< Sulla scrittura di  Charles Bukowski (Guanda)

 

Questo carteggio, che contiene una scrittura spalmata su quasi cinquant’anni di vita, traccia con precisione le coordinate artistiche entro cui Bukowski ha costruito la sua opera letteraria, mostrando, con chiarezza, la sua ostinata (e non sempre convincente) determinazione a mantenersi agganciato al mondo in cui è cresciuto per poterne usare il linguaggio nella libertà lessicale e sintattica che lo contraddistingue.

  Bukowski è un solitario. A lui non interessa porsi alla testa dei poveri per migliorarne la condizione, lui vuole solo un posto in cui essere quel che vuole essere e fare quel che vuole fare. E quel che vuol fare è scrivere con il talento che si riconosce e che chiede gli sia riconosciuto. Certo lui è un testimone vero di un’umanità che per essere raccontata deve essere prima vissuta; nella sua iniziale convinzione che senza dolore non c’è verità. Così, la sua, non può che proporsi come una scrittura di frontiera che nasce dalla sofferenza, che schiuma rabbia e frustrazione, in un confronto continuo con la morte, per sfuggirle o per esserne salvato.

Si manifesta spontanea e travolgente, come una copiosa cascata che segue la ripida traiettoria indicata dalla gravità, senza possibilità di alcuna mediazione della forza che sprigiona.

Le parole arrivano dai suoi pensieri sulla carta, in caduta libera, si susseguono e formano un corpo che ha i contorni del suo stato d’animo itinerante; sono scritte per essere lette e dimenticate, tanto ritorneranno ancora più puntuali nel loro attacco.

Non c’è lirica o ispirazione nel suo stile, ma un ruvido e istintivo scorrere di espressioni che salgono e si abbassano come note su di uno spartito, mescolando cacofonia e grazia per ricavarne una originale e suggestiva armonia.

Il suo registro linguistico è sicuro e pertinente per far trasparire, con una penetrante leggerezza, le pulsioni umane liberi da ogni convenzione sociale, i patimenti e le resistenze di chi trascorre l’intera vita aggrappato solo al proprio istinto di sopravvivenza; qualunque cosa voglia dire.

Dagli inizi degli anni 70’ la sua irruenza comunicativa si attenua, ripulendosi dai risentimenti più profondi e assumendo un carattere maggiormente riflessivo e mirato. Le lettere, che seguono quegli anni, propongono una scrittura meno frammentaria, con discorsi sempre meglio organizzati fino a incunearsi nella critica letteraria con una voce semi accademica.

Tutto ciò avviene quando la sua produzione si espande dall’isola solitaria della poesia per raggiungere il continente della prosa che diviene la principali cassa di risonanza della sua arte.

Un’evoluzione irreversibile in cui, a fatica, riesce a conservare una coerenza con il passato ricorrendo ad asimmetrici inserti  di quel parlare da volgo che gli è comunque familiare.

Bukowski non si limita a scrivere, disegna pure con un’abilità caustica. Le sue figure, allineate ai suoi testi, ne rafforzano la carica dissacrante e, in qualche caso, mostrano persino un effetto evocativo.

Viene da chiedersi se il suo progetto di dar vita a “La Rivista della Carta Igienica” si fosse realizzato, avremmo potuto avere una raccolta del genere Graphic Novel, i cui prodromi sono presenti in alcune lettere e già dotati del potenziale necessario per ambire a essere considerata una vera produzione letteraria.

Al termine di queste pagine si ha la sensazione di aver letto il racconto di una vita complessa da decifrare, che, in ogni caso, ci ha lasciato in eredità un messaggio potente come un murales di Banksy; senza però averne fino in fondo quell’energia visionaria che sa raggiungere le coscienze per influenzare il corso del mondo.

angelo.*******@gmail.com

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Raccolta di lettere talvolta  piuttosto “crude” e realistiche, con dettagli della vita dell autore (personaggio bizzarro), che consentono di seguire l evoluzione del suo rapporto con gli editori: dall’  avvio faticoso  dei primi anni di scrittore , ai primi successi, le pubblicazione, gli inviti ai “reading” ecc. Quello che mi ha colpito è stata la passione per lo scrivere (sia poesie sia romanzi) che è evidente in ogni lettera, l’ “amore” assoluto per la sua macchina da scrivere e la necessità quotidiana di picchiettare sopra i tasti, in qualunque condizione fisica e in qualunque posto (partendo dalla stanza in cui viveva inizialmente spendendo pochi dollari… in condizioni di enorme disagio: presenza costante la birra..).

dozz****@gmail.com

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Bukowski, ovvero scrittura ragione di vita. Dissacrante, auto-distruttiva, corrosiva con schegge di pensiero lucide e acuminate anche, o soprattutto?, se rivolte contro se stesso: “sento le parole azzannare la carta [...] Lo scrivere mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio e dal suicidio".  Testimone d’accusa di se stesso,  disprezza chi scrive per piacere agli altri.

