< La storia di  Elsa Morante (Einaudi)

 

Per entrambe le opere, secondo me, sono validi i seguenti punti:

- il narratore, come osservatore diretto, registra fatti evitando eccessi retorici o enfatici

- sia Pereira che Ida non hanno la fisionomia dell’eroe

- entrambi sono cronache di fatti storicamente accaduti

Ma io preferisco il risveglio del giornalista portoghese “innocuo, vedovo e senza figli” che si oppone alla Storia, quando vede consumarsi la bellezza di Marta e quando affronta la morte del giovane Rossi su cui proiettava l’idea di figlio, perché la sindrome narrativa presuppone il bisogno di legittimare l’ immaginario e dargli la coerenza con cui ci appare la realtà.

17p***@gmail.com

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La Storia è un romanzo di impianto volutamente imponente. Innanzitutto, ma non solo, in senso letterale, con le sue 672 pagine. L’autrice, con piglio sicuro e senza alcuna soggezione, affronta una narrazione su tutti i livelli: dal grandissimo della Storia con la maiuscola (ogni capitolo è preceduto da una introduzione con caratteri in corpo minore dei principali avvenimenti storici), al piccolo dei poveri, del popolo, di coloro i quali la Storia, più che agirla, la subiscono.

Ma ciò che questo romanzo fa in maniera strabiliante è la narrazione fluviale delle tante esistenze degli umili, ramificandosi e intrecciando gli avvenimenti con un intarsio di artefatti e incisi.

Lo sguardo di Elsa Morante si posa con lo stesso amore su ogni cosa, sui dettagli minimi delle povere esistenze della vedova Ida e dei suoi figli, sui vestiti rabberciati, il mobilio malridotto.

Uno sguardo che indugia benevolo persino sulla vita dei poveri animali, ritratti con accenti lirici e difficilmente dimenticabili, come la storia del cane Blitz morto sotto le macerie del bombardamento o del micino abbandonato dopo la nascita e seguito nella sua straziante agonia.

Un romanzo ricchissimo e affascinante che si inoltra nei rivoli delle storie narrate ma che mantiene comunque una sua coerente compattezza.

Mi sono piaciuti entrambi questi libri, entrambi mi hanno catturato e catapultato nel luogo e periodo storico in cui sono ambientati: nel 1938 della Lisbona di Salazar per Sostiene Pereira e negli anni della Seconda guerra mondiale della Roma popolare per La Storia. Ma, se una scelta deve essere fatta, la mia preferenza cade su La Storia di Elsa Morante. È un romanzo che non avevo mai letto prima d’ora, diversamente da Sostiene Pereira, e di cui avevo sentito parlare solo per le polemiche che avevano accompagnato la sua pubblicazione.

atz***@yahoo.it

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Tra i due romanzi proposti [La Storia e Sostiene Pereira, ndc], preferisco di gran lunga La Storia di Elsa Morante, che considero un classico della lingua e del nostro immaginario di italiani. La Storia fa onore alla maiuscola che campeggia nel titolo. Non una storia qualsiasi, dunque, ma la Storia che sconvolge le vite di chi tenta di sopravviverle. Una lettura faticosa, lenta e straziante, che diventa ipnotica e persino consolatoria. Provoca ciò che solo i capolavori danno: l’assuefazione. La Storia ci porta nei quartieri romani di San Lorenzo e del Testaccio sotto i bombardamenti alleati e l’occupazione tedesca. Ida e i suoi figli, soprattutto Useppe, frutto di una violenza da parte di un soldato tedesco, a sua volta travolto dalla guerra, ma anche il primogenito Nino, che entrerà in un battaglione delle Brigate nere, sono i protagonisti che si muovono in una rappresentazione corale il cui regista è la Storia, appunto, a cui non ci si sottrae neppure se si vorrebbe volgere la testa altrove.

roberto*******@tim.it

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Sostiene Pereira 1 – La storia 0. Ma è uno zero relativo. La Storia di Elsa Morante, infatti, non pecca di vizi. L’elemento di discrimine che ha fatto pendere l’ago della bilancia verso Sostiene Pereira è stato il modo in cui la Storia viene resa protagonista indiscussa in entrambi i libri. Elsa Morante sceglie di renderla una presenza cupa, angosciante, soffocante al punto di appiattire il campo d’azione delle scelte degli uomini. La libertà cessa di esistere di fronte alla virulenza incontrollata della Storia. In Sostiene Pereira, invece, Tabucchi contrasta la Storia, arriva perfino ad addolcirne i contorni e così una festa in piazza pro Salazar viene stemperata dalla musica nostalgica di Coimbra. Ma soprattutto Tabucchi sceglie di raccontare la Storia di Pereira. E allora la decisione di non sottrarsi alla Storia diventa nostra e la possibilità di compiere un atto di coraggio, reale.

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La Storia. Vince questo perché è un libro che non mi è piaciuto, anzi dirò di più, è un libro terribilmente angosciante e perturbante ma proprio perché così evocativo e potente ho deciso di farlo vincere. Il lungo racconto si sviluppa con un succedersi di eventi  il cui riferimento storico è la Seconda Guerra Mondiale. Potremmo dire che è la Storia dell’Uomo (di una donna, Ida Ramundo dei suoi figli Antonio detto Ninnariello e Useppe, piccolo bastardo figlio della guerra e schiavo di una sua guerra a cui dovrà piegarsi, e di tante altre povere anime, bambini, vecchi, uccelli, gatti...tutte senza scampo) in cui Thanathos e Eros combattono come cavalieri dell’Apocalisse a ritmo incessante. Non c’è Tregua per nessuno. Ad acuire il dramma che vive il lettore c’è un quasi compiaciuto sadismo di chi scrive in cui il dolore dei fatti non è stato elaborato.  Morti, stupri, violenze avvengono in tenere “stanzucce”, in cui sembra di sentire raccontare  ninne-nanne. “Ancora una e...poi basta”, ma non sono storielle che sentiremo, ma ancora morti, stupri e violenze. Senza Tregua. E allora “favoriscio?” dice Useppe per elemosinare cibo in preda alla fame. Si prendi pure, risponde chi scrive… La guerra è solo una traccia mnesica per dare un senso al ritmo, ogni personaggio, l’Uomo, è destinato a “un’epidemia de pestilensia”, in cui i sogni servono solo a dare continuità alla Storia.  Ma c’è un senso? Io speravo che ci fosse con la fine della guerra, e per un attimo ho pensato al sacrificio cristiano come redenzione, invece no, mi sbagliavo, la Storia continua…

Ho tirato un sospiro di sollievo con il dottor Pereira, direttore della pagina culturale del Lisboa, che da cronista diventa esperto di cultura perché la letteratura “si occupa solo di fantasie , ma forse dice la verità”. Grasso, veste mutandoni di lana, cardiopatico e goloso di limonate, sposato con una moglie morta di tisi con cui continua a parlare davanti al suo ritratto, fa di tutto per tenersi lontano alla guerra scrivendo necrologi di scrittori ancora vivi e traducendo novelle francesi. A me è stato da subito simpatico e mi ha fatto venire voglia di mangiare omelette alle erbe.  Il contesto storico è l’ascesa del nazi-fascismo in Europa. La neutralità del Portogallo si riflette su Pereira, e sui suoi maldestri tentativi di tenersi all’oscuro dei fatti della storia. Finché alcuni incontri ( con Monteiro Rossi che assume come stagista, diremmo oggi, e il dottor Cardoso, cardio-psicologo della clinica in cui si ricovererà ) non lo svegliano dal torpore. All’inizio ho pensato che sia il praticante che il dottore lo volessero fregare in qualche modo e che tutto il libro fosse una lunga confessione di Pereira davanti a un tribunale, “sostiene Pereira”, “questo non c’entra con la storia” di un delitto commesso. Un reato, in realtà, verrà commesso, ma sarà la ragione del mio sospiro di sollievo. Una morte che serve e che da un senso ai personaggi.

E allora perché non ho scelto Pereira? Perché ho dovuto mettere a confronto un vino invecchiato con un beaujolais. Dipende dal menu.

a.c.o*****@gmail.com

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Se Moravia stupisce per l’attualità dei suoi temi a così tanti anni di distanza è, tuttavia, la Morante a scrivere un romanzo destinato a restare nella mente del lettore per lungo tempo. La Storia è una lunga riflessione sulla guerra vista dalla gente comune ed un omaggio a chi è costretto a subire gli eventi bellici. Il mondo distrutto visto con gli occhi di Ida Mancuso e di Useppe, vittime di scelte di altri, è, una volta terminata la lettura, il volano per una lunga riflessione sul ruolo di ognuno di noi nel mondo; su quanto possiamo fare e su quanto siamo costretti a subire. La Morante ci ricorda che ogni scelta, anche nel quotidiano, non è mai priva di conseguenze.

luigia******@virgilio.it

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Da un lato, sullo sfondo di Roma occupata e bombardata, gli orrori della seconda guerra mondiale narrati dallo stile realistico e onesto de La storia di Elsa Morante, Einaudi, che nulla risparmia all’immaginazione e ai suoi personaggi, adulti e bambini, carne da macello nel conflitto. Dall’altro lato, l’universo freddo e calcolatore di Marcello Clerici, protagonista de Il conformista di Alberto Moravia, Bompiani, il quale per tutta la vita si divide tra il desiderio di essere normale e la profonda convinzione di non esserlo, al punto che l’apparire “buono agli occhi degli altri”, pur non essendogli nuovo, “sempre lo sconcertava profondamente”. Tra quelli che ritengo due capolavori, cedo all’eleganza e alla complessità del romanzo di Moravia perché mantiene una parvenza di umanità, almeno in superficie, e perché cerca di individuare le cause psicologiche all’origine dell’agire umano, rifiutando l’idea che possa essere solo il caso a determinare le nostre vite. “Io sono una persona perfettamente ragionevole, normale insomma…”, dice di sé il Clerici. In realtà una macchia, una colpa che crede indelebile lo segna" e lo perseguita, spingendolo a compiere atti riprovevoli pur di aggiungere “un anello in più nella catena di normalità”.

Una tragedia di aspettative tradite e finzioni, narrata dalla penna magistrale di Alberto Moravia.

apai****@libero.it

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Quella de La storia è la descrizione della Storia (primi sessant’anni del Novecento, in particolare quelli della Seconda Guerra Mondiale) (in)consapevolmente osservata e vissuta da personaggi umili. La partecipazione emotiva dell’autrice è evidente, così com’è evidente la vivacità data dall’uso dei dialetti, delle lingue, delle molte voci tutte diverse, dell’essere costantemente “affogati” nella vita da parte dei personaggi. Scritto in uno stile semplice ma nient’affatto trascurato, il romanzo è una lettura contemporanea, adatta anche a chi non abbia un ricchissimo lessico personale. Nota di biasimo per il romano da cui sono state asportate tutte le j.
Breve confronto: le differenze tra i due romanzi [La Storia e il Conformista, ndc] sono molte e molto evidenti, al di là della fede politica dei personaggi. Tanto è morto Il conformista quanto è viva La storia; tanto è affettato lo stile de Il conformista quanto è “popolare” quello de La storia; tanto è distaccata la cronaca di Moravia quanto è partecipata quella di Morante; tanto è eterea e aleggiante la Roma de Il conformista quanto è sanguigna e verace quella di Morante. Il conformista si alimenta di un alone di morte; La storia brulica di vita. E leggendoli fianco a fianco, pare di guardare da una parte una parete dipinta di bianco e dall’altra un film girato in Imax, tanto sono differenti le sfumature.
Il vincitore: Elsa Morante.

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Due storie tragiche. 

Due storie legate ad un periodo di guerra. 

Due storie che narrano la vita di due individui.

La mia preferenza va al testo di Alberto Moravia.

Ha una modalità narrativa che preferisco perché analizza maggiormente il personaggio di Marcello, mentre La storia della Morante è maggiormente una ricostruzione storica degli anni dal 1900 al 1967.

Letto oggi c’è troppo intento a voler far conoscere la sofferenza della guerra in un periodo a noi lontano.

Il conformista è una bella analisi psicologica di Lino dall’infanzia fino alla morte. Potrebbe esser vista come la descrizione della storia di una qualunque persona, per questo ci si ritrova di sicuro in uno dei passaggi del testo. Può esser letto in qualsiasi momento storico, senza avvertire il passare del tempo e tutto è drammaticamente realistico.

francesc********@hotmail.com

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La lettura di due romanzi che raccontano, ognuno a modo proprio, la società italiana durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale è un viaggio nel passato che vale sempre la pena fare. Moravia, in Il conformista, ci racconta di un uomo che desidera più di ogni cosa essere uguale agli altri: sostenitore del regime, borghese, con una bella moglie e un buon lavoro. Morante, in La Storia, affronta gli anni della guerra e del periodo immediatamente successivo dal punto di vista di Ida, donna fragile e isterica, che cerca con i propri mezzi di sopravvivere con il figlio Useppe. Nonostante gli elementi comuni (il fascismo, la follia e la famiglia), i due romanzi sono molto diversi nella scrittura, più scorrevole quella di Elsa Morante, più elegante quella di Alberto Moravia, e nell’epilogo, fatalmente drammatico in entrambi. E anche se i personaggi di Moravia parlano di noi e della nostra infelicità, la storia umana e tragica di Ida mi ha conquistata e per questo la palma del vincitore va a Elsa Morante.

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Ho preferito La Storia di Elsa Morante. La ricostruzione storica della seconda guerra mondiale è densa, umanissima e di forte impatto emotivo. Ho apprezzato anche le informazioni manualistiche, riservate alle introduzioni, perché misurate e utili per calarsi nella narrazione. La bellezza maggiore del libro sta, secondo me, nella capacità (o volontà? O cura?) della Morante di regalare al lettore dei personaggi intensi e passionali, uno su tutti Useppe, che con le sue vicissitudini di bambino simpatico, ingenuo, pieno di vita, vulnerabile, buffo, dall’abbigliamento e soprattutto dal linguaggio indimenticabili, mi ha fatto compagnia per le ore della lettura, “proteggendomi” dagli eventi della guerra (descritti in modo vivido nel loro impatto più crudele e concreto sulla quotidianità della gente) , regalandomi emozioni di tenerezza, divertimento e commozione, ma anche suscitando emozioni negative come rabbia e tristezza per l’epilogo della sua breve vita, determinata dall’amore e dalle attenzioni dei suoi adulti di fiducia, che gli effetti della Guerra gli hanno dato e gli hanno tolto.  Un racconto della storia che mi sembra intellettualmente impegnato nel suo argomentare le idee e gli ideali del tempo, e soprattutto di grande sensibilità emotiva.

federica********@yahoo.it

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