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Chiedi alla polvere di John Fante
Einaudi

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Napoli 1 “IoCiSto”
 coordinato da Gigi Agnano:
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Fante, in questo libro, mette a nudo le verità dell’uomo.

La leggerezza e il sogno di volare in alto. Vivere leggeri. Avere delle qualità.

Allo stesso tempo, la misera realtà che invece spara spilli ai palloncini dei sogni, appena questi superano l’altezza per cui potresti non più fermarli.

Il tutto è condito dall’amore. Ma fuori dagli ordinari canoni. C’è cosa non ti aspetti. L’amore tale come un po’ tutti lo viviamo o almeno lo abbiamo vissuto una volta. Come nei nostri giorni.

Non vince. Non perde. L’Amore è così… picchi di paradiso e l’inferno più cocente.

Fante mette assieme tutto e condisce con un tocco di Italianità cattolica intransigente degli anni passati e, purtroppo, che spesso torna di moda.

La miseria economica e lo spendere senza ritegno, si alternano con una facilità devastante.

In tasca, nelle tasche di ogni uomo, c’è un “cagnolino Rise”, una speranza, un desiderio. Un sogno. Fino a che ti svegli e ti rendi conto che tutto quello che hai o quello che non hai è parte di te. Costruzione. Fieno in cascina.

Raffaele Trito

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La trama di Chiedi alla polvere si riassume in un rigo. Parla delle vicende del ventenne Arturo Bandini, che vuole fortemente due cose dalla vita: diventare uno scrittore ricco e affermato e conquistare il cuore della barista Camilla Lopez, che però ama un altro. Punto. Pare niente di che, no?

Quello che però rende questo romanzo uno dei più riusciti della “breve ma intensa” Letteratura Americana è il mix di ironia e di poetico dolore della scrittura di Fante. Così il lettore che decida di salire sulle montagne russe, sul circuito di motocross, sulla gimcana degli umori di Bandini, sorride e si commuove.

Insomma, parliamo di un bellissimo libro, ma il torneo è impietoso: Fante sfida Steinbeck, un mostro sacro. E lo dico con dolore: perde. D’altronde come non tener conto che Fante leggeva Steinbeck come fosse la Bibbia?

Gigi Agnano

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Chiedi alla polvere e Furore sono usciti entrambi nel 1939, ma mentre Steinbeck ebbe un successo immediato, il passaggio di Fante nel mondo letterario americano fu pressoché irrilevante e si dovette aspettare gli anni Ottanta perché venisse scoperto, grazie a Bukowski, dal grande pubblico.

Non saprei dire precisamente quale sia stato il motivo di tanta distrazione (per la casa editrice andata in malore per l’affaire Mein Kampf? Per una sorta di razzismo nei confronti delle origini italiane dello scrittore?), eppure oggi possiamo affermare con certezza che Fante è uno dei grandi romanzieri americani del secolo scorso e che questo Chiedi alla polvere è molto probabilmente il suo miglior lavoro.

La storia racconta dell’amore disperato di un giovane scrittore, Arturo Bandini, alter ego di Fante, in cerca della pubblicazione che lo salvi dalla povertà e che lo consacri, piuttosto imbranato con la vita e con le donne, che s’innamora perdutamente di una cameriera messicana, invaghita però per un altro uomo.

Sullo sfondo una Los Angeles di personaggi che provano a sbarcare il lunario, di caffè desolati e sporchi, di alberghetti squallidi e polverosi.

Giovanna Granata

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Stesso periodo storico di Furore anche Chiedi alla polvere riesce a tracciare con realismo il periodo della Grande depressione anche se concentrandosi su altri protagonisti e in un stile forse più moderno nella sua totale mancanza di linearità. Il lettore non riesce ad immedesimarsi nelle sorti di Arturo Bandini probabilmente perché è troppo concentrato su se stesso ma John Fante riesce a catturare l'attenzione e a coinvolgere chi legge fino a fargli detestare il protagonista per le scelte che compie, per il suo carattere e per il suo modo di vivere, quasi come lo vedesse attraverso lo sguardo critico che l'autore ha verso se stesso

La scelta devo dire che è stata difficile perché anche Chiedi alla polvere è un bellissimo romanzo.

Claudia Migliore

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Figlio di emigranti italiani come l’autore, il protagonista del testo desidera ardentemente diventare

uno scrittore di successo. Questo sarebbe per lui l’ascensore sociale che lo proietterebbe lontano dalle sue origini e dalla vita misera che conduce. Per fare ciò si trasferisce a L.A. California a caccia di esperienze di vita da trasporre poi nei suoi scritti. Incontra una serie di persone, che come lui conducono un’esistenza infelice: Carmen la cameriera messicana di cui si innamora, Vera la donna ebrea, Hellfrick l’anziano, che vive nella sua stessa pensione, Mrs Hargraves la padrona della pensione e Sammy il barista di colore di cui è innamorata Carmen. Figure di emarginati, patetiche e tristi, figure di perdenti in una società che non li accoglie.

