< Sete di  Amelie Nothomb (Voland)

 

Nelle indicazioni di recensione c’era scritto che avreste volentieri mandato il testo senza l’autore. Ecco, mentre leggevo Sete di Amélie Nothomb ho pensato che se così vi fosse stato possibile sarei uscita di casa e avrei strappato le montagne a morsi pur d’arrivare in Italia, abito di là d’Alpe, e vi avrei rovesciato la redazione, vuota peraltro immagino, pur di farmi dire titolo e autore. Questo forse perché pagina dopo pagina i due cavalli da Juve che guido hanno preso a correre da soli puntando i nasi alla libreria più vicina, per fortuna il mio è un di là d’alpe francese, e comprare due o tre copie e spedirle a quelle due tre persone davvero importanti della mia vita. Una riflessione così bellissima sull’amore che si è incastrata nella mia vita come un puzzle, ma questo fanno le riflessioni importanti. Cascano e si incastrano, no? Roba che spesso arrivano frasi scritte così bene che mi sono dovuta fermare più volte perché mi scappava la biga di mano e rischiavo l’apnea. Presa dalla foga dei due cavalli che correvano e volevano andare avanti, più volte non sono riuscita a trascrivere frasi fantastiche, bellissime, ma bellissime come i goal di Maradona. Colpo, traiettoria, goal. E proprio stamani il mio figliolo novenne si è svegliato e la sua prima frase è stata “Mamma, ma come funziona innamorarsi?” E io, che a cose normali non avrei saputo cosa rispondere, ho preso Sete e ho cominciato a cercare la sua definizione di amore, che mi ricordavo ma che ahimé era una di quelle che non avevo trascritto. Accidenti a me. Ma lo comprerò, la troverò e gliela leggerò. Invece ne ho trascritte altre. Pag.53 “Il senso del ridicolo non ha il potere di uccidere, peccato.” Pag.63 “Non c’è nulla di più irritante di chi con il pretesto di amarvi si arroga il diritto di conoscervi profondamente”. Pag.73 “Maledetta la sofferenza! Senza di lei andremmo in cerca di un colpevole?”

Un libro straordinario, anche nella misura e nella brevità. Un lungo racconto, una mano di talento. Non solo lo voto, ma vi ringrazio di avermi fatto leggere quest’autrice che sì avevo letto, conoscevo, ma non bene e altre cose sue non mi avevano appassionato come questo pur breve testo. Forse non era il momento giusto, comunque grazie. Anche i cavalli, la biga e tutta la Grecia antica di Platone ora dormono, ma vi ringraziano.

irenesa*******@gmail.com

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Non conosco le due autrici proposte da Robinson. La tentazione di cercare su Google recensioni o critiche è stata molto forte ma è prevalso il desiderio di arrivare al 30 aprile senza suggestioni o suggerimenti esterni.

Inizio con il libro “Sete”. La pagina n. 4 mi ha colpito molto: scorrendo i titoli dei libri pubblicati dall’autrice ho toccato i miei limiti personali. Reputandomi una lettrice “forte” ho giustificato me stessa dicendomi che l’oceano della lettura è troppo vasto e solchiamo le onde seguendo percorsi noti.

Non amo molto la letteratura straniera contemporanea e resto ancorata ai miei autori preferiti cercando, contemporaneamente esaltanti ed inattese scoperte.

Quindi affronto la lettura di “Sete” la sera del giovedì santo. La coincidenza è fin troppo evidente: il monologo è avviato da Gesù il giorno in cui subisce la condanna da parte di Pilato, il giorno prima della crocifissione anche se “La notte da cui scrivo non esiste. I Vangeli sono categorici. La mia ultima notte di liberta la passo nell’Orto degli Ulivi. Il giorno seguente vengo condannato e la sentenza è immediata”.

L’inizio è molto particolare: Gesù ci mostra durante il processo la grettezza dei testimoni, suoi ex miracolati, ma in fondo segnala i limiti propri dell’uomo quali la recriminazione, la falsità, l’ingratitudine.