Quando ricomincia  a scrivere a 35 anni, dopo 10-15 anni di pausa, lo fa in poesia, "per economizzare le parole". Scrive di getto, senza mai rimaneggiare i testi "perché se ho mentito dall’inizio non ha senso tormentarsi, e se non ho mentito, be’ cazzo, non c’è nulla di cui preoccuparsi.”

Per lui "L’unica cosa intelligente relativa all’arte vera è se ti dà scossoni riportandoti in vita, altrimenti è sentimentalismo artificioso".

Concordo assolutamente.

ritami******@gmail.com

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“Sulla scrittura” di Bukowski è un imperdibile spunto di riflessione. Cosa spinge uno scrittore a buttare giù parole? In quali gabbie un autore- o aspirante tale- deve rinchiudersi, nella speranza di essere pubblicato? Cosa cercano gli editori? Talento o guadagno? Oggi Charles Bukowski è uno dei nomi più venduti. Ma da queste lettere risulta evidente quanto sudore e quanta poca considerazione, agli inizi, hanno riscontrato il suo punto di vista sull’editoria e il suo stile. Vivere e scrivere sono due facce della stessa medaglia per quelli che “scrivono di vita”. L’alcol, le difficoltà economiche, il sesso... ciò attraverso cui la vita si fa sentire davvero. Un “buttare colore sulla tela”, per citare lo stesso autore. Forse nulla è mutato da allora. Certo, il suo anticonformismo e il rigetto di regole e modelli sono oggi di moda, ma la “questione” persiste. Se la scrittura deve essere pura creazione libera, quanto sono disposti gli editori a rischiare per la genialità?

schetti*******@yahoo.it

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Entrare in una stella morente, in un buco nero in cui gli stereotipi, i pregiudizi, le accademie, il secolo XIX, il “1890” sono fatti a pezzi per essere rimodellati in un nuovo post-moderno manierismo che sarebbe stata la cifra letteraria degli anni della defordizzazione: questo è stato leggere il saggio di Bukowski. Un pre-quel di quello che avremmo vissuto e che sarebbe diventato massa (con dolore di Chiarles) negli anni che avrebbero condotto verso il 1989 e il 2001. Bukowski evidenzia la potenza della scrittura come aderente alla vita e in quanto tale “Hic et nunc” senza pretese di futuro o di passato: “Le poesie migliori sono quelle che si dimenticano” e in questo anticipa il modus operandi del web, della rete che rende obsoleto e quasi fake news anche le verità che un giorno prima dettavano la linea. Una linea non c’è per Charles e l’unica è quella della macchina da scrivere, vero ritmo del suo incidere letterario.

pak***@gmail.com

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Ho letto a fatica questo monologo ripetitivo e noioso, pieno di invettive, parolacce, giudizi impietosi su altri scrittori, un’autocelebrazione di Bukoswki, autore geniale e misconosciuto, diventato poi abbastanza noto da definirsi, absit iniuria verbo, il “Dostoevskij degli anni ’70”. Qua e là, come pezzi di vetro luccicante in mezzo al pattume,  balenano alcune belle immagini condite da “seee” e “tralalà” ma non bastano a gratificare chi legge. Uno scrittore può parlare di sé e mettersi a nudo purché non cerchi a tutti i costi di essere approvato dal lettore, atteggiandosi a vittima raggirata dal sistema e dai furbi. Ho pensato a Céline sin dall’inizio del libro perché, pur aborrendo gli schemi e narrando la sua vita senza eufemismi, ha scritto un capolavoro come Viaggio al termine della notte e d’un tratto Bukowski ne parla ammirato, perché lo ha fatto vergognare di quanto sia scarso come scrittore e vivaddio che lo ha capito!

foxo****@gmail.com

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E’ una raccolta di testi inediti, lettere sull’arte di scrivere.

Bukowski è quasi sempre ubriaco; gli editori di riviste rifiutano di pubblicare le sue poesie e i racconti e per vivere svolge lavori noiosi e sfinenti. Butta via ciò che gli editori non pubblicano. Nei suoi scritti non bada alla grammatica bensì alla parola, come un pittore bada al colore da buttare sulla tela. Rifiuta di rimettere mano alle poesie che scrive perché la poesia è qualcosa che “per caso esce nel modo giusto”, non ci sono tecniche o scuole. Nelle sue lettere il linguaggio è libero, sboccato. Bukowski ha bisogno di sentire “il tac secco e la mitragliata sibilante di parole nelle viscere”. Comunemente si ha un’altra idea della poesia intrisa d’amore. Lui è rozzo, sa di esserlo e ritiene appagante esserlo.

Negli anni ‘70 diviene famoso, ma è tenuto sotto controllo dalla polizia, le femministe lo attaccano perché racconta di donne di merda, viene chiesta l’interruzione della pubblicazione dei suoi racconti e un suo romanzo viene messo al bando. Ma a lui, semplicemente, non piace la gente e racconta ciò che vede. Si definisce scrittore di racconti sconci e immorali, selvaggi e folli.