John Fante è molto distante dai miei gusti letterari, ma mi ha catturato con uno stile semplice, veloce, ironico, ti trascina nella vita di Bandini te lo fa amare, odiare, ma non compiangere. È un fiume in piena che non puoi non seguire.

Sabrina Piccolo

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Di tutto il libro la parte che ho trovato più riuscita è stata il prologo finale di Fante: un riassunto di tutti gli avvenimenti, quasi fossero solo idee non sviluppate, ma molto più riuscito, ironico e assurdo del romanzo in cui si dilunga su descrizioni anche noiose. Forse, se avesse scelto di raccontare le avventure di Arturo Bandini in racconti, sarebbe stato più efficace nella scrittura e meno didascalico.

Viviana Calabria

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Scrivere è un'ossessione? O la vera ossessione è raggiungere il successo e la ricchezza grazie alla scrittura? Arturo Bandini il protagonista di questo romanzo e alter ego di John Fante è un sognatore e narcisista che per tutta la vita e la saga letteraria creata da Fante racconterà a se stesso e agli altri una di queste due verità. Uno scrittore o aspirante tale, di origini italiane che è finalmente riuscito a pubblicare il suo primo racconto e che decide di trasferirsi dal Colorado alla California per "sfondare". Grazie a Fante il romanzo americano e la strada con le sue storie, i suoi eroi vinti, la sua polvere diventeranno presto una sola cosa. Una caratteristica distintiva. Chiedi alla polvere e il suo protagonista saranno di ispirazione per la successiva generazione di scrittori che troveranno irresistibile questo sprezzante e beffardo personaggio che nulla e nessuno riesce a scalfire finché non incontrerà la parte più dolorosa dell'amore. L'abbandono. 

Grazia Della Cioppa

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Ha un andamento lento, questo libro che sembra essere più uno scritto di anima che di trama. Ma ha anche un andamento circolare, mostrando dall’inizio alla fine, i mille volti e poi l’unico del protagonista, un aspirante scrittore, vittima del suo stesso narcisismo, prima ancora che della povertà. Come fosse un contenitore di sentimenti sfacciati, piegati, arrabbiati e delusi, sentimenti compromessi dalla droga e dall’alcool, dalla lontananza familiare, dall’amore e dalla povertà, dal bisogno e dalla fame, su cui vigila lo sguardo distratto di un Dio che proprio quando sembra essenza pregnante, scompare, lasciando nella solitudine e nello sconforto persino il lettore che aveva sperato in un epilogo meno doloroso ancorché lirico. Il finale, infatti, lascia gli occhi umidi e qualche domanda a cui non si sa rispondere. 

Federica Flocco

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“Chiedi alla polvere” è un romanzo in cui si dipanano e intrecciano tre storie di cui protagonista

unico è il ventenne Arturo Bandini (scrittore, cattolico con un difficile rapporto con la religione,

italoamericano morbosamente innamorato).

L’ambientazione del romanzo non fa da semplice sfondo, ma si fonde con i personaggi e le strade

calde e polverose del deserto californiano divengono immagine e guida della storia. Fante crea le

rappresentazioni narrative al pari di un pittore e la sua penna riesce a soffermarsi su descrizioni

apparentemente banali facendole diventare pietre miliari all’interno del suo romanzo.

Interessante è ricostruire il passaggio dalla vita al racconto, dalla verità alla finzione. La vita    

trova il suo ordine nel racconto, e scrivere è un modo di scandire tempi, di coniare concatenazioni quasi

filmiche.

Cinzia Martone

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L’autore narra le vicende dell’imbrattacarte Arturo Bandini, italo-americano con il sogno di diventare famoso scrittore, che dal Colorado si trasferisce a Los Angeles, in California, in una misera pensione del quartiere Bunker Hill, dove conosce Camilla Lopez, cameriera messicana di cui si innamora e che

inizia a frequentare. Purtroppo, però, la storia d’amore non decolla ma a decollare è la carriera da scrittore del protagonista (in realtà sappiamo che l’opera è d’ispirazione autobiografica).

Lirico, divertente, ironico e sagace come solo John Fante sa essere.

Roberto Buono

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Dico subito che non mi è piaciuto nonostante Bukowski ne faccia un autore cult degli anni 80.

Usa un protagonista (fra l’altro il suo alter ego) sarcastico ed irreverente Arturo Bandini, figura tormentata, per descrivere i resti della Grande depressione. Solitudine povertà e uno spaccato del realismo oltreoceano scorre in tutta l’opera che ricorda la pittura di Hopper. Come dice lui stesso “è una polvere da cui non cresce nulla. Una cultura senza radici.”

