< Pentcho di  Antonio Salvati (Castelvecchi)

Qui di seguito le recensioni di Pentcho raccolte col torneo 'nar' (tutte le fasi)

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Pentcho è un piccolo mondo, fatto di intrecci e di destini. Ognuno ha una storia da raccontare, diversa, difficile, complicata ma tutte accomunate da un fattore comune: il Pentcho

Veronica Placido

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Bello, una storia che non conoscevo raccontata attraverso i personaggi descritti mirabilmente. Poi l’idea del fiume che scorre come metafora della vita in cui si immergono altre vite.

Rolando Tomassi

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Non c’è storia, scelgo Pentcho. Una storia di oggi, sia per il contenuto profondo, drammatico, tragicamente attuale; sia per la scrittura, lieve ma intensa, che tratteggia i personaggi della carretta fluviale con parole incisive, essenziali e descrive i loro stati d’animo con similitudini azzeccate e pennellate d’artista. Per non parlare della profondità dei concetti che ogni persona del Pentcho veicola. Il Pentcho è l’umanità intera con le sue aspirazioni, paure, insicurezze, speranze, tradimenti, eroismi, piccinerie, ideali. Il libro l’ho bevuto e amato e l’ho letto in un pomeriggio.

Maria Maddalena Zuccolo

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Le avventure del Pentcho sono avventure coraggiose, e il romanzo che le racconta è un romanzo corale che ricorda l’Antologia di Spoon River di Lee Masters (P. Rumiz), con due differenze: anziché la terra, l’acqua; anziché la poesia, la prosa.
Sul Pentcho, che è una nave non-nave, ci sono centinaia di passeggeri nel 1940: tutti ebrei, tutti in fuga. Qualcuno è destinato a salvarsi, qualcuno no. Alcuni di loro arriveranno a terra insieme al compagno con cui sono partiti, ad altri non rimarranno che i pochi brandelli che indossano. In poche parole, Pentcho è il resoconto turbolento e amaro di un naufragio che non riguarda solo un battello sfortunato, ma anche la vita stessa dei disperati che ha traghettato da Bratislava lungo il Danubio e poi attraverso il Mar Nero e il Mar Mediterraneo, senza mai giungere in Palestina. Un romanzo intenso e sapiente con cui Salvati restituisce alla memoria collettiva un episodio in bianco e nero che è in grado di dirci ancora qualcosa, non solo sul passato, ma anche sulla necessità di intervenire in maniera delicata, critica e lucida sulle disumanità che, in forma diversa, tratteggiano con forza anche il nostro presente.

Simona Di Carlo

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Pentcho è una raccolta di storie nella storia di questa sgangherata imbarcazione e della speranza della vita.
Perché, nonostante il dolore, la paura e la morte, è di vita che questo testo è densamente pieno, la vita che scaturisce dalle storie dei protagonisti, la vita che anima gli armatori dello sgangherato battello e l’idea folle che portano avanti, la vita che passa dalle mani della dottoressa che, chiamata a scegliere, si sottrae alla follia dell’imperativo nazista del momento e non sceglie. “La tua felicità non può mai essere vera e completa se si nutre della infelicità di altri” è la frase che la dottoressa ricorda del saggio padre. E non sceglie.
La vita del nastro rosso della fidanzata che non vorrebbe partire ma parte lo stesso.
E di vita parla anche la speranza della salvezza.
Poco importa l’epilogo, la speranza riempie il cuore.
La scrittura è corposa, studiata, attenta.
Mi è piaciuta molto la struttura che non risulta al lettore slegata, in quanto, personaggio dopo personaggio, si snoda la storia del gruppo.
Molto attuale e molto intenso e a tratti commovente.

Sonia Consolo Giaccotto

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Parma “Voglia di leggere - Ines Martorano”
coordinato da Pietro Curzio
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’autore descrive, attraverso la voce dei tanti protagonisti, la storia, tra realtà e fantasia, della fuga(nel 43)di quasi 500 ebrei da Bratislava verso la Palestina, su un vecchio battello. Le voci dei tanti protagonisti descrivono le vicissitudini attraverso i vari paesi che il Pentcho tocca Descrivono anche l’imperscrutabile ed inesorabile destino che colpisce alcuni fuggitivi ed i diversi modi di rapportarsi delle autorità dei paesi toccati(indifferenza, ostilità, rapina, connivenza)
Mi piace però terminare con ciò che viene detto: "Quell’impresa disperata e coraggiosa per mettere in salvo la vita non è mai terminata, continua ancora oggi, con altri nomi".

Donatella D’Agostino

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Il Pentcho fu un vecchi battello fluviale che nel 1940 venne acquistato da un gruppo di ebrei per fuggire dal nazismo e raggiungere la Palestina navigando da Bratislava lungo il Danubio e quindi attraverso il mediterraneo. L’impresa non fu conclusa. Il Pentcho si incagliò nell’Egeo su un’isoletta deserta. I 500 ebrei della Mitteleuropa che erano a bordo sopravvissero quasi tutti, furono recuperati da navi italiane e portati in Italia, in Calabria. Il romanzo racconta il viaggio di questa “carretta del mare””. La storia è narrata dai singoli passeggeri, uno per capitolo, ogni capitolo un fatto o una situazione del viaggio.
Romanzo coinvolgente, ben scritto, una storia ormai antica, pungente di attualità.

Giuseppe Montagna

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Arco di Trento “LibriCitando”
coordinato da Cristiana Bresciani
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Pencho è la storia di centinaia di ebrei che partono a bordo di un malconcio battello da Bratislava nel tentativo di fuggire dall’avanzata nazista. La storia veramente accaduta è raccontata dalle voci narranti “romanzate” dei passeggeri che descrivono le loro paure, le loro speranze e la durezza del
viaggio. La scrittura è lineare e si legge dall’inizio alla fine mantenendo costante l’interesse. Una storia che sembra scritta con lo scopo di non dimenticare il passato, ma che in realtà è ancora molto attuale. Un libro da consigliare.

Barbara Bertamini

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Pentcho è un libro che accompagna in un lungo viaggio, intrapreso durante la seconda guerra mondiale da 400 ebrei che fuggivano dall’Europa nazista per raggiungere la Palestina. È un libro struggente, che mette in luce una situazione e delle dinamiche purtroppo ancora molto attuali. Leggendo questo libro, che ci racconta il viaggio attraverso le persone che lo hanno intrapreso, viene risaltata l’importanza di dare una considerazione maggiore ai singoli individui. Conoscendo i personaggi e le loro storie ci rendiamo conto che sono unici, e che il fatto che stiano fuggendo insieme verso una prospettiva di vita migliore comunque non li rende uguali l’uno all’altro, e non li rende “solo” persone che fuggono. Ogni capitolo una persona,
ogni persona una storia, ogni storia una vita intera che merita di essere considerata tale, unica e distinta.
Quella vita che troppo spesso finiamo per semplificare e ridurre ad un numero, ad un titolo di giornale letto troppe volte, che ormai ci scivola addosso. Questo libro mi ha aiutata a pensare più a fondo, ad andare oltre i pregiudizi, ma soprattutto ad imparare a rifiutare una narrazione semplicistica delle persone, della loro vita e delle loro esperienze.