Scriverà sempre tantissimo, una produzione sconfinata perché non riesce a non scrivere, continuerà a farlo fino al suo ultimo respiro, fregandosene se qualcuno pensa che sia bello o brutto ciò che scrive. È un uomo libero, coerente, uno scrittore innovativo e spregiudicato. Affascina e spaventa allo stesso tempo.


daloe*****@gmail.com

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Non avevo mai letto nulla di Bukowski.  Rammentavo  titoli di romanzi che arieggiavano il porno, né sapevo che avesse  scritto poesie. Dopo aver letto qualche pagina dell’epistolario, ho perciò cercato le sue poesie e ho scoperto che ha scritto delle liriche  molto belle che mi sono piaciute moltissimo. Sono proprio contenta di averle scoperte spinta da questo epistolario. Altra sorpresa sono state le vignette che accompagnano soprattutto le lettere iniziali. Bukowski è un disegnatore efficace e, nervoso nel tratto, come lo è nella scrittura. Bukowski non ha un interlocutore che risponde o controbatte, né vi sono le lettere di chi gli scrive. Questo rende l’epistolario monocorde e alla fine ripetitivo. Parla nella gran parte dei casi, a persone che hanno valutate le sue poesie spesso negandogliene  la pubblicazione . Le lettere raccontano il suo rapporto vitale e necessario con la scrittura. Rivendica di essere stato uno scrittore di insuccesso per molto tempo e di aver proposto, soprattutto le sue poesie, a riviste che per anni le hanno rifiutate. La cosa però lo interessa fino ad un certo punto, ha un’alta opinione di se, quello che gli importa massimamente nella vita è scrivere, scrivere poesie, tante, senza sceglierle, senza rileggerle, battere a macchina tutti i giorni, accumulare scrittura di cui vive una vera e propria urgenza. Questa è la sua vita e questa è la sua possibilità di sopravvivere all’ infelicità e “alle cose che lo stanno mangiando dentro”. E’ in continua polemica con gli scrittori di poesia convenzionale, lontani  dalla realtà della vita che è invece la motivazione della sua poesia.  Mentre racconta le proprie giornate condizionate dall’ etilismo, dalla mancanza di denaro, dal sesso più o meno felice, dalle scommesse alle corse dei cavalli è  tuttavia evidente che il problema dell’arte e della poesia sono il tema centrale, fondante della sua vita e per queste vive. Non è privo di umorismo e di spirito critico, esprime giudizi su autori contemporanei o del passato senza soffrire di incertezze o dubbi. E’ così confidente nella buona ragione del suo scrivere che usa abbreviazioni, fa errori  di ortografia e non gliene  importa nulla. Qualche volta ho avuto la sensazione che la sua scrittura steppante  fosse dovuta alla confusione alcolica. L’utilizzo di turpiloquio o l’atteggiarsi a razzista sembra dettato dal divertimento che prova a scandalizzare i buoni borghesi, disprezzando, ovviamente, la loro “american way of  life”. Dunque queste lettere confermano che la scrittura agisce come terapia, come salvezza non diversamente possibile  (“…che bel modo di sputare in faccia alla morte…pg 236”…;” mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio, dal suicidio”…pg 246) e può rappresentare infine il senso di una vita.

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Questo libro racconta una storia d’amore: quella fra Bukowski e la scrittura. Tutto lo struggimento e la tensione di un amore selvaggio e assoluto, caratteristico- e qui emerge fortemente- non del personaggio, ma della persona. Quest’uomo che appare legato davvero soltanto alla bottiglia, nella corrispondenza che intrattiene con editori, collaboratori e altri scrittori, si racconta sempre senza compiacenza, facendo uscire tutta la brutalità della sua vita. Ma è anche un uomo tenero e appassionato, quello che vive solo per sentire le dita che battono sulla macchina da scrivere, mentre la musica classica suona alla radio. Ed è un uomo disperatamente sincero, quello che protegge, fermo e coerente, il valore della verità e della libertà della creazione artistica.

cribr*****@gmail.com

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Artista ribelle, voce fuori dal coro, poeta rozzo, sono queste le definizioni che possiamo associare a Charles Bukowski, poeta e scrittore che, nonostante la sua precaria esistenza, i suoi continui problemi con l’alcool e la sua difficoltà ad incontrare il gusto del pubblico, prova a portare avanti un tipo di creazione letteraria pura, nata in maniera spontanea nei frequenti momenti di irrazionalità. In queste lettere emerge in maniera evidente come la scrittura diventi lo strumento utile per placare la sua follia. Sfiorare i tasti della macchina da scrivere è una forma di sopravvivenza, l’unico modo che egli conosce per curare la sua malattia, quella forza interiore che lo trascina verso l’ignoto.

