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Furore di John Steinbeck
Bompiani

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Carpi 2 “I docenti del Liceo Fanti”
 coordinato da Chiara Francia:
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Si tratta di un romanzo epico, corale, che mette in scena un momento cruciale nella storia degli Stati Uniti. Attraverso le vicende della famiglia Jead e della sua lunga e terribile migrazione dall’Oklahoma alla California, una sorta di terra promessa gravida di speranza, viene narrata la disperazione di molte famiglie che si sono trovate nella stessa condizione, affamate dalle banche, dall’avvento dei trattori, dalla spietatezza di leggi economiche aride e disumane. Dal rilascio dal carcere di Tom, che avviene quasi in un’atmosfera irreale e ancora ai margini della storia vera e propria, in un paesaggio rarefatto in cui ogni filo d’erba, ogni zolla, ogni arbusto sembra pulsare di vita, ci si immerge via via nella tragedia. Brevissimi sono i momenti di speranza, che franano inevitabilmente nel baratro di un destino crudele e quasi scontato. La natura stessa, con la sofferenza degli animali che in fondo è la stessa degli umani, con le nuvole di polvere soffocante, con l’inondazione che cancella anche l’ultimo pallido tentativo di salvezza, diventa lo specchio della triste condizione dell’uomo. Forse la pietà mostrata da Rosasharn, in un gesto che appare terrificante nella sua cruda generosità, rappresenta l’unica possibilità per il genere umano di riscattare se stesso e di opporsi al fato. Alessandra Burzacchini

Alessandra Burzacchini

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Che Steinbeck sia un grande romanziere non c’è alcun dubbio: lo testimonia il notevole successo ottenuto subito dopo la pubblicazione di Furore, pur fra varie polemiche e letture politicamente distorte, e i vari premi ricevuti durante la sua carriera dall’autore, culminati nel Nobel del 1962; lo sottolineano le descrizioni paesaggistiche così precise ed accurate, così suggestive da dare al lettore l’impressione di trovarsi anche lui sul posto insieme ai personaggi; lo conferma la scrittura di grande respiro, epica, che accompagna senza cadute di tono questa storia tragica di una famiglia in rovina a causa del sistema economico americano; lo dichiara l’attenzione sempre presente nel libro a tematiche umane eterne come il dolore, la morte, la colpa, il riscatto; e infine il grandissimo rispetto per la dignità umana che trapela da ogni pagina. Pubblicato in America nel 1939 e arrivato in Italia già nel 1940, Furore resta un romanzo senza tempo, che sa parlare al lettore di oggi, così come parlava a quello di ieri, trattando del sistema capitalistico che schiaccia nei suoi ingranaggi i singoli, “travolti dalla fiumana del progresso” proprio come i vinti di Verga. Un romanzo notevole che tuttavia non ha fatto vibrare le corde più profonde del mio essere: è per questo che ho scelto Stoner. Ma vorrei sottolineare che i due romanzi arrivati in finale in base alle scelte dei lettori, nessuna colpa quindi agli organizzatori, sono per loro stessa natura imparagonabili.

Donatella Amadei

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Inizialmente ho trovato il libro un po’ lento, con troppe descrizioni particolareggiate. Ho fatto fatica a farmi coinvolgere, poi il romanzo inizia a delinearsi, la storia diventa coinvolgente e i personaggi emergono per il loro carattere e soprattutto per il ruolo che assumono nelle vicissitudini di tutti gli altri. Ciò che mi è piaciuto di più sono infatti i personaggi, la loro umanità, l’aiuto reciproco che si danno anche con persone appena conosciute. Particolarmente positiva la figura della madre che diventa la vera anima della famiglia. Il romanzo mi ha fatto riflettere seriamente sulla tragedia degli esodi di massa, ero pienamente consapevole del disastro umanitario, ma non mi ero mai veramente immedesimata con persone concrete che davanti alle varie scelte si chiede se sta portando la propria famiglia alla salvezza o alla distruzione. Ciò che non mi è piaciuto assolutamente del libro è l’assenza di una vera prospettiva di salvezza per i protagonisti, erano destinati alla rovina sin dall’inizio. Per come viene narrata la storia non c’era nessunissima possibilità di sopravvivenza per i migranti, nessuna solidarietà, nessuna possibilità di sopravvivere ad un inverno senza casa, senza raccolto, senza lavoro, senza reti sociali.

Raffaela Cardo

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Furore è un grande romanzo che ti racconta di una famiglia che lotta per salvare se stessa dalla violenza della storia e della natura e che cammina sul filo del rasoio per salvaguardare il decoro e la dimensione umana in un contesto spietato. Steinbeck scrive senza filtri soggettivi, presentando i fatti in presa diretta, portando il lettore a respirare la stessa polvere che ottenebra i polmoni della famiglia Joad e a percepire l’amarezza delle promesse non mantenute, l’ignominia dello sfruttamento, ma anche la dignità profonda che i protagonisti trovano nel lavoro. Questa è la potenza di un romanzo che supera il tempo e la collocazione storica: non possiamo infatti non pensare alle persone che ancora oggi affrontano viaggi infernali e la cui terra promessa si trasforma in un luogo ostile e impietoso. La potente immagine finale, così struggente e disarmante, dona un riscatto, tutto al femminile, di quella vita che - con la pietà, il dono di sé e la forza - troverà il coraggio di resistere e perpetuarsi

Chiara Carnelli

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C’è un mondo dentro le pagine di "Furore": un mondo in movimento, brulicante di corpi affamati, sporchi, sfiniti, ma anche di spiriti dignitosi e tenaci come il fil di ferro che tiene insieme i pezzi dello scassatissimo camion dei Joad, o come le gomme che si consumano, strato dopo strato, ma continuano a marciare sulle strade dell’Ovest. È un romanzo sulla famiglia e sulla casa, che i Joad ricostruiscono, pazientemente, campo dopo campo, notte dopo notte, fino alle ultime pagine del romanzo. Nelle Hooverville che popolano la California, ci sono i campi profughi dei nostri tempi; nei disperati in marcia verso l’Ovest su camion semidistrutti, le "carrette del mare"; nelle file interminabili per un lavoro da due centesimi e mezzo, le lunghe marce sui confini, ai margini della nostra Europa… E la risposta alla domanda che vorremmo tanto non farci, ma che nasce dentro di noi - ma come possono? come è possibile che vivano così? si può vivere senza acqua per lavarsi, una casa, scuole, cibo, carne? - questa risposta, le pagine di Steinbeck provano a darcela. Vorremmo tanto abbracciare Ma’, che riesce a tirar su una cena anche con nulla, vorremmo dare una lavata a Ruthie e Winfield, vorremmo far riposare Tom e Pa’, trovare del latte per Rosasharn, mandare Al in cerca di ragazze e dire una parola di conforto al povero zio John… Vorremmo trovare delle risposte per loro, per i tanti, tantissimi come loro, ma, come direbbe il tenero, dolcissimo predicatore Jim Casy, la cosa è "troppo imbrogliata" e le parole non bastano più. La sola lezione è quella che Tom ha imparato nel carcere di McAlester: mettere un passo avanti all’altro, e non fermarsi.