Gloria Vocaturo

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La polvere è quella che avvolge Los Angeles che rende tutto opaco e ingannevolmente fisso. Come in un quadro di Hopper, anche con l’uso di un linguaggio breve e secco, ferma la desolazione degli anni successivi alla depressione. Il protagonista, Arturo Bandini, si ripete spesso di dover lasciare quella città ma se ne fa assorbire in modo vischioso e insegue i momenti di pura luce, dell’oceano, delle sue spiagge, di felicità. È proprio la citta dei sogni e il suo sogno, di diventare un famoso scrittore lo esalta e lo trascina in momenti di pura disperazione. Preda di un continuo dualismo, alterna autocommiserazione di stampo cattolico, e trionfalismo narcisistico. Esalta il mito americano, rabbiosamente consapevole delle difficoltà di inclusione degli immigrati di origine latina. Si intuisce il futuro di sceneggiatore di Hollywood dell’autore.

Donatella Guarino

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Nettuno “I funincunaboli”
 coordinato da Giovanni Marcotullio:
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L’opera più nota di John Fante è una confusa ricerca di successo, amore e felicità. Il primo elemento arriva, ma non come il suo alter ego, Arturo Bandini, vorrebbe. Il secondo è travagliato, va tra alti e bassi come le onde tra le quali s’immerge con Camilla, la cameriera di cui il protagonista s’innamora. La terza viene spazzata via da un terremoto e, in ogni caso, non viene mai raggiunta.

Lo stile alleggerisce i toni, con punte autoironiche e riferimenti al cattolicesimo sempre sul crinale tra il dissacrante e l’omaggio. L’avventura di Bandini è comunque interessante, per capire come sia possibile cercare di non perdere quanto di buono si può ottenere dalla vita.

Emilia Flocchini

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La storia dello scrittore di un unico racconto che, alla fine, trova il successo incrocia la storia di un italoamericano che si innamora di una cameriera di origini messicane. Lo scrittore, l’italoamericano, vive una storia d’amore disfunzionale, tragica e distruttiva mentre strappa la sopravvivenza tra espedienti dal patetico al terribile; mentre pecca, si pente di aver peccato, si pente di essersi pentito; mentre sopravvive al terremoto di Long Beach del 1933; mentre vive di straforo una storia di non-amore; mentre scrive lettere al suo editore, incapace dfi riconoscerne il potenziale letterario. Pura potenza!

Breve confronto: rileggere John Fante dopo vent’anni è un balsamo, e ancor di piú lo è se lo si rilegge dopo aver letto per la prima volta Kitty Foyle. Per carità, quest’ultimo gronda di molte cose: descrive lo stile di una certa America (be’, di certi Stati Uniti); mostra cosa può il sogno americano (ma non mostra cosa non può, molto piú importante); narra di una donna (e sai che novità) che muore (dentro) per amore (If you love somebody Set them free, cantava Sting) mentre guadagna il successo col duro lavoro; parla (piú o meno velatamente) di razzismo e ambienta il tutto nell’arco di due decennî centrati nel 1929. Fante non fa nulla di tutto ciò, ma lo fa con uno stile lontano anni luce nel futuro, quasi psichedelico. Kitty Foyle potrebbe essere la madre di Jane Doe; Arturo Bandini lo sarebbe di Drugo Lebowski.

Gianluca Pignalberi

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Un libro scritto nel 1939, ancora vivo.

"Non sei nessuno, e io avrei potuto essere qualcuno, e la strada per ognuno di noi è l’amore": Arturo è un sognatore (un po’ come certi italiani) e il messaggio è tutto racchiuso ogni volta che John Fante lascia emergere Arturo Bandini da quella polvere in cui annaspa. Arturo lo scrittore assetato di successo, il cattolico in cerca di redenzione, l’innamorato non corrisposto. Tre personaggi con un unico nome che si ritrovano solo alla fine di una storia si è persa tra i capitoli del libro, dove una sconfitta e una vittoria non fanno pari, dove realizzi che se alzi la polvere può solo ricaderti addosso. Arturo Bandini è l’imprescindibile dicotomia tra creazione e vita che condiziona e determina l’esistenza di ogni artista non a caso il romanzo è scritto in prima persona. La denuncia sociale presente nel romanzo riguardante i pregiudizi razziali è più in generale la paura dell’altro da sé.

Ester Corona

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Grande mestiere di penna e conoscenza dell’animo umano, in questo classico affresco interiore del Midwest statunitense dei tempi della Grande Recessione trapiantato alla frontiera californiana. Fante sfugge alla mia personale idiosincrasia per gli scrittori che scrivono di scrittori e dello scrivere perché la descrizione che ne risulta è autoironica (quando non caustica) senza però indulgere al radicale sarcasmo nei confronti della narrativa: attività fin troppo popolata di avventurieri e mezze cartucce – Arturo e Sammy ne esprimono efficacemente i tipi –, essa conserva nondimeno un suo nobile contenuto (di fini e mezzi), che Fante mostra di padroneggiare senza con ciò riuscire stucchevole.

Dire che perda, nel confronto, sarebbe ingeneroso: non vince, al limite, perché tanto virtuosismo resta confinato “soltanto” in una grande parabola dell’arte dello scrivere, descritta (purtroppo) come un meraviglioso artigianato dell’intrattenimento – e dell’alienazione.

