luminosa consapevolezza del bene sia rispetto al passato che rispetto al futuro che lo attende.

c.b***@tiscali.it

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Un romanzo dissacratorio, ironico ma non troppo, nei confronti della società del tempo, fatta di apparenze e falsità. Domina sullo sfondo l’egoismo e l’individualismo, la concezione che con le buone maniere si possa esorcizzare la vita e la morte allo stesso tempo. Defilato nella vicenda abbiamo il misericordioso infermiere, simbolo della giusta morale di vita su cui l’autore pone l’accento e che diventa evidenza stessa agli occhi di Ivan. Il romanzo è molto attuale, ci parla delle paure intrinseche nell’uomo, quella della morte e la malattia, ma anche quella della perdita del proprio status e dei propri privilegi.

cristina********@gmail.com

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La vita che scorre, il matrimonio, il lavoro, la promozione, la nuova casa e il desiderio di bellezza attorno a se fanno si che Ivan si occupi e si preoccupi di migliorare l’aspetto della sua dimora in prima persona.

L’incidente proprio mentre si cura dei dettagli della sua casa lo porterà alla morte.

Negli ultimi istanti di vita arriveranno tanti pensieri che rimetteranno in discussione il suo passaggio sulla terra ed a sottolineare, dal suo punto di vista, che tutto quello che aveva fatto nella sua vita, ogni singola cosa era sbagliata.

gio.m*****@alice.it

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La mia scelta è caduta su La morte di Ivan Il’ic perché è, sicuramente, un racconto di straordinaria modernità, nonostante sia stato scritto nel 1886.

Lev Tolstoj scava in profondità nell’animo umano e raccontata dei temi universali quali la vita e la morte.

La vita appare priva di senso, un correre verso la morte contrassegnata dal dolore in cui ciascuno è solo.

L’indifferenza, o meglio, la totale insofferenza della sua famiglia nei confronti della malattia ne è la chiara dimostrazione.

Lo stile asciutto dell’autore e la sottile le contraddizioni che la condizione umana porta inevitabilmente con sé.

Ivan è, perciò, la metafora dell’uomo comune, con le sue debolezze endemiche, e con le fragilità.

Un libro che fa riflettere ben oltre il racconto.

alexmorg********@libero.it

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Un lungo racconto che dipana con straordinaria lucidità ambizioni e arrivismi, ansie, illusioni, di uomini e donne di un passato che sembra essere il riflesso della contemporaneità. Mentre guardiamo alla vita di Ivan Il’ič che si sfalda nel nulla della fatalità, contrapposta ai progetti e alle aspettative che pagina dopo pagina definiscono i caratteri e il contesto della vicenda, passiamo da un presunto distacco alla raccapricciante constatazione che Tolstoi stia descrivendo, immortale come la letteratura, la precarietà, la mancanza di valori, il cinismo del nostro tempo.

sabrin******@gmail.com

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Il libro ha una pacata, potente raffigurazione della condizione umana in una reale discordanza perenne tra l’individuo e il mondo. Sembrerebbe che la storia sia apparentemente il regno della Necessità (ma ordita da chi? ) meglio il CASO. È così? forse dietro l’angosciosa morte di Ivan si giocano le tensioni tra una vita vissuta sulle strade impervie del potere e l’impotenza vicina al regno della libertà. Da uomo delle istituzioni Ivan impone una sua arrogante visione del mondo, da malato è vittima del potere di chi lo contempla nella sua solitudine. I medici ridicoli (internisti? uguali ai molti sprovveduti che ci ammorbano le serate), la moglie evanescente che non ricambia apparentemente il disprezzo del marito; il servo Gerasim "lindo, fresco". Ivan che si consola leggendo Emile Zola, anatomopatologo in Teresa Raquin (descrizione del cadavere dell’annegato). E il CASO che non ha bisogno di spiegazioni: la vita vola sempre più in fretta verso la fine. Ivan non è capace di rompere il velo del dolore che rimane un mistero. La sua morte senza consolazione teleologica ha parentele con figure dell’esistenzialismo moderno: Kierkegaard, Nietzsche, Camus. Un libro che accarezza con epica semplicità la via impervia del nostro destino che tutti auspichiamo possa dipanarsi senza mai pentimenti. Ma così non è. La persona, la sua maschera alla fine non hanno paura della morte. Alla fine " la morte non esiste più". Il cavaliere del Settimo Sigillo di Bergman? Che gioca a scacchi con la morte? e di lei non si cura? Finale da interpretare. La malattia? si sa solo che è morto.

