< La notte di  Giorgio Manganelli (Adelphi)

 

La notte è un libro ingombrante. Vieni affascinato dall’uso delle parole, da una ’’veste veritiera’’ mutata in ’’veste di simulazione’’. Cerchi di dare un senso, ’’una forma’’ ad un ’’informe che ad essa soggiaceva’’. Se ti cimenti nella lettura, vieni sospinto dalla curiosità di capire, di conoscere, tenti di avvicinarti ad uno scrittore che forse ambiva ad essere compreso da pochi. E, in tempi come questi, così poveri di significato, così superficiali, ti viene da pensare che probabilmente sarebbe stato necessario leggere di più autori come Manganelli. Racconti complessi che richiedono uno sforzo di attenzione e non ti spingono a correre a casa per aprire il libro. Devi rimanerci ancorato.

Il mio amore è per Mara, per Bube, per riuscire a dare nuove possibilità a chi non le ha mai avute.

adel****@yahoo.it

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La raccolta di racconti La notte di Manganelli sembra un esperimento letterario strapieno di esercizi sofistici, locuzioni complesse, riferimenti letterari, storici, politici e filosofici che dopo un po’ portano ad un senso di stralunamento e leggera noia. Bello, intimo e personale il racconto inerente la “casa”. Divertente e curioso quello del signor Halley e cometa omonima.

Tra i due, Il mio libro preferito è quindi La ragazza di Bube di Cassola.

ant.p*****@gmail.com

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Posto che non è possibile mettere a confronto queste due opere perché sarebbe come voler paragonare un monocromatico film neorealista (come in Cassola, dove sullo sfondo in chiaroscuro della campagna toscana spicca solamente il fazzoletto rosso sangue al collo di Bube e la camicia gialla di Mara, quasi a ricordare Il quarto stato di Pellizza da Volpedo), e un film psicoanalitico come Essere John Malkovich che, per il suo gioco surrealista di matrioske dove un io è racchiuso dentro l’altro, ricorda l’opera di Manganelli e le sue case-contenitori di identità aleatorie circondate da una realtà altrettanto schizofrenica ed mutevole; tuttavia è possibile trovare un elemento che accomuna entrambi i libri, vale a dire una presenza duplice e antitetica, un costruire la trama dell’opera attorno a una fondamentale e insanabile contrapposizione (tra passato e futuro in La ragazza di Bube, dove Bube è la storia e Mara l’avvenire, e tra morte/assenza rappresentate dal principe delle tenebre, e corpo/vita degli innocenti sposi Piramo e Tisbe in La notte). Detto questo, è Manganelli con il suo stillicidio dell’ego, con l’acuta visione dell’interiorità e la vivisezione del pensiero e dell’inconscio, perpetrata con parole affilate come bisturi e al contempo ridondanti e barocche, capaci di dare corpo, volume e forma all’impossibile, persino al divino, che vince questa fase del torneo.

elisa.******@gmail.com

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Ho letto La ragazza di Bube di Cassola e La notte di Manganelli: butto giù dalla torre La notte e mi tengo Cassola, lo preferisco.

Certo non è facile scegliere tra un romanzo e una raccolta di racconti: un po’ come confrontare i tempi di un centometrista e di un maratoneta. Il giudizio deve tener conto di questa difficoltà nel paragonare generi che, per loro natura, prevedono ritmi e capacità di coinvolgimento del lettore diversi. Al netto di tutto, comunque, tengo Cassola.

I testi di Manganelli sono estremamente raffinati, a tratti letteratura pura, preziosi ricami di parole scelte con cura, spesso fra le più desuete. Un gioco letterario, un labirinto, forse un contorto percorso negli incubi dell’autore, che, però, alla lunga stanca, è sterile, non mi dice nulla di me. Mille volte scelgo la robusta e piana prosa di Cassola: quella di Mara è una vicenda di dolore e maturazione, che, con tutte le semplificazioni e forzature, appartiene a tutti noi.

massimilia**********@gmail.com

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Inizio la lettura di Manganelli e capisco subito che arrivare in fondo entro i termini non sarà un’impresa facile. Procedo a testa bassa e mi imbatto con i primi protagonisti: l’eretico, l’ortodosso e lo scalpellino… Dei tre ho ben chiaro che cosa faccia uno scalpellino ma non nel senso in cui lo intende Manganelli. Il mio sconforto assume la forma di una valle inesatta, dove si può dormire dappertutto, anche in casa d’altri sebbene non invitati, tanto in ogni caso i sogni “significanti” sono da un’altra parte e se vuoi ritrovarli devi cercarli senza volontà di ricerca. Ho un primo cedimento e tra le doppie, triple, quadruple negazioni, tautologie e figure retoriche intravedo lo sdegno di Manganelli che con altezzosità mi dice che questo suo libro è per un pubblico di pochi eletti e alza il tiro mettendomi davanti al naso un “alvo dove nascono le truges” e un “tafos in cui dormono i mostri”. Mi viene male e comincio a desiderare di gettare la spugna… E poi: finalmente un “cazzo” che scritto da Manganelli pare come un’esplosione di luce. Ma poi la luce arriva veramente: è quella che entra in una casa e nel suo inquilino e ne mostra l’anima. E tu cominci a provare una forma di empatia quando prima era tutta una maledizione. E poi le atmosfere della casa lasciano lo spazio ad un geniale demiurgo di malattie, e allora è il tripudio degli odori e delle escrezioni e secrezioni che per una volta non rifuggi e rimani incantata e ne vorresti di più. E poi… a sorpresa arriva anche l’amore, quello di Piramo e Tisbe, di cui non sai nulla ma poco ti importa perché ormai l’empatia è l’unico senso che conosci e vivi la loro fuga come se fosse la tua. Le pagine scorrono e sei già alla fine, tu che pensavi di gettare la spugna alla centesima pagina, e a quel punto Manganelli tira fuori dal cilindro una manciata di comete e le fa viaggiare altezzose nel cielo impomatate come dame al ballo. Mi si allarga il sorriso e i miei occhi sono pieni di meraviglia.

Scacco matto. Manganelli batte Mara e Bubino.

k.ped*****@gruppolunelli.it

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Forse è tutta una burla
Forse bisognerebbe morire più volte.
Forse esiste il sonno.
L’opera di Manganelli spacca la monotonia del reale: è il punto di vista mutevole da cui si intravede una casa intera, anzi, tutte quelle abitate attraverso i luoghi vissuti. La notte è luce e tenebra, è il tempo e lo spazio in cui si muove un sonnambulo. Un trapezio dove chi scrive balla con parole sapienti. L’anima dell’opera è poderosa perché l’autore innesta, mescola, scompone e inabissa. E scompagina ogni certezza (chi ha scritto davvero l’opera?). Il dubbio è una macchia delle tenebre eppure è qui che si trovano i colori. Il lettore sprofonda a velocità irregolari, senza scorciatoie, nel turbinio della sintassi che racconta persino la morte perché contempli o afferri persino la vita.

domenico.*********@alice.it

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Premesso che non conoscevo nessuno dei due autori [Manganelli e Piovene, ndc] sono stata piacevolmente sorpresa da entrambi. Tuttavia la mia preferenza ricade su: La  notte. Ho ammirato la  sua forza descrittiva e la straordinaria ricchezza lessicale dell’autore che a mio avviso non appare mai stucchevole o inutilmente prolisso, al contrario sprigiona fascino e grande capacità di ancorare il lettore ai suoi scritti. Spezzo una lancia anche nei confronti delle Furie che però mi è risultato a tratti poco scorrevole e fluido, ma comunque ben scritto.

ros.****@gmail.com

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Nello scegliere un vincitore tra Le Furie e La Notte, con mia grande sorpresa sento di poter indicare un vincitore della sfida in quanto un “bel libro”: Le Furie di Guido Piovene.

Entrambi flussi di coscienza, mentre La notte mi è parso un intruglio scoordinato di subordinate e parole sgradevolmente connesse, Le Furie mi hanno conquistata con i loro mali, i loro amori, le loro infelicità e le loro misere vittorie. 

Nel corso della lettura, ho accompagnato l’autore nel suo vagare, in una cornice geografica ben descritta e in qualche modo celebrata, scortata da fantasmi di un passato oscuro, ognuno dei quali è portatore di una sua storia.

Mi sono appassionata alle vicende vorticose e perverse di uomini, come Ernesto, e donne, come Angela, che hanno dovuto sopportare il peso di essere individui così singolari in una società fascista, che, invece, li avrebbe voluti tutti omologati.

silvia.*******@gmail.com

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In Manganelli è l’assenza del tempo, della memoria e della storia (in definitiva la mancanza stessa di una narrazione) a farsi sentire; l’Evento (L’Effigie) ha modificato il tessuto stesso dell’esistenza e nulla è più come prima; l’autore deforma la lingua e la prosa cercando di descrivere questo grumo senza svolgimento.

L’impresa di una scrittura priva di storia e che si propone di descrivere un assoluto è estremamente interessante. Il tentativo di deformare a volte la lingua e la scrittura per rendere conto di un qualcosa che forse non può essere narrato, trasforma la prosa in poesia e ci si ritrova a leggere ad alta voce per apprezzare la musicalità di alcuni passaggi.

Il risultato appare però un esercizio di stile, la volontà di rendere per iscritto un “male” assoluto (irrelato) appare come tentativo solo letterario.

robert******@protonmail.com

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Il torneo di Robinson ha visto per me scontrarsi sul campo due testi validissimi: Le furie di Giudo Piovene e La notte di Giorgio Manganelli. A vincere la battaglia è senza ombra di dubbio La notte di Manganelli. La caratteristica che contraddistingue questo testo è l’opulenza: la ricchezza di arcaismi, di parole desuete, di situazioni surreali e di costruzioni barocche. Tutte queste fioriture letterarie rendono la lettura più corposa, qualità non presente nel libro avversario che invece presenta uno stile più asciutto e privo di artifici di parole.  Meno retorica avrebbe reso il ritmo di lettura più leggero e dinamico, agevolando il lettore. Tutte queste caratteristiche lo trasformano in un testo di nicchia, non certamente per il consumo collettivo.  Si tratta di uno stile che cattura il lettore ma allo stesso tempo rallenta il ritmo della lettura. Di questo libro porto con me le riflessioni su temi religiosi, le ambientazioni surreali e tanti nuovi vocaboli appresi.   

L’interpretazione si presta a più livelli, densa di significati simbolici e latenti, pur rimanendo il senso ultimo della storia molteplice e oscuro, come, appunto, la notte.   

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Fin dalle prime pagine, avevo deciso che avrei dato la palma a Piovene e alle sue Furie, tanta era l’irritazione, il fastidio di leggere La notte: mi sembrava che l’unico spasso del suo autore fosse stato provocare questa reazione nel lettore con tutto il repertorio di un cinico scrittore che voglia dimostrargli incuria, disinteresse, distanza, disprezzo… Ho odiato Manganelli e La notte mentre procedevo nella lettura… Non ha niente da raccontare e neanche da dire, mi ripetevo. Poi però mi rendevo conto che l’emozione differita della lettura rimandava sempre alla sua palude, alle sue trappole, alla sua rete vischiosa di parole e di segni nelle quali ad un certo punto - non so bene dirti quando e perché - mi sono abbandonata. Ho smesso di cercare l’uscita dal labirinto e ho percepito la felicità di essermi persa tra quelle parole e quelle frasi.

Piovene intanto era già riposto in libreria.

villa_******@yahoo.com

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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