Anna Chella

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Storia di una famiglia di coltivatori dell’Oklahoma costretta ad abbandonare le terre a causa della siccità. Nonni, genitori e figli iniziano così un lungo e doloroso viaggio verso la terra promessa: la California. La realtà, una volta arrivati in California, è ben diversa da quel che si erano immaginati. Tante altre famiglie nelle stesse condizioni sono in cerca di un lavoro. Nonostante le tante difficoltà incontrate, nei loro atteggiamenti c’è sempre una fiducia cieca spesso espressa dalla madre, pilastro della famiglia. L’autore descrive un’epoca non molto lontana che ha tante analogie con il nostro tempo.

Chiara Francia

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Steinbeck in Furore ci presenta le vicende della famiglia Joad, costretta a lasciare la propria terra, duramente coltivata. Attraverso le sapienti descrizioni del paesaggio e i dialoghi dei personaggi, seguiamo il loro viaggio verso la California, vista come una sorta di terra promessa. In realtà anche questo luogo porterà nuove ingiustizie, delusioni e amarezze, tra cui la separazione da alcuni membri della famiglia. Il lettore assiste a una drammatica lotta per la vita, affrontata con tenacia e solidarietà ma senza via di fuga o speranza in un domani migliore. Il segreto per non impazzire, come dice Tom Joad, è vivere il momento presente e pensare un giorno alla volta.

Margherita Bergonzini

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Fin dalle prime pagine il romanzo ci trasporta in una dimensione remota: la polvere che avvolge ogni cosa, i campi di mais nel paesaggio scabro, i vestiti sgualciti, gli animali stessi così scarni come non siamo abituati a vederli più. Non c’è gloria nell’epica vicenda di migliaia di agricoltori dell’Oklahoma, prostrati da una terra che li affama e da un sistema economico che li rigetta perché improduttivi. Eppure, via via che la personalità dei protagonisti si delinea con decisione sulla pagina, siamo come ipnotizzati dalla loro forza, dalla loro irresistibile volontà di opporsi al destino che li travolge. Perché Furore ci racconta una storia che, dalle Grandi Pianure flagellate dal Dust Bowl durante la Depressione, si eleva ad una dimensione universale; ci racconta della dignità preservata sul ciglio del baratro, della solidarietà integra in mezzo al cinismo, della perdita di affetti e radici, dell’odio che colpisce il diverso, il migrante, l’ultimo. La forza di questa narrazione, che ci trasporta in tempi e contesti così lontani, sta non solo nella maestria della scrittura e nella struggente discesa agli inferi di questi derelitti, ma nel fatto che la favola parla di noi.

 Laura Apparuti

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Quella di Furore è l’epopea di un popolo che si sposta mosso dai bisogni fondamentali-il cibo, l’acqua, una casa- e che pure abbruttito e oltraggiato dalla miseria non perde nulla della sua profonda umanità. Nel microcosmo della famiglia Joad, di cui seguiamo il faticoso viaggio segnato da delusione e disperazione, c’è spazio per tutta la gamma dei sentimenti che toccano l’animo umano: l’amore materno e filiale, la solidarietà, la tenerezza, ma anche lo sconforto e la rabbia. E dell’epopea Furore ha anche lo stile, scandito dalla ripetizione di parole e riti attraverso i quali sopravvive la dignità e la fierezza dei personaggi indimenticabili del romanzo.

Emanuela Clemente

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L’America rurale, triste e polverosa fa da sfondo a questo grande romanzo epico di Steinbeck. La famiglia Joad, contadini attanagliati da una nerissima miseria, vive la propria odissea nell’abbandonare l’Oklahoma per raggiungere la California con la speranza di trovare una casa e un lavoro.

Il viaggio ci rimanda la fotografia un’America poverissima e disperata tenuta in scacco da pochi profittatori che speculano sulla vita di mezzadri ridotti sul lastrico e di una natura “matrigna” che pare accanirsi sui disperati. Sembra quasi essere la trascrizione delle immagini di Dorothea Lange.

 I protagonisti appaiono essere irrimediabilmente dei perdenti ma una sorta di spontanea solidarietà lascia intravedere un filo di debolissima speranza.

Ginevra Vecchi

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Pietra miliare della letteratura americana, Furore è un romanzo fiume, che racconta le vicende della famiglia Joad, come molte altre sfrattata dalla loro terra e dalla fattoria dalle banche e dall’avvento della tecnologia, e il loro viaggio verso una sognata terra promessa, la California, che si rivelerà essere invece soprattutto una discesa agli inferi. Romanzo che è insieme critica sociale e denuncia e descrive gli effetti economici e sociali che ogni progresso porta con sé. E’ un romanzo dove troviamo i temi del viaggio, della ricerca della felicità, il paradiso perduto, la morte, il dolore, il senso di colpa, la speranza. Steinbeck lo scrisse di getto in soli 5 mesi al ritmo di più di duemila parole al giorno. Nel libro, come nelle pagine introduttive, vi sono descrizioni dell’ambiente di una efficacia e una potenza tali da catturare immediatamente il lettore,e tenerlo poi inchiodato al libro per tutte le oltre 600 pagine del testo. Le descrizioni invece distaccate, crude, apparentemente senza coinvolgimento dell’autore degli avvenimenti più tragici, aggiungono anziché togliere drammaticità alle situazioni. A ciò si alternano pagine di dialoghi con uno stile più crudo e meno raffinato, adatto a rendere le espressioni di personaggi semianalfabeti quali erano i contadini degli anni Trenta del secolo scorso. Romanzo da leggere con calma, lasciandosi catturare dall’atmosfera creata dalla penna dello scrittore americano.

Simonetta Grandi

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Una famiglia contadina dei primi anni Trenta, espropriata della terra, va a cercare lavoro inseguendo il miraggio californiano. Un grande affresco, così potente e commovente che gli si perdona l’idealizzazione del popolo contadino. Con sapiente simmetria l’autore alterna le vicende dei personaggi a capitoli che gettano luce su tanto altro: il clima ostile, le dinamiche economiche, la meschinità dei pregiudizi, grandi scene di massa in cui vediamo piccoli agricoltori trasformarsi lentamente in nomadi disperati alla ricerca di un malpagato lavoro stagionale. La natura capricciosa, il denaro sempre più concentrato nelle mani di pochissimi, una ‘dieta’ poverissima nonostante il pesante lavoro non riescono a scalfire la dignità morale dei Joad, soprattutto dei personaggi femminili. Figura chiave è la mamma, che la voce narrante segue con profondissima empatia fino alla scena finale che è quasi un quadro in cui una Pietà laica si mescola con una rappresentazione di Madre col bambino. Se c’è un filo di speranza, questo è lontano dal mondo di raccoglitori di frutta o cotone: è nella città e nella lotta per i diritti dei lavoratori.