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La storia della morte di Ivan Il’ič è la rappresentazione del senso di profonda solitudine che si prova quando ci si rende conto di aver vissuto nella peggiore delle menzogne: quella che si è raccontata a se stessi.

Ivan è l’archetipo dell’uomo realizzato, benestante, con una bella famiglia e un decoroso lavoro statale che però, in fin di vita, si rende conto di non aver fatto altro che rincorrere uno status sociale che è solo apparenza, conquistato accettando che i dettami della società cui aveva scelto di appartenere, lo condizionassero in ogni ambito.

Tutto è menzognero nella sua vita: il lavoro, gli amici, la famiglia, ed è solo quando irrompe questa estrema lucidità che invece che la Morte, si dipana finalmente la Luce.

Credo che il libro mi abbia conquistata così tanto perché questa lettura arriva a ridosso della reclusione da covid-19. Anche il nostro velo di Maya è scivolato via e ha rivelato la nudità di vite condotte per inerzia, vite forsennate, a rincorrere obiettivi che la stasi ci ha costretti a ripensare, vite immolate ad una malintesa accezione di senso del dovere.

Il libro si beve in poche ore, lo stile è chiaro e privo di manierismi, ma nonostante la brevità e la scorrevolezza, il tema è denso ed è stato per me sorgente di molte considerazioni che non si possono sintetizzare in 600 battute (che ho già ampiamente sforato).

enry****@gmail.com

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In meno di cento pagine l’autore ha descritto la società odierna, basata sul materialismo e sui finti sentimenti. Ivan Il’ic, un uomo di successo, un uomo che conta, ma che si troverà sul letto di morte ad assumere la parte di coloro che ha sempre considerato inutili, reietti della società che pesano sulle spalle altrui, ma sarà proprio la sua serva a stargli accanto al capezzale, a sopperire a tutte le sue richieste, con l’umiltà che l’ha da sempre contraddistinta, mentre i colleghi pensano a quale vantaggio di carriera poter trarre dalla sua morte, gli amici di sempre a chi lo sostituirà nelle partite a carte, la moglie a come ricevere più soldi dalla pensione del defunto marito. Insomma uno scritto attuale più che mai scritto oltre un secolo fa.

Quest’opera mi ha fatto riflettere su quanto la storia sia un circolo e su quanto fama e soldi abbiano da sempre influenzato la vita dell’uomo portandolo a dimenticare quei principi sani e puri che invece dovrebbero essere alla base di ciascuno.

lolita8*******@gmail.com

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Il libro si apre proprio con la morte del nostro protagonista: Ivan Il’ič.

Dopo un breve inizio in cui si parla del suo funerale e di come i colleghi hanno reagito alla notizia della dipartita di Ivan, ecco che entriamo nella parte centrale del libro.

La vita di Ivan si dispiega davanti a noi, gioie e dispiaceri.

Facciamo un tuffo nel passato, nella gioventù di Ivan, votata alla libertà, alla gaiezza per poi andare avanti veloce fino ad arrivare agli anni più maturi, contrassegnati da delusioni cocenti e grandi vittorie.

La trama non è ricca di eventi, non è caratterizzata da episodi particolarmente degni di nota, è la storia di una vita, come tante, con problemi e gioie, con alti e bassi.

Una parte, tuttavia, cattura maggiormente l’attenzione.

Quella in cui si parla della malattia di Ivan, delle difficoltà che ha nel trovare una diagnosi e del dolore che prova.

Il decorso della malattia, l’idea della morte ricoprono una parte considerevole del libro, parte che attira l’attenzione del lettore su un tema delicato: la morte.

Una morte indecorosa, piena di menzogne, di illusioni, di dolore.

Il racconto è breve ma l’autore riesce ugualmente a far affezionare il lettore al protagonista.

L’aspetto che più mi ha conquistata, però, il punto di forza di questo libro, è la narrazione, è questa a rendere il tutto più interessante.

Una narrazione essenziale, non troppo dettagliata ma ammaliante.

In certi punti si sente anche il sentore di un’ironia velata, appena accennata.