Bukowski è un poeta anticonformista che si rifiuta di aderire a qualsiasi movimento artistico; egli crede che il poeta non abbia bisogno di un santuario di regole da seguire, che siano grammaticali o di composizione. Bukowski è come un artista che va ad orecchio, che non conosce la tecnica, e anzi non sa cosa farsene di essa. Le regole non fanno altro che imprigionare la creatività che il poeta sente il bisogno di far fluire senza alcun ostacolo in tutta la sua naturalezza. Il poeta, per non interrompere il flusso dei suoi pensieri, ha un tremendo bisogno di isolarsi dalla società, perché crede che le folle indeboliscano l’originalità. Tuttavia, Bukowski si mostra molto più vicino alle persone comuni che sanno più cose sui problemi quotidiani e sulle gioie del sopravvivere. 

Bukowski è anche il poeta rozzo che non ama smussare gli spigoli delle sue poesie affinché siano perfetti. La sua poesia non è raffinata, ma preferisce riportare le cose così come sono veramente. Infatti, Bukowski non sente la necessità di essere apprezzato dalla folla e dai suoi contemporanei. A tal proposito, non esita a lanciare dure critiche contro le diverse riviste letterarie che propongono poesie dal gusto antiquato e si mostrano restie al verso moderno, contro presunti scrittori che si lanciano nella carriera letteraria senza aver alcun talento, e contro coloro che tentano di mettere un bavaglio alla libertà d’espressione. Per Bukowski non si scrive per ottenere la fama, ma per la pura magia di vedere le righe formarsi all’interno della pagina, righe che danno un’istantanea dello stato d’animo dello scrittore in un preciso istante.

frankc******@hotmail.it

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Bukowski radica la scrittura nell’esistenza sottraendola a qualsiasi forma di sentimentalismo ed esaltandone la dimensione di esperienza primigenia. Un fare che ha la sua ragione in se stesso. Un fare che si identifica con la forma in quanto essa è priva di ogni tecnicismo e si alimenta dell’energia stessa del fare. Questo è talmente essenziale che non incorre in alcun rischio di semplificazione. Le lettere sottolineano una solitudine irriducibile ricercata brutale e collocano la vocazione alla scrittura nel solco dell’abitudine, senza che questo diminuisca la potenza dell’esperienza artistica e la sua valenza “salvifica”.

piera*****@tiscali.it

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Do senza dubbio la mia preferenza alle "LETTERE SCONTROSE" di Giovanni Arpino, senza prima dare un riscontro di appezzamento a "SULLA SCRITTURA" di Charles Bukowski. Leggere questo testo dà un senso di vertigine in cui non si può non precipitare. E così arrivi alla parola fine, sopravvissuto tra follia, ubriacatura, verità e poesia.

Tornando alle Lettere, ringrazio Arpino per la lucidità e l’arguzia nel dipingere personaggi veri e conosciuti del nostro secolo a cavallo col mondo che vivo e di cui mi dispiaccio, impotente.

Apprezzo il sarcasmo e i toni pacati e simpaticamente veri, in cui sicuramente i destinatari si sono rispecchiati: davvero strano che solo Totò, "indispensabile come il caffè " (e anche Gassman, non direttamente) abbia risposto anche se modo pleonastico! Ma chi più mi stupisce del suo silenzio è Aldo Moro, proprio per la connotazione così vera della pacatezza... "ago di una bussola astratta"

Sono malmostosissime pennellate di artisti del cinema, dello sport, della politica, così camuffati nel mondo della celluloide e così nudi ora dopo queste lettere....tutti un po’ più veri; ma ci sono anche missive accorate e affettuose per donne e uomini timidi ed umili, così nascosti nonostante così pubblici...

mgbonf******@gmail.com

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“Lettere scontrose” di Giovanni Arpino si sviluppa attraverso una scrittura vivida, reale, vicina alla realtà, sebbene risalga a molti anni fa e, più che probabilmente, a un mondo che non c’è più. Un libro, insomma, che ti tiene con i piedi per terra, senza troppi sforzi interpretativi. Peraltro, da Arpino sono stato sempre affascinato e conservo come una reliquia, la prima edizione di “Azzurro tenebra” con la foto “sfrecciante” di Facchetti in copertina.

bruno*****@hotmail.it

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Dalla lettura del testo (anche per chi per la prima volta si avvicina all’autore) ovviamente si scopre la personalità dell’autore e non si può prescindere da questo. Questo libro va giudicato non come opera d’arte in se ma perché svela il personaggio davvero unico: anticonformista, alternativo, libero, preso totalmente dall’arte anche come forma passionale, quasi religiosa, che si mischia con la vita, con la musica e ovviamente con la bottiglia.. (per lui "scrivere è una forma di sopravvivenza, è del cibo...una scopata incandescente. Questa macchina da scrivere depura e macina e stabilizza e prega" nella lettera a Harold Norse pag. 121)

Un personaggio straordinario...averne di Bukowski ai giorni nostri..(!)