Giovanni Marcotullio

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Arturo Bandini è un personaggio singolare. Pochi sono stati capaci di suscitarmi sentimenti contrastanti come lui. A tratti, intenerisce quasi per la sua ingenuità, in altri momenti, la sua inconcludenza diventa irritante. Il giovane si dibatte fra sogni di gloria letteraria ed espedienti di sopravvivenza, sognando la fama e la ricchezza, senza saper realmente costruire la prima, né gestire la seconda, visto che, ogni volta che entra in possesso di qualche piccola somma, la dilapida, senza quasi rendersene conto. Sogna di vivere amori travolgenti e fare esperienze sessuali, frequenta prostitute, giustificandolo con il motivo di raccogliere materiale per i suoi libri, ma di fatto, non ha esperienza in questioni amorose, e il suo desiderio di trasgressione, si scontra puntualmente con gli scrupoli della morale cattolica che gli deriva dalla sua educazione. È difficile vederlo come un eroe, sebbene, inevitabilmente, si finisca per fare il tifo per lui, specie nella sua tormentata e malinconica storia d’amore per Camilla, la cameriera messicana, tenera e provocante, disinibita e dolente, alla quale Bandini, in un primo momento, pensa di poter donare il suo amore e addirittura arriva a farle una proposta di matrimonio per iscritto, ma che, alla fine, dovrà accettare di lasciare andare, consapevole di non potere offrire migliori alternative alla sua vita e alla sua disperazione.

Alice Fumei

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Chiedi alla polvere è il terzo libro della saga che John Fante dedica al suo personaggio alter ego, l’italo-americano Arturo Bandini il quale, volato dalla provincia del Colorado a Los Angeles negli anni della grande depressione, sogna di diventare un grande scrittore e – perché no? – di vincere il Nobel per la letteratura. Fanfarone, prepotente, squattrinato, egocentrico, Arturo Bandini, che ha pubblicato un unico racconto – Il cagnolino rise –, vive in una stanza a Bunker Hill, deve inventarne di ogni per riuscire a pagare l’affitto, si nutre suo malgrado solo di arance ed è roso dai sensi di colpa, retaggio del suo essere cattolico poco praticante ma a suo modo devoto. In uno dei suoi vagabondaggi quotidiani incontra Camilla Lopez, una cameriera messicana di cui si innamora perdutamente. E mentre seguiamo le vicissitudini del protagonista e del suo amore non corrisposto, ridiamo e piangiamo, perché il registro della narrazione è sì esilarante ma non manca di toccare picchi struggenti di grande poesia. Arturo Bandini è assolutamente irresistibile perché ha l’estrema libertà di chi sa rimanere se stesso senza mai preoccuparsi di compiacere chicchessia.

Serena Rossi

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“Chiedi alla polvere” è un romanzo divertente, brillante. Da donna, mi ha permesso di entrare fra i veri pensieri di un giovane ragazzo nel suo tormentato oscillare fra annichilimento ed esaltazione, fra momenti di interiorità e miscredenza fra abnegazione per amore di una ragazza e disprezzo.

Sullo sfondo permette di vedere bene il 1929 e respirare l’aria da grande depressione americana. Si legge d’un fiato!

Chiara Viola

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Confesso: nutro un pregiudizio positivo per la letteratura statunitense. Se vuoi sentire l’aroma di un caffè lungo o di pan cakes appena preparati, il profumo di peonie in un vaso di fiori di o di lenzuola fresche di bucato, o al contrario annusare il fetore di vicoli equivoci; se vuoi vedere con i tuoi occhi i tailleur alla Jackie o l’andatura sinuosa di un gatto sul davanzale o il volto segnato di un vecchio alcolizzato seduto allo sgabello di un bar, apri un capolavoro letterario statunitense, uno qualsiasi, e senti e vedi. Lì, dove le parole si fanno azioni, situazioni ed eventi, gli stili differenti dei diversi autori sembrano variazioni su tema di un unico modo eccezionale di rappresentare la realtà. Anche Chiedi alla polvere di John Fante appartiene a questa felice modalità di narrare, dove l’arte autentica nasce da un esemplare sincronismo di parole che ricreano e azioni, luoghi, oggetti e persone che si lasciano verbalizzare arrendevoli. La storia – senza particolari sussulti di originalità – di un incontro tra due creature ferite, ognuno a suo modo, è l’occasione di Fante per aprire una finestra sulla vulnerabilità dell’american dream, formidabile possibilità per taluni e cicatrici e miserie per altri, declinatosi in infinite condizioni di vita, tutte però identicamente segnate dal desiderio, feroce, di riuscire, talora realizzato, talora no.