Il linguaggio man mano si rivela attuale, con un proprio ritmo che non permette una facile lettura; continuando a leggere, esso si mostra sempre più concettuoso, sentenzioso. Il protagonista svela una personalità moderna, di grande autoconsapevolezza.

La parola “moderno” ha risvegliato nella mia memoria la visione, lontana nel tempo, di un film diretto da Martin Scorsese, tratto dal libro di Nikos Kazantzakis “L’ultima tentazione”. Ricordo di aver cercato il libro senza successo e, forse, con poca ostinazione per approdare al magnifico “Zorba il Greco” letto, riletto e ormai rovinato da sole ed acqua di mare!

Questo libro ha accresciuto la mia passione per la lingua greca ed i suoi autori: dai lirici in greco antico ai moderni Kavafis, Markaris, Ritsos ed altri, fino alla scoperta della genialità del greco antico attraverso Andrea Marcolongo.

Il ricordo del film, della figura del Cristo ha fatto da sfondo alla lettura di “Sete”.

Entrambe le figure hanno una grande coscienza della propria natura divina compressa in una mente e in un corpo fisico propri del genere umano.

Ma il Cristo del film di Scorsese è dolore, dolore puro. Una figura con carne, sangue, desideri, sogni che incontra il dubbio della redenzione. Un uomo che lotta con la “parte “umana di sé, combattuto tra l’aspirazione ad una possibile vita terrena e l’inquietudine di compiere la sua missione divina.

Il Cristo che intravedo leggendo le pagine della Nothomb non è convincente perché si mostra molto umano, psicologicamente e dialetticamente. La conciliabilità tra la natura divina e l’esistenza terrena non viene affrontata, non è chiaro se egli è un Figlio ubbidiente, se è persuaso della opportunità che egli offre agli uomini con il suo sacrificio, se vive nel dubbio.

Ad esempio, il primo miracolo compiuto durante le nozze di Cana, rappresenta il momento dello svelamento, la possibilità di mostrare la natura divina dell’eletto con una missione da compiere: viene narrato dal protagonista come lo svelamento del suo potere che è lì, sotto pelle. Annullando il pensiero, la propria esistenza dà “parola a ciò che da lì in poi avrei chiamato la scorza… La prima volta che si fa qualcosa cosa al di sopra di sé, si dimentica subito l’enormità dello sforzo e si ricorda solo la meraviglia del risultato”.

Quindi raggiungere la scorza per Gesù è la presa di coscienza della propria divinità ma questo processo il “ricorrere al potere della scorza, con cognizione di causa, è stato mille volte più duro che riceverne la rivelazione”.

Mi ha colpito molto la difficoltà di cui parla Gesù: “Compiere un miracolo non significava più concedere una grazia, ma assolvere al mio dovere”.

Questa affermazione esprime una specie di incompiutezza nella personalità del protagonista, schiacciato dalla consapevolezza della propria natura divina ed i limiti del corpo in cui è compresso. Nello stesso tempo torna a parlare dell’umanità con una sottile sufficienza, senza compassione, indulgenza per la sofferenza e l’attesa del miracolo che ti cambia la vita.

Sembra che Cristo pur comprendendo il funzionamento della mente umana non la accoglie, ne prende le distanze, non soffre per gli altri. Tutti vengono esaminati, analizzati, ricondotti a sé. Pilato viene definito uomo razionale, Giuda un discepolo curioso “Qualcosa in lui sembrava resistere a ogni forma di analisi”, Maria Maddalena la donna scoperta ed amata come “un bicchiere d’acqua”.

E veniamo al titolo del libro “Sete”. È molto bello il concetto espresso “la fine della sete non ha nome… L’istante ineffabile in cui l’assetato porta alle labbra un bicchiere d’acqua é Dio…la sete portata al suo estremo e una trance mistica perfetta…. L’amore che state provando in quel preciso istante per il sorso d’acqua è Dio.” Molto intenso, ma l’autrice, a mio parere, perde l’occasione per uscire dai contorni della figura descritta per aprire una riflessione sulla ricerca da parte dell’uomo del divino, sull’anelito alla fede, sul bisogno di Dio.