m.pa****@gmail.com

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In realtà io amo Bukowski! All’inizio queste lettere mi hanno però creato molto disagio: troppo personali, troppo alcolicamente intrise del malessere del suo (giovane) autore. Certo, la letteratura di Bukowski cela ben poco di come egli fosse e vivesse. Ma la lettera privata è una forma di espressione che non è affatto agevole rappresentarsi come ‘prodotto’ differente dall’autore, e questo è un problema di non poco conto per la mia inconsueta veste di critico/valutatore! Poi, andando avanti, man mano che Bukowski riusciva a pubblicare qualcosa e a riscuotere un certo consenso, la lettura è divenuta per me più oggettiva, per certi versi più distaccata. Non tutto mi è piaciuto. Ma molti sprazzi tipicamente ‘bukowskiani’ mi hanno deliziato.. “Consentiamoci spazio ed errore, isteria e dolore. Non smussiamo gli spigoli finché non otteniamo una danza che volteggia sicura senza inciampi. Le cose succedono – sparano al prete in bagno; i coglioni si fanno di eroina continuamente; ti prendono la targa; tua moglie ti molla per un idiota che non ha mai letto Kafka…”, una cosa quest’ultima, veramente atroce! Ma come si fa a non amare Bukowski?

cappe*****@gmail.com

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La scelta cade su Bukowski, direi inevitabilmente. Le raccolte epistolari sono spesso noiose, non appassionano, se non quando disvelano chissà quale segreto, o descrivono chissà quale conturbante relazione amorosa. B. ci aiuta, perché in queste lettere ci sbatte in faccia la sua anima, il suo essere, la sua fatica di vivere. Ci costringe a guardarlo così com’è, infastidendoci a volte, visti taluni concetti ossessivamente ribaditi.

Tale raccolta può essere assunta come manifesto della sua poetica. Per B. la poesia deve fluire direttamente dalla vita, ed essere scritta di getto, senza rimaneggiamenti e correzioni.

Lettura godibile, a tratti divertente: una fotografia impietosa della sua vita, e della disperazione che la percorre. Ci parla di alcol, donne, e corse di cavalli: tutto può servire per scrivere, e scrivere è la sua ragione di vita.

ms**@libero.it

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"Sulla scrittura" di Charles Bukowski è una raccolta di lettere inviate dallo scrittore a editori

di riviste più o meno di avanguardia, amici, altri autori nell’arco di circa trent’anni.

Leggere Bukowski non è agevole, nonostante l’ottima traduzione di Simona Viciani.

Il suo scrivere è frammentario come la sua vita, i cui tragici lampi appaiono tra

un giudizio impietoso su altri poeti e un commento schifato sul conformismo della

scena letteraria americana. Bukowski vive per scrivere invece di scrivere per vivere.

Tra una sbornia, un lavoro infame e un ricovero in ospedale ha la forza di elaborare

teoria letteraria, di inseguire e raggiungere la sequenza delle parole, pur fregandosene

alla fine se una poesia è andata persa perchè in unica copia.

In lui convivono la consapevolezza di essere uno Scrittore e un Poeta, la malinconia

di una vita alla deriva ma anche il desiderio autodistruttivo di continuare a vivere

così perchè comunque "la scrittura ha scelto te" (lettera a W.Packard dicembre 1990).

luciano*******@gmail.com

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C’è un piglio kafkiano in questo epistolario di Bukowski (disegni e schizzi compresi), frutto di una scrittura nervosa e torrentizia sorretta da uno stile pungente e (auto)ironico, esito di una malattia dello scrivere, vissuta (kafkianamente, si direbbe!) come un’ossessione, come qualcosa di divorante che confina nella solitudine chi ad essa si abbandona. Vi si ritrovano i classici temi bukowskiani: amore, morte, sesso, sanità mentale e follia, letteratura, musica, alcol, cavalli... Vi abbondano folgorazioni icastiche, come lo sberleffo ai “denti falsi dell’educazione” (parlando dell’“opportunista” Eliot) o a coloro che ambiscono essere poeti ma di fatto sanno essere solo “poveri di mente annaspatori di gloria, smaniosi del soldo, spiritualmente nani” (in una lettera del 1960 a John Webb), oppure a se stesso in quanto autore di poesie “scritte per paura e sfacciataggine e follia” (in una lettera del ’70 a Gerard Belart). Raccolta interessante, non c’è che dire. Fastidiosi comunque i molti tagli operati dal curatore, segnalati fra parentesi quadre, sulla natura dei quali il lettore - non avendo indicazioni – può immaginare qualsiasi cosa.

giulio.s********@uniupo.it

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Fra l’epistolario di Bukowski e “Le lettere scontrose” di Arpino non c’è, secondo me, competizione. Le lettere di Bukowski “non affrontavano necessariamente – come scrive il curatore – argomenti connessi con l’arte dello scrivere”; in parte si tratta di notizie su successi o insuccessi nella pubblicazione di racconti e poesie o delle difficoltà di ottenere ospitalità in riviste, in parte di informazioni sulla vita privata dello scrittore e sulla sua dipendenza dall’alcol. Mi sono chiesto, al termine della lettura, a chi possa interessare l’epistolario e perchè le lettere siano state raccolte e pubblicate. Forse era meglio un’autobiografia ricavata dalle informazioni più interessanti rinvenute nelle lettere o una biografia. Non ho particolare dimestichezza con lo scrittore e, quindi, non so se questo sia stato fatto.

Arpino è un grande scrittore e un polemista duro, elegante, raffinato. Dopo cinquant’anni ed oltre dalla pubblicazione le sue “lettere scontrose” si leggono molto volentieri. I politici, gli attori, gli scrittori, gli sportivi, i cantanti presi di mira emergono con le loro qualità e i loro difetti; in altre parole le lettere rimangono attuali. Arpino non le manda a dire; è severo ma non è mai cattivo, più che “scontroso” è un attento studioso degli esseri umani e dei costumi; la sua visione del mondo, la sua filosofia, le sue idee politiche e la sua morale si manifestano in ogni scritto. Al termine della lettura ci pare di conoscerlo come se avessimo dialogato con lui di persona.

guariente*********@libero.it

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Il presupposto oggettivo che porta a battesimo lo scrittore è la realtà. Lo scrittore si accorge subito di avere a che fare in genere con degli estranei, con gente che non ha convinzioni, non ha forza morale, non ha occhi per vedere nè cuore per dire. Accettare quegli estranei è il duro gioco cui lo obbliga la natura cenobita dell’uomo: la sua arrendevole, necessaria compiacenza è solo sincerità mascherata e non la falsità fantasticata dagli sciocchi.

E’ per questo che lo scrittore è obbligato a sdoppiare la propria vita, a separare le proprie istanze interiori dalle necessità sociali: perciò è votato inevitabilmente al compromesso. Egli è veramente artista solo a contatto con le sue parole, lontano dalla confusione sociale, chiuso in quel suo falso ozio che ne libera le capacità ricettive e creative. Nella vita, scisso delle sue parole, egli è un uomo qualsiasi, che spesso passa inosservato se sa tacersi, oppure che si recita cadendo così nella falsità e nell’antipatia.

Camus ha ben capito questo penoso ma necessario compromesso e parla di tempo per vivere e di tempo per creare. E’ un errore fare una scelta definitiva: ripudiare la vita oppure negarsi all’arte. Rimbaud concluse il suo dilemma con la frase: "la parola è inadeguata ad esprimere la sete dell’assoluto". Rimbaud fu un eroico meraviglioso vigliacco. Occorre invece accogliere il suggerimento di Jean Cocteau ed accettare "le proposte di pace del pubblico" cioè vivere nella massa, pur senza annullarvisi, credere nell’umanità, pur senza perdere il senso della propria condizione artistica, che è quella di possedere il significato dei contenuti umani, dei valori fondamentali dell’uomo.

Il dilemma tra desiderio di vivere e desiderio di rappresentare la vita è tra i più antichi: chi vive veramente, agisce soltanto e sembra inadatto a rappresentare poeticamente gli avvenimenti. Chi li sa rappresentare sembra invece meno adatto ad agire, a vivere. Ma il vero artista vuole entrambe le cose, vuole essere insieme protagonista e narratore. E forse è proprio per questo che oggi più che mai il protagonista di un libro è l’autore stesso. Il romanzo contemporaneo è soggettivo e autobiografico proprio perché oggi più che mai l’artista sente il peso e l’inutilità di una scelta, oggi che l’acuirsi della frenesia e della fretta nella vita moderna hanno accentuato il dilemma interno dell’artista, ponendolo in ogni momento di fronte al problema di vivere le esperienze che gli capitano, ma di riservarsi anche abbastanza tempo libero per lavorare e creare.

Se tutto questo ha un senso, dovrei premiare Bukowsky!: chi più di lui può essere considerato aderente alla realtà, fedele a se stesso, iconoclasta per un presunto senso etico (che però tale non è, in realtà), chi più di lui è protagonista e insieme narratore?!

Ma qualcosa mi spinge a non amare più di tanto la sua sincerità. Lui ha detto di sé “o mi si ama o mi si odia”. C’è una terza via: ignorarlo. Per la eccessività scurrilità, magari, che offende, (almeno un vecchio lettore come me), troppo sesso sbattuto in faccia senza garbo, un turpiloquio autocompiaciuto assolutamente eccessivo (vedi metà delle lettere, una per tutte la lett. a Norse 26.2.69). E poi troppo spesso una scrittura nervosa, fatta di frasi mozze, avviluppate l’una all’altra come i rami di un gelsomino, mille cose aggrovigliate che si affastellano, si pestano, si scontrano, peggio che in Joyce (vedi la lett. 29.8.60 a Webb).

Si può dire di lui quello che lui stesso scrive di Richmond. ”Scrive uguale a tutti, stesso stile, stessi sentimenti, mai una variazione di tono. Vuole solo stupire, chiama sincerità quella che è solo crudezza. Modernità quello che è solo mancanza di stile. Critica tutti i suoi colleghi salvo Celine. L’arte non è riprodurre la realtà, quel “ mi urli addosso con lettere maiuscole” (lett. 23.7.65).

Infine, direi che turba la sua totale assenza di equilibrio, che non sai se dovuta ai suoi eccessi di vita oppure studiata al tavolino per stupire, o forse tutte e due queste cose e altro ancora (vedi il salto dall’autodistruzione all’autoelogio nelle lett. a Young 25.10.70 e a Ferlinghetti 22.4.71).

In questo quadro tendenzialmente negativo spunta ogni tanto, come un fiore dalla melma, un momento di tenerezza (vedi la lett. a Fante 2.12.79)

Non c’è storia. Per me vince Arpino 5 a 0. Quale levità, quale equilibrio, quale senso etico, garbo, intelligenza messa al servizio della comprensione altrui e non del proprio ego! E poi la qualità dei suoi argomenti: solidi, storici, documentati (ma in modo vivido e vivace, non da archivista), non giaculatorie come quelle sulle birre e sulle tette delle donne. La scrittura vera è trascendere la realtà.

Per Arpino l’arte non è solo compiacimento per ciò che è stato e che è rappresentato: è qualcosa di più, che coinvolge il futuro e l’umanità stessa al di fuori di ogni grigio ordine delle cose. E’ amore per la vita. E’ fiducia radicata in convinzioni interiori che sono tutt’uno col nucleo della sua arte (in questo senso vi è ragione di credere che l’arte non sia ricerca del nuovo, bensì del vero, dell’umano; l’originalità finisce quasi per non esistere, l’artista è più uno scopritore che un inventore). Un vero artista come Arpino ha una coerenza di fondo che mai smentisce (la monotonia poetica di Radiguet?) Alla imponente coalizione dei mediocri può spesso sfuggire l’unità degli intenti dell’uomo che scrive e dell’uomo che contemporaneamente vive. Una coerenza che è prima di tutto etica.

lanf****@gmail.com

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Un libro speciale è stato come entrare nella vita apparentemente stracciata di un grande scrittore un uomo che è vissuto per scrivere e ha vissuto la sua vita per appagare questa necessità interiore. Non pensavo mi piacesse tanto, una tenacia, una determinazione a scrivere e ubriacarsi, geniale, un fiume di parole, poesie, racconti, romanzi gettati via agli editori senza copie, non si prendeva sul serio oppure sapeva quanto valeva, lui poteva scrivere sempre ancora ed ancora,

Mi ha affascinato la sua descrizione della poesia ed anche i suoi giudizi su scrittori famosi mi piace pensare che anche a me alcuni proprio non piacciono. Lo consiglio.

anna****@me.com

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In “Sulla scrittura” l’autore delle lettere sembra invece parlare da solo, senza costruire una trama, riferendosi ogni volta a singoli fatti e casi isolati, in modo disorganico e sconnesso. Lo stile delle lettere sembra voler essere artatamente spontaneo ma a me sembra che l’autore si giogioneggi eccessivamente costruendo su di sé un personaggio, di moda a quel tempo in America, di artista maledetto e trasgressivo. Qualunque sia l’argomento delle lettere descrive inutilmente e stonatamente fuori luogo quanto abbia bevuto, fumato o fatto sesso. Il linguaggio stupidamente irriverente è usato spesso fuori luogo per poi essere contraddetto da cerimoniosità quando si rivolge a editori che lo hanno pubblicato consentendogli di vivere in una borghesia che a parole rifiuta.

In altre parole incoerente, inconcludente e non coinvolgente.

lsas****@gmail.com

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Un’ opera sulla scrittura, su come e da cosa nasce una creazione artistica che è sempre l’evolversi di un’altra perché " un progetto si espande in altri diecimila.....e nessuna creazione è completamente un nuovo inizio". Una lettura che,  d’impatto, ti stupisce e sconvolge per la sua crudezza ma che finisce per appassionarti proprio per questo, e perché squaderna la vita, anzi, è vita autentica che scende nei bassifondi dell’anima per mettere a nudo le verità più nascoste ma autentiche anche se dissacranti verso ogni regola di perbenismo, di buon costume e di "bella scrittura".

L’autore scrive difatti : "Non voglio fare lo scrittore professionista, voglio scrivere ciò che voglio scrivere......." e ancora "Un pezzo di poesia non dovrebbe essere una poesia ma un pezzo di qualcosa che per caso esce nel modo giusto". Bukowski   non crede a tecniche, sembra, anzi, che voglia fare a pugni con ogni freddo schematismo per riuscire a scrivere solo di se stesso e di ciò che sente necessario scrivere. E lo fa senza pudore proponendo uno stile da "sangue e arena", sempre verace, a tratti rozzo anche "violento", se necessario, affatto convenzionale e all’interno di un’arena editoriale, difficile, spesso inclemente, infedele al suo modo di intendere l’arte, contraria a quella che "pretende di insegnare.... il modo giusto" e alla quale mai si piega. Per Lui "insegnare come fare poesia non creerà mai Arte, non scuoterà la pelle.... Egli come un risorto bohemien o un nuovo poeta maledetto e da solitario "scrittore on road " "pesta sui tasti" per mettere fuori l’esperienza di una vita spericolata, forsennata, ribelle ma pur sempre vita e vita senza confini.

Giudice intransigente di se stesso ma non meno che degli altri, selvaggio, felice e appagato di essere selvaggio è convinto che ciò che conta sono le "parole piccole e granitiche che nascono da dentro". Si oppone alla formalità di spondei ed altro, ai suoni setosi e cotonosi, dei professori che piagnucolano" per ascoltare solo i suoni più "carnali" della sua vita ma anche di quella che sente passare dalla finestra della sua stanza che guarda sulla strada. SULLA SCRITTURA è un’opera che si legge d’un fiato perché parla di un uomo verace, fuori dal coro e di un’ Arte che sa di AUTENTICO e perciò di buono.

botti.a*******@hotmail.it

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Una delle difficoltà che ho trovato nel leggere questo libro è che, a differenza di quello di Tolstoj, le lettere sono indirizzate a destinatari diversi e, se uno non è un esperto di letteratura americana contemporanea, difficilmente si orienta, nonostante alcune brevissime note poste talvolta all’inizio di qualche lettera.

Bukowski ha una scrittura pirotecnica, il linguaggio è immaginifico dal basso, una specie di D’Annunzio dei bassifondi, e molte singole frasi colpiscono per l’immediatezza. Il problema è però che l’intero libro è scritto sempre sopra le righe, che alla lunga stanca e porta a dubitare della sincerità dell’autore. Anche lo stile con gli errori di punteggiatura o di sintassi si intona all’insieme, ma anche questi sembrano cercati. L’immagine del poeta maledetto appare costruita a tavolino, se non completamente, almeno in parte.

giuseppe********@unipd.it

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Non ho mai letto nulla di questo autore, non ero attratta da quello che mi arrivava, ma seguendo i tuoi consigli ho iniziato proprio dal suo epistolario.

La lettura è stata veloce, interessante a tratti triste e a tratti divertente, mai noiosa: sull’uso della grammatica, l’ortografia, la punteggiatura o meglio il non uso non mi ha infastidito anzi.

Mi ha colpito e piaciuto la sua smania per lo scrivere sempre e a tutti i costi: la macchina da scrivere insieme all’alcool e all’ippodromo sono la sua fonte di vita, quasi una malattia sempre viva dall’inizio alla fine.

E questo è sempre evidente nelle sue lettere a tratti disperate, a tratti erudite a tratti comiche in cui esprime sempre il suo punto di vista( schietto qualche volta crudele) sulla scrittura che non è un mestiere ma il modo di vivere la vita..." lo scrivere mi ha salvato dal manicomio, dall’assassinio e dal suicidio.

Interessanti le sue critiche su scrittori famosi sia del passato che contemporanei e naturalmente le sue lettere indirizzate a scrittori famosi dell’epoca: ho trovato quasi imbarazzata quella scritta a H.Miller.

Ma le migliori sono quelle rivolte ai vari editor, direttori di riviste in cui si mischiano richieste di pubblicazione, commenti sui rifiuti avuti, sulle scelte di " ammorbidire" i suoi scritti, con alti e bassi tipici di un rapporto amicale.

Concludo che leggere i suoi commenti alle critiche di essere, oggi diremmo, politicamente scorretto sulle donne, i neri, gli omosessuali, in cui afferma con qualche ragione che si deve essere liberi di esprimersi e che.." la censura è lo strumento per quelli che sentono il bisogno di nascondere la realtà a sestessi e agli altri", mi fà pensare che oggi in tempi di MeToo e di Black lives Matter probabilmente sarebbe messo all’indice ancora una volta.

loredana********@yahoo.it

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La forza con cui Bukowski rivendica la sua, ma forse più in generale, assoluta necessità dello scrivere, lo identifica come un combattente che per tutta la vita, di uomo e di scrittore, ha lottato per rimanere fedele alla sua visione della letteratura e della vita stessa, non accettando mai compromessi. L’iniziale repellenza che si prova verso certi suoi comportamenti o affermazioni cede il passo, immediatamente, al sentirsi suoi complici e vicini all’uomo/scrittore che in fondo combatte una battaglia anche in nostro nome. La battaglia sulla libertà di essere padroni di sé stessi e delle proprie idee, costi quel che costi.


guido*****@fastwebnet.it

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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