Virginia Santoni

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Questo autore davvero sa usare la penna creare suspense.
Il Pentcho è una vecchia imbarcazione da fiume che durante la seconda guerra mondiale carica centinaia di ebrei con l’obiettivo di scendere lungo il Danubio fino in terra santa. Ogni tratto di strada viene narrato da una persona che era davvero sul Pentcho, da uno studente, un medico, dal farmacista, dalla sarta.... Nella storia ci sono molti imprevisti che fanno deviare dalla rotta, ci sono tragedie nella tragedia, problemi tecnici, fame e malattia, e leggendo ho appreso fatti storici che non conoscevo.
Semplicemente OTTIMO LIBRO

Paola Franceschini

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Il romanzo narra di centinaia di ebrei che, per sfuggire alle persecuzione naziste, salpano da Bratislava su un battello sgangherato, il Pentcho, inizialmente solcando il Danubio e affrontando poi le insidie del mare aperto con l’obiettivo comune di raggiungere la Palestina. Dopo cinque mesi
di navigazione il battello andrà distrutto e I naufraghi, anzichè in Palestina, finiranno nel campo di concentramento di Ferramonte in Calabria. Da qui ognuno di loro approderà a destinazioni diverse, spesso non riuscirà a sopravvivere, pochi raggiungeranno la mèta tanto agognata e per la quale
hanno corso pericoli e provato paure immense. Molto particolare la scelta di far raccontare ogni capitolo di questa storia dalla voce 24 passeggeri del Pentcho: le singole narrazioni dello stesso fatto storico raccontate secondo la personale esperienza evocano sentimenti e avvicinano al loro
vissuto: e non possono far dimenticare chi, ancora oggi, affronta il Mediterraneo con mezzi di fortuna, spesso senza arrivare a destinazione.

Marialuisa Bozzato

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Sullo sgangherato Pentcho un vecchio rimorchiatore fluviale inadatto alla navigazione in mare, si incrociano le storie di 400 ebrei apolidi di Bratislava che nel maggio del 1940 intraprendono un viaggio al limite della disperazione, verso la Palestina, per sfuggire ai venti nazisti che imperversano
sempre più pericolosamente in Europa. Percorrendo l’intero corso del Danubio il vecchio battello, che in poche settimane avrebbe dovuto raggiungere il Mar Nero, dopo cinque lunghissimi mesi  interrompe il suo viaggio e quello dei suoi occupanti in Calabria, nella cittadina di Ferramonti, dove
sorgeva il più grande campo di internamento dell’Italia fascista.
Ferramonti, per i naufraghi del Pentcho, divenne una salvezza, il luogo dove ritrovarono un po’ di umanità e di dignità, nonostante il loro destino assolutamente incerto.
Sul Pentcho si incontrano le vite e le storie di numerose persone, intere famiglie, per le quali lo sgangherato battello rappresenta la speranza verso la salvezza: racconti toccanti di coloro che ce l’hanno fatta e di coloro che purtroppo sono morti: ed i sopravvissuti, seppur vivi, sono morti dentro
pure loro.

Daria Morandi

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Ispirato ad una storia vera Pentcho racconta l’odissea attraverso il Danubio di 400 ebrei partiti da Bratislava nel 1943 per sfuggire al dominio nazista.
Salviati attraverso una narrazione estremamente precisa ed attenta racconta attraverso le storie di uomini e donne d’ogni età ed estrazione sociale il viaggio sul Pentcho nel tentativo di raggiungere la Palestina.
Una romanzo carico di paura, sofferenza e speranza che racconta il triste destino del popolo ebreo odiato e respinto, invidiato e vilipeso, e finalmente sterminato nel progetto del genocidio hitleriano.
Un racconto che purtroppo si ripete attraverso i fatti di cronaca dei giorni nostri attraverso gli occhi dei milioni di profughi che approdano sulle coste dei nostri mari per sfuggire alle guerre dei loro paesi.
Profetico questo pezzo di Salviati all’interno del romanzo:
Ci saranno ancora profughi che solcano mari e fiumi per trovare riparo dalla violenza delle armi o delle leggi, a volte senza poter neppure distinguere le une dalle altre; e uomini che si sentono in diritto
di scacciare, di opprimere loro simili, solo perché diversi nel dio in cui credono, o nel colore della pelle che ne ricopre i muscoli, o nella lingua che parlano; e muri, e confini, e barriere di filo spinato a fermare
le speranze di tanti per proteggere le certezze di pochi.
Ascolteremo ancora dotti e scienziati costruire teorie sulla superiorità di un popolo, di una cultura su di un altro, su tutti gli altri, soffiando forte sul fuoco di uno sterile orgoglio di patria; e poeti, scrittori e
romanzieri pronti a comporre versi e romanzi per dare loro ragione, inquinando dopo le menti anche la fantasia e i sogni delle persone.
Da ultimo, ci saranno sempre giornali pronti a divulgare notizie false, o ben modificate, pur di andare incontro ai nuovi, famelici bisogni dei loro incrudeliti lettori.
Tutto questo accadrà di nuovo, non dubitate: per quanto voi possiate raccontare, per quanto noi possiamo testimoniare.
È tutto inutile.
Presto, da qualche parte del mondo, un nuovo Pentcho salperà.
E io non voglio pensarci.
Non voglio parlarne.
Voglio solo scomparire in silenzio, per non esserne complice.
Un romanzo che accantona gli aspetti più tragici e cruenti del genocidio ebraico per dare voce alle persone e alle loro emozioni lasciando al lettore sempre  la speranza in un epilogo migliore.   
Non amo molto i libri su questo argomento in quanto particolarmente sensibile al tema ma questo lo ho apprezzato particolarmente. Ho apprezzato l’originalità del racconto attraverso le voci in prima persona dei protagonisti  e la profondità critica di Salvati.

Chiara Covi

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Il parallelismo con l’arca di Noè e con gli sbarchi degli immigrati del mare nostrum è fin troppo scontato.
Un viaggio raccontato attraverso gli occhi di decine di personaggi saliti su quel battello con la speranza umana di sopravvivere.
Un viaggio dove si sentono gli odori, si percepiscono i colori, il fastidio della fame e della sporcizia.
Un viaggio interminabile in un’Europa ancora molto simile, nonostante siano trascorsi più di sessant’anni.
Perché le storie restano, le chiamiamo memoria, ma non sempre sufficienemente ci insegnano.
Forse per questo senso di disagio preferisco perdermi nella razionalità irrazionale di Sibil.

Viviana Sbaraini

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Le memorie di un viaggio impossibile si susseguono una dopo l’altra per darti una visione oggettiva e da vari punti di vista.
La storia, quella vera, si mescola con le storie di individui che si sono ritrovati per scelta a condividere questa fuga da una morte che ormai tutti pensavano certa,  arrivando a rischiare comunque la vita.
Gli Ebrei in fuga si imbattono e combattono contro l’indifferenza, la cattiveria e la voglia di non immischiarsi dell’uomo in generale.
Il sogno di arrivare nell’amato Israele in salvo si infrangerà contro uno scoglio ma in realtà si era già infranto prima, durante il viaggio, quando tutti ormai sfiniti dalla fame, dalla stanchezza, dalle malattie, avevano scoperto essere presenti nell’altro e in sè stessi, quasi contemporaneamente, i sentimenti dell’egoismo e della tolleranza, della compassione e della paura.
Un racconto di un viaggio della speranza che potrebbe non avere un tempo e un luogo definito e chiaro. Ma che lo accomuna a tanti altri viaggi, o meglio fughe, da posti che qualcuno chiamava "casa" verso altri luoghi, in cui si spera di ritrovare una casa.

Emanuela Prandi

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Libro che ti fa pensare, sul quello che è successo in quel periodo, e che torna a farsi presente ai giorni nostri in continuazione e in diversi luoghi del mondo ma sempre molto simile a cose già provate e vissute ma mai assimilate tanto da riuscire ad evitarle. Libro scritto molto, bene lettura scorrevole.

Anna Maria Tavernini

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“Pentcho”, opera prima di Antonio Salvati e’ un racconto ispirato ad una storia vera. Pentcho e’ il nome di di un battello piuttosto malconcio che accoglie 400 ebrei in fuga da una Bratislava ormai dominata dai nazisti  e li accompagna lungo il Danubio fino a raggiungere il campo di concentramento di Ferramonti, in Calabria.
Un “ viaggio di carta”, come lo definisce l’autore stesso, dove le voci dei protagonisti e le loro dolorose storie si dipanano una dopo l’altra in un racconto corale e frammentario allo stesso tempo. Forse troppo frammentario

Claudia Prandi

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Mi è piaciuto leggere questa storia basata su un fatto vero di cui non conoscevo nulla. Lo scrittore ha descritto il racconto del viaggio del Pentcho attraverso capitoli sui vari personaggi / partecipanti del gruppo numeroso che ha fatto il lunghissimo percorso in mare. L’ho trovato molto esauriente nei particolari delle varie persone e coinvolgente. Ha reso l’idea riguardo le difficoltà della convivenza incontrate in uno spazio ristretto, delle relazioni sociali difficili che emergevano nel tempo. Mi ha incuriosita molto la sua ricerca storica personale tanto da portarlo a scrivere un romanzo. La lettura è stata piacevole, per niente scontata per il tema e la suggerirei ad altri lettori.

Cristiana Chesani

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Il libro è ben scritto e scorrevole. Si tratta di una storia vera, anche se romanzata.
Alcuni dei passeggeri del Pentcho raccontano ciò che gli è accaduto prima, durante e dopo la traversata. Ognuno di loro racconta l’esperienza dal proprio punto di vista, ma tutti condividono le stesse tragiche motivazioni che li hanno portati ad intraprendere il viaggio.
È un libro commovente, che fa riflettere e rendere consapevoli di quanto la storia in un certo senso continua a ripetersi in molte parti del mondo ancora ai giorni nostri.

Giovanna Tarolli

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Ho capito subito che il libro mi sarebbe piaciuto già dalla lettura della prefazione di Paolo Rumiz.
La storia struggente degli occupanti di questa grossa nave sgraziata, come il corpo gracile di un ragazzino adolescente cresciuto troppo in fretta, partita con tanti sogni e paure da Bratislava, raccontata da loto stessi in successione cronologica e da diversi punti di vista...un modo coinvolgente per descrivere un esodo che presenta tante affinità purtroppo a tanti altri, non ultimo quello che sento più vicino, quello degli istriani del 1947.
Tutte storie che hanno un comune denominatore di struggimento, nostalgia e sofferenza ma anche di aspettative, non sempre poi confermate, legami e sodalizi che rendono le storie dei profughi uniche e irripetibili.
E’ una storia che vale la pena conoscere. E come ha cercato di fare l’autore del libro, mi è sembrato un ottimo modo; al di là della storia, credo che possa insegnare tanto, il viaggio delle voci del Pentcho.

Chiara Marcozzi

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Viaggio di un gruppo di ebrei in fuga dalla persecuzione nazista. Prima   di tutto scorrevole, originale nella trama. Viaggio visto da vari viaggiatori e vari punti di vista. Le difficoltà burocratiche che incontrano non solo loro ma anche i migranti attuali che vengono dirottati in un porto o nell’altro. Per cui un tema attuale anche se ambientato in un’altra epoca. La bagnarola di fortuna che dovrebbe portarli in salvo. La vita dura a bordo e le condizioni  precarie in cui vivono. Al. telegiornale parlano di migranti ma spesso non ci rendiamo conto di quello che effettivamente vivono e affrontano. Anche se le motivazioni possomo essere simili.

Laura Baldessari

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Pentcho non è il solito romanzo sugli ebrei. E’ il racconto, attraverso le testimonianze dei protagonisti, di un viaggio della speranza. Uno di quei viaggi che ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, avvengono. Un barcone di disperati che scappa dalla guerra e dalle persecuzioni.
Ho apprezzato l’originalità della prosa. Tante voci si alternano portando avanti un racconto unico.
Semplice, lineare, commovente e purtroppo attuale.

Cristiana Bresciani

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Coinvolgente, emozionante, tragicamente attuale. Per me che da volontario mi occupo di immigrati, il libro è stato un incontro commovente.
Salviati dà vita ai suoi personaggi con poche pennellate precise e nella narrazione corale della tragica esperienza del Pentcho, ricama un piccolo cameo per ogni storia, un racconto dentro il racconto, dando ad ognuno la dignità dell’unicità. Una storia di guerra che in pochi conoscono diventa il pretesto per far riflettere sui tanti problemi sociali che ancor oggi rimangono irrisolti nell’indifferenza e nell’ignoranza collettive.

Rossana Landini

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Salvati ha trasformato in pagina scritta il drammatico e dimenticato periplo in acqua del Pentcho dandogli sostanza attraverso l’accavallarsi polifonico delle voci di personaggi che si muovono nell’evidenza di una realtà le cui cifre sono il tempo, il dolore, la morte, la paura. Con il meccanico Mittelmann, al termine del viaggio, possiamo dire di aver conosciuto l’umanità intera, di aver scoperto il volto, anzi la voce, di ogni possibile uomo sulla terra senza esserci mai allontanati dalle nostre “tiepide case”. Salvati fa infatti il catalogo di uomini e donne a bordo della carretta fluviale in fuga dalle persecuzioni naziste dando un’esistenza a quei nomi, donando loro gli occhi di persone. È un libro prezioso e necessario che ci consente di andare più in profondo nell’attualità perché “presto da qualche parte del mondo un nuovo Pentcho salperà”: a noi la scelta se essere eredi della cultura dei muri, dei confini, delle barriere di filo spinato o provare a difendere l’atto solidale.