Durante la crocifissione, raccontata dall’esterno, quasi illustrata, la metafora della sete ritorna. Cristo vuole pensare ad altro, esplora la sete e finalmente, addentrandosi nella corporeità, nella sofferenza della carne, nel pulsare del sangue, nel sudore considera il Padre, il progetto sbagliato, gli errori (umani) compiuti, il senso del suo sacrificio, il senso del perdono. Infine giunge il bisogno, il desiderio, “l’arma segreta”: HO SETE e Cristo ritorna alla corporeità, deve bere. Poi il libro torna al ritmo solito. Gesù descrive, da spettatore, la morte, la deposizione, riflette sulla vita e sull’amore per concludere che solo da vivi la sete può spegnersi.

A mio parere questa è la parte sospesa del libro: il sorso d’acqua è Dio ma posso desiderarlo, amarlo solo con il corpo. Quindi il figlio divino percepisce l’amore per il Padre solo da uomo oppure gli uomini possono amare Dio perché esseri corporei? Non ho compreso chi può “usare” l’arma segreta…

In conclusione la figura di Gesù contrasta con l’immagine che ho elaborato nel corso di tanti anni di studi dei Vangeli e della Bibbia e che hanno contribuito ad allontanarmi dalla fede ed a formare un solido agnosticismo: è un Gesù lucido, sottile ma povero di amabilità e tenerezza. Non ho avvertito il dolore, neanche amore. Espone troppo avvolgendosi di parole.

Al mio orecchio alcuni termini usati suonano strani: sindacato dei pescatori, quoziente intellettivo, potere ipnagogico, verbo performativo (completamente fuori contesto), scorza (parola dal suono duro, secco) per designare qualcosa che è intimo, profondo, sotto la scorza; per me la scorza non è l’essenzialità ma lo scarto, quello che rimane dopo aver spellato, sbucciato. Probabilmente è una mia riserva personale: nel mio paese d’origine la parola “scorcia” designa colui che non vale nulla… 

mari****@alice.it

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In Sete trovano piena libertà d’espressione lo stile solenne e l’arditezza di Amélie Nothomb. La prolifica autrice reinterpreta la storia di un uomo prossimo alla crocifissione, conscio della sua sorte eppure costretto allo «sforzo enorme» di subire il travaglio senza reagire. È la storia di Gesù. Un uomo. In Sete – titolo che è concetto centrale dell’opera ed esperienza purificatrice cui l’autrice ci invita – Gesù, il Figlio dell’uomo, appunto, esprime tutta la sua natura umana, del «più incarnato tra gli uomini», e lo fa mostrando le sue paure, spoglio da ogni pudore, profferendo addirittura sibillini attacchi a quel Padre che lo ha abbandonato. Un testo che può scandalizzare il lettore più osservante.

anto_*****@libero.it

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Passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, raccontate in prima persona. C’era bisogno di un altro libro che ripercorresse le ben note vicende evangeliche? Diceva un grande prete che ogni uomo ha diritto di dire ciò che pensa di Cristo; a maggior ragione ogni scrittore. Il Gesù della Nothomb è un “povero Cristo”, non del tutto convinto del suo destino, ma capace di affondi, ritratti vividi (Giuda su tutti) e di felici intuizioni come quella che dà il titolo al libro: “L’istante ineffabile in cui l’assetato porta alle labbra un bicchiere d’acqua è Dio”. Un inno all’incarnazione.

leat****@yahoo.it

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Il testo è una testimonianza dinamica di un decentramento del punto di vista e provoca domande.

Allena il lettore ad un ascolto attento e autentico, senza distrazioni: è un invito continuo ad interpretare. La parola “sete” si manifesta ad un terzo del libro e con graduale intensità si ripropone per comparire alla fine con: “L’unico rimpianto che ho è la sete”. I temi sono: l’incarnazione, l’amore gratuito, la passione, la fede, la gioia, la sofferenza, l’eternità, la sete e la morte. È un invito ad esplorare con il pensiero umano per scoprire nuove fecondità e stimola alla “generatività”.

Nel testo Cristo parte dalla certezza della sua condanna a morte e declina nei dettagli le tre situazioni più radicali della vita: sete come viaggio che conduce alla fonte, amore che è simultaneità di certezza e dubbio e morte come atto di presenza per eccellenza. La prospettiva che mette in campo è talvolta spiazzante, richiede un profondo ed allenato pensiero critico. Il Cristo mette in gioco la sua incarnazione come valore assoluto dell’esistenza, da essa scaturisce il “compimento”, in un susseguirsi di paradossi che traducono il vero significato. In tutto il racconto c’è un forte respiro umano, la passione è parte integrante della sua vita e la crocefissione è la risposta infinita di una “accettazione” totale che è espressione di un amore gratuito e di una fede che non ha oggetto, ma valore assoluto.

giuli*****@fastwebnet.it

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Un Gesù Cristo dal volto umano con i suoi difetti, i suoi errori, le sue debolezze. È così che Amelie Nothomb ci presenta il suo

Cristo umano in carne ed ossa che va verso il colle dove verrà crocefisso come a scontare le sue colpe.

La sete di cui si parla nel libro è quella che assale tutti noi e che ritorna in tutti i ricordi del Cristo: dalle nozze di Cana quando fece il

miracolo di trasformare l’acqua in vino, al tradimento di Giuda, dall’amore materno per sua Madre alla sete d’amore che prova per

Maria Maddalena fino a quella provata sul Golgota. Secondo l’autrice la sete ci avvicina a Dio e resuscita i nostri peccati.

È un Gesù quasi trasgressivo quello della Nothomb, in contrasto con suo padre, che ha amato la vita sulla terra, l’amore, l’amicizia... insomma un uomo!

c.mag*****@siephoto.com

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Il libro descrive Gesù nel suo essere “umano” con sentimenti, emozioni, gioie e dolori. In genere pensiamo al Cristo, durante la Passione, con un comportamento composto e dolente, soprattutto, anche se ne immaginiamo le sofferenze non le abbiamo mai sentite descritte dal protagonista. Infatti tutto è narrato in prima persona, dalla Crocifissione   alla Resurrezione e ciò ci fa conoscere ‘un uomo’ diverso da quello dei Vangeli. Maria, Giuseppe, la Maddalena, gli apostoli ci vengono mostrati mediante il pensiero di Cristo e con i sentimenti che egli nutre verso di loro. Il testo non lungo a tratti può sembrare un po’ artificioso, ma la lettura nell’insieme è piacevole. Giudizio: Originale, da leggere.

terid*****@gmail.com

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Il lavoro colpisce come una folgorazione, avvolge fin dalle prime battute in uno spazio emotivamente carico e accompagna il lettore sino alla fine. Il testo è breve; si tratta di un monologo che si svolge alle soglie della Passione (ho ricevuto il testo proprio nei giorni antecedenti Pasqua!); a parlare è Cristo in attesa di affrontare la Via Crucis e la morte. Nella penosa e ineluttabile attesa, rivisita la propria esistenza, gli incontri avuti, le umane vicissitudini, nella loro contraddittorietà, con uno sguardo profondo e molto umano non privo di un taglio ironico, nell’avvicendarsi di comprensione e obiettività. Mente e corpo nel testo sono due dimensioni umane in continuo dialogo, radicate nei vissuti dell’autrice. La corporeità viene sottolineata non dal dolore, ma dalla sete, elemento fisico potente dal duplice significato: sete fisica, che mette in contatto con se stesso e con l’altro (chi gli porge da bere, ma l’acqua è mescolata all’aceto); sete di umanità. Rivisitazione dunque della storia della Passione, in dimensione umana, ma anche uno spaccato di vissuti che fa pensare ad una esperienza profonda dell’autrice, forse un vissuto di perdita, di cui il testo, di grande efficacia, appare un tentativo di sublimazione.

licia*****@hotmail.com

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Quando ho preso atto che il protagonista del romanzo era Gesù, ho avuto un momento di perplessità. Avevo finito da poco di leggere (o meglio "rileggere", perché un classico si rilegge soltanto) Il Maestro e Margherita e mi sono detto: - sarà possibile prendere le distanze da quel capolavoro, sarà possibile non essere condizionati nel giudizio?- In effetti questo è avvenuto, parola dopo parola, complice l’ironia del personaggio Gesù, mai così uomo, mai così poco icona pop, sono riuscito a scrollarmi di dosso tutti i possibili condizionamenti che inevitabilmente si sono stratificati durante la mia esperienza di lettore. Il protagonista è carismatico, ti convince con le sue parole, ti conduce in una dimensione filosofica che ti costringe ad ascoltarlo, a entrare a contatto con il suo pensiero. Alla fine scopri che la sete che vorresti spegnere è quella che accumuli con il tuo stesso esistere, e che, come il protagonista, vuoi godere anche in punto di morte. Una bella parabola.

carlopescec***********@gmail.com

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Istinto, desiderio e gelosia: dell’amore (di un Cristo assetato di piacere) abbiamo una contrastante ed efficace interpretazione. L’amore è per la vita ma anche per la morte. Dopo la morte rimane “in vita” l’amore che abbiamo dato e ricevuto: per quello saremo ricordati e dunque “sopravviveremo”.

Ma l’amore di un dio superficiale può destinarci ad una vita sacrificata, ad un calvario, ad una morte inutile che tradisce il messaggio d’amore universale. Gesù accetta il suo destino, e vive comunque una esistenza intensa: è fatalista, muore senza aver avuto bisogno di dio in vita e neppure in morte, piuttosto dio per non morire ha avuto bisogno della sua vita. Il Cristo di Nothomb vendica quello di Saramago.

dago****@gmail.com

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Il volumetto è costruito intorno alla figura di Gesù, che nel lasso di tempo che va dalla sua comparsa di fronte a Pilato, alla crocifissione e infine alla resurrezione, esprime, attraverso la tecnica del monologo interiore, le sue sensazioni fisiche e psicologiche in una chiave di lettura decisamente controcorrente. Densa di ironia è la descrizione del passaggio dei testimoni contro Gesù, trentasette “miracolati” che, lungi dall’essere riconoscenti per quanto hanno ottenuto, trovano ogni scusa per prendersela con il prigioniero. Ah, la natura umana! Paradossale sembra essere anche la preponderanza che Gesù assegna al corpo al confronto con lo spirito. Dichiara di essere “il più incarnato tra gli uomini” e per questo Dio suo padre non può conoscere l’amore, perché “l’amore è una storia e bisogna avere un corpo per raccontarla”. Le sue riflessioni si concentrano intorno alla sete e alla gioia fisica che si ha quando, molto assetati, beviamo a piccoli sorsi. Per questo si stupisce che l’evangelista Giovanni abbia scritto “Chi beve da quest’acqua non avrà mai più sete”. Il passaggio più interessante è forse quello in cui dichiara che “l’intera condizione umana si può riassumere così: potrebbe andare peggio”.     

m.cast******@libero.it

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L’idea di dare voce a Gesù non solo prima della morte ma anche durante e dopo - forse uno dei motivi che ha spinto l’autrice a scegliere proprio lui come protagonista - mi sembra ardita, anche se dà al libro un fascino particolare. Tanto che l’ho letto d’un fiato, caso raro per me (anzi, verrebbe da dire dato il tema, in una sola sorsata...). Mi pare che l’autrice pieghi la figura di Gesù Cristo ai propri scopi, quelli cioè di indagare l’animo umano e il mistero della vita e della morte. Cristo diventa un uomo coi superpoteri, ma tutt’altro che perfetto e sicuro’ di sé. Salvo l’idea iniziale - se è quella che ho indicato - e alcune intuizioni sull’umano.

giulio.*******@gmail.com

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Conoscevo soltanto di nome la Nothomb ed e l’ho portato alla fine con molta fatica il compito assegnatomi. Trovo che lo spunto narrativo sia quanto di più banale e già visto.

Non lo comprerei per nessun motive.

lorenzo.********@gmail.com

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Gesù passa la sua ultima notte in cella, riflettendo sulla sua vita e su ciò che lo aspetta. Viene narrata una originale Passione di Cristo, un uomo innamorato di Maria Maddalena ed un figlio molto amorevole nei confronti della Mamma. Un libro grandioso, capace a un tempo di celebrare la vita in tutti i suoi aspetti e di consegnarci un Dio che è in tutto e per tutto uomo in carne ed ossa al quale l’arsura che lo consuma fa dire che “La fine della fame si chiama sazietà. La fine della stanchezza si chiama riposo. La fine della sofferenza si chiama conforto. La fine della sete non ha nome.”.

r.man*****@cuneolex.com

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Un libro composto da poche pagine (circa 150) ma, per me, piuttosto impegnativo. capita spesso di rileggere alcune frasi per comprenderne appieno il significato.

Interessante questa estrema lettura dei Vangeli e questa umanizzazione di Cristo: un antieroe ma proprio perché tale riesce ad essere un grande uomo anche nel momento della sua morte.

Un libro che consiglio a chi va a vedere nella basilica di San Pietro la pietà di Michelangelo. Ma ci deve andare assetato e solo dopo averla ben contemplata può uscire per bere un bel bicchiere d’acqua fresca.

linob*****@libero.it

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Spunto originale per raccontare una vicenda sempre aperta a riflessioni: il punto di vista di Gesù sulla propria vita, attraverso il racconto in soggettiva del calvario.  L’autrice affronta in modo semplice questioni che sono e saranno oggetto di dibattiti infiniti. Lo fa in modo intelligente, con lo strumento appunto del romanzo e rendendo più che plausibili considerazioni che, proprio perché in bocca a Cristo, appartengono al nostro essere umani. La narrazione scorrevole e la brevità del racconto ne fanno un’opera godibile e allo stesso tempo impegnativa.

alenapo*******@gmail.com

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Romanzo breve centrato su un’elaborazione nuova e avvincente delle ultime ore della vita di Gesù, rivisto nella sola dimensione di uomo e non di Dio e in continua riflessione tra le scelte “umane” (le proprie) e le “divine” (del padre). Sono centrali perciò alcuni aspetti tipici dell’essere uomo: il dolore fisico, le sensazioni corporee (la sete), la paura della solitudine e gli affetti; è un Cristo dolcemente innamorato della Maddalena e della madre, di cui condivide la sofferenza per la propria sofferenza; è un Cristo che teme per il dolore che lo attende con la fustigazione e la crocifissione e che lo induce a ripensare quale sia il fine di questa sofferenza; in una visione non umana ma divina, la sofferenza fisica non avrebbe alcuna ragione di essere considerata, ma nella realtà di Gesù–uomo assurge a elemento fondamentale tanto da vanificare, come “progetto demenziale” la scelta di Dio padre di inviarlo in terra.

I ricordi e le sensazioni legate alla sua corporalità (l’ubriacatura piacevole alle nozze di Cana, l’aiuto disinteressato e altruista del Cireneo, il gesto affettuoso della Veronica, il dolore inflittogli e, soprattutto, la sete che lo tormenta per tutta la sua lunga agonia) sono decritti in maniera articolata e intensa, con una profonda capacità di introspezione e una visione dialettica, non fideistica, del personaggio Gesù. La premonizione delle violenze future e la disillusione per l’effetto opposto che le sue azioni suscitano negli uomini (col vino buono ha fatto fare una brutta figura, la puzza che emana Lazzaro che vanifica il miracolo della resurrezione, la noia dell’indemoniato, il cieco che vede la triste realtà), testimoniano l’inutilità della reincarnazione (è un’idea “tremendamente nociva. Una sfilza di uomini sceglierà il martirio a causa del mio esempio imbecille”) fino all’asserzione della negatività di questa scelta con un potente “ciò che mio padre mi infligge testimonia un disprezzo così profondo del corpo che non può non lasciare tracce”; d’altronde “lui è amore, io amo”.

La Nothomb in poche parole fa una critica sottile a secoli di umiliazione del corpo, che è sempre stato un elemento fondante della patristica e della deriva dualistica cartesiana e del cattolicesimo.

Ritengo più stimolante ed innovativo il libro della Nothomb.

diba****@libero.it

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Non credo sia sappia con esattezza quanti testi siano stati scritti su Gesù, ma sicuramente in tutti la passione rappresenta il tema più dibattuto ed oggetto di visioni differenti. Al di là dell’essere credenti o meno, nel racconto della passione della Nothomb ciò che colpisce è l’umanità dei sentimenti e la lettura dell’animo umano che viene trasmessa. Non è il Gesù preconfezionato dal retaggio culturale che la tradizione Cristiana e Cattolica ci spinge ad immaginare. L’umanità di Gesù arriva al lettore nella sua carnalità, nei suoi dubbi, nel suo senso di insoddisfazione verso se stesso e gli altri, nella critica verso il Padre (quale figlio non lo è stato?). E la sensazione di sete, istinto essenziale, stimolo presente e a volte latente, ben rappresenta la nostra continua ricerca nella vita di un punto di equilibrio, che nonostante i nostri sforzi, resta perennemente instabile.

ing.giusep**********@gmail.com

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Ho trovato questo romanzo molto potente e coinvolgente e l’ho iniziato a leggere il venerdì santo, per pura coincidenza. Non avevo mai letto niente di questa autrice e sono stata catturata dal suo stile emozionante e dal racconto di una delle pagine più importanti della vita di Gesù.

Ho apprezzato molto la narrazione in prima persona e il fatto di aver messo in evidenza soprattutto il lato umano del Cristo, le sue debolezze, le sue paure, il suo amore per Maddalena, la sua devozione per Maria, il grande affetto che lo legava a Giuseppe. Mi ha colpito anche il suo atteggiamento critico nei confronti del Padre, il fatto di rimproverargli di non avere un corpo e quindi di non potersi rendere conto di ciò che questo comporta.

lorianal********@gmail.com

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Sete, per quanto abbia una sua bellezza, non mi ha appassionato in alcun modo. Scegliere un personaggio così complicato (niente meno che il figlio del Padre) e mostrarlo in tutta la sua umanità è un’idea che non mi convince. Mi è sembrato molto più generico di Serotonina, forse ancora più lontano, nonostante cerchi di evocare il senso di un Cristo simile a tutti noi. Ma dev’essere, ancora una volta, colpa mia: non avevo alcuna voglia di sentir parlare Dio.

gianmarco*********@studenti.unimi.it

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Non conoscevo neppure l’esistenza dell’autrice, ma già alle prime righe ho sentito una sintonia con un modo, tagliente e lieve, acre e soave, denso e scanzonato, di narrare argomenti ardui, che appartiene ad alcuni libri che amo molto. Confesso che, leggendo, mi è capitato di ridere a crepapelle (m’era già successo con “Mosca sulla vodka”, per esempio), così come di avere la gola serrata dalla commozione (idem). Insomma, quella sublime irriverenza che è perfettamente forma del contenuto.

Perché “Sete” è narrata con la voce di Gesù di Nazareth, anzi è un vangelo di Gesù, della sua passione e resurrezione. Amélie Nothomb scarnifica i Canonici, rade a zero esegesi consolidate, destruttura teologie e cristologie, si prende qualche lusso snobistico, come indicare quale solo apostolico il vangelo di Giovanni, il più tardo del canone e quello su cui, mi pare, ci sono i maggiori dubbi circa la tradizione da un testimone oculare. In questa riscrittura ci sono naturalmente tutte le controversie, storiche e teologiche le ortodossie e le eresie, che ci sono familiari e direi con tutti i loro motivi topici: i miracolati che non gradiscono il miracolo, l’inspiegabile tradimento di Giuda, la figura paterna di Giuseppe, Maria immacolata, incapace di concepire il male, l’assenza del demonio e dell’inferno. E naturalmente l’amore carnale con Maddalena e Gesù senza il Cristianesimo. Materia arcinota e perfino abusata, direte. Ma Amélie Nothomb non ne fa una rilettura elegantemente strampalata, o meglio non solo questo. Restituisce il nucleo essenziale dell’incarnazione, della passione e del risorto. Attraverso tre parole chiave, i tre assi nella manica di Gesù: amare; la sete; morire. Ne aggiungerei un’altra: “Accetto”.

Gesù definisce la distanza dal Padre, creatore vanesio e distratto, occhiuto e perso in disegni provvidenzialmente fallimentare, nell’affermazione che il padre conosce solo l’amore e dunque è incapace di amare. La sottigliezza è tutta in un gioco al rovescio. Il verbo all’infinito si espande nella concretezza, perché implica l’azione, mentre il sostantivo sarà pure sostanza, ma retrocede nella vacuità dell’astrazione. Nell’universo di Nothomb si conosce solo per l’esperienza del contrasto, del diverso, la leggerezza grazie al peso, la luce alla tenebra, lo spirito attraverso il corpo. Si ama solo nella concretezza del corpo, degli odori, dei sapori, del tatto, del suono e della vista. Cito un po’ a memoria: “Mi sono innamorato di Maddalena, prima di vederla, al semplice suono della sua voce” dice Gesù. E Maddalena si innamora di lui per il, modo, casto mite e pieno di desiderio, con cui usa guardarla.

Ho letto da qualche parte che l’epicureismo sia stata la più umana delle filosofie classiche e credo sia vero. Ma non ha nulla a che fare con questo romanzo, perché la sete è semplicemente la gioia inestinguibile, il piacere di esserci, una sorta di piacer figlio d’affanni a cui per fortuna è negato il tedio. Gesù ama le albe perché ogni nuova luce è una pagina bianca da scrivere. Ama l’acqua, come la pioggia, perché può svanire nell’arsura della Palestina o in un rinvio calcolato, ma sotterraneamente c’è sempre Perciò solo sete (che, al contrario del latino sitire, non ha un infinito vero e proprio) può essere la parola ultima pronunciata sulla croce e morire ancora assetato “forse proprio questa è la vita eterna”.

Infine, nella tripletta vincente di un messia che non promette nulla, ma mantiene tutto, anche morire è meglio della morte, perché sta racchiuso nella concretezza del respiro e perché morire oltrepassa la morte. Forse la parte meno convincente, meno originale, del romanzo è la resurrezione, a mio avviso un po’ troppo in bilico fra corpo glorioso, immortalità dell’anima, assenza-presenza. Però il momento della Pietà è di quelli lancinanti: il cadavere che vede il dolore della madre e questo dolore la ringiovanisce, ai suoi occhi; la madre che serrando il corpo del figlio sembra presentirne la vita intatta. Amélie Nothomb dice alla fine quello che i credenti proclamano, affermando che Cristo ha vinto la morte.

Ho detto che un’altra chiave è la parola “Accetto”. Ma cosa accetta Gesù? Non il valore salvifico del martirio e del dolore, che gli sembra empio; né che le sue parole e i suoi gesti vengano distorti in una miseranda analgesi buona per ogni uso: accetta che tutto si compia secondo gli imperscrutabili, e come s’è detto, abbastanza dissennati, disegni del Padre, ma perché sul loro rovescio si possa leggere la Buona novella, il miracolo segreto compiuto sulla croce.

A chi gli chiedeva perché il Vangelo fosse così difficile da mettere in pratica, qualcuno, non ricordo chi ha risposto: “perché è tremendamente semplice”.         

luigi.******@hotmail.com

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Il libro non mi ha convinto del tutto nonostante alcuni spunti di riflessione interessanti e un crescendo del pathos nella parte finale, che culmina con la controversia interiore del “protagonista” sul concetto di fede e sul progetto divino di redenzione degli uomini, che si riduce ad un sostanziale fallimento. L’esercizio della Nothomb attorno all’esasperazione dello stimolo del più appagante dei bisogni vitali (la sete) come mezzo per favorire uno “slancio mistico” costituisce, in ogni caso, un esperimento interessante.

belma*****@gmail.com

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