Sono rimasta incantata dalle parole dello scrittore, da ciò che esse raccontavano, dalle immagini che evocavano.

cler.be*******@gmail.com

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È un romanzo senza tempo e che costringe chiunque lo legga, a ogni età, di ragionare sulla propria vita, di quello che vuole realizzare, di cosa ha realizzato e del senso di tutto questo. Perché si parla di senso della vita e quello che l’autore ci vuole suggerire è di guardare la propria da un’altra prospettiva. Splendida la figura di Gerasim (la rivincita delle persone semplici e umili?).

marinar*******@gmail.com

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La morte di Ivan Il’ič ha qualcosa di eterno. È pubblicato nel 1886, ma scava nel profondo e tocca corde universali. Lucido nelle questioni sociali e sconcertante nell’analisi psicologica, è un racconto incredibile da leggere tutto d’un fiato. La storia è semplice, ma coinvolge tantissimo, proprio come ci si aspetta da uno dei più grandi maestri del romanzo russo. Nel finale sembra delinearsi un solido schema ideologico e, forse, una qualche risposta (sempre inesistente, invece, nei Racconti), che resta comunque troppo confusa per essere afferrata in modo nitido. Forse, se il finale fosse stato didascalico, il racconto avrebbe perso la sua intensità, che invece si conserva, intatta, dall’inizio alla fine.


ceci.g******@gmail.com

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La scrittura di Tolstoj è limpida, scorrevole e apparentemente semplice, non priva di ironia laddove descrive alcune ipocrisie, i mobili della casa di Ivan o lo stesso cadavere sul letto di morte.

Tuttavia, all’acuirsi della malattia di Ivan, diventa spietata, asettica, priva di empatia, sia pure nella descrizione del tormento interiore del protagonista che lo porterà a riconsiderare tutte le scelte fatte nella sua vita adulta. Questo senso di freddezza mi ha impedito di provare partecipazione per l’angoscia in continuo aumento del protagonista, alleviata solo parzialmente dalla vicinanza del servizievole Gervasin e da quella, appena accennata, del figlio. Solo la morte consentirà una definitiva liberazione da tutto ciò.

fulvio.*******@fastwebnet.it

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Il racconto di una morte, per spiegare la vita. La parabola di ogni uomo, quando non dà seguito al proprio desiderio di autenticità, non limitabile entro obiettivi che si consumano rapidi. «Ma qual è la cosa giusta?» Questa domanda del protagonista, ormai prossimo a morire, è in realtà nostra, di chiunque si renda conto, ad un tratto, di aver sprecato il tempo per non aver dato voce alle domande che avrebbero davvero aiutato a costruire il senso di una vita che non fosse solo esistenza. Una narrazione retrospettiva, rapida, ma densa e percossa dal dolore che nel colpire il corpo risveglia, però, una rinata consapevolezza, anche nel lettore.

mariantoni**********@hotmail.com

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Il povero Ivan muore di una morte beffarda, incredulo che una cosa simile possa davvero succedere a lui. Eppure ha condotto una vita “ammodo”, procurandosi quegli status che rendono “piacevole” la vita di un uomo realizzato. Famiglia, carriera e soprattutto una casa arredata maniacalmente. Esteriorità che hanno abbagliato Ivan, impedendogli di cogliere la sostanza dell’esistenza. Questa consapevolezza lo colpisce con violenza quando é ormai moribondo, ma è proprio la temuta morte che gli mostra la speranza e Ivan la distilla in quell’ultimo gesto verso il figlio, così distante da non essere mai neppure chiamato per nome, ma che con il suo dolore per la perdita ormai prossima del padre, lo consegna a quella luce che appare con la forza di una rivelazione liberatoria. Se anche in una sola persona avremo lasciato un segno, non moriremo in eterno. 

marina.d********@gmail.com

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La sofferenza di IVAN - che è quella dei tanti Giovanni, Francesco, Silvana, Michela che improvvisamente, affacciati sul ciglio del baratro, cosi vicini al precipizio, ti fanno apprezzare la vita, nei suoi piccoli gesti e momenti quotidiani, costringendoti a ripensare tanto alla tua,  a fermarti, a riflettere.

La morte vissuta come fine, come chiusura della vita terrena, senza ritorno, senza sapere niente sul dopo, per il credente traghettato alla Luce dal conforto della fede e l’orrore della fine di tutto per colui che non crede.

Al centro l’Uomo che lavora e vive veloce incurante della sua natura.

Di fronte Lei che pone fine a questa corsa trafelata, ai nostri mille impegni scanditi da un’agenda che non li contiene più. Così si vive come perdita di tempo anche il solo fermarsi un attimo a riprendere fiato, a riflettere, ad amare, a vivere.