Daniela Melone

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Io non conoscevo assolutamente la storia del Pentcho e devo dire che scoprirla è stato un viaggio incredibile che mi ha fatto provare un ventaglio di emozioni: il dolore, la speranza, lo stupore e anche la gioia (la nascita di una nuova vita).
Nel libro viene descritto il viaggio di circa quattrocento ebrei che da Bratislava cercano di raggiungere - percorrendo il danubio ed attraversando il mar nero ed il mar egeo- la Palestina, terra promessa di salvezza  per essere di nuovo liberi di vivere una vita degna di essere vissuta. Purtroppo ci troviamo nel 1940 e quello che doveva essere un viaggio di poche settimane si rivelerà un esodo doloroso e pieno di ostacoli.
La narrazione appare da subito coinvolgente e scorrevole essendo impostata come fosse un’intervista  ed ogni capitolo del libro è rappresentato dalla storia di una persona che ha viaggiato sulla nave.
Se dovessi dire cosa mi ha colpito di più nella storia è la presenza del silenzio ( caratteristica che apparirebbe contrastare con un numero così grande di  persone protagoniste) : il silenzio composto nel salire sulla nave, il silenzio sommesso nel passare tempo l’interminabile  all’interno della nave, il silenzio della vergogna dei propri corpi deformati dalla mancanza di cibo.
Il Pentcho viene descritto quasi come se anche lui fosse un vero e proprio personaggio del racconto, con le sue fragilità e infine come buono e generoso.
Questo libro, in questo momento storico (molto bella la prefazione di Paolo Rumiz) rappresenta un libro da DOVER leggere per non dimenticare e prendere consapevolezza di quello che purtroppo sta ancora accadendo nel nostro mediterraneo oggi.

Arianna Ughi

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Antonio Salvati propone nel suo romanzo la storia del Pentcho, il battello con bandiera bulgara su cui vengono imbarcati, nel 1943, nel porto di Bratislava, circa quattrocento ebrei in fuga per salvarsi dalla barbarie nazista. Si tratta di un lavoro che agli occhi del lettore attento sembra quasi una nuova Spoon River, apparentemente modello letterario di ispirazione. La storia, però, più che dell’evento è dei personaggi. Ventidue, per l’esattezza. Ventidue persone che descrivono perfettamente lo storico destino degli ebrei, quello dell’odio e della repellenza di cui sono stati sfortunati destinatari protagonisti. Tra tutti, colpisce il personaggio della dottoressa Lili Ickovic che si troverà nella posizione di scegliere chi far salire a bordo della nave e chi lasciare a terra. Lo farà? No. E a bordo saliranno oltre cento persone in più della capienza consentita. “Pentcho” è storia e tragica attualità, e la scrittura di Antonio Salvati, scrittore e magistrato, è limpida e diretta, chiara e necessaria.

Matteo D’Amico

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Incantevole, poetico e soprattutto vero. L’autore racconta  una storia  realmente accaduta, vera e a tratti drammatica attraverso i punti di vista dei diversi protagonisti. Il risultato è un romanzo che sorprende ed incanta ad ogni capitolo, offre numerosi spunti di riflessione sulle vicende della vita, riesce ad essere storico e attualissimo.  Imperdibile e consigliato per tutti.

Elisabetta Zampiceni

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Una storia vera, ma ai più - me compresa - non nota ed incredibile, se non addirittura folle. Un’insieme di personaggi vari e variegati. Un romanzo che non ti aspetti, e che ti lascia a bocca aperta: nel 1940, un piroscafo fatiscente di nome Pentcho parte da Bratislava con direzione Palestina, con a bordo circa 500 persone da salvare dal mondo, dai nazisti, dalla cattiveria degli uomini.
Una storia zeppa di colpi di scena, condita dalle vite di personaggi diversi fra loro, con le storie più disparate, ma ora tutti accomunati dalla sofferenza, dal dolore, ma soprattutto dalla speranza oltre ogni cosa, speranza che in molti non abbandonano mai nonostante tutto.
Di quei 500 esuli, qui viene raccontata la storia di soli 22, ma tanto basterà a far vibrare il cuore e la memoria di ognuno di noi. In ogni capitolo rivestiremo i panni di ogni esule, passando da lettori ad attori in un batter d’ali e cosi saremo ancor più capaci di provare le loro paure e le loro emozioni.
Non c’è nessun vittimismo in questo libro, ma solo la nuda realtà, con tutti i pregi e i suoi difetti, che ci donai il potere di farci riflettere.

Cleo (sì, solo il nome, senza cognome, cosi come M

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Mi ricorda tanti libri che ho letto negli anni questo resoconto di un viaggio difficile, ho pensato al bel Fallen Angels di Tracy Chevalier che dava voce ai protagonisti che mostravano la propria versione dei fatti ma anche ai 99 esercizi di stile di Raymond Queneau per il cambio di linguaggio di ciascuno dei protagonisti: uno stile per ognuno di loro. Quando ho incrociato i racconti dei morti però ho rivisto le lapidi di Spoon River. La capacità di esprimere il proprio punto di vista, di aggiungere dettagli alle storie di parlare di una tragedia che non abbiamo mai smesso di vivere di andare dritto al cuore dell’emozione che muove il racconto, questo è solo di questo autore.
Molto bello in alcuni passaggi e talvolta contorto in altri.  Parla una lingua antica per raccontare i drammi di sempre e colpisce il tempismo dei temi che affronta, mai risolti e dolorosamente attuali.

Mariantonia Grasso

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Polonia, 1940. Un gruppo di 400 ebrei si imbarca sulla nave Pentcho per percorrere il Danubio e raggiungere la Palestina per sfuggire alle persecuzioni razziali in patria.
Un libro estremamente coinvolgente e necessario, dal taglio originale. Ogni capitolo è il racconto in prima persona di un passeggero del Pentcho, e la narrazione avviene come fosse un discorso introdotto da una domanda dell’interlocutore. Questa scelta si rivela molto delicata, ma d’effetto, poiché dare un nome, un cognome e una storia ad ogni testimonianza permette un maggior livello di empatia e si contrappone alla convenzione nazista di eliminare i nomi dei prigionieri per privarli dell’identità.
È un libro da cui non si esce come si è entrati, getta sicuramente una luce differente sui fatti storici, ma anche sul modo in cui i profughi vengono ancora raccontati oggi dai media.
Non è una lettura che avrei scelto da sola, ma sono entusiasta di aver avuto l’occasione di leggerlo grazie a questa iniziativa.

Beatrice Marola

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Libro che trae spunto da una storia vera, peraltro poco conosciuta. L’autore, attingendo a fatti storici crea un romanzo corale con la presentazione di 25 personaggi fittizi, che, raccontando in parte la propria storia, ci narrano anche il dipanarsi della vicenda di questa specie di nave, né battello fluviale, né sommergibile (‘caricatura di sommergibile’   viene definito), che dovrebbe risalire il Danubio per arrivare al Mar nero, dove dovrebbe aspettare un’altra nave destinata a trasportare questa folla di Ebrei, di varie età e nazionalità, fino ad Israele. Purtroppo molte cose vanno storte ed a seguito di un naufragio, dopo essere stati respinti da molti, vengono soccorsi da in nave italiana, ma la salvezza è ancora lontana, anzi, non per tutti ci sarà un lieto epilogo. Alcuni imbarcati finiranno ad Auschwitz, uno di loro avrà come compagno di viaggio sul treno della morte Primo Levi; altri arriveranno fortunosamente a Roma, per essere infine trucidati alle Fosse Ardeatine.
Chi si salverà non sarà più lo stesso uomo/la stessa donna della partenza, rinascendo chi con un nuovo nome, chi con un nuovo atteggiamento nei confronti della vita, degli uomini e di Dio.
Mescolando storia e finzione, ci viene presentata una galleria di personaggi, che, nella loro umanità e nel loro dolore, mi hanno ricordato le storie dei morti dell’Antologia di Spoon River.
Questa triste storia richiama peraltro le attuali vicende dei barconi di disperati, che ancora attraversano il mar Mediterraneo alla ricerca di una salvezza, che spesso non trovano, bloccati alle frontiere o, ancor peggio, dispersi e deceduti in mare, nel loro disperato tentativo di fuga.
Dimostrando purtroppo che la storia è un continuo ripetersi di vicende tragiche, che spesso l’uomo non vuole impedire o bloccare per cecità, cattiveria o interessi economici.

Debora D’Ercole

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Racconto polifonico bellissimo. E’ difficile raccontare l’orrore tenendo fede alla sensibilità umana eppure l’autore ci riesce. Questo romanzo sembra la versione letteraria de “La vita è bella”. Infatti sia l’autore che Benigni ci permettono di comprendere pienamente l’assurdità e la follia dell’Olocausto costruendo però un racconto lieve, delicato, a cui tutti si possono avvicinare senza desiderare di allontanarsi, potendo così arrivare fino in fondo arrivando a capirne pienamente il messaggio. Conoscere l’Olocausto è un monito fondamentale per il presente e questo romanzo in tal senso acquista oggi un importante valore civile. E’ un invito commosso e intenso a riscoprire il valore delle differenze e della pace.

Barbara Fionda

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Ho messo fatica a farmi prendere da questo racconto/romanzo. La mia resistenza è dovuta certamente alla tragedia della Shoah che ha trovato la colta e civile Europa indifferente, distante, assente. La storia di questo gruppo di ebrei che capisce per tempo quali sono le intenzioni della Germania nazista e cerca di mettersi in salvo è un mosaico meraviglioso di storie di vite nelle quali si trascinano questioni non risolte, affetti non del tutto manifestati, amori vissuti nella desolazione più assoluta. Il libro parla della complessità del vivere insieme degli uomini e delle donne che anche in situazioni di tragedia sono gelosi, cattivi e aggressivi. Il romanzo ha utilizzato ricerche storiche su un fatto realmente accaduto ma l’autore è stato molto bravo nella scelta di far raccontare questo assurdo viaggio da “testimoni” in vita o morti.
 

Nicoletta Valente

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Quello che ritengo sia il migliore è il libro di Antonio Salvati edito da Castelvecchi "Pentcho" il nome di un battello  utilizzato da uomini e donne ebrei per fuggire dai nazisti.
E’  la narrazione/romanzo di un viaggio diverso dai tanti viaggi, un viaggio che ti coinvolge, una narrazione che non ti fa essere lettore ma passeggero a bordo di Pentcho in un mare di umanità,
E’ la testimonianza  di quanto sia difficile e semplice navigare per "l’essere",  è un mettersi in viaggio attraverso luoghi, confini e paure.
 E’ un racconto  da sconsigliare a chi pensa che il male tocchi gli altri e mai noi, a chi crede che la storia incredibile di Pentcho non sia drammaticamente attuale. Un libro da sconsigliare a chi rimane indifferente di fronte a chi è costretto a fuggire per salvarsi, a chi crede e non vuole scoprire quanto disumano c’e nell’umanità.

Domenico Costa

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson 
di Palermo “Eutropia” 
coordinato da Rosana Rizzo
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Storia vera come vero è il modo di raccontare. Molto apprezzata la scelta di far raccontare la “vita del Pentcho” direttamente ai protagonisti rendendo il racconto più credibile, quasi un “libro-documentario” in cui ciascuna delle voci raccontanti ha messo la propria individualità.
In questo momento questo bisogno di riprendere la memoria storica e, con grande delicatezza e crudezza, restituirla in un non cennato paragone con gli attuali flussi migratori (fughe per trovare la salvezza) è coraggioso e, aggiungo, che si sentiva il bisogno di una “ricucitura” nella Storia.
Notevole è l’introduzione di Rumiz che meriterebbe una menzione a parte


Giuseppe Riccio

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Ispirato ad una storia vera il romanzo racconta della fuga dall’imminente invasione nazista di un gruppo di 400 ebrei.
L’autore, attraverso la voce narrante di alcuni di questi fuggitivi, descrive il folle progetto di Alexander Citrom, giovane e visionario studente ebreo, che con uno scalcagnato battello, il Pentcho, riesce ad imbarcare i fuggitivi da Bratislava verso la terra promessa
Dopo infinite peripezie i sopravvissuti giungono invece in Calabria, a Ferramonti, dove era organizzato il più grande campo di concentramento per ebrei stranieri d’Italia.
Attraverso gli occhi e le esperienze dei protagonisti assistiamo alla ricostruzione del microcosmo esistente nel battello, un mondo affollato, angusto, pieno di miserie e disperazione, ma anche di speranza e fiducia in un mondo migliore.
L’autore, con una scrittura scorrevole e piacevole, tratteggia molti personaggi memorabili e porge, al lettore, diversi spunti di riflessione che, in questi giorni di guerra, fanno ricordare la recente storia europea intrisa, purtroppo, anche di violenza ed antisemitismo.
Una storia appassionante con notevoli spunti di riflessione.



Salvatore Balsamo

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Parlare di un progetto di fuga dall’Europa nazista toccando una tematica delicatissima e attuale: lo stile piano e la rara umanità di Antonio Salvati sono riusciti a dare sostanza e profondità alla storia di Pentcho, una storia di oggi. Un libro che abbina qualità e contenuti importanti.  Tramite i tanti testimoni rievoca una vicenda personale e storica mettendoci tutto il male che essi ebbero addosso, tra i falsi venditori di pace e un’Europa finita a gambe spezzate.  Il libro di Salvati è un’epopea che trasmette la stessa angoscia che ci prende di fronte alle inarrestabili tragedie dei migranti di oggi, senza confondere la memoria privata da quella collettiva, la storia con la politica, la letteratura con l’antropologia.
                                                                                                                                                

Antonella Folgheretti

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Il racconto di una nave, abborracciata, stipata di ebrei in fuga dai nazisti, nelle acque del Danubio, del mar Nero e dell’ Egeo con meta la Palestina che molti non raggiungeranno. Storie di gente che ha perso ogni speranza, che ha lasciato affetti, lavoro, casa pur di salvarsi dall’incubo nazista. L’autore fa parlare alcuni dei passeggeri (medici, artigiani, studenti, modiste, maestre, farmacisti ) da morti , come in un Antologia di Spoon River, altri da sopravvissuti. Muoiono ,per ironia della sorte, dopo aver raggiunto le acque del Mediterraneo, finendo nei campi di concentramento o colpiti da un bombardamento .(“Il paradiso, dice il farmacista è un luogo dove ogni effetto ha una causa precisa, quindi prevedibile. La vita però non è così: e si diverte a tagliarli, ad imbrigliarli, a confonderli quei fili”) Si percepiscono come reietti, non voluti da nessuno addirittura insetti. Ogni personaggio che parla racconta sé stesso e un momento del percorso del Pentcho facendoci seguire la difficile peregrinazione di questa imbarcazione; il viaggio durerà alcuni mesi incontrando ostacoli su ostacoli e terminando il suo viaggio in un naufragio su una piccola isola greca. L’odissea terminerà per alcuni a Rodi, per altri in Calabria, per altri nel nord d’Italia e per i sopravvissuti
in Israele.

Mario Cottone

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Bratislava, maggio 1940. Per sfuggire all’occupazione nazista e tentare di raggiungere la Palestina, un gruppo di circa  500 ebrei apolidi (cechi, polacchi, slovacchi, tedeschi, rumeni)  inizia un "viaggio della salvezza", a bordo di un vecchio e malandato rimorchiatore fluviale, il Pentcho.
Il piano di viaggio prevedeva che il  battello, stipato  fino all’inverosimile, risalito il Danubio, avrebbe raggiunto il Mar Nero e, nella città di Sulina, in Romania, avrebbe trovato ad attenderlo un’altra imbarcazione, adatta alla navigazione in mare aperto, sulla quale i profughi sarebbero arrivati a destinazione. Ma le cose non andarono così. Dopo ben cinque mesi di navigazione sul Danubio, con battute d’arresto ad ogni porto, vicissitudini e difficoltà d’ogni genere, arrivati a Sulina non trovarono nessuna nave ad attenderli. A questo punto il capitano  prese la" folle" decisione di avventurarsi in mare, in condizioni sempre più disperate per la difficoltà di reperire viveri e carburante. Dopo un naufragio su di un isolotto sperduto nell’Egeo, i passeggeri del Pentcho, ridotti allo stremo, furono tratti in salvo dalla nave Camogli, della Reale Marina italiana guidata dal coraggioso comandante Carlo Orlandi, che li trasferì sull’isola di Rodi (che allora faceva parte del Dodecaneso italiano). Da qui l’ultima tappa del loro viaggio, dopo oltre un anno, fu il più grande campo di insegnamenti per Ebrei dell’Italia fascista, a Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove rimasero fino alla liberazione, protetti dai tanti calabresi che li nascosero dai nazisti in ritirata.
Questa è la storia, straordinaria e commovente, del Pentcho. Per raccontarla, Antonio Salvati ricorre all’espediente letterario di fare parlare in prima persona molti dei personaggi protagonisti di questa avventura: gli organizzatori del viaggio, i comandanti del battello e della nave Italiana, ma anche e soprattutto tanti passeggeri, gente comune strappata dalla propria vita, dalla casa, dal lavoro e che cerca in qualche modo di resistere al dramma.  Di una "moderna Antologia di Spoon River di chi è condannato a fuggire per salvarsi"  scrive Paolo Rumiz nella prefazione al libro. 
Tuttavia questa scelta frammenta la narrazione,  che risulta  talvolta appesantita da lunghe digressioni che ne smorzano intensità e pathos, nonostante  la scrittura efficace e coinvolgente e la tematica importante, trattata con grande sensibilità.

Eliana calandra

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Pentcho è il nome di una vecchia imbarcazione fluviale, “ una bagnarola” che trasportò circa cinquecento ebrei provenienti da vari stai dell’Europa centrale, sottraendoli alle persecuzioni naziste, in un viaggio della speranza che, partendo da Bratislava ,lungo il corso del Danubio, avrebbe dovuto raggiungere Israele, la terra promessa. Il romanzo è ispirato ad una storia vera , l’autore fonda la sua narrazione su una accurata e documentata ricerca e tutti i nomi dei venticinque personaggi che rappresentano, di volta in volta, l’io narrante sono realmente esistiti. Il viaggio inizia , non a caso, con un momento di condivisione emozionante a bordo: al momento della partenza tutti i passeggeri intonano , ad una voce, l’ “Ha Tikvah” il canto della speranza, è il primo momento in cui ognuno lascia da parte la propria individualità per riconoscersi parte di un popolo in pericolo che fugge verso la terra promessa. Il viaggio sarà irto di ostacoli : l’ostilità delle città presso cui approdano per rifornirsi, il numero eccessivo dei passeggeri, le inumani condizioni di vita a bordo , la mancanza di viveri e spazi vitali, tutto contribuisce a rendere difficile la navigazione. La nave percorrerà tutto il Danubio sino ad arrivare al Mar Nero nove dovrà affronterà una tempesta. Raggiunta fortunosamente Rodi dopo avere evitato , grazie al fondo piatto dell’imbarcazione, le numerose mine del mare antistante la città, respinta nuovamente in mare a causa dell’ostilità dei governi locali, la nave naufraga, infine, rovinosamente su uno scoglio del mare Egeo. Tutti i passeggeri si salvano per merito di un coraggioso ufficiale italiano, Carlo Orlandini, che , al comando della nave Camogli, trae a bordo i cinquecento ebrei e li conduce in Calabria, esattamente a Ferramonti, nel più grande campo di concentramento costruito in Italia. Da quel campo la maggioranza che decide di restare si salverà grazie anche alla solidarietà dei contadini calabresi che li ospiteranno durante la ritirata nazista; coloro che decideranno di lasciare il campo per ricongiungersi a qualche familiare prigioniero nel nord Italia troverà la morte nelle camere a gas. Il romanzo è testimonianza cruda di un periodo storico che ben conosciamo e che, tristemente, sembra voler riproporre quegli ideali anche oggi; le persecuzioni razziali e/ o ideologiche che ottenebrano le coscienze, l’indifferenza disarmante dinanzi alle sciagure altrui, l’immobilismo della coscienza sociale dinanzi alle ingiustizie, tutti questi sono sentimenti ben rappresentati nell’opera. Così i 520 passeggeri del Pentcho si trovano accomunati da un sentimento forte che domina tutti: la paura; “ c’è poi la fragranza della paura” dirà Rosalie Spiegel, una studentessa a bordo della nave, la paura si trasforma, essa stessa ,in forza disarmante gli animi, strumento di prevaricazione nelle mani del più forte, motore di odio e rancori. E la paura germoglia e si nutre di parole dette in un certo modo,” …già le parole. Dipende tutto da loro” , un lavorio incessante che lima le coscienze e dal mormorio crea l’accusa, la calunnia, la delazione, la persecuzione infine. La narrazione si svolge secondo punti di vista diversi quanti sono i personaggi che raccontano gli eventi, in un alternarsi di passato e presente, di vissuto personale e sociale a bordo del Pentcho e nelle città da cui provengono; il racconto si sviluppa come una nuova Antologia di Spoon River, ove ogni voce narrante aggiunge un tassello alla rappresentazione generale. L’opera è sicuramente una valida testimonianza di quel periodo oscuro e possiede passaggi descrittivi di grande forza e bellezza, ma, forse, il tentativo di dare maggiore compiutezza alla storia inserendo tanti personaggi per non volere escludere nessuno, ha finito con il privare di mordente la narrazione.

Rosella Balsamo

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Pentcho è il nome del battello, o meglio della carretta del mare, su cui nel 1943 vennero imbarcati più di quattrocento ebrei che per sfuggire alle persecuzioni naziste seguirono il visionario progetto di Alexander Citrom, salpando da Bratislava alla volta della Palestina. Salvati affida il compito di raccontare la vicenda a venticinque personaggi che narrano la sorte comune di questa “vulnerabile armata” destinata al naufragio, ma si troveranno a vivere epiloghi diversi in una sorta di antologia di masteriana memoria. Quella del Pentcho è una storia realmente accaduta, usata per raccontare il tema universale di un’umanità errante, l’umanità dei derelitti pronta a salpare verso l’ignoto seguendo l’impulso vivifico all’autodeterminazione. Libro dedicato alle anime salve perché hanno preso l’unica decisione possibile: andare incontro al proprio destino anziché attenderlo; storia dedicata anche ai salvatori, come il comandante Carlo Orlandi che ha accolto i quattrocento naufraghi nella sua nave “Camogli”, che hanno “sentito il bisogno, semplicemente, di fare la cosa giusta”. 

Annalisa Cannata

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L’inedita odissea del battello Pentcho aggiunge un ulteriore tassello alla triste storia di un popolo perseguitato ma mai rassegnato alla propria sorte. Malgrado le vicende narrate si riferiscano alle tragedie subite dal popolo ebraico nella seconda guerra mondiale, l’attualità dei temi narrati da Salvati è drammaticamente evidente. 
Emergono infatti, oltre alla cinica spietatezza degli apparati di stermino nazisti (che purtroppo riecheggiano nelle vicende belliche attuali), la pavidità dei governi e degli apparati che trattano con fastidio, quando non ne lucrano, la sofferenza dei migranti, ma anche l’umanità e il coraggio di chi sa disobbedire. In altre parole, Salvati (e Rumiz nella bellissima introduzione) riprendono il tema della migrazione, del cinismo dei privilegiati, dell’ignavia dei pavidi e della solidarietà dei giusti. Il romanzo è scritto in prima persona, dando voce ai protagonisti della vicenda. Questa scelta convince fino ad un certo punto. Il romanzo diventa una raccolta di brevi racconti la cui intensità risulta altalenante. Nel complesso il libro è un’opera interessante, toccante e di riflessione.

Marco Beccali

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Talvolta capita che le prefazioni sovrastino il libro che ci accingiamo a leggere, è il caso di Pentcho di Antonio Salvati : la storia è quella della fuga di quattrocento ebrei su un vecchio battello fluviale, della navigazione sul Danubio nell’Europa in guerra, di un viaggio impossibile verso la Palestina , ma il Danubio resta sullo sfondo, le parole di Rumiz rimangono promesse di narrazioni che non si sviluppano, il viaggio si perde nella frammentazione dei singoli racconti che sembrano sovrapporsi senza trovare organicità. Non mancano pagine dalla scrittura felice, a tratti poetica, ma rimangono lampi in una sequenza che si ripete non priva di monotonia.

Rosana Rizzo

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Premessa:è stato anche questa una scelta difficile, ho votato 0 a malincuore. Pentcho, un battello dal nome buffo che “pare uno starnuto” arriva a Bratislava in una giornata di metà maggio stranamente calda e afosa ed inizia così il suo ultimo viaggio, scaturito da un folle progetto del giovane ebreo Alexander Citrom, con l’intento di salvare più di quattrocento ebrei, portandoli fino alla Terra promessa. Salvati, per raccontarci questa appassionante storia vera, dove reali sono i dati anagrafici dei personaggi e realmente accaduti gli eventi del viaggio, conditi con altri elementi scaturiti dalla fantasia dell’autore, utilizza le narrazioni di ventiquattro protagonisti; l’avventura epica li porta ad attraversare un bel pezzo di Europa, lungo il Danubio prima e sballottati tra le onde del Mar Nero, per poi arrivare nel Mar Mediterraneo dove finisce bruscamente la corsa del battello. Salvati ricostruisce un pezzo di storia drammatica del novecento in Europa, e di grande attualità per il suo collegamento alle attuali storie di migrazioni (e persecuzioni); ma ce la presenta utilizzando un carosello di storie e personaggi, un microcosmo angusto, affollato e maleodorante, su una sorta di bagnarola destinata al naufragio insieme ai suoi ospiti, salvati dagli uomini o dal destino, e portati nel piccolo centro italiano di Ferramonti. Uno dei significati del romanzo lo troviamo nelle parole di Jehoshua Halevi: “Al termine di questo viaggio credo sia giusto dire che non sono stato io a vivere il Pentcho, ma il contrario. È stato lui, quel ridicolo e sgangherato battello, a vivermi. A farmi vivere. Anzi, rivivere. A fare di me una persona diversa da quella che ero quando sono partito. E non poteva che essere così. Quando ti imbarchi su un Pentcho, c’è un prima e c’è un dopo. Per tutti.”.

Viviana Conti

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Antonio Salvati, Pentcho Punti :0  Markevic, Ivan Markevic. Questo è il mio nome. Mi chiamo Simche Hauser, negoziante. Sono Karl Hoffmann, studente. Antonio Salvati si serve di una pluralità di voci per raccontare la vicenda realmente accaduta -e per la verità poco nota ai più- del “folle volo” del Pentcho, un battello fluviale piuttosto malmesso, con un nome che “rimanda ad uno starnuto, ad uno scherzo”, acquistato dall’ebreo Alexander Citrom per fuggire dai nazisti insieme ad altre quattrocento persone, attraverso un viaggio della speranza (o della disperazione) che da Bratislava ha come meta la terra promessa, la Palestina. E’ l’estate del 1940. La traversata si prospetta durissima e problematica fin da subito, l’epilogo sarà quello di una tragedia: dopo avere attraversato mezza Europa sul Danubio, la chiatta naufragherà in mare aperto di fronte allo scoglio deserto di Kamilanisi, in Grecia. I superstiti, in balia di sé stessi per giorni, verranno dunque recuperati da una nave italiana e deportati nel campo di internamento di Ferramonti, in Calabria. A metà tra l’atroce La zattera della Medusa di Jonathan Miles e l’Eneide di Virgilio (li lega la pervicace ossessione della ricerca di un nuovo mondo come la fuga dalla patria ormai in fiamme), Antonio Salvati ricostruisce con rigore quasi filologico il variegato microcosmo di umanità che si condensa all’interno del Pentcho: sono gli stessi passeggeri che, trasmettendosi il testimone di mano in mano, si propongono come narratori di singole sequenze di una storia del nostro tempo, lasciando intuire la drammaticità di una vicenda realmente accaduta che tuttavia non riesce ad essere pienamente convincente sotto il profilo della costruzione letteraria. 

Neva Galioto

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Pentcho è il nome del battello che con a bordo 500ragazzi ebrei di nazionalità diversa attraversa l’Europa occupata dai nazisti per raggiungere la Palestina, allora sotto il controllo degli inglesi.Il piano di fuga ha l’assurdità del sogno:da Bratislava raggiungere il mar Nero e poi su un’imbarcazione diversa raggiungere la Palestina.Il sogno si scontra con la realtà, i cinque mesi della navigazione sono intrisi di disagi e pericoli fino al naufragio finale in un’isola greca disabitata dove i naufraghi restano per dieci giorni fino a quando sono salvati da una nave italiana e trasportati a Rodi, poi a Ferramonti, in Calabria per poi essere liberati nel1943. La vicenda poco conosciuta evidenzia l’umanità sofferta dei giovani ebrei e la generosità degli italiani, in modo specifico dei calabresi.la parte più bella è infatti il groviglio della ricostruzione, nel quale varie esperienze si intrecciano e dipanano.Stile asciutto, preciso e senza enfasi [Pagina di storia da ricordare e raccontare per capire il dramma attuale degli sbarchi forzati e delle vite da ricostruire 

Gemma Alfano

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Nel maggio del 1940 dal porto di Bratislava salpa il Pentcho, un malridotto battello fluviale che rappresenta l’unica possibilità di salvezza per un folto gruppo di ebrei che dall’Europa orientale cerca di sfuggire all’avanzata di Hitler con l’intento di giungere in Palestina, percorrendo il Danubio. Per volontà della dottoressa di bordo, Lili Ickovic, tutti coloro che ne hanno fatto richiesta sono ammessi sul battello, nessuno viene escluso anche se il numero dei passeggeri supera di gran lunga la capacità di carico dell’imbarcazione, secondo il principio che la vera felicità non può nutrirsi dell’infelicità altrui. La traversata che sarebbe dovuta durare alcune settimane, si trasforma in un odissea di cinque mesi, tra difficoltà di vario genere, prima fra tutte quella che nessun porto permette al Pentcho di attraccare per fare rifornimento, obbligando l’imbarcazione e i suoi passeggeri a soste lunghe ed estenuanti. Il battello è vecchio e sovraffollato, saturo di uomini, donne e bambini di ogni età e di tutte le condizioni sociali che sopportano ogni sofferenza nella speranza di raggiungere la sospirata meta. Su questa sorta di “zattera della medusa” si nasce, si muore, si prega, si litiga, si spera. Ma una volta raggiunto il mar Nero avviene il naufragio in un isolotto desolato del Mar Egeo, al tempo territorio italiano. Il governatore italiano dell’arcipelago, De Vecchi, considera gli ebrei sopravvissuti al naufragio un gruppo di imbroglioni, pertanto li fa deportare in Calabria nel campo di concentramento Ferramonti. Soltanto il giovane ufficiale Orlandi e il suo equipaggio sono solerti e solidali con i naufraghi che incontrano finalmente qualche volto amico e mani operose. Alcuni si salvano, raggiungendo alla fine la Palestina, ma altri muoiono perché mai come in questo viaggio il caso regna sovrano. La sorte determina l’incontro di un giovane ingegnere ebreo con Primo Levi in un vagone piombato diretto ad Auschwitz, così come altri due viaggiatori fuggiti dal campo finiranno inaspettatamente alle fosse Ardeatine. Paolo Rumiz nell’introduzione al romanzo ricorda i viaggi dei migranti, anche loro, come gli ebrei erranti del Pentcho, stazionano in un isola dell’Egeo, Lesbo, per molti di loro un inferno senza speranza, in attesa di un futuro incerto, accompagnati dagli stessi pregiudizi e dalla stessa emarginazione di cui sono stati vittime gli ebrei protagonisti del romanzo. Antonio Salvati per raccontare i fatti storici realmente accaduti, utilizza i documenti raccolti da un abile storico, Enrico Tromba e nel romanzo fa narrare le tappe del viaggio dalla voce dei protagonisti stessi, una voce diversa per ogni capitolo. Ventidue capitoli, ventidue personaggi che raccontano una tappa del viaggio e la loro storia. Questo originale espediente, pur fornendo molteplici punti di vista, rende spesso il racconto frammentario e dispersivo. Considero questo l’unico elemento debole di un’opera ben scritta e con un messaggio di alto valore storico e sociale, riferibile anche agli odierni viaggi della speranza perché, come scrive Rumiz, “ i viaggi prima di farli bisogna saperli sognare”.  

Caterina pietravalle

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Comincio col dire che è un libro che mi è piaciuto molto, anzi moltissimo soprattutto per l’escamotage di raccontare la storia di questa fuga (peraltro davvero accaduta) attraverso i personaggi che l’hanno vissuta. Una sorta di ricostruzione attraverso le voci dei protagonisti, come nelle inchieste. Una scrittura asciutta ed emozionante come le storie dei protagonisti, che raccontano, ancora una volta, l’orrore della seconda guerra mondiale, facendoci pensare al momento storico che stiamo vivendo che non è così diverso…Tante storie, tutte diverse, che riescono a tratteggiare ogni protagonista in maniera unica. Quella che più mi ha colpita però è quella dello studente  Karl Hoffman, che paragona la loro condizione a quella delle cimici con una dissertazione magistrale.Quindi è un libro che perde, ma solo nel confronto con il suo antagonista, perché l’altro riesce ad emozionare in pelino di  più. 

Stefania Oliveri