Claudia Cirami

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Bandini/Fante è ben più di un protagonista, di un narratore pervasivo. È la particella subatomica di cui è composto il tessuto di questo romanzo, che è struggente quanto grottesco, autocelebrativo quanto onesto ed umiliante. Un giovane arriva in California, sulla scia di una vocazione alla più autentica carriera di scrittore: convinto di essersi lasciato alle spalle il suo Midwest, il suo dna cattolico, la sua ingombrante famiglia italiana, non farà altro che innestarla come una talea, o peggio ancora, come una malattia, in ogni sua sciagurata iniziativa. La sua infatuazione per Camilla Lopez, cameriera messicana in un diner locale, ha tutte le caratteristiche di una punizione divina: onnipresente, mai raggiungibile, spartita con uomini ignobili, traboccante di una vitalità insostenibile. Chiedi alla Polvere è un cammino circolare verso un orizzonte sardonico, quello della liberazione dai propri limiti, è una corsa sul posto di un’anima che non conosce altezze diverse dalla strada su cui inciampa.

Marco Vaccher

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Chiedi alla polvere è un romanzo americano degli anni trenta, un libro che intreccia tanti motivi e che ruota intorno al suo protagonista, un giovane italo americano, Arturo, sebbene John Fante ci regali altri personaggi minori, perfettamente delineati e dotati di una loro riconoscibile e definita personalità: come il cameriere Sammy, strafottente e malato, verso cui Arturo proverà gelosia, invidia, disprezzo, e infine commiserazione, o l’infelice Vera, colpita nella carne e ancora di più nella psiche, dalle sue cicatrici, affamata di amore e di attenzione. Tuttavia, il cuore del romanzo è proprio lui, Arturo, un uomo ancora a metà fra il ragazzo inesperto di provincia, arrivato in California in cerca di fortuna e lo scrittore avventuriero che sognerebbe di diventare. Sebbene il suo talento appaia chiaro, Arturo farà di tutto, consapevolmente o no, per sabotare se stesso. Più che scrivere, vive la sua vita alla giornata, sognando una trasgressione che poi vive solo in parte, divorato dai sensi di colpa della sua formazione spirituale cattolica, la letteratura non appare come una passione in sé, ma più spesso come uno mezzo per realizzare i suoi sogni di fama e guadagno, manca alla sua vita una chiara direzione che renda le sue ambizioni realmente capaci di agire sul suo destino. Anche in amore, finisce per infatuarsi di una cameriera messicana, con cui ingaggia schermaglie verbali e dispetti, e a cui riesce a confidare i suoi veri sentimenti solo affidandoli a telegrammi, dovendo poi dolorosamente constatare la disperazione della ragazza, forse innamorata di un collega ammalato, che la porterà a cercare di allontanarsi da lui, e a cercare di annientarsi, destino contro il quale Arturo cerca di opporsi disperatamente, per poi arrendersi. La conclusione lascia sospesa la sua vicenda esistenziale, non ci dice cosa ne sarà di lui, se il suo talento sarà ben impiegato o si perderà, a causa della sua condotta sbandata, né se riuscirà a trovare una stabilità affettiva, al di là di quella che sembra la sua prima delusione d’amore di uomo adulto.

Anna Porchetti

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Il romanzo rispecchia pienamente l’atmosfera del periodo in cui è ambientato, la grande depressione statunitense, con tutte le sue contraddizioni e le sue superbe velleità.

Il protagonista è talmente ben tratteggiato, nella sua infantile superbia, corredata di rigurgiti di coscienza e di aspirazioni al bello e al buono, apparentemente impossibili da raggiungere, da risultare odioso e, al tempo stesso, fare tenerezza.

La giovinezza non lo giustifica, secondo l’autore che in questa autobiografia sembra compiere un vero e proprio esame di coscienza, ma lo rende talmente umano, da porre il lettore in comunione coi suoi difetti ed indurlo a domandarsi se, per caso, non debba cercare di fare altrettanto nella propria vita.

Unico difetto, se così si può chiamare, è la fin troppo realistica incompiutezza della ricerca di redenzione e di senso da parte del protagonista, che lascia tutto sospeso nel finale, senza dare la soddisfazione di un epilogo, morale e sociale, oltre che narrativo.

Nel complesso veramente molto ben scritto, da un talento naturale che ha saputo mettere a nudo l’uomo in ogni sua sfaccettatura, senza infingimenti e senza vergogna.

Monica Boccardi

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Romanzo indubbiamente scritto con maestria e che, proprio grazie alla sua scorrevolezza, appare più avvincente di quanto sia in realtà. Il protagonista è uno scrittore in cerca di fama e di emozioni. La scrittura segue quindi le avventure in cui lo scrittore si caccia a volte ingigantendole per poter avvertire qualche forte sensazione. Anche la ragazza di cui il protagonista si innamora sembra essere più un mezzo per provare nuove esperienze e nuovi sentimenti più che un sincero affetto per l’altro. Il romanzo infatti è una continua autoanalisi del protagonista che proietta sempre sé stesso nelle esperienze e negli altri senza la capacità di uscire veramente da sé per incontrare l’altro.

Francesca Lulli

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Inizialmente non è facile fidarci del nostro protagonista, spesso perché sembra descrivere la realtà non come è, ma come una sorta di idealizzazione letteraria del suo punto di vista. E non lo si può certo biasimare: la vita di Bandini è (e sembra lo sia sempre stata) una sofferenza costante. Arturo, ancora un ragazzo, si è creato una vita parallela di cui l’uomo che vorrebbe essere è protagonista, strutturata attorno alla sua unica consolazione: una sua opera è stata pubblicata, dunque è un grande scrittore. Ma riesce a smascherarsi costantemente: vive nella povertà, non ha mai avuto una donna ed è solo. Gli ultimi due tormenti sono risolti da Camilla Lopez, ma il rapporto con lei subisce il trauma radicato nel protagonista da un’educazione religiosa improntata alla purezza, rapporto definitivamente perduto quando lei si innamorerà dell’alter ego del nostro protagonista: un uomo che si atteggia ad avere la sensibilità dello scrittore (senza possederla) ma che affronta la vita con disinvoltura. Comunque il racconto di Arturo trasuda idealizzazione anche in riferimento all’amore e alla stessa Camilla: quello che sembra avere a cuore sono le sensazioni che prova sentendosi innamorato, e il fatto che adesso, conoscendole, riuscirà a trarne letteratura, sembra innamorato dell’amore. Camilla si rivela poi essere solamente uno strumento, grazie al suo arrivo e alla comoda dipartita (che permette allo scrittore di allontanarsene, allontanamento che altrimenti non sarebbe stato possibile) ispira il successo letterario ad Arturo.

Lavinia Rotellini

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Siamo a Los Angeles, all’epoca della Grande Depressione. Arturo Bandini, italo-americano, vive in una misera stanza d’albergo coi proventi dell’unico racconto che ha scritto e pubblicato. È ossessionato dalle donne e dalla religione, vuole parossisticamente dimostrare il proprio valore e diventare ricco, ma spende ogni centesimo guadagnato e anche ciò che non ha. Convinto che nessuno lo capisca, Arturo tratta tutti con altezzoso cipiglio. Anche Camilla, la cameriera ispanica di cui si invaghisce, è oggetto di derisione, ma sarà per lei che Arturo farà ogni follia, inutilmente. In Chiedi alla polvere ogni cosa è tutto e il suo contrario: Bandini, alter ego dell’Autore, è arrogante e illuso, saccente e sognatore, narcisista e infelice. Affronta ogni ostacolo con slancio e disperazione, si innamora ma non sa dimostrarlo, è erotomane ma non sa rapportarsi con le donne, in un eterno destino di insoddisfazione e sconfitta. La polvere copre tutto, oggetti, stanze, alberi, strade, la città intera è invasa dalla povere, metafora di una vita incapace di compiersi. Certamente un capolavoro della Letteratura, per lo stile coinvolgente e la scrittura scorrevole, la descrizione vibrante degli ambienti e dei sentimenti del protagonista.

Giuliana Zimucci

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Il romanzo di John Fante è un romanzo di formazione atipico. Arturo Bandini è un giovane scrittore – Fante stesso – che vive a Los Angeles cercando di spremere da sé il successo che brama. Bandini cerca di scrivere e di vivere le esperienze che lo renderanno uno scrittore affermato, obiettivo che spesso sogna ad occhi aperti, nel contrasto più acceso con la miseria di chi vive mangiando arance per settimane. L’autore riesce a rendere insopportabile il degrado della vita di Arturo, che non è eccezionale neanche nell’abbrutimento. I monologhi interiori e le azioni di Arturo sono urtanti e allo stesso tempo attirano inesorabilmente. In una strana altalena il protagonista passa dall’esaltazione all’abbattimento, dalla superiorità esibita all’acredine per la propria sentita inferiorità, dall’amore per Camilla al rifiuto. Lo scioglimento finale e la maturazione non falliscono, anche se non come lieto fine.

Mattia Lusetti

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Savona “La Compagnia dei lettori”
coordinato da Alessandra Bruno
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Trovo affascinante questo protagonista ventenne, Arturo Bandini, pazzo, sconclusionato, esagerato che vive una vita al margine e nello stesso tempo profondamente immerso nel flusso di tutto ciò che accade. Un giovane scrittore che si innamora, e in questo è un vero disastro, e che alla fine pubblica il suo libro con successo. Una storia che ti trascina nel suo mondo. Ci sono anche bellissime lezioni sul meraviglioso processo della scrittura.

Susanna Tarchini

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Un grande classico della narrativa americana del ‘900. L’ho apprezzato per lo stile e per l’ambientazione (l’America post-crisi del 29). Ho trovato un po’ pesante e antipatico il protagonista.

Victoria Lauri

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Sogno e realtà si intrecciano per tutta la narrazione. Da un lato la miseria della vita di un inetto che si auto-sabota e dall’altro l’onirica visione del protagonista di come vorrebbe essere.

Eleonora Poggi

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Chiedi alla polvere Chiedi alla polvere ti afferra e ti trascina nelle tue polveri. Non puoi essere un lettore tranquillo che legge cose altrui. Leggi di te. Non puoi nemmeno leggerne un po’ quando hai un attimo di tempo. Ti pervade e ti ritrovi con i personaggi, anche tu personaggio o anche loro persone.

Fante coglie appieno la difficoltà di vivere, presenta una cattiveria verso gli altri che è solo verso se stessi, anzi è la paura che prende le sembianze della cattiveria. Presenta assieme l’euforia, che non è l’altra faccia della medaglia ma è un tutt’uno, con la cattiveria perché ci dice che se l’uomo fosse solo cattivo non esisterebbe più. L’euforia lo fa andare avanti fino alla polvere. Ma ciò accade alla fine.

Il romanzo è magnifico. È spietato ma verissimo anche se la vita lo è di più. Chiedi alla polvere che non può rispondere ma grigia e presente ovunque ti dice dei tuoi affanni che ora cadono, rotolano per terra e granellino per granellino si perdono.

Fenoglio conosceva Fante.

Ho sempre amato Chandler e Fante non lo avevo mai letto. Ora che me li hai messi uno contro l’altro ho dovuto fare una scelta e la scelta l’ho fatta. Fante.

 

Livio Giraudo

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L’autore calca un po’ troppo lo stereotipo dello scrittore che vive praticamente in miseria, sempre insicuro delle sue idee e del suo stile, e perennemente innamorato di una donna che lo fa soffrire.

Il protagonista è un uomo che si scontra ferocemente con la realtà, un uomo consapevole del proprio talento, orgoglioso, eppure fragile, alla continua e disperata ricerca di conferme di quel talento che è fermamente convinto di avere. Egli si sente grande, eppure cerca incessantemente l’approvazione altrui; vuoi per orgoglio, vuoi per una mancanza di autostima di fondo.

Lo stile, una specie di monologo interiore, è fluido e scorrevole, e a tratti ironico.

Nonostante ciò, non vedevo l’ora di arrivare alla fine, come un viaggio noioso in cui non si arriva mai a destinazione.

Patrizia Saracco

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E poi arriva Arturo Bandini e la sua lotta continua con sé stesso, le sue paure, contraddizioni, insicurezze e l’incapacità di agire. Un uomo che passa rapidamente dal delirio di onnipotenza pensando al suo brillante futuro da scrittore perché questi brutti momenti si trasformeranno in pagine, alla depressione più totale vedendosi costretto a rubare una bottiglia di latte, che poi latte neanche è. Con la spietata lucidità di chi lo conosce bene, Fante è bravissimo a raccontarci questo mondo in cui certezze non ce n’è e tutto sembra possibile e impossibile in ugual misura e nello stesso momento: ci si può sentire ateo e temere l’ira di un Dio così terribile che potrebbe averti punito scatenando un terremoto. “Chiedi alla polvere” è anche un titolo bellissimo, evocativo e poetico; interrogare la polvere: un modo come un altro per non avere risposte.

Roberta Cospito

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“Chiedi alla polvere” di John Fante è un bel romanzo di formazione incentrato sulla figura autobiografica di Arturo Bandini che in una Los Angeles... assai diversa da quella di Chandler- diventa uomo, attraverso illusioni e cadute, e scrittore. Il percorso di Arturo è a zig zag tra fallimenti sentimentali e successi professionali sofferti, accompagnato da una fede confusa e punitoria. La narrazione è però limpida con una prosa efficace, realistica e lirica insieme e mai svenevole. Tra realtà, desiderio e immaginazione ferito ma sempre pronto a rialzarsi Arturo diventa il modello di scrittore americano ... della nostra immaginazione. Non eccelso ma bravo... regge bene il passare del tempo.

Donatella Vigna

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La definizione di polvere è: “terra arida in minutissime particelle incoerenti...”, le particelle le ritroviamo tutte in Baldini: nelle briciole della sua vita, reale e sognata, nel suo travagliato amore non corrisposto, nelle opportunità non colte, nella sua religiosità permeata di colpe e castighi, nella sua interiorità che è contraria al suo agire.

La storia si svolge in California durante il periodo della Grande Depressione e Baldini, alter ego di Fante, è immerso in una atmosfera disgregata che sfocia nel deserto ove scompare la donna amata.

Marisa Chianura Petrella

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Anni ‘30, un ventenne italoamericano, dall’America rurale, va a Los Angeles per tentare la fortuna come scrittore e vivere una vita piena. Lotta con i suoi sensi di colpa di cattolico, prova a vivere, ha successo come scrittore e ha una storia d’amore non ricambiata con una giovane ispanoamericana, a sua volta innamorata non ricambiata, la cui vita finisce in tragedia. Nel dipanarsi della storia, il protagonista incontra un caleidoscopio di vite perdute che, seppure spesso solo accennate, da sole basterebbero a rendere grande questo magistralmente scritto romanzo.

Paolo Schiavi

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Pubblicato per la prima volta nel 1939 è uno dei primi romanzi dello scrittore italo-americano, riscoperto in Italia e in Francia alla fine degli anni Ottanta dopo un lungo periodo di dimenticanza. L’ironia sarcastica e irriverente, la comicità di Arturo Bandini si uniscono alla sua natura di sognatore sbandato, che ne fa il prototipo di tutti i sognatori sbandati che hanno popolato la letteratura dopo di lui.

Al centro della vicenda troviamo il percorso interiore di Bandini, il quale ci porta verso la realizzazione delle sue ambizioni artistiche e la sua educazione sentimentale dopo l’incontro con la bella e strana Camilla Lopez.

Un’immersione nell’emotività. All’inizio lo si odia questo Arturo Bandini, un uomo arrogante, razzista ed esaltato. Un ragazzo che vive nel narcisismo del proprio personaggio nonostante le voci interiori spesso urlano l’esatto opposto di quello che fanno le sue azioni. Arturo a tratti è perso, a tratti è illuminato ed altre volte spietato. Arturo però è uno scrittore alla massima potenza, uno che mentalmente romanza la sua stessa esistenza, fantastica ed addobba il suo vivere quotidiano battendolo costantemente nella sua macchina da scrivere mentale. Non è facile entrare nella storia ma è solo con l’immersione nel romanzo che si arriva a scoprire l’anima di questo uomo che gioca a fare il duro, lo scrittore di successo, l’uomo che non deve chiedere mai, ma poi si rivela una persona di cuore, sensibile, fragile.

 

«I giorni grami, i cieli azzurri senza mai una nuvola, un mare di azzurro giorno dopo giorno, e il sole che lo solca. I giorni dell’abbondanza… abbondanza di preoccupazioni, abbondanza di arance.»

Alessandra Bruno

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Un romanzo crudo e, allo stesso tempo, sorprendentemente accattivante nel progressivo disvelarsi dei personaggi. L’autore tende a raffigurare il protagonista come un uomo freddo, insensibile, distaccato, ma la forza dei sentimenti prevale sempre più, capitolo dopo capitolo, creando crescente empatia tra Bandini ed il lettore, dimostrazione della capacità di Fante di scavare nell’animo umano. Mirabile il “sense of humour” di alcuni passaggi (ad esempio, la lettera diretta al povero cameriere -aspirante scrittore privo di talento- isolato nel deserto).

Alberto Taramasso

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“Chiedi alla polvere” di John Fante mi ha appassionata non da subito, ma proseguendo nella lettura, scoprendo che il personaggio Arturo Bandini, il quale in un primo momento mi era apparso egoisticamente interessato solo ad ottenere dalla vita il riconoscimento del proprio talento letterario, nel quale nutre una fede incrollabile, pur tra gli alti e bassi del suo carattere che lo costringono a vivere sempre in bilico tra entusiasmo e depressione si rivela persona in realtà di grande sensibilità e attenzione verso gli altri, attenzione genuina, pur continuando egli a cercare in essa la fonte delle propria ispirazione letteraria, fino a raggiungere la consapevolezza che il sogno non prevale sulla realtà quantunque essa si mostri in tutta la sua miseria, ma che, al contrario, la vita è migliore dei sogni e merita di essere vissuta da ciascuno in qualsiasi situazione. Tale conclusione non matura appellandosi alla morale o usando la retorica, ma attraverso un uso frequente di sarcasmo e humour che rendono irresistibile la narrazione.

Ho apprezzato molto anche lo stile narrativo, asciutto ed essenziale, qualità che rafforzano la percezione da parte del lettore dell’impulsività nelle azioni e decisioni di Bandini.

Credo che leggerò anche gli altri libri di questa saga.

Clara Taramasso

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John Fante, seguendo le vicende molto autobiografiche del protagonista, riesce ad illuminare l’atmosfera depressa delle aree urbane americane del primo novecento con straordinari lampi di ironia e a creare nella vicenda momenti di sospensione grazie a riflessioni e passaggi intensi sulla realtà e sui personaggi (compreso il proprio alter-ego).

Lorenza Beltrame

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L’antipatia istintiva e subitanea per il protagonista rende un po’ difficoltosa la lettura. Egli vive una vita in fondo immaginaria in qui lui giovane omuncolo è invece un grande uomo. Purtroppo questa tipologia di uomini è parecchio attuale!

Ada Gaggero

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Nel romanzo viene descritta l’America multirazziale e povera della Grande Crisi del ‘29, la vita precaria di uno scrittore, la precarietà dell’amore.

Arturo Bandini si dimostra razzista, spendaccione, egocentrico e contradditorio, un uomo di poco conto.

Ho trovato la trama debole, la storia a tratti pesante e monotona, riprendendo una frase di Arturo Bandini: “né carne, né pesce, ne’ niente”

 

Paola Murialdo

 

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