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A sangue freddo di Truman Capote
Garzanti

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Torino 1 “Circolo dei lettori di Torino”
coordinato da Francesca Alessandria

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Non è un caso che A sangue freddo sia diventato un classico del Novecento. Capote, in particolare in questo libro, traccia il confine tra la scrittura e l’arte della scrittura. Narrando un fatto di cronaca accaduto negli anni Sessanta del Novecento è riuscito in un’operazione complessa. Ha saputo fare una spietata analisi del sogno americano legato al boom economico; ha tracciato, con grande attenzione, il profilo psicologico di balordi allo sbando offrendo uno spunto di redenzione attraverso l’aspetto ambivalente della crudeltà; ha saputo raccontare su un piano narrativo una strage che è entrata a far parte della storia del crimine del secolo scorso.

Grande scrittore.

Antonella Frontani

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Il racconto del feroce omicidio che stermina la famiglia Clutter in Kansas è narrato come il più dettagliato dei reportage, spesso il lettore ha la sensazione di trovarsi all’interno della scena, proprio in quella stanza di cui nota ogni minimo dettaglio. La descrizione della famiglia Clutter, dei membri della comunità colpita da tanta violenza e delle indagini è dettagliata, sia dal punto di vista esteriore che interiore: di ogni persona e luogo viene narrato tutto, si ha la costante sensazione che ogni cosa venga osservata, analizzata e svelata. La provincia americana è descritta attraverso i protagonisti, il loro stile di vita, gli eventi ai quali partecipano, le loro emozioni, i commenti da bar e lo sgomento che cede il posto alla paura e al sospetto: una visione cruda e diretta, senza fronzoli. Il testo coinvolge il lettore non per la necessità di scoprire il colpevole ma per il desiderio di analizzare i fatti, di approfondire e di capire.

Emanuela Pallitto Martoglio

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È un incrocio tra il reportage giornalistico e un romanzo-verità con la lucidità e il distacco del primo, ma la narrazione, il ritmo e i dialoghi del secondo. La vicenda di cronaca nera è rappresentata dall’omicidio brutale, senza apparenti motivi (per solo 4 Dollari) e senza uno straccio di indizio, di quattro membri della famiglia Clutter nella loro casa nel Kansas. La famiglia era benestante e benvoluta da tutta la piccola comunità di Holcomb. Comprensibilmente si diffonde il panico; la polizia indaga con scarso successo, finché un detenuto ricorda di aver vagamente parlato della generosità e delle ricchezze del Signor Clutter ad un suo compagno di cella, uscito da poco di prigione. Perry Smith e Dick Hickock, due psicopatici, vengono arrestati, processati e condannati a morte per impiccagione. L’autore si preoccupa costantemente di alternare le vicende di Perry e Dick, prima con quelle della famiglia Clutter, poi con quelle dell’investigatore Deway e la sua squadra. Interessanti le relazioni epistolari che i due assassini hanno con un giornalista durante il loro periodo in carcere. Capote altalena la scrittura piana a picchi di complessità descrittiva con temi legali e psicologici. La lettura è difficile, cruda ma anche ipnotica. E’ un romanzo che scava nei “perché” con profondità, che narra di perdenti e sogni infranti utilizzando la penna di un abile narratore e non la freddezza di uno scienziato, restando in una posizione “neutra” tra la condanna e l’assoluzione. Il lettore viene lasciato libero di maturare la propria opinione, dopo aver avuto modo di raccogliere tutti gli elementi strada facendo, senza ricevere soluzioni preconcette dalla voce del narratore. Il “sangue freddo” sembrerebbe quasi quello dell’autore più che quello degli assassini. Capote porta il lettore in mezzo alla scena, ai pensieri di tutti i protagonisti, soprattutto di quelli di Perry e Dick ed empatizza con tutti. Nell’ultima sezione del romanzo, la costruzione narrativa induce il lettore ad interrogarsi su temi estremi: la natura umana può essere malvagia in sé o anche il delitto più atroce ha una causa sociale o psicologica? Siamo proprio sicuri che la pena di morte (condanna che è solo vendetta per i parenti delle vittime) non sia anch’essa un delitto “a sangue freddo”? Prima dell’arrivo dei due assassini al carcere in una piazza stracolma di curiosi, arrivano due gatti randagi che hanno il loro itinerario e si piazzano sotto le finestre del carcere; dopo l’arrivo dei colpevoli quando tutti abbandonano la piazza, i gatti restano come i due assassini (allegoria del romanzo). Non ho dato il voto a questo romanzo perché anche se in tutte le pagine mi sono sentita ricoprire ruoli diversi: un po’ giornalista, un po’ investigatrice e un po’ giudice, quando ho chiuso il libro ho provato una grande angoscia perché quello che ho trovato dentro queste pagine è di una ferocia agghiacciante, da qualunque angolazione si guardi.

“ … tutti i crimini sono solo “varianti del furto”. Assassinio incluso. Quando uccidi un uomo, gli rubi la vita. E questo fa di te il ladro dei ladri”.

Gisella Marcellino

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Non avevo mai letto niente di Truman Capote, ne ho sentito parlare tanto, ho guardato le interviste con e su di lui, ma non avevo ancora letto niente. Inizierò a consigliare anche lui, perché l’ho adorato. Ho trovato molto scenografico il modo in cui racconta questa orribile storia, a cominciare dai titoli dei capitoli: ti porta dove dice lui, facendoti fare la strada che vuole lui. Dovrebbero farlo tutti gli scrittori, in teoria, ma mi pare che qui si veda maggiormente, e non è una brutta cosa, perché guardare con gli occhi di Capote è bello. Stupirsi di fronte a ogni dettaglio, osservare le sfumature della luce, e del buio, con la sua consapevolezza e il suo acume, provare le stesse emozioni, precisamente, perché lui riesce a pungolare i punti giusti e a far scaturire rabbia, pena, dolore, confusione anche, esattamente quando e come vuole lui, è stato fantastico.

Ilaria Maggi

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Il libro perdente di questa settimana per me è A sangue freddo di Truman Capote. Narra la storia di una classica famiglia americana che viene brutalmente uccisa durante una notte senza che sembra esserci un motivo. La narrazione è stata un po’ lenta e le descrizioni sull’uccisione di questa famiglia a mio parere sono state un po’ troppo cruente, l’autore si concentra tanto sulla psicologia dei due criminali e sembra avere uno strano rapporto con loro. Non mi è neanche piaciuto lo stile di questo “romanzo-reportage” che adotta uno stile più giornalistico che romanzato.

Cindy Prado

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Capote racconta un fatto realmente avvenuto nello Stato di Arkansas, USA: una famiglia, tutta “casa-lavoro-chiesa” ben inserita nella società locale e con tutti i suoi elementi ammirati da tutti, viene trucidata in poche ore. I killer sono due disadattati con un codice morale tutto loro. A parte la storia macabra, si nota che la parte trainante è la scrittura, raccontata magistralmente, tutta piena di dettagli, molto attenta a descrivere le scene e i personaggi senza trasparire emozioni o giudizi. Anche se ogni tanto a volte però si ha la sensazione che si perde molto nei dettagli, quasi fosse pedante nel fartelo notare di continuo. Impressionante il fatto che lo scrittore cerca di capire, senza critiche o senza avversioni, la follia e le motivazioni dei killer su questo pluriomicidio. Insomma non è stata una passeggiata leggere questo libro e mi ha lasciato un po’ sconcertato il fatto che fosse una storia vera.

Nerd Traveller

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Ammetto di non essere completamente imparziale, in questo caso, perché considero Truman Capote uno degli autori più’ interessanti – seppure debordante, irriverente e persino un po’ “maledetto” - del xx secolo. Non avevo mai letto “A sangue freddo” e mi riproponevo sempre di leggerlo, adesso sono contenta di averne avuta l’occasione, il libro, come mi aspettavo, non mi ha affatto deluso, anzi. Infatti ho trovato che è un bel libro, ben strutturato e così pieno di suspense e pathos da spingere alla lettura. Sebbene, sin dall’inizio si sappia benissimo chi siano i colpevoli (anche se ad un certo punto l’autore cerca di aggiungere ulteriore pepe, mettendo in pista una mezza ipotesi che ci sia qualcos’altro sotto) c’è l’ansia di verificare come tutto andrà a finire. Il ritmo martellante della trama, che segue gli spostamenti dei due assassini, non tralascia però le descrizioni particolareggiate della fisicità e della psicologia dei personaggi e dell’ambiente circostante – l’incalzare degli eventi trova posto anche per lirismi inneggianti alla natura. Inoltre ho trovato interessante che l’autore spiegasse il tipo di giuria e di processo (perlomeno come erano negli anni 50/60 negli Stati Uniti e nel Kansas in particolare) e il tipo di giudizio in base a come si voglia definire l’incapacità di intendere e di volere, secondo le due tipologie. Un vero e proprio “romanzo verità”, come si proponeva Truman Capote. Peccato che ad un certo punto della sua esistenza si sia dedicato molto di più alla droga e all’alcol che non alla scrittura, diversamente ci avrebbe sicuramente regalato altri bei romanzi.

Cinzia Sfolcini

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È un romanzo interessante per come l’autore esamina la società americana, nella quale il crimine è presente in modo talvolta radicato e contrapposto al modello onesto, carico di valori e di umanità, altrettanto profondo ed integrato nel popolo americano, il tutto narrato con stile giornalistico. Romanzo di verità, come lo stesso Capote lo definì, in quanto ispirato ad una storia vera, esso colpisce molto per l’analisi lucida di un efferato delitto plurimo e delle personalità degli assassini; è anche notevole la descrizione dettagliata sia delle circostanze dei fatti che dei ritratti di tutti i personaggi del romanzo. Si resta coinvolti nello sviluppo del processo, dopo l’arresto dei due colpevoli, ed è questo lo spunto per affrontare il tema della pena di morte: l’eterno dibattito tra i favorevoli ed i contrari impone di riflettere su come l’uomo si arroghi il diritto di uccidere un altro uomo, pur se in nome della giustizia, ponendosi allo stesso livello, se non ancora a livello peggiore, degli stessi assassini, e su quanto la pena di morte dimostri la sua inutilità come deterrente contro i delitti. Io però, per quanto mi piacciano i gialli ed i thriller psicologici, non amo le letture intrise di sangue; inoltre ho avuto talvolta difficoltà a seguire il filo della vicenda, per via dei salti temporali e cambi di scena troppo frequenti che l’autore ha utilizzato. Per questo motivo non voto a favore dell’opera.

Angela Palmieri

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PREMESSA - Questo romanzo, che fonda il genere del non-fiction novel, riletto in una nuova traduzione dopo mezzo secolo, e con la mediazione del grande film Truman Capote – A sangue freddo, mantiene tutto il suo interesse e la sua forza narrativa, e viene dichiarato perdente solo perché necessariamente accostato a Stoner.

Capote, reduce dal successo di Colazione da Tiffany, per sei anni si dedica anima e corpo alla nota vicenda di cronaca nera di una famiglia sterminata nel Kansas, e ci fornisce così un grande affresco della provincia americana dell’epoca, dedicando, con un “montaggio” quasi cinematografico e tecnicamente perfetto, uguale spazio prima alle vittime e agli assassini, poi agli investigatori e ancora agli assassini. Se ne deduce che il suo interesse principale sono questi ultimi, e in particolare quel Perry Smith che il film ci presenterà poi quasi come co-protagonista. Ammirevole in particolare la capacità dell’autore di suscitare forti emozioni, pur restando sempre in disparte e mantenendo una grande freddezza narrativa. Difficile trovare un difetto che ne giustifichi la sconfitta nel torneo; dovendo farlo, direi che forse, nella seconda parte, si accumulano esigenze, e quindi documentazioni, troppo diverse fra loro, provocando qualche dispersività. È in ogni modo chiarissimo che Capote riporta di volta in volta ciò che può servire a far più luce sul delitto, sui colpevoli e sulla pena di morte loro inflitta.

Grazia Bodo

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«No colors anymore / I want them to turn black» (“Paint it, black”, Rolling Stones, 1966 )

A sangue freddo di Truman Capote trova il suo posto nella storia della letteratura per essere in qualche modo stato il primo importante esempio della cosiddetta “non fiction novel”, il racconto cioè di eventi reali in cui la cronaca e la rielaborazione letteraria si mischiano e si sostengono a vicenda. Ma non è tutto qui. Basato su un fatto di nera avvenuto nel 1959 a Holcomb, villaggio del Kansas Occidentale più rurale e profondo (un’area solitaria che gli altri abitanti del Kansas chiamano «laggiù»), che vide l’uccisione di quattro membri della famiglia Clutter da parte di Perry Edward Smith e Richard Hickock, a Capote servirono sei anni per documentarsi, indagare i fatti e scandagliare il contesto, sociale e geografico tanto quanto intimo e personale degli assassini, anche con un’assidua frequentazione con i responsabili della vicenda. Un’immersione che, evidentemente, segnò l’autore in maniera tale da impedirgli negli anni successivi di terminare un’opera. Non fatichiamo a credere che la lunga realizzazione di A sangue freddo sia stata tra le cause di questo, per così dire, “stop creativo”, tanta è la densità del romanzo, capace di immergerci negli anfratti più oscuri dell’animo umano e nelle zone d’ombra più nascoste di una realtà geografica, culturale e sociale. Lo scheletro da reportage e l’apparente distacco dello stile non impediscono quindi a Sangue freddo di andare in qualche modo oltre l’evento raccontato e la sua drammaticità, e di apparire così un romanzo universale.

Edoardo Peretti

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La storia è quella della famiglia Cuttler, ricostruita attraverso testimonianze, colloqui, interviste, la storia di quattro persone uccise brutalmente in una notte di novembre dopo un tentativo di rapina andato male. Ma è anche la storia di Holcomb, una tranquilla comunità del Middle West in cui gli usci rimangono aperti e la fiducia nel prossimo permea il tessuto della società. Fino a quel tragico giorno di fine anni ‘50, quando la violenza, il sospetto e la paura fanno brutalmente irruzione nel villaggio e nelle vite dei suoi duecentosettanta abitanti. Nelle quasi quattrocento pagine che compongono il libro, Capote si rivela un narratore straordinario, intessendo una vicenda che si nutre di dettagli, minuzie, particolari e incastrando tante sotto-storie nella grande impalcatura della vicenda primaria. Ho letto questo libro tutto d’un fiato, piaciuto tantissimo.

Giusy Covino

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Esordio letterario di non fiction novel ovvero romanzo-reportage del 1966, “A sangue freddo” racconta dettagliatamente il plurimo omicidio avvenuto il 16 Novembre del 1959 a seguito di una rapina, in cui persero la vita tutti i componenti della famiglia Clutter: padre, madre e i due figli. L’autore segue pedissequamente il caso sin dalle prime indagini, assistendo poi alla cattura e conseguente condanna dei responsabili; più nello specifico si cimenta nell’arduo intento di sondare l’animo, la scelta e genesi criminosa dei due assassini: Perry e Hickock. La descrizione di fatti, personaggi e ambientazioni appare minuziosa, la narrazione a tratti farraginosa e densa di sottotrame. Capote attraverso la sua ricca consistenza stilistica e certosina raccolta di dettagli cattura il lettore inducendolo a riflettere sulla mente umana, la società e le falle di entrambe.

Arianna Insinna

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Questo libro analizza un fatto di cronaca realmente accaduto: esemplare l’incredibilità e la maestria della descrizione, che fa riflettere sulla fragilità umana. La complessità degli aspetti presenti nella stessa natura umana, è riportata con complessa lucidità, che lascia un’inquietudine profonda. Un reportage che parla con coraggio, con potenza e grande abilità: fatti, personaggi e ambienti sociali si costruiscano da soli. Resoconto giornalistico e racconto si fondono per svelare i retroscena di una tragedia vera: lo sterminio brutale di un’intera famiglia da parte di due psicopatici. Non si narra una vicenda di cronaca nera: ma il fulcro del libro, invece, è la psicologia dei personaggi

Mara Taddei

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Palermo 3 “Eutropia”
coordinato da Rosana Rizzo

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Un libro intenso dove Capote ti conduce attraverso l’America di un tempo passato con grande maestria.

Ho trovato una America ben più vera e credibile di quella raccontata nei film degli anni 50 e 60. Una borghesia con i suoi grigiori e le violenze forse solo apparentemente ingiustificabili.

Mi hanno convinto i tempi e, nonostante l’imponenza delle 400 pagine del libro e la non semplice storia e contesto, non mi sono mai “perso”.

La ricerca dei personaggi, i loro caratteri ed esperienze. La famiglia e la comunità descritte per fartele amare e quasi difendere da questi balordi.

Viene fuori ancora una volta la visione individualista della società americana dove lo Stato (almeno così mi è tornato) non riesce ad assolvere ad alcun compito di protezione o riformativo ma è un boia che sa offrire solo la forca come soluzione alle violenze.

Un grandissimo romanzo

Giuseppe Riccio

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Holcomb è una cittadina in mezzo al vasto niente dell’Arkansas: una torta alle ciliegie da sfornare, il vestito appena stirato per la messa domenicale, il ballo annuale della scuola rappresentano un evento straordinario. Fino a quando uno squarcio di orrore sfigura in modo irreversibile la vita dei suoi abitanti: ed è proprio a partire dal quadruplice omicidio della famiglia Clutter, avvenuto nello spazio rassicurante della loro casa ordinata, che prendono corpo e vita le figure dei due assassini Dick e Perry, che il lettore potrebbe scambiare per avventurieri incontrati casualmente nella prima parte del romanzo. E invece no. Il lettore: 1) li accompagna nell’interminabile viaggio on the road che i due intraprendono per far sparire le proprie tracce; 2) spia a ritroso il passato turbolento di Dick e quello violento, più subìto che agito, di Perry (vittima della miseria e del razzismo) 3) li insegue nel “braccio della morte” della prigione e ne filma i giorni che precedono la loro impiccagione. 4) li vede danzare appesi alla corda del boia, in compagnia di una folla di giornalisti e voyeurs. Non ci si può trattenere da una punta di commozione mentre si resta inchiodati ad una prosa asciutta e sobria, ma lirica ed intrisa di emozione, né, terminata la lettura, è possibile togliersi dalla testa un romanzo in cui diventa sempre più difficile distinguere attori e spettatori, vittime e carnefici.

Neva Galioto

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Libro splendido. Un capolavoro che ha continui rimandi alla cinematografia.

Angela Falcone

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Può un episodio di cronaca nera trasformarsi in un romanzo di grande pregio? Truman Capote c’è riuscito talmente bene da aver creato un nuovo genere letterario, il non-fiction novel. Non so se sono stata suggestionata dal fatto che per puro caso mi sono ritrovata a leggere le pagine in cui viene descritto quell’efferato omicidio proprio nel giorno della sua ricorrenza, il 15 novembre di un cupo sabato, fatto sta che mi sono ritrovata da subito catapultata dentro la storia. Volendo citare lo stesso Truman Capote, “A sangue freddo” può essere sinteticamente definito “A poetic report”, perché se da un lato contiene dettagli giornalistici tipici di una pagina di cronaca nera, di contro l’uso ricercato della lingua, l’attenzione verso i dettagli, l’introspezione psicologica dei personaggi e i rimandi al loro travagliato vissuto, lo rendono un romanzo complesso in cui lo spettatore assiste inerme all’orrore di un brutale assassinio e alle vicende on the road dei due spietati omicidi che a tratti diventano personaggi degni di Kerouac. Consigliatissimo.

Laura Guercio

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Un capolavoro, una pietra miliare nel suo genere, sia per registro linguistico che per analisi psicologica dei personaggi.

Fulvia Rizzo

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È indubbio che il libro è un gran libro. Un romanzo con la R maiuscola, senza alcun dubbio. Che fa riflettere, e molto.

E la riflessione più grande, a mio parere, riguarda proprio il fatto che a “A sangue freddo” non si riferisca solamente al delitto efferato dei componenti di una famiglia in vista “quasi” perfetta, ma anche alla spietata esecuzione dei due assassini dopo un processo sommario, in cui i due vengono condannati fin dal primo momento, per cui, dopo aver provato orrore e sgomento per i due per tutta la prima parte del libro, alla fine, suscitano un sentimento quasi di pietà e si accaparrano le simpatie del pubblico, nonostante tutto…

Ma quello che mi ha fatto assegnare uno 0 a questo libro è stata la sua prosa. Troppo meticolosa, troppo ricca, troppo lunga (per me). Queste descrizioni così dettagliate mi hanno allontanato dalla vicenda, dalla storia, dal coinvolgimento totale, cosa che per me è invece fondamentale in un libro.

Mi è sembrato spesso di leggere la sceneggiatura di un film, con una descrizione meticolosa, che a volte mi è risultata tediosa. Nessuno spazio alla fantasia…

Stefania Oliveri

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Libro appassionante. Un testo che è difficile togliersi dalla mente e che offre continui rimandi al linguaggio cinematografico

Ernesto Melluso

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A sangue freddo è un’analisi finissima di persone e situazioni, così attenta e sfaccettata da mettere in secondo piano la curiosità verso la soluzione del caso. In verità il caso è risolto fin dall’inizio, anche se solo la fine del libro ci permetterà di rispondere ai “come” e ai “perché” su cui tutti si interrogano man mano che la lettura avanza.

Lo stile asciutto eppure capace di soffermarsi sui minimi particolari è straordinario. La costruzione del racconto impeccabile. Mi sono ben presto trasformata anch’io in un’abitante di Holcomb, vivendo choc, rabbia e paure di tutti i conoscenti, dipendenti e concittadini della famiglia Clutter.

Roberta Palleschi

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La banalità del male, è un tema presente nella grande letteratura; in Dostoevskjj (guarda caso Lowell Lee leggeva I Fratelli Karamazov prima di massacrare la sua famiglia) in Camus nello Straniero ed in Truman Capote in un memorabile romanzo. Nello stesso anno veniva catturato Eichmann e processato per lo sterminio di 6 milioni di ebrei: avrebbe detto alla corte che non provava nessun rimorso. È probabile che Capote nello scrivere il Romanzo abbia seguito il processo che si concluse con l’impiccagione di Eichmann nel 1962. A Sangue Freddo è una perfetta descrizione della strage compiuta da due balordi in un ‘America rurale, conservatrice, piccolo borghese. Capote ci fa vedere come due persone apparentemente normali (Perry suonava la chitarra, disegnava Gesù e si commuoveva fino alle lacrime alle nenie natalizie mentre Dick si preoccupava per quello che avrebbero detto i Genitori,) sono capaci di un efferato delitto che compiono con la massima tranquillità e di cui non provano nessun rimorso come Eichmann. Capote alla fine insinua il dubbio che non siano normali quando riporta l’articolo apparso nel luglio 1960 sulla rivista di Psichiatria Americana in cui gli autori sostengono Perry è stato

vittima di una eclissi mentale, oscurità schizofrenica suggerendoci che dietro la banalità del male forse c’è una causa. Il romanzo è un equilibrio perfetto tra la storia dei due balordi e la Storia della comunità in cui vivono. Non è mai giornalistico ma Sempre con l’afflato della grande scrittura.

La fine è un capolavoro: nella calma del cimitero i due personaggi per cui proviamo simpatia, Dewey il principale investigatore e Sue l’amica del cuore di Nancy, ci riconciliano con la serenità perduta.

È la terza volta che lo leggo e penso che lo rileggerò.

Mario Cottone

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A sangue freddo mi è piaciuto molto fin dalle prime righe. Truman Capote narra in maniera magistrale quasi cinematografica l’assassinio della famiglia Clutter nel Kansas degli anni 50.

Non aggiungo molto rispetto a ciò che è stato magistralmente detto dagli altri giurati nelle splendide recensioni già condivise. Voglio solo sottolineare la maestria dell’autore nel dipingere con descrizioni impeccabili e mai noiose i paesaggi dell’Arkansas e la cittadina di Holcomb, ma soprattutto la capacità di Capote di proiettare il lettore nella società americana di quegli anni.

Sarebbe troppo facile simpatizzare immediatamente con le vittime, esemplari membri di quella società, e odiare gli assassini, feccia di quella stessa società. Ma Capote con pennellate perfette ci sbatte subito in faccia che comunque son tutti prodotti, meglio o peggio riusciti, di una unica società bigotta, perbenista, alienante che non lascia spazio e possibilità ai meno fortunati. Colpisce al cuore la notazione dell’amico di Mr.Clutter che proprio nell’incipit del racconto rimprovera Clutter di essere senza cuore per la sua intransigenza verso chi beve alcolici: “butteresti in mezzo a una strada una famiglia per un bicchiere di birra”. Ne può lasciare indifferente la descrizione dei due assassini le cui malformazioni fisiche sembrano essere specchio della sofferenza dell’animo, della solitudine e della violenza di cui sono stati sia vittime che artefici e che seppur non possano meritare un sentimento di simpatia suscitano ampiamente un sentimento di pena.

Stella Verde

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A sangue freddo è un libro sconvolgente.

E bifronte.

Lo è innanzitutto nella scrittura: limpida, ferma e asciutta in superficie, ma agitata e aggrovigliata di emozioni e inquietudini in profondità.

Lo è nella struttura, che dà al lettore la sensazione di assistere alla narrazione ordinata e quasi giornalistica di un evento, ma che in realtà è articolata con sapienza squisita, oscillando di continuo tra passato e presente, tra descrizione e introspezione, tra cronaca ed epistolario.

Lo è infine nel posizionamento ‘morale’, per così dire; e il titolo del romanzo – lo si comprende bene nell’ultima parte – riguarda non solo l’efferato delitto ma anche la sua punizione con la pena capitale.

A sangue freddo ritrae fedelmente tutti i contrasti che caratterizzano l’America degli anni ‘50, quei contrasti – tra vita sedentaria di provincia e avventure on the road, tra bigottismo e apertura mentale, tra benessere e degrado, tra cristianesimo e razzismo – che noi europei siamo stati abituati a conoscere più nel cinema che in letteratura.

Ma l’opera di Capote trascende il particolare, e attinge alle radici più profonde della condizione umana, in ogni tempo e in ogni luogo: riflette, cioè, la tensione insopprimibile tra le norme e le esigenze della vita associata e gli istinti più individualisticamente animali della bestia-uomo, senza trovarvi risoluzione o consolazione.

È un romanzo dove nulla è fuori posto. A parte la realtà.

Pietro Giammellaro

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Capote narra, con lo sguardo a volte dello scrittore a volte del giornalista, l’efferato assassinio della famiglia Clutter a Holcomb, nel Kansas, il 15 novembre del 1959. Col tono distaccato del giornalista di cronaca racconta i fatti accaduti da cui sembra essere ossessionato, entrando nei meandri più nascosti degli eventi. Ci presenta la tranquilla famiglia Clutter come agnelli sacrificali sull’altare del male. Un male che non conosce motivata causa o alcun’altra ragione. Se non fosse che appena inizia a dipingere il profilo degli assassini, si rimane perplessi di fronte a personalità che appaiono immediatamente complesse e, nel caso di Perry, segnate da una vita di sofferenze, soprusi, vessazioni, solitudine e mancanza d’affetto. Anche il processo sembra non aver focalizzato in maniera adeguata gli imputati e i loro trascorsi: lucido e consapevole Dick Hickock, altalenante tra alterati stati di coscienza Perry Smith. Condannati a morte già prima della sentenza. Sullo sfondo la società americana dei tardi anni ‘50, la vita di provincia con le sue regole e le sue chiusure. E il lettore si trova così ad affrontare contraddittori stati d’animo: paura per ciò che sta per capitare ai Clutter, orrore davanti alla “banalità del male”, davanti a questa lucida e fredda premeditazione e all’atteggiamento degli assassini. A Dick non si perdona niente, lucido ed efferato, per Perry il lettore prova sentimenti contrastanti, che talvolta si avvicinano alla compassione. L’autore mantiene un atteggiamento apparentemente distaccato, soffermandosi talvolta troppo a lungo su descrizioni di ambienti e luoghi, tanto da suscitare più di una volta la tentazione di saltare qualche pagina. Più incisiva e con meno digressioni la parte riguardante il processo, che mostra ancora una volta l’enorme coinvolgimento dell’autore nella storia. Che dire? Un romanzo che certo non si legge d’un fiato, che mi ha richiesto lunghe pause, da leggere sicuramente una volta, ma che probabilmente non andrei a rileggere!

Caterina Pietravalle

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Con “A sangue freddo” un grandissimo Capote racconta un avvenimento di cronaca nera realmente accadutole ci offre uno spaccato reale di un pezzo di Stati Uniti alla fine degli anni ‘50.

La storia è quella della strage della famiglia Cuttler avvenuta in Kansas nel 1959, quattro persone ucci-se brutalmente, di notte, a seguito di una tentata rapina. Ed è anche la storia di Holcomb, tranquilla comunità formata da poche centinaia di persone, dove le porte di casa si lasciano aperte e valore fondamentale è la fiducia nei confronti del prossimo; fino al tragico giorno in cui violenza, paura e sospetto infrangono la tranquillità del villaggio e le vite dei suoi abitanti.

Sin dall’inizio si conosce il fatto di cronaca e il destino che accomuna i protagonisti e la comunità, ma ciò non toglie nulla alla tensione narrativa che va man mano crescendo e che mi ha avvinta, facendomi affezionare alle quattro vittime, che vivono inconsapevoli la loro ultima giornata di vita, e che mi ha fatto osservare con curiosità i caratteri dei due assassini.

Il romanzo si sviluppa in questa alternanza tra la giornata in apparenza tranquilla da un lato e la genesi e pianificazione dell’azione delittuosa dall’altro. Nella seconda parte del romanzo si viene condotti verso l’approfondimento e la comprensione delle motivazioni e delle cause che hanno cagionato l’assassinio e alle conseguenze che queste hanno avuto sulle loro vite.

Sono stata trascinata da Capote per il suo stile e per il desiderio di comprendere la natura umana e di dare una spiegazione razionale ad un fatto apparentemente inspiegabile; nonostante le quasi quattrocento pagine l’autore mi ha catturata attraverso una fitta tessitura della vicenda, ricca di particolari e dettagli, relativi soprattutto ai caratteri, alle vicende familiari e alla introspezione dei personaggi.

Tutto mi ha portata a varie considerazioni durante la lettura, riflessioni sulla natura umana e sulla società del tempo (e di adesso), ma anche sulla psicologia degli assassini e sulle dinamiche che possono innesca-re l’inizio di eventi che portano a simili tragedie. Romanzo magnetico al quale mi sono avvicinata con diffidenza, piacevolmente (subito) sopita.

Viviana Conti

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Non amo il genere e quindi il gusto personale ha prevalso non facendomi apprezzare questa lettura, pur riconoscendo al valore un oggettivo valore. ‘A sangue freddo’ è il nome del romanzo e anche del modo in cui vengono narrati i fatti: L’omicidio di una intera famiglia del Kansas a scopo di rapina.

Il libro è scritto con uno stile asciutto e giornalistico, a volte un po’ troppo, in certi tratti la lettura non scorre e questo appesantisce un po’. Si nota una certa lontananza tra l’autore e i fatti, sembra infatti di trovarsi a tratti di fronte a un romanzo e in altri momenti di fronte ad un articolo di cronaca specialmente quando vi è la descrizione esatta delle cose accadute. Apprezzabile la struttura divisa tra la descrizione della vita della ignara famiglia non ancora vittima e la descrizione minuziosa delle intenzioni dei carnefici.

Serena Crifò

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Il romanzo di Capote ha un incipit paesaggistico che evoca un immaginario cinematografico. Senza avere ancora letto per intero la descrizione dell’ambientazione, avevo già immaginato i silos per il grano, la polvere, e qualche vecchia insegna di una città quasi fantasma della provincia americana. Questo mi ha dato l’idea della portata della sua influenza nel cinema a partire dagli anni Sessanta. La scelta di raccontare con spirito cronachistico l’omicidio di un’intera famiglia, che aveva turbato l’immaginario collettivo, si intreccia alla descrizione delle esistenze degli assassini, come se l’autore entrasse in empatia con la loro infelicità e con il loro dissesto interiore. Questo mi ha portato ad interrogarmi ancora una volta sulla relazione tra arte ed etica, che Capote con quest’opera ha rovesciato. I personaggi sono dipinti minuziosamente, è una sceneggiatura verista, definita per questo “non-fiction novel”, e anche se non amo questo genere mi ha coinvolto perché il delitto, come la morte, è sublime, e il romanzo punta sapientemente alla fascinazione per il crimine. Ma certamente il fenomeno letterario è molto più interessante di quella che è forse la sua degenerazione televisiva di 50 anni dopo: l’inflazione di programmi di criminologia.

Laura Mollica

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