Catellani Cristina

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Furore è un’epopea, quella dell’infrangersi del sogno americano, del venir meno del miraggio di poter difendere le radici in una terra sentita come propria per il solo fatto di avervi abitato da generazioni. In una prosa maestosa, che scorre a diverse velocità come un fiume dalle grandi anse, Steinbeck trascina con sé i detriti di un’umanità dolente, che disperde a tratti i suoi componenti, per ricomporsi più in là, sempre diversa ma in fondo sempre uguale a se stessa. Perché eterni sono il dolore e l’amore e i modi per infliggerseli; eterne le domande sulla vita e la morte, il peccato e la redenzione, le cui risposte sono sempre di là da venire. Se pare che non succeda nulla di davvero risolutivo a dare sfogo al furore di questi uomini, è perché tutto è già successo, sempre negli stessi modi, che non cambieranno.

Furore è infatti tra le righe documentaristiche di Nomadland: Un racconto d’inchiesta; è nei poveri bagagli di molti migranti e nella resilienza di tutti coloro che devono fare i conti con la mancanza di tutto e sperano di incontrare chi non può non condividere quel poco che ha.

Daniela Salati

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Grandi paesaggi, grandi temi, una grande storia epica: tutto è di grande spessore in questo romanzo, riconosciuto come una pietra miliare della letteratura mondiale. Siamo agli inizi del ‘900. Una famiglia americana poverissima, in gravi difficoltà economiche, decide di cercare la speranza di un nuovo inizio nella terra promessa della California. Il viaggio stesso, fisico e metaforico a un tempo, è protagonista, insieme a quella Route 66 che fa da sfondo a tante vicende americane. La storia della famiglia Joad non è destinata a finire bene: i sogni coltivati (emblema di quel grande ‘sogno americano’ di cui si sono nutrite generazioni intere) non sopravvivranno alla nuda realtà. La penna di Steinbeck è capace di renderci atmosfere, paesaggi e personaggi in maniera mirabile. La descrizione minuziosa dell’ambientazione delle vicende è parte integrante della storia, anche se al lettore contemporaneo può apparire a tratti eccessiva.

Alda Barbi

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Dai temi attualissimi, Furore raccoglie i postumi della vita di una famiglia su cui sono riversate tutte le politiche irrisolte del nostro tempo: i sogni, la migrazione, il ruolo della famiglia, la sofferenza animale e loro dignità che spesso vengono paragonate al genere umano senza conseguente consapevolezza, i cambiamenti economico-sociali del proprio tempo, le fatiche per guadagnare un posto nel mondo, i sensi di colpa e disagio nella crisi. Dall’altra parte il viaggio interiore che da sempre accompagna le vite travagliate; se cerchiamo il lieto fine ebbene questa non arriverà, ma ciò che ha tenuto acceso il furore dei personaggi è quell’idea, quel barlume di speranza e voglia di vivere che li ancora al tornado che li travolge. Quasi mistico, Steinbeck sembra attualizzare “viaggi” di stampo biblico, paesaggi che sembrano apocalittici e finali inaspettati.

Maddalena Zanni

 

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Arco di Trento “LibriCitando”
coordinato da Cristiana Bresciani:
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Ambientato nel periodo della grande depressione americana in realtà si è catapultati nella lotta quotidiana e senza tempo di una famiglia che parte per non perdere la dignità cercando la libertà di poter lavorare e arrivando ad essere felici quando riescono a trovare quel poco per sopravvivere, nonostante le perdite, i lutti e la famiglia che piano a piano si sfascia. Lotta persa in partenza perché lo sfruttamento sia dei terreni che delle persone è ovunque, il viaggio per scappare dalla povertà è inutile perché si arriva a combattere fra poveri per pochi centesimi. La speranza di riuscire in qualche modo a trovare il modo giusto di fare le cose pervade però tutto il libro, c’è compassione e solidarietà fra le persone che soffrono e le donne della famiglia sono quelle che maggiormente reagiscono alle sofferenze cercando una luce, donando con generosità.

Emanuela Prandi

 

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Furore: già letto in precedenza, riletto molto volentieri.

Bellissima saga famigliare scritto in maniera stupenda. A tutt’oggi una bomba di libro.

Anna Maria Tavernini

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Ambientato nel periodo della Grande Depressione americana degli anni Trenta il romanzo descrive l’odissea di una famiglia di mezzadri che, sfrattata a causa dell’avvento prepotente e brutale della meccanizzazione agricola, inizia un viaggio di speranza verso una terra pubblicizzata come fertile e libera. Ma la ricerca per migliorare l’agricoltura e ottenere raccolti più abbondanti non genera l’agognato benessere sociale: mentre le famiglie muoiono letteralmente di fame, parte dei viveri prodotti seguono solo le leggi del mercato e va smaltita in modo che il prezzo della merce venga mantenuto alto. I drammi sociali dello sfruttamento della manodopera, dell’emarginazione sociale, del mancato rispetto per l’ambiente, fanno da sfondo alle storie di famiglie disperate che, con forza e tenacia, tentano di resistere alle difficoltà e sperano ogni giorno di intravedere la luce in fondo al tunnel. I personaggi, ben descritti, oltre ai valori mostrano anche le proprie fragilità umane: nella famiglia Joad, di tipo patriarcale, spicca il carattere di Ma’, donna del focolare, forte, tenace, instancabile e vero riferimento per tutti nell’affrontare ogni situazione di difficoltà. Tra le tante chiavi di lettura offerte dall’autore ho percepito quella preponderante della solidarietà: accomunati dalla ispirazione e dalla sofferenza gli esseri umani sono spinti ad aiutarsi a vicenda fino al punto di dare all’altro anche quel po’ che posseggono. Commuove e spiazza la scena finale.

Marialuisa Bozzato

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Furore: un racconto, un frammento di vita difficile, di cui il lettore non può non sentirsi partecipe. Le vicende della famiglia Joad diventano l’emblema della società in cui questa vive. Giorno dopo giorno la famiglia perde alcuni dei suoi componenti, perdendo così la propria solidità. Il racconto non si conclude: le vicende della famiglia non trovano un esito, rimane solo l’immagine della solidarietà tra le persone che non hanno più altro, se non gli uni agli altri. Il libro mi ha lasciato una sensazione di angoscia per lo stato di povertà assoluta delle persone, ma anche di conforto per la dignità e forza morale che hanno tenuto in piedi le stesse persone.

Valeria Gallini

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Storia di una famiglia che è costretta ad abbandonare il mondo che conosce, la terra che ha sempre lavorato per raggiungere un sogno: altra terra ricca e fertile disponibile per tutti, la terra promessa. Il viaggio è pieno di dolore, tristezza, paura con pochi sprazzi di felicità. Non riescono nemmeno a credere alla realtà che incontrano, così lontana dal sogno, cosi impossibile da accettare. Solo il legame familiare permette loro di superare le difficoltà, gli estranei sono contemporaneamente amici che aiutano nei momenti più difficili perché empatizzano e nemici perché all’ultimo momento possono rubare il cibo, il lavoro. La lotta per i diritti basilari, contro le ingiustizie e le sopraffazioni funge da cornice al grande amore atavico per la terra, per il lavoro, per la dignità.

Claudia Prandi

 

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Ho adorato questo romanzo per diversi motivi, ma soprattutto per la capacità dello scrittore di coinvolgere il lettore durante tutto il romanzo.
Questo avviene in particolar modo nelle descrizioni dei personaggi, nel fare percepire i rumori e le atmosfere. Nonostante la ricchezza di dettagli il lettore infatti rimane rapito, non si annoia, grazie ad un ritmo perfetto e ad un lessico adeguato.
Mi ha anche molto colpito il fatto che nonostante tutte le disgrazie che avvengono ai protagonisti ci sia comunque sempre una visione positiva.

Barbara Tamburini

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I due libri scritti negli anni 40 e ambientati negli anni 20/30 nella vita americana di allora, mi hanno fatto riflettere e pensare.

Le due vicende pur diverse mi hanno riportato alla mente una realtà odierna e con sgomento ho dedotto che nulla è cambiato in 100 anni.

In “Furore” dove una famiglia emigra fuggendo dalla povertà mi fa pensare all’attuale migrazione di popoli che scappano da guerre e miseria alla ricerca di un luogo migliore dove vivere.

Nel “Il grande Gatsby” l’indifferenza totale tra le persone e la vita che per i ricchi scorre monotona e insulsa tra lussi e feste mentre, tra le righe, si intravede la vita dura per altri e tutto questo lo possiamo tranquillamente vedere anche ai giorni nostri.

Forse nulla è cambiato in 100 anni di storia, ci può salvare solo la consapevolezza di ciò, la nostra coscienza e la voglia di avere un mondo migliore.

Sono libri che normalmente non mi sarei mai apprestata a leggere dato che non fanno parte del mio genere di lettura.

 

Maria Emanuela Rossi

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Chiudo gli occhi e sono negli aridi paesaggi desolati dell’Oklahoma. Immagino perfettamente gli occhi lucidi e le mani da lavoratore di Tom. Uno spaccato sociale che racconta la storia di una famiglia in marcia alla ricerca di un futuro migliore verso la California; un viaggio pieno di speranza, coraggio e illusioni di persone vittime di un cambiamento epocale che attraversa tutta una Nazione, L’immagine finale di una donna che appena dopo il parto allatta un uomo che muore di fame rimane la fotografia di un libro profondo che può essere definito il capolavoro della narrativa americana.

Chiara Bertolini

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Furore ê il libro realista dove si narra una parte di storia d’America quella della fine della mezzadria che a causa delle catastrofi climatiche la gente si era indebitata per poter vivere nelle loro Terre ma le avversità climatiche ha permesso alle banche di portargli via le loro terre e case. In tanti hanno intrapreso lunghi viaggi della speranza alla ricerca di terre più fortunate o sperando fosse possibile vivere dignitosamente. Viaggi della speranza che si svolgevano all’ interno della stessa nazionale. La storia si ripete diceva Vico infatti questo si verifica anche adesso verso le coste del nostro paese. Le vicende che le varie famiglie hanno affrontato nei loro viaggi sono varie, ma le motivazioni sono le stesse. I nostri protagonisti intraprendono il viaggio su un Camion e sono tre generazioni i genitori figli di cui uno appena uscito di prigione e nipoti. Alcune famiglie la storia ci insegna che hanno avuto fortuna, altre si sono trovate ad affrontare problemi ancora persistenti.

Laura Baldessari

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Capolavoro indiscusso della letteratura americana del Novecento, Steinbeck narra con uno straziante realismo l’epopea della famiglia Joad in esodo dall’America del Sud verso quella del Nord negli anni della Grande Repressione. Un’odissea epica fatta di terra, sudore, sacrificio, sofferenza, un viaggio della speranza verso un’illusoria terra promessa, verso un futuro migliore - un racconto che incolla il lettore pagina dopo pagina.

Il “furore” che monta dentro come un fuoco è il leitmotiv dell’intero romanzo - è la spinta alla sopravvivenza contro le spietate logiche del profitto. Lo sgomento per la crudeltà dell’animo capitalista si stempera all’interno del nucleo familiare, unico e vero rifugio contro la disumanizzazione dello straniero povero costretto a subire umiliazioni e angherie.

Molti sono gli argomenti scandagliati da Steinbeck - la fede, i valori della famiglia, la collettività, l’emigrazione, il razzismo, la paura verso lo straniero, il dio soldo, la figura della donna/madre che ha il compito di tenere insieme tutti i pezzi anche quando non v’è più dignità, anche quando sembra che sia tutto finito “‘Meglio che mi ricordo com’era prima, così non mi tocca pensare. Mi sa che la nostra vita è bell’è finita’.

‘Macché finita’ disse Ma’ con un sorriso. ‘Non è finita per niente Pa’. E c’è un’altra cosa che sanno le donne. Me ne sono accorta. Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così che è fatta la vita. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai’.

‘Come fai a saperlo?’ domandò Zio John. ‘Chi te lo dice che un giorno non si ferma tutto, che la gente non ce la fa più e si butta a terra per sempre?’.

Ma’ rimase qualche istante a pensare. Si sfregò il dorso lucido delle mani, poi infilò le dita della destra tra le dita della sinistra. ‘Non lo so’, disse. ‘A me pare solo che tutto quello che facciamo serve per continuare. Per me è così che vanno le cose. Pure la fame... pure la malattia: qualcuno muore, ma gli altri si fanno più tosti. Uno deve solo cercare di viversi la giornata, la giornata e basta’ “.

Ma “nessuno si salva da solo” - questo è quello che ci insegna Steinbeck fino all’ultima riga del romanzo; la scena finale, che acquista il fascino e lo strazio di un affresco sacro, è un inno alla lotta, alla resistenza, alla sopravvivenza, alla donna. Alla rinascita, nonostante tutto.

Chiara Covi

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“Furore” è un romanzo che non può lasciare indifferenti. La famiglia Joad, come molte altre famiglie altrettanto disperate, nei primi anni Trenta, in piena “depressione americana”, lascia l’Oklahoma per dirigersi verso la California, una specie di “terra promessa”, alla ricerca di lavoro. Troverà emarginazione, miseria e morte. I temi trattati purtroppo sono tuttora attuali, in tutto il mondo.
La famiglia Joad ha ispirato un album di Bruce Springsteen: “The Ghost of Tom Joad” in cui il cantautore denuncia il divario tra ricchi e poveri e i problemi degli immigrati negli Stati Uniti. Un consiglio: leggete “Furore” con la musica di Springsteen di sottofondo. Vi sembrerà di entrare ancor di più nelle atmosfere del romanzo.
Ho letto “Furore” la prima volta molti anni fa nella versione ridotta e ho riletto il romanzo ora nella versione integrale. Il giudizio che avevo dato all’epoca era stato molto positivo. Quando ho iniziato a leggerlo nella nuova versione mi sono sentita un po’ spaesata. Trovavo il romanzo molto bello, ma non lo riconoscevo. Mi sembrava diverso. Mi sono presa la briga di cercare nella mia libreria la versione precedente e ho confrontato capitoli interi. Non mi sento di criticare il primo traduttore. A differenza di molte opinioni che ho letto, a parer mio, anche la prima traduzione era ottima. La prosa era un po’ più poetica. Certo, il traduttore dovrebbe cercare di rendere la traduzione il più attinente alla versione originale e probabilmente quella più recente è la migliore. Furore è indiscutibilmente il capolavoro di Steinbeck.

Nel 1936 la fotografa americana Dorothea Lange ritrasse nei pressi di un campo di piselli una donna migrante giunta in California dopo aver viaggiato su un camion con il marito e sette figli. “Migrant Mother” è una delle immagini più significative dell’epoca. Per chi ha letto “Furore” impossibile non pensare alla madre della famiglia Joad.

Cristiana Bresciani

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La storia dei numerosi eventi travagliati vissuti dalla famiglia Joad mi ha fatto schierare dalla loro parte cioè verso un finale positivo. Alcune descrizioni di alcuni momenti da loro vissuti nel loro viaggio sono stati molto crudi e mi hanno messo in crisi. Mi è piaciuta molto la scrittura dell’autore fin dall’inizio e lui è riuscito comunque a fare risaltare l’umanità delle persone anche nel loro viaggio tormentato verso il paradiso della California.

Cristiana Chesani

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Ho preferito Furore, anche se significativamente ampio è stato d’impatto.

La questione più significativa mi sono resa conto nel tempo che non sono stati i contenuti o i vissuti di epoche che non mi attraggono particolarmente, neanche tanto per il contesto che ritorna un senso di completo immobilismo, che dapprima avevo considerato responsabile soprattutto nel non sentire affinità che potessero farmi immergere in maniera concreta nella lettura. C’era una data possibile per immergermi in località turistiche, ma del “nord” del Grande Gatsby? No, non ho trovato sintonia con la malattia endemica post bellica per di più, di piccole nicchie privilegiate che si illudono di essere isole, più che altro campane di vetro dove tutto resta uguale e ci si rassicura di avere in mano completamente la vita salvo poi essere sorpresi quando la realtà si riprende ciò che è suo.

In Furore, invece, la focalizzazione sui punti di vista mi ha colpita positivamente. Mi ha coinvolta, fatta sorridere. È la mia formazione che impatta per preferenza di tematiche. È la parte migliore di un testo per me presentare i punti di vista di tutti, trasfigurando una situazione, la verità, attraverso la percezione filosofica del termine. I fraintendimenti, la capacità della dialettica di convincere chi presenta la propria versione della verità di essere piuttosto in torto nel decodificarla, penso sia stata una scelta interessante e didatticamente importante per presentare metaforicamente un grandissimo spessore di analisi e grande capacità di far pervenire al pubblico queste criticità sociali.

Viviana Parisi

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All’università ci è toccato leggere il Capitale di Carl Marx. Sarebbe stato sicuramente più avvincente leggere Furore per comprendere le sue analisi economico-sociali. La storia della famiglia Joad è ancora tremendamente attuale; il viaggio della speranza fino alla California, la fame, la caparbietà e la determinazione della famiglia protagonista a non mollare mai: un libro da leggere e far leggere anche ai più giovani. Il crollo non c’era stato; e non ci sarebbe mai stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore”.

Chiara Marcozzi

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Grande affresco realista delle lotte di classe, dei limiti più evidenti della società americana. Un romanzo molto interessante. Se dovessi associarlo ad un dipinto, lo affiancherei a “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo.

Davide Zanin

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Amman
coordinato da Elisa Gironi

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Testo molto lungo, all’inizio lento poi mi ha preso sempre di più fino alla fine; il racconto non ha un vero e proprio finale perché la vita non termina, continua e sempre con la speranza di un mondo migliore.

Io l’ho preferito all’altro romanzo proposto perché è in un certo senso storico e ho potuto conoscere la situazione dell’America nel periodo attorno alla grande depressione, alla introduzione dell’aratro, alla disumanità della proprietà e dei profitti conseguenti...forse del capitalismo americano. Dolore, morte, umiliazione si alternano con la ricerca della giustizia, l’aspirazione ad una vita felice, dignitosa con una propria terra, casa e soprattutto lavoro.

Mi ha colpito (pag. 71) il dialogo con il trattorista a cui si vuole sparare, non si capisce chi sia la causa di tutti i problemi, la banca, il presidente, la proprietà? E di fronte all’impotenza inizialmente si afferma: “devi pensare a quel giorno lì, e poi a quello dopo...Pensa un giorno alla volta”, ma poi la coscienza del noi, del popolo si afferma: “La sera, seduti intorno ai fuochi, i cento diventavano uno. Imparavano a diventare comunità da bivacco, comunità da sera e da notte”(pag. 146). Bellissimo è il crescendo di coscienza nel dialogo tra Tom e sua madre (pag. 599) quando pensando a Casy capisce che se “uno sta da solo non serve a niente” e che lui era parte di una grande anima e da quel momento avrebbe lottato contro le ingiustizie. “Ci sarò sempre, nascosto e dappertutto...dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì”...”Sarò negli urli di quelli che si ribellano”.

Romanzo di forte denuncia sociale che potrebbe essere profetico anche rispetto agli emigrati odierni e mostra che nulla è inutile: “A me mi pare solo che tutto quello che facciamo serve per continuare...pure la fame, pure la malattia, qualcuno muore, ma gli altri si fanno più tosti” (pag. 606,607). 

Io lo voglio intendere non nel senso violento, ma nel senso di una nuova umanità dove tutti si aiutano a costruire una società migliore: “Siamo tutti nella stessa barca. Metti che stavamo male noi. Non ci davate una mano?...” (pag. 636).

Alessandra Rocchi

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“La morte ci deve trovar vivi” diceva D.B.M. Macchia

 ”Furore parla di ingiustizia sociale, resistenza e sovrumana forza femminile, lotta, cadute e ricadute, ma ancora lotta senza fine....senza fine.

 Verita’ nuda e cruda

Barbara De Maio

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“Furore” è un libro forte, pieno di sofferenza e di critica nei confronti del sistema capitalistico.

La disperazione dei lavoratori che perdono il lavoro a causa dell’inevitabile progresso tecnologico, l’obbligo di lasciare le proprie case, le proprie radici alla ricerca di un nuovo posto lavoro dove poter guadagnare qualcosa per i propri cari. Si percepisce la disperazione, cresce la rabbia man mano che lo si legge per le ingiustizie e le ineguaglianze legate al mito del profitto. È la cronaca romanzata di una parte di storia importante che va conosciuta, una storia che lascia una profonda amarezza nell’animo. Un libro importante che va sicuramente letto.

Deborah Da Boit

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Leggere 600 pagine in tempi cosi brevi è un peccato. Si rischia di andare di corsa e non assaporare tutte le sfumature di questa grande epopea. Detto questo, non si può certamente giudicare uno dei grandi della letteratura mondiale, per cui mi fermo alle corde che il romanzo ha mosso al mio interno. Un romanzo bellissimo, con una narrazione avvincente. Anche qui si parla di condizione umana, declinata attraverso tanti personaggi e ed eventi. Mi colpisce la voglia di riscatto e di lotta contro i soprusi. Temi eterni. È sempre bello verificare come la letteratura non abbia età e che questo romanzo resta attualissimo (purtroppo).

Donatella Pichinon

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Anche in questo libro ci si trova di fronte ad affrontare ostacoli,se pur di natura diversa. Qui si parla di immigrazione, della storia di una famiglia che a causa del progresso, la meccanizzazione dell’agricoltura, è costretta ad emigrare in cerca di fortuna in terre più ricche e più promettenti. È la storia che si ripete negli anni fino ai giorni nostri.

È un libro attualissimo. Scritto molto bene, un capolavoro in cui si descrivono gli effetti economico sociali che il progresso porta, le varie forme di razzismo e la differenza tre le classi sociali. 

Giusi Bonanno

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La lettura di Furore spinge a chiedersi cos’è il realismo o il naturalismo nella letteratura del Novecento, e in particolare nella letteratura americana del XX secolo. Varie correnti letterarie spingono l’attenzione all’oggetto fino alle estreme conseguenze. Una prosa descrittiva estesa cosa avrebbe in comune con la descrizione rasoterra degli oggetti nei romanzi ad esempio minimalisti? Eppure sembra una cifra tipica l’indulgere nello spazio circostante analizzando o semplicemente accumulando il dettaglio naturale, animale o urbano. Tuttavia esso sembra addirittura un elemento disincarnato rispetto alla narrazione, certamente più di quanto l’istanza dimostrativa dell’autore non auspichi. Ci si chiede allora se soprattutto negli scrittori realisti, o che si vogliono naturalisti, di un certo Novecento americano, non si avverta la crisi del modello realista determinista dell’800 molto più che nell’audace romanzo modernista, che forse, come suggeriva Auerbach in Mimesis, è la frontiera ultima del realismo, che entra nel soggetto con l’ambizione di indagarne e testimoniarne una realtà più profonda.

Ida Plastina

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Dopo un inizio un po pesante e a tratti logorroico, ci si immerge e si viene rapiti, nella vita della famiglia Joad. Costretta dall’avanzare del progresso a lasciare la propria terra le proprie origini. La famiglia Joad si avventura in questo viaggio dall’Oklahoma alla California con coraggio e speranza. Leggendo il libro ti ritrovi a provare le stesse sensazioni che vivono i protagonisti fame, sete, tristezza, speranza, dolore. Un racconto vero crudo.

Maria Laura Viscarelli

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Un romanzo storico, drammatico, triste, che denuncia la sofferenza e l’ingiustizia a cui sono sottoposti i contadini nell’America della recessione. Si spostano in massa lungo la Route 66 per raggiungere la California. La descrizione del viaggio e’ cruda ma commovente, il bene e il male sono chiaramente identificati, non c’è una zona grigia. Anche la natura di Steinbeck, descritta in modo particolareggiato tanto da farci sentire il caldo soffocante, afoso e la sabbia nel respiro, si accanisce contro questa povera gente gia’ allo stremo e la cupidigia e l’ingiustizia degli uomini vuole piegare del tutto il loro spirito. 

Loredana Frizzi

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Anche il romanzo di Steinbeck trova posto tra i libri più importanti del secolo scorso ma non ha conquistato il mio cuore come il libro di Hemingway.

Riconosco la complessità della trama e il valore storico e sociale del romanzo. Steinbeck è riuscito a immortalare un difficile periodo della storia americana mettendo a nudo le debolezze di quel paese. Ha raccontato l’identità del popolo americano senza ipocrisia mostrando il lato oscuro del sogno americano.

Tuttavia Steinbeck non è riuscito a catturare la mia intenzione con la stessa intensità di Hemingway. In alcuni momenti, dove le descrizioni sono troppo minuziose o l’autore si sofferma a descrivere il cotesto spazio temporale, il flusso delle emozioni si spezza.

Riprende intensità quando non cerca di descrive solo un’epopea storica ma le vicende umane dei singoli. Al centro del romanzo c’è la famiglia Joad. Ogni membro di questa famiglia di mezzadri del Midwest rispecchia una essenza umana diversa. Gli anziani che non sopravvivono all’abbandono della loro terra e soccombono ai loro ricordi. I genitori che cercano di tenere insieme quello che resta della famiglia, con la mamma che finalmente si rivela per la donna forte che è. I giovani che lottano per un futuro migliore e cercano di cambiare il presente, fatto di ingiustizia e oppressione, l’impegno sociale e la solidarietà.

Seppur abbia scelto Santiago, di Il vecchio e il mare, anche la lettura di Furore è arricchente. Ho sentito tanta empatia per Ma’ (non sappiamo il suo nome), Tom, Rose of Sharon e gli altri Joad. E non solo! Il viaggio lungo la Route 66, attraverso

Maria Rosaria Papa

 

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Libro prolisso, ricco di particolari inutili.

Teresa Lananna

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La storia di tutti e di nessuno. In questo libro notevole, non solo per le dimensioni, i protagonisti potrebbero essere ognuno di noi. Viene descritta in maniera esemplare la lotta di classe e la lotta per la sopravvivenza, senza tuttavia abbandonare comunque la dignita’ che non manca ai nostri personaggi che divengono, alla fine del romanzo, dei nostri conoscenti con cui condividiamo fame e fatica. Un lungo percorso descrittivo molto ricco di particolari che delinea nei minimi dettagli i protagonisti, con cui abbiamo condiviso parte del loro cammino.

Elisa Gironi

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario
 di Novara “Pagine al Darjeeling”
coordinato da Laura Digianfrancesco:

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«A tuo padre gli hanno dato un volantino di carta gialla, e lì c’è scritto che cercano un sacco di gente per lavorare». I Joad, come centinaia di altre famiglie di contadini ridotte alla miseria dalla recessione economica, partono. Vanno nel West su uno di quei camion, catorci rimessi in sesto alla meglio, carichi di materassi, stufe, masserizie e tanta ingenua speranza di raggiungere una terra promessa. Dall’Oklahoma alla California, percorrono la Route 66, la strada dei nomadi, degli emigranti e dove «le auto filavano via con un sibilo maligno». La primavera è bella in California, i grandi frutteti sono pieni di frutta da raccogliere. Illusione. Soltanto la carità cristiana, la solidarietà tra i miseri, e l’ardire delle donne, nutrono la forza di resistere.

Sono pagine, quadri di narrativa superba, che viaggiano lungo la strada madre di quella speranza che permette di guardare al futuro, scevri del passato e del presente, finché le aspirazioni deluse non generino la disperazione. E negli occhi degli affamati, che restano a guardare, cresce il furore.

Tiziana Delsale

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Leggere questo libro e pensare alla sua attualità non solo spaventa ma fa riflettere: non si metterà mai di speculare sui più poveri e più deboli? Persone che non pretendono niente se non di mangiare? Furore: un titolo, una storia che sono un pugno nello stomaco. Indimenticabile!

Ivana Piva

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Furore è un libro di denuncia sociale, di come la convenienza di pochi e di gruppi economici, crei un’economia malata a tutto danno dei più fragili, i cui più elementari diritti vengono calpestati anche a causa di una giustizia sommaria esercitata da sceriffi infarciti di razzismo e al soldo delle grandi compagnie. Come non essere dalla parte di Tom (nonostante i suoi gravi errori), che rivendica la propria e l’altrui dignità, o di Ma’ che cerca ogni giorno di tenere unita e sfamare la sua famiglia, usando una saggezza antica ed una forza che solo le donne sanno di avere. Povertà e fame che anche i mezzadri italiani hanno conosciuto e che ha determinato l’emigrazione interna degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, verso Roma, Torino e Milano.

Il ritmo della narrazione è incalzante, il linguaggio talvolta duro ma efficace; la speranza è sempre viva nell’animo di questa gente nonostante lo spaesamento provato e la conclusione è un inno all’umanità che soprattutto gli ultimi sono capaci di dimostrare verso i propri simili sfortunati.

I Joad, alla fine della storia, risultano sì sconfitti ma non sottomessi.

Franca Sacco

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson

di Lanciano “Ex Libis”

coordinato da Maria Rosaria La Morgia

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Scrivere poche righe su Furore, uno dei classici della letteratura americana, su cui è stato scritto tutto, è piuttosto difficile. Per le tematiche trattate, la caratterizzazione dei personaggi, la liricità delle descrizioni, i paesaggi, le situazioni, è uno dei romanzi che più mi ha emozionato. Rimarrà indelebile nel mio cuore. Ma’ Joad che, pur sé travolta da ogni tragedia, fino all’ultimo resiste, dà forza ai suoi, li spinge a reagire, a sperare. E ancora, Tom Joad, il paladino che lotta contro chi toglie all’uomo dignità, contro chi affama il proprio simile privandolo di ogni risorsa. Nel mio cuore rimarrà sempre l’immagine finale del libro, piena di disperazione e di solidarietà: Ruthie, dopo avere partorito una creatura morta, offre il suo seno gonfio di latte a un uomo che sta morendo di fame. E vedo tutte le migrazioni di tutti gli uomini di ogni epoca, che hanno lasciato terre e case per una terra promessa che si rivela spesso inospitale e ostile. Le attuali rotte del Mediterraneo, quelle dei Balcani, i campi di profughi, il freddo, le alluvioni, e la paura, il rifiuto di chi ha sicurezza e benessere. Furore è, come ogni classico, un romanzo attualissimo: Steinbeck, pur descrivendo una precisa situazione storica e geografica (America anni Trenta), evoca una condizione umana e sociale propria di ogni tempo.

Rita Foresi

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Io sono solo dolore con un po di pelle intorno la sintesi icastica di una condizione umana di sempre maggiore attualità. La storia raccontata è quella dei contadini americani, travolti dalla crisi agricola, economica e sociale, costretti dalla scarsità dei raccolti e dal flagello delle tempeste di sabbia ad abbandonare le loro terre inaridite e riversarsi lungo la Route 66 in un esodo verso la terra promessa, la California. Una terra, però, che si rivela nella sua drammatica e tragica realtà come luogo di sfruttamento, di lavoro sottopagato, di distruzione di ogni diritto umano. Steinbeck racconta questa storia su due piani: i capitoli che portano avanti le vicende della famiglia Joad, gli Okie, come venivano chiamati in maniera dispregiativa i migranti provenienti dallOklahoma, e gli inter capitoli, una sorta di coro, in cui la vicenda particolare si inserisce nella Storia universale. La storia di un popolo in fuga, che ci trasmette una sonora verità: quando le mani in cui si accumula la ricchezza sono poche, finiscono per perderla, quando una moltitudine di uomini ha fame e freddo, il necessario lo prende con la forza. La repressione serve a riunire e rinforzare gli oppressi. Il passaggio dallio al noi crea una nuova comunità con le sue regole e la convinzione che la giustizia nasce dalla solidarietà umana Io sarò negli urli di quelli che si ribellano così Tom si congeda da Ma Joad.

Non erano più contadini, erano emigranti!

Rita Crisanti

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Uno dei primi romanzi di J. Steinbeck, racconta lodissea della famiglia Joad dallOklahoma alla California durante la grande depressione: unodissea senza approdo. Il romanzo rappresenta in modo realistico e impietoso un quadro memorabile del sogno americano e del suo fallimento. Ci immergiamo nella lettura e ci identifichiamo nelle speranze e nelle angosce dei personaggi ed assistiamo, sgomenti, alla fine di unepoca, alla fine di valori legati alla terra, allo sgretolarsi della famiglia patriarcale in cui i ruoli cambiano. La figura di Ma, in questo senso, è emblematica: punto di forza e di riferimento per tutti e per ogni cosa. Una storia cruda che ci impedisce di girarci dallaltra parte: siamo tutti okie per qualcun altro. Eppure la vicenda si chiude con un gesto di incredibile pietas: un finale che apre uno spiraglio alla speranza che luomo possa conservare in sé la capacità di specchiarsi nel bisogno e nel dolore dellaltro e di farsene carico.

Anna Ciarelli

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Sin dalle prime pagine la tempesta di vento caldo che distrugge tutto suscita nel lettore un senso di tristezza, addirittura di angoscia che si alterna alla rabbia. Lo sgomento di realizzare che oggi poco è cambiato dallepoca narrata nel romanzo è opprimente. Come allora gli Okie sono presenti nelle nostre campagne, nella raccolta dei pomodori a sud, nellallevamento del bestiame a nord e nelle baraccopoli di alcune città…. Furore è un testo di denuncia? È un romanzo realistico? Non si può definire, sicuramente è un testo che suscita tanti sentimenti contrastanti tra loro. La forza e la tenacia della famiglia Joad a vivere, a non perdere la propria dignità di essere umano di fronte alle continue avversità è un richiamo alle proprie responsabilità nonostante il senso di impotenza latente.

Elvira Martelli

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Viaggiare con la famiglia Joad sulla Route 66 significa trovarsi immersi nelloggi: nel dolore e nella miseria, nella morte e nel sogno di un nuovo futuro che accompagna gli Okie di oggi. Popoli in fuga come ieri le famiglie impoverite dellOklahoma che lasciavano i loro paesi per andare verso la California alla ricerca di lavoro e di una vita migliore. Ad attenderli non cera la terra promessa ma lo sfruttamento e la disumanità. Eppure durante quel viaggio qualcosa accade, si crea una comunità di diseredati uniti da un senso di solidarietà. Significative le parole di Tom Joad quando è costretto a lasciare la sua famiglia, a nascondersi: io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto…dove cè qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame….

Straordinaria la scrittura di John Steinbeck, capace di portarti dentro gli animi e i luoghi. Una storia cruda ed emozionante, coinvolgente.

Maria Rosaria La Morgia

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Ad oltre ottanta anni dalla sua pubblicazione, il romanzo mantiene intatta la sua carica di denuncia sociale e la capacità di suscitare tristezza e indignazione, ma anche fiducia nelluomo e nella sua volontà. Tornano alla memoria le analisi marxiane sullo sfruttamento del lavoro mentre i protagonisti della storia: Ma, Pa, Nonna, Nonno, Tom, Al, Rosasharon, Muley il fantasma che non vuole lasciare la sua terra, lex reverendo Casy appaiono ai nostri occhi come quarto stato in cammino, alla ricerca di pane e lavoro.

Furore è prati, fiumi, alberi, animali, campi, vento, il sole di maggio-giugno, la Route 66 che attraversa il paese, lincontro con le altre famiglie che vanno in California dove, come dicono migliaia e migliaia di volantini gialli sparsi dappertutto, la vita è più facile perché lì cercano braccianti per le raccolte. E tutti vanno allOvest, aiutandosi tra vinti nei campi gestiti dai privati e apprezzando il calore dellamicizia, il rispetto delle regole, lautogoverno e le docce calde nei campi governativi. Furore è denuncia di uneconomia che privilegia il mercato rispetto alluomo, che fa coprire le arance con il cherosene per non farne mangiare a chi ha fame, che fa vagare lo sguardo sconsolato del disoccupato sulle grandi distese di campi incolti che il proprietario non vuole far coltivare, è la lotta contro il sindacato, che potrebbe chiede laumento delle misere paghe, è la minaccia di non dare lavoro a chi non accetta questa realtà . Furore è il Vangelo di una religione laica in cui Cristo è luomo, e luomo è Casy, lex predicatore che dice: eravamo tutti santi quando eravamo una cosa sola, uno non ha unanima tutta sua ma solo un pezzo di unanima più grande, dove cè qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì, sarò negli urli di quelli che si ribellano, sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. Furore è il libro dellEsodo, un Esodo moderno, con Ma, la Madre, che come Mosè guida la sua famiglia verso la terra promessa, alla ricerca di un futuro migliore che non ci sarà. È Ma che tiene unità la famiglia, incoraggia, lavora, rimprovera, crea relazioni e decide perché le donne sono mani, fanno, sono un fiume che scorre piano o forte, mentre gli uomini sono testa e salti.

Luigina De Santis

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Capolavoro indiscusso di cui la nuova traduzione ci aiuta a completare il quadro che lautore dipinge della fuga di un popolo dalla propria vita. Quello che rimane dentro e che volteggia sopra il dolore, i sacrifici, labbandono è la solidarietà che comunque resta lunico valore salvifico di tutta la storia.

Luisa Carinci

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Durante la prima adolescenza, ho molto amato John Steinbeck per il crudo realismo di certe pagine (Vd. “Uomini e topi”), che mi allontanava dai romanzi d’avventure, ma pur sempre fantastici, e da quelli a sfondo sociale, ma pur sempre buonisti, per ragazzi. Rileggerlo ora, a quest’età e in questo momento storico, mi ha fatto interrogare su quanto la lettura di Steinbeck allora mi abbia aperto gli occhi sul mondo; ancora mi tocca il racconto della trasmigrazione della famiglia Joad, che ha tutti i crismi di un’epopea. Oggi mi colpisce l’analogia con i viaggi di tanti diseredati e disperati, che fuggono dalle terre desertificate dell’Africa: come la famiglia dei Joad lascia l’Oklahoma per raggiungere la nuova Terra Promessa della California, tante altre travolte dalla siccità, dalla meccanizzazione dell’agricoltura e dai debiti con le banche, durante la depressione del 1929, cercano, con un estenuante viaggio, un altrove dove ricominciare a vivere con dignità. Al centro del racconto, c’è Tom Joad con il suo clan (sua madre, Al, Rosasharn, in attesa di un bambino, e suo marito Connie, il fratello Noè, la sorellina Ruth e il predicatore Casy) che percorre con un autocarro la Route66; altri carretti e mezzi di fortuna veicolano le speranze di altre donne e altri uomini, identici agli Joad, esercito raccogliticcio di miseri che va incontro alla delusione: la California non è l’Eden. Per tutti ci saranno umiliazione e degrado: povertà e fame; rabbia e sfortuna; fuga e morte; soprusi e ribellioni; proteste e violenze. Per istillare la speranza in questo scenario reale, non a caso Steinbeck fa di due donne, biologicamente portatrici di vita, le eroine del suo racconto epico: la madre, forte per affrontare tutto e sostenere tutti, e Rosasharn che, dopo aver partorito un bambino morto, è pronta a dare il suo latte ad un uomo che muore di fame, nell’ultima pagina del libro.

Tonita Di Nisio

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Romanzo di epica fondativa del popolo americano, raccontato nei tempi della preistoria politica di quello che diverrà il paese più potente del mondo. Gli eroi sono uomini e donne senza futuro che si muovono da campagne disperse nel nulla verso aggregazioni nuove, più o meno momentanee, comunque intenzionate a raggiungere destini migliori, aldilà delle montagne... Che verranno scavalcate, senza aver perso per strada troppi singoli o gruppi, e avendo conservato riti e usanze antiche, che nutriranno la memoria delle nuove terre da abitare e del grande nuovo paese che sorgerà da tanto ribollire.

Edvige Ricci

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la traduzione di Sergio Claudio Perroni, mostra romanzo che nonostante gli anni dalla pubblicazione non perde la forza della scrittura. Il titolo originale The Grapes i grappoli mostra le tante sfaccettature della sofferenza. Forse è il premio Nobel che suscita rispetto, forse l’attualità delle vicende che narra che sono rimasta colpita da questa ampia famiglia plurigenerazionale, di perdenti resilienti. Nonostante la povertà che si ripete, e il colore della pelle priva di predestinazioni negative. Bella il credere a quanto scritto su un pezzo di carta...il partire senza possibilità di verificare.

Bella la forza del paesaggio fra aridità e eccesso di acqua.

Fantastiche le figure femminili: la madre possente e capace di attendere strenuamente,

e mentre “la pioggia stormiva delicata sul tetto” Rosasharn che si regala un gesto di amore, forse più utile a lei che all’uomo soccorso. Un particolare censurato nella trasposizione cinematografica ...e forse proprio per questo senso prezioso.

Annarita Frullini

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Pubblicato nel 1939, è sorprendentemente attuale nella storia, nelle passioni, nelle aspirazioni, dolori, delusioni e impotenza dei personaggi. Tutti difficili da dimenticare, con una loro precisa, quasi puntigliosa connotazione. Ognuno racchiude un mondo, complesso e affascinante, di sofferenza e desiderio di riscatto. Un libro potente che inchioda il lettore, costretto, più volte a fermarsi, quasi a riprendere fiato, e a riflettere sulla condizione di chi, incolpevole, perde tutto. Il lavoro, la casa, e vede vacillare il proprio patrimonio di affetti. Come accade alla famiglia Joad che dopo aver detto addio a una vita faticosa ma conosciuta, intraprende il viaggio della speranza alla volta della California con lillusione, il miraggio di una esistenza migliore, tra il verde dei frutteti e una paga più equa. Non sarà così. Tanti gli ostacoli, i lutti, le assenze, le speranze deluse, il disprezzo e le ingiustizie subiti. Una sorta di via crucis che la famiglia affronta con una forza incrollabile. Straordinaria la figura della matriarca della famiglia che cerca di tenere insieme valori e affetti con una fede che mai tentenna. E che dire della potenza narrativa dellautore che fa un ritratto crudo e impietosa della società di quellepoca. Un linguaggio forte ma allo stesso tempo poetico, