< Le balene mangiano da sole di  Rosario Pellecchia (Feltrinelli)

Qui di seguito le recensioni di LeBaleneMangianoDaSole raccolte col torneo 'nar' (tutte le fasi)

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la storia di un rider. Di per sé argomento su cui scrivere ma non mi è piaciuta la prosa

Vincenzo Carlini

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Gli incontri non previsti, gli istanti minuscoli che ci uniscono, il “prendersi cura” come unica strada verso l’umanità di ciascuno. Le balene mangiano da sole racconta la possibilità di tenerezza che può esistere tra due “perfetti sconosciuti”; un ragazzino e un giovane uomo, entrambi in qualche modo alle prese con un grande dolore da superare. Il libro scorre abilmente e inesorabilmente sulla superficie delle cose, senza mai immergersi davvero in quelle profondità oscure dove nuotano le balene.

Silvia Ostuzzi

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La realtà quotidiana dei rider è descritta in un modo leggero, ironico ma anche con malinconia. Lettura piacevole e scorrevole. Mi è piaciuto.

Enrico Colombi

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Circolo dei lettori
di Palermo 3 “Eutropia”
coordinato da Rosana Rizzo
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Le balene mangiano da sole è un romanzo che vuole essere letto lentamente. Innanzitutto per non mescolare e sovrapporre i sapori dei cibi che danno il titolo ai brevi capitoli; in secondo luogo, perché è con lentezza (e delicatezza) che l’autore ci fa entrare nel mondo di Genny, il rider protagonista di questa storia: uno studente universitario napoletano a Milano, che a un certo punto della sua vita (e non per bisogno) decide di intraprendere il mestiere delle consegne a domicilio.
Sebbene Pellecchia non trascuri del tutto l’aspetto “sindacale” di questa nuova forma di lavoro (messo in parola – non a caso – dal coinquilino e collega senegalese di Genny), il racconto segue un’altra via.
Il protagonista è un giovane che, reduce da una tragedia personale, si riscopre affamato di umanità; e della professione di rider (oggi una di quelle meno regolamentate e più soggette a vessazioni e sfruttamento) apprezza soprattutto la nuova, inedita possibilità di entrare, foss’anche solo per pochi istanti, nelle case e nelle vite delle persone. Si diverte a immaginare l’avventore: il genere, l’età, lo status sociale e le caratteristiche caratteriali. È come un gioco, che Genny condivide una volta alla settimana con i suoi colleghi (tutti stranieri).
Alcuni di questi incontri, però, si rivelano più intensi di altri, e da uno dei più improbabili, con un ragazzino dodicenne tifoso del Napoli e ghiotto di pollo fritto, nasce una bizzarra amicizia che porterà una svolta nelle vite di entrambi.
La scrittura di Pellecchia è piana, gradevole e mai sopra le righe. I personaggi sono credibili, i dialoghi verosimili e a tratti anche molto intensi, come quelli con l’anziana vedova milanese che ordina sempre la Pizza Bismarck in memoria del marito. Gustosissime le considerazioni di Genny sulla barbarie culinaria nordica (e tuttavia, sul fronte dell’intransigenza alimentare, i napoletani sono nulla – nulla! – a paragone coi siciliani).
Un romanzo ottimista, godibile e di piacevole lettura, che parla dell’assenza e delle vie molteplici e imprevedibili per colmarla.

Pietro Giammellaro

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La Napoli contemporanea colpisce sempre, quasi a rammentare, soddisfacendo un bisogno interiore, che l’umano deve essere condiviso.
Come "La sartoria..." anche questo romanzo, seppur ambientato in una metropoli del nord, ci racconta di una umanità "familiare" ricca di emozioni, amori e dolori e delicate contraddizioni, tipiche del Sud.
La vita dei riders (che a Napoli dimostrano essere una comunità) fa da sfondo ai sentimenti di un giovane studente fuorisede ed ai suoi dolori per la morte della ragazza amata, alla storia di una donna-madre per scelta ed al figlio, appena adolescente, cresciuto troppo presto ma che sa rivendicare il suo diritto alla gioia ed infine, ma sempre presente, al confine in cui la Città relega i rider "stranieri" che però sanno rispondere e trovare nella comunione un modo di essere società civile in chiave contemporanea.
Questo romanzo mi ha fatto compagnia durante alcune notti di covid, regalandomi tanta leggerezza grazie anche alla gentilezza della scrittura di Pellecchia.

Giuseppe Riccio

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Gennaro, Genny per gli amici, pedala pedala e pedala, sulle spalle porta uno zaino- cubo che contiene cibo da consegnare. Ed è inutile cercare scuse dicendo di essere fuori forma per cercare di tirarsi indietro, perchè chi comincia a leggere questo libro, inizia a pedalare insieme a Genny, a sentire la fatica nelle gambe, il freddo che morde la carne, vedere le vie di Milano che scorrono, entrare nel mondo dei rider e soprattutto nel mondo interiore del protagonista.
La lettura scorre veloce, con un linguaggio agile e giovane, è una ventata di aria fresca che  conquista, fa respirare, cattura e fa immergere nella storia e nei vari personaggi così ben delineati.
Lo scritto di Pellecchia potrebbe sembrare a prima vista un romanzetto, ma dentro invece troviamo di tutto: il dolore lancinante di un ragazzo di 23 anni che non sapendo come affrontarlo si dà, anima e corpo, alla professione del rider, lavoro in genere svolto da stranieri sottopagati e sfruttati. Ma lui, Genny, è felice di prendere le ordinazioni, immergersi nella vita del destinatario, immaginandolo in base al cibo scelto e poi giunto alla meta cercare di scoprire, nel modo più discreto possibile, quanto la realtà sia aderente al profilo creato nella sua testa.
Questa sua curiosità insaziabile nell’entrare nelle vite dei suoi clienti in realtà non è nient’altro che la necessità assoluta di riempire il vuoto profondo che il nostro rider ha dentro, un buco nero che rischia di risucchiarlo e allora, Genny, lo riempie: con l’ amicizia del suo coinquilino originario del Senegal o, con quella dei colleghi con cui si incontrano periodicamente per raccontarsi le avventure più incredibili occorse loro durante il lavoro , comprese le difficoltà e le discriminazioni cui sono soggetti. Ci viene raccontata e descritta così bene la solitudine di Maria che conquista il cuore di Genny, perchè riconosce in lei il dolore profondo che in lui rimbomba così devastante. E poi arriva lui, Luca, 12 anni che semplicemente gli chiede di guardare insieme la partita di champions league del Napoli. Ecco che irrompe nella storia, la città di origine del protagonista che è sorprendentemente legata al nuovo giovane amico. E’ l’incontro di due solitudini legate ad una assenza, assenza colta da Genny negli  occhi nerissimi e profondi del dodicenne, in cui risuona e diventa riconoscibile un dolore che li accomuna.  Da quel momento questa amicizia bizzarra li unisce e li porterà proprio a Napoli per risolvere ognuno i nodi che bloccano le rispettive vite . Le balene mangiano da sole, è la scoperta che Luca ha  fatto e che lo ha gettato nella disperazione, ma che gli rende assolutamente indispensabile scoprire in realtà come mangiano le balene e cosa mangiano, ed è proprio a Napoli che lo scoprirà grazie all’aiuto dell’amico Genny e dei suoi amici.
La freschezza e la leggiadria con cui il romanzo è scritto, il linguaggio giovane e gli espedienti narrativi legati alla ormai nostra quotidianità della vita social in cui siamo immersi, lo rendono un piccolo capolavoro di leggerezza e introspezione. Si vola sulla bici, si spinge sui pedali entrando con ogni pedalata in uno dei mondi dei vari personaggi così ben tratteggiati, mai pesanti o scontati, entriamo e viviamo da dentro l’aspetto sociale ed economico che riguarda il lavoro dei rider, un mondo sino ad ora poco esplorato, che però , probabilmente , almeno una volta, in ognuno di noi, ha lasciato un punto di domanda non appena  ha chiuso la porta con il cibo consegnato in mano.
Le uniche annotazioni meno gradevoli che si possono fare, è forse lo scadere a volte in alcuni stereotipi partenopei che rafforzano pregiudizi e stigmatizzazioni (cosa che da uno scrittore napoletano non ci si aspetterebbe),  e delle descrizioni troppo ‘accurate’ della partite del Napoli che a chi scrive, non amando il genere , hanno annoiato un po’, giusto un po’.
In conclusione  possiamo dire che scoprire ‘come mangiano le Balene’ è stato una piacevolissima compagnia.

Serena Crifò

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Sono convinta che, qualsiasi lavoro tu faccia, ciò che conta è l’interesse per le persone e la qualità delle relazioni; che, in sintesi, è la filosofia del romanzo di Rosario Pellecchia. Un romanzo che si legge senza fatica e che fa sorridere pur trattando temi forti quali la perdita della persona amata, l’assenza di un genitore, le difficoltà di una madre single.
Gennaro, detto Genny, ventitreenne  napoletano laureato in design al Politecnico di Milano, si ritrova , un po’ per caso  e un po’ per scelta,  a vivere una sorta di periodo sabbatico facendo il mestiere del rider; mestiere che gli consente, prima di affrontare la laurea specialistica e nel tentativo  di superare il trauma della morte della fidanzata e di “una vita ferma, bloccata, ammaccata, proprio come il rottame della sua Twingo”, di guadagnare qualcosa facendo ciò che in quel momento trova consolatorio. “…l’idea di girare Milano in bicicletta, ascoltare musica e incontrare persone. Tenere la testa occupata, non solo con lo studio. Muoversi, per evitare di pensare troppo.”
“Pizza Bismarck , Gelato pistacchio salato e cioccolato fondente, Chirashi di salmone, Bagel al salmone con cream cheese, Tacos con chili e carne, Vongole fujute, Pizza napoletana, ’O cuoppo, Sfogliatella, spremuta e caffè: sono alcuni dei titoli dei vari capitoli, tutti denominati dalle ordinazioni dei clienti.
Prima di ogni consegna Genny cerca, infatti,  di immaginare e indovinare cosa si troverà davanti, come sarà la casa e che caratteristiche avrà il prossimo cliente, basandosi, per la sua previsione, sul cibo ordinato.
 Uno dei suoi incontri è con Luca, un dodicenne lasciato in casa dalla madre con i soldi per ordinare pollo fritto e patatine a domicilio, mentre guarda la partita del Napoli.
Sarà la comune passione per quella squadra a convincere Genny a violare una norma rigorosa, per i rider, che prevede che il contatto con i destinatari dei recapiti non superi mai gli stretti tempi della consegna.
 “La partita intanto è iniziata, e a Genny sembra del tutto naturale guardarsela lì col suo nuovo amico di dodici anni. Ogni tanto si sforza di vedersi da fuori e di trovare la cosa inappropriata, perché lo sa che è così, ma deve fare appello alla razionalità per giungere a questa conclusione. Ha fantasticato mille volte di varcare quella soglia e di entrare nella vita dei suoi clienti, di oltrepassare lo spiraglio che gli concedono. Ma di tutti i modi in cui sarebbe potuto capitare, questo è di gran lunga il più bizzarro e imprevedibile: guardare la Champions League mangiando pollo fritto e patatine insieme a un dodicenne con addosso la maglia di Edinson Cavani. “ … “Il dolore funziona come il bluetooth: impiega un secondo a connettere due persone, e così a Genny sembra di essere già legato a quel ragazzino, perché in fondo a quegli occhi neri scorge una cicatrice, qualcosa che lo spinge a chiedere al primo spiantato che gli piomba in casa per consegnargli la cena di rimanere, di fargli compagnia e di ascoltarlo. E forse quella sera, con poche battute e uno sguardo, quei due si sono riconosciuti…”.
Ed è così che nasce una improbabile amicizia tra il bambino e il rider, amicizia che porterà ad un epilogo di rinascita.
Il titolo del libro, così particolare, ci viene in parte  spiegato ai capitoli “Plancton 1” : “Papà fa un lavoro bellissimo in un posto tanto, tanto lontano da qui. Ma ti pensa sempre e ti vuole bene.” “Che lavoro?” chiese Luca accigliato. … “Lui dà da mangiare alle balene.”
E “Plancton 2”: “L’uomo entra in stazione alle undici e tredici. Il suo passo è lento, a differenza del battito del suo cuore, che è piuttosto accelerato. Gira a destra, percorre ancora cento metri, poi stringe appena gli occhi e lo vede. La schiena magra, la maglia con il numero sette, il collo sottile, i capelli scuri con la crestina. Ha una lieve esitazione, all’improvviso sente la testa leggera e il fiato corto, come fosse sott’acqua, come le balene quando riemergono dalla profondità degli abissi per prendere aria in superficie.
Come scrive lo stesso autore nell’epilogo, il libro non vuole essere un’analisi sociologica del mondo dei rider, così complesso e variegato; “è piuttosto un omaggio ai ragazzi e alle ragazze che fanno questo lavoro, verso i quali, fin dalla loro comparsa sulle strade del nostro Paese, ho sentito un afflato e un’empatia che non potevo non ascoltare.”.
Nota finale: da palermitana non avrei potuto non tifare per questo romanzo, considerata la passione di uno dei protagonisti per il grandissimo calciatore Cavani. Come il piccolo Luca, tifoso del calciatore del Napoli, non posso dimenticare l’esordio, nel Palermo  contro la Fiorentina, dell’attaccante, straordinario ventenne autore del magnifico goal in serie A, primo dei 37 con la maglia rosanero n. 7.

Viviana Conti