Come moscerini sul parabrezza di un’auto in corsa ci schiantiamo improvvisamente su un ostacolo che non ci aspettavamo.

Una diagnosi infausta ci distoglie da un percorso lineare che consideriamo scontato; ci chiediamo il perché, non l’accettiamo, ci disperiamo perché nessuno di noi qualunque sia l’età è pronto a morire ma soprattutto non è pronto a morire da solo.

Attuale, sempre terribilmente attuale il tema. La nostra disperazione oggi è quella di Ivan ieri. Aggredito dalla malattia sente vacillare la sua sicurezza.

La certezza della dura pena, non comminata dal suo Tribunale terreno, di cui con orrore prende pian piano consapevolezza, lo fa sentire impotente. Lo turba la scoperta di essere mortale, di essere lui stesso un Caio qualunque per il quale la condanna è stata emessa e non è appellabile. Il continuo chiedersi perché proprio a lui, il senso della morte, la sua crudeltà che significa fine delle gioie di società che lo lusingano, delle gioie del lavoro che esaltano “il suo amor proprio”, la gioia di sedersi al tavolo del VINT!

Prevale la volontà di vivere in IVAN anche quando il dolore lo assale in maniera violenta e non gli dà tregua. L’idea della morte che pone fine a tutto, anche al dolore che lo ha invaso, non gli allieva la sofferenza di dover lasciare questa vita terrena. La sola idea lo soffoca, lo terrorizza. La rabbia, l’odio invadono il suo animo quando si rende conto che deve morire, non solo…deve farlo da solo mentre gli altri - figli coniuge e medici - continuano a non vedere la sua prossima fine o a mentirgli in maniera ipocrita e soprattutto continuano a vivere, ad agghindarsi e profumare il loro corpo vigoroso, mentre il suo ormai vinto dalla malattia, ha perso quel decoro rincorso per tutta la vita.  Qui la morte continua a non avere senso e non trova una spiegazione nella disamina di tutta una vita, si piacevole ma non dissoluta e vissuta tutto sommato - a suo parere - nel rispetto delle regole e dell’altro.

Forse la spiegazione a tutto questo orrore sta nel non aver vissuto appieno secondo la sua vera volontà assecondando e adattandosi alle regole sociali?

Sarà infine la Luce a illuminare la sua mente, ad alleggerirla dalla paura. La paura di abbandonare la vita terrena, la fine di tutto.

Cade il corpo, cade quel muro limitrofo tra vita e morte.

Vola l’anima leggera abbandonata dal dolore e dalla Morte che arrivata alla fine dell’opera viene sopraffatta dalla Luce e concede al Caio di turno la serenità tanto rincorsa.

simonetta*********@gmail.com

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La cosa che mi ha colpito molto è il linguaggio moderno di Tolstoj, il suo raccontare al di là del tempo. Siamo alla fine del 1800, ma in realtà la paura, la rabbia, lo sconcerto sono tranquillamente rapportabili ai giorni nostri. Sono emozioni che esplodono nella mente umana quando ci si ritrova persi davanti ad un’esperienza così devastante. Lo stupore nell’assorbire un verdetto di morte che porta poi alla rabbia verso la vita rimasta “normale” di chi ci è vicino. Rabbia che si trasforma in commiserazione di sé e dolore per quello che lasciamo lungo un percorso devastante per noi e per gli altri. Salvo poi scoprire che la morte non esiste l’istante prima di morire.

sall****@yahoo.it

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La capacità di risultare sempre attuale è la cosa che davvero stupisce della letteratura russa del XIX secolo

…. Tutti gli volevano bene…una frase apparentemente banale ma nella quale sono racchiuse tutte le falsità, le ipocrisie, le insoddisfazioni, l’inutilità di una vita superficiale impastata di menzogne. Una esistenza, quella di Ivan Il’iĉ, vissuta per apparire perché la società vuole le apparenze e ti rende fantoccio nelle sue mani. Apprezza chi guadagna di più perché conta chi ha più denaro, chi raggiunge posti apicali, chi si sposa per interesse e non per amore, chi frequenta ipocriti salotti che odorano di falsità. Poi, senza preavviso, la vita spazza tutto via, ti sbatte al muro e si rivela nella sua inconsistenza. Una profonda insoddisfazione spaventa più della morte.

luci.pi*******@gmail.com

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N.A.

nicola******@alice.it

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Si può trovare la vita nella morte? Tolstoj riesce a rappresentare i moti dell’anima di Ivan, che scopertosi gravemente malato, intraprende un rivoluzionario percorso di consapevolezza sulla vita, la propria. L’esistenza “decorosa e tranquilla”, cui era legato, gli pare adesso fasulla e vacua. Il feroce rammarico lascerà posto ad indulgenza verso sé stesso e verso i suoi cari. Opera immensa per capacità di smuovere il cuore e di rappresentare la morte come momento di solitudine ed indifferenza. Anche se è proprio alla fine che Ivan vivrà l’attimo più autentico della sua esistenza.

pesces******@gmail.com

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Il mio rapporto con il protagonista è stato complesso e si è evoluto di pagina in pagina. Una cosa sola mi è sempre stata chiara: Ivan è come un bambino viziato, oserei dire, che non si accontenta mai di tutti i successi che ha avuto nella vita e che pretende sempre di più, senza apprezzare veramente nulla. Un bambino che però fa anche compassione, soprattutto ai primordi di questa fatidica “malattia”, dove vorresti tanto parlare con lui faccia a faccia e spiegargli che il suo corpo non ha niente che non va, che il suo è un problema mentale. Avviso che lui alla fine comprende. Tardi, ma lo comprende. Nel complesso mi sono lasciata coinvolgere completamente, è stata una bella scoperta.

cate9*****@gmail.com

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Il racconto lungo di Tolstoj è incredibilmente moderno, ma a mio parere paga il difetto di non andare in profondità in alcuni rapporti, in particolare in quello con il figlio che sembra l’unico a lui sinceramente affezionato. Il relativismo morale tipico dell’occidentale moderno emerge nel finale. Ivan non sa darsi una spiegazione del suo destino: deve fare i conti con il dolore e la morte e poiché non crede in Dio non è in grado di trasformare il dolore della malattia in redenzione. Questo mi pare l’aspetto più attuale: il conformismo di Ivan appare evidente nel racconto che rimane però lievemente incompiuto.

stef****@gmail.com

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La trama di questo romanzo di Lev Telstoj è molto semplice. Ivan Il’ic è un uomo come tanti che dalla vita ha avuto tutto: una famiglia, un impiego statale ben remunerato che gli ha dato la possibilità di fare carriera, amicizie altolocate nella borghesia russa dell’epoca. Ivan Il’ic è un uomo del suo tempo profondamente conformista, convinto che il conformismo acritico sia l’unico modo per essere felice. Poi, a seguito di un banale incidente domestico, Ivan Il’ic si ammala gravemente e la malattia lo condurrà lentamente ma inesorabilmente alla morte prematura tra atroci sofferenze, non solo fisiche ma anche dell’animo. E’ nella malattia e nell’attesa della morte che Ivan Il’ic si interroga sul senso della vita così come lui l’ha vissuta, e sul senso della morte. È proprio l’imminenza della fine che gli dispiega davanti agli occhi la vacuità del modo in cui ha vissuto e riesce a trovare conforto e rifugio dalla disperazione che lo opprime solo nel rapporto col servo Gerasim, l’unico che si occupa di lui in modo genuino e disinteressato. Gerasim è l’unico essere umano che non fa parte della grande menzogna della vita di Ivan Il’ic, menzogna che lo accompagna fino al suo ultimo respiro. Questo racconto di Tolstoj è un vero e proprio viaggio all’interno dell’animo umano e Ivan Il’ic è tutti noi.

alessia.b*********@gmail.com

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L’ho letto tutto d’un fiato. Il filo della narrazione è sempre teso. Un racconto sintetico dove ogni parola è funzionale alla narrazione. Nella prima parte si introduce la figura del protagonista raccontando come la sua vita

fosse stata costruita in funzione della convenienza sociale senza che mai emozioni o passioni influenzassero le sue scelte. Nella seconda parte il protagonista affronta la malattia e la morte da solo, avvolto dall’indifferenza se non addirittura dal fastidio di chi lo circonda. Unica eccezione il servo che gli offre un conforto che sarebbe stato di pertinenza dei familiari. L’autore descrive minuziosamente tutto ciò che passa nella mente del protagonista tormentato dal dolore e dalla solitudine. La consapevolezza della fine che si avvicina lo spinge a riflettere sulla sua vita che, forse, avrebbe potuto essere diversa. Ma è tardi, perchè per lui, come per tutti noi, la vita è una sola. Il messaggio che esce ben chiaro dal racconto ed è universalmente valido è che la morte è qualcosa di personale e individuale di fronte alla quale siamo sempre soli.

rosalba.********@gmail.com

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La scelta di Ivan Il’ič è la più semplice e la più comune: le parole chiave della vita di Ivan Il’ič sono il decoro e la rispettabilità, la strategia è quella di procedere per gradi, ponendosi obiettivi raggiungibili e decorosi, ciascuno al momento giusto, mai il passo più lungo della gamba. Ma la scelta è anche la più terribile, un patto con il diavolo e ogni giorno avvicina impercettibilmente il rendiconto finale: i sentimenti degradano, la giovinezza sfiorisce e lo stesso decoro naufraga nell’indecenza delle basse funzioni corporali. Una fregatura. La giovane figlia agghindata, col giovane corpo seminudo, il giudice istruttore suo fidanzato e i colleghi percorrono la stessa strada e subiranno la stessa sorte, ma non se ne avvedono: il disfacimento, il dolore, la morte e il lieve odore di decomposizione non li riguardano, sono di un altro.

arco****@gmail.com

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Finendo di leggere La morte di Ivan Il’ič si prova una sensazione di pace, che di rado scaturisce da una lettura così breve e, nei contenuti, drammatica: il protagonista, finalmente, muore (ma questo già si sapeva, dal titolo e dalle prime pagine del racconto). Nel lungo flashback che racconta l’evoluzione del personaggio, dalla perenne insoddisfazione del mediocre funzionario alla disperazione inconsolabile del malato che aspetta di morire, l’autore sembra inseguire l’animo umano nelle sue trasformazioni.

La narrazione in terza persona è condotta talmente bene che pare essere sempre Ivan a raccontare: il punto di vista non si sposta mai, presenta le preoccupazioni, le paure, la sofferenza fisica e morale, le misere consolazioni di un uomo ormai senza speranze.

La lettura di queste pagine è stata un’esperienza molto particolare, perché poco alla volta è sorta in me una silenziosa empatia verso quell’uomo che, al contrario, nei primi capitoli appare detestabile, solitario, sempre scontento. Mi ha intenerito la velata richiesta d’aiuto rivolta a Gerasim, il servitore che non lo giudica, mentre tutti sembrano non attendere altro che la sua morte. Forse non è così, ma la malattia di Ivan ci rende gli altri personaggi antipatici - soprattutto Lei, la morte: tutti lo vorrebbero morto e noi ancora vivo a lungo, anche solo per fare un torto alla loro cattiveria.

D’altronde Ivan Ili’c, che per tutta la vita ha messo prima se stesso, muore in solitudine e, con un atto di estrema generosità, libera gli altri dalla sua ingombrante presenza.

rebecca*******@yahoo.it

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Mi è piaciuto per la sua introspezione impietosa e profonda in un racconto breve e non movimentato da grandi azioni o da lunghe descrizioni dei personaggi a cui è dedicato poco spazio ma che si delineano in poche battute, attraverso il loro modo di interagire con il protagonista. I caratteri sono quelli che si ritrovano oggi come un tempo. È un racconto che genera repulsione, affetto, ansia, comprensione in così poco spazio. Si passa dall’insensibilità familiare, all’amicizia sincera e non, all’empatia vera del giovane servitore, Gerasim, che con pochi gesti di dedizione disinteressata mostra una comprensione per la sofferenza senza pietà, senza disgusto, senza giudizio.

turco.******@icloud.com

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L’argomento trattato da Tolstoj è di grande attualità, in questi tempi di pandemia, di malattia, di cure, di ospedali. In poche pagine, che si leggono d’un fiato, l’Autore descrive la vita e la morte di un giudice, che ha improntato la sua vita a rincorrere il successo, tralasciando i rapporti autentici con le persone che lo circondano. Così, solo nel travaglio della malattia, vissuta come nemesi per la superbia esercitata durante la sua professione, in una continua altalena tra la ricerca delle cause della malattia e la speranza di una guarigione che non trova nelle parole sibilline dei medici, si macera e finalmente vede con lucidità la sua vita, scoprendone tutta la vacuità e l’inconsistenza, tra rapporti affettivi inesistenti, intrisi di ipocrisia e di opportunismo. Commoventi e poetici sono l’empatia che trova nel servo Gerasim e nell’ultimo atto di pietà del figlio in punto di morte, a cui si lascia andare, finalmente libero dalla paura e dal dolore.

Libro di grande potenza, che tratta con maestria un tema importante come la morte, con tutte le paure che lo spettro di essa costantemente alimenta in ciascuno e che costringe a meditare sulla necessità di vivere con autenticità i rapporti personali, spunti di riflessione per molti di noi durante il lockdown.

rita.c******@fondazione.uniroma1.it

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Un titolo inquietante ma una lettura molto piacevole e scorrevole, fatta di descrizioni precise e deliziose, a volte quasi ironiche.

Durante la cerimonia funebre, è quasi impossibile non immedesimarsi nel collega di studi e lavoro, che davanti alla salma, perfettamente descritta, si sente inadeguato e fuori posto tra i gesti di circostanza che mettono in risalto l’ipocrisia sua e dei presenti: “è morto lui non io” e la vita va avanti.

La presenza di Ivan ancora si avverte anche attraverso gli arredi e gli oggetti, da egli scelti con cura e dedizione, perché dovevano rappresentare ciò che per lui era importante “la piacevolezza e il decoro della vita” in quanto Ivan IL’ic era “determinato a eseguire il suo dovere: tutto ciò che le persone altolocate ritenevano tale”.

Libro molto attuale che offre molti spunti di riflessione, pone domande che non trovano risposta. Si sofferma sull’importanza della compassione che il malato cerca ma che non trova, infastidito dalle domande di rito: “Come stai oggi?”

Sprona ad accettare e ricordare il pacchetto completo che ci viene dato con il dono della vita.

breda.******@gmail.com

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Se non avessi saputo il nome dell’autore e l’epoca in cui è vissuto, avrei creduto trattarsi di un contemporaneo: per uno strano gioco temporale, i corsi e i ricorsi storici collocano questo racconto nel presente.

Edonismo, epicureismo, materialismo e, non ultimo, il conformismo costituiscono l’essenza della vita del protagonista e incidono pesantemente anche sulla sua agonia e morte. Tutto ciò per cui ha vissuto si sgretola durante gli ultimi mesi, svuotandosi di valore e significato, e lasciando prive di risposta le domande esistenziali che l’angosciano.

Suggestiva struttura narrativa “circolare”, in cui la linea del tempo è impostata in modo innovativo: si parte dalla morte, dunque dall’epilogo, per poi tornare man mano indietro e infine riapprodare alla fine della sua vita.

Mi colpisce molto il fatto che il figlio di Ivan venga chiamato il “ginnasiale”, tentativo riuscito di privazione d’identità del personaggio attraverso l’assenza del nome, quasi a volergli dare significato inferiore rispetto alla figlia Liza.

Qualche breve squarcio d’ironia (si veda il colloquio tra la vedova e Ivanovič a casa del defunto) conferisce all’opera un tocco di amara consapevolezza della tragicomicità della vita.

Un racconto, questo, che fornisce lo spunto per profonde riflessioni sulla natura umana e i suoi aspetti più bui.

tina.ta*******@wordfly.it

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Il racconto risulta denso di forti emozioni, tali da colpire il lettore in modo quasi tangibile, al punto che, a volte, sembra di assistere di persona all’agonia dello sventurato Ivan. Anche in questo caso, naturalmente, la penna dello scrittore tratteggia in modo a dir poco magistrale la società, i costumi ed il pensiero dell’epoca in quella parte di mondo.

salvato*******@libero.it

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Il lento e doloroso declino di un funzionario pubblico che dopo essere asceso professionalmente, secondo le sue aspirazioni, e aver raggiunto una certa piacevolezza domestica in una casa arredata conformemente al gusto piccolo borghese del suo tempo, è colpito da grave malattia e si sente sfuggire di mano nel giro di qualche mese la gioia di lavorare, la stima dei colleghi, l’affetto dei suoi cari, non molto presente nemmeno prima in verità, la compagnia degli amici, ma soprattutto la propria dignità, perdendo progressivamente il controllo delle funzioni corporali e dei propri pensieri (sempre focalizzati sulla morte, la propria morte). Ma la cosa peggiore per Ivan Il’ič è il capire che la sua vita è stata un arrabattarsi infelice a fare tutto secondo le regole pensando di salire invece stava già scendendo giù, verso la morte: “E più si andava avanti e più tutto era morto”.

cinzia.ag*********@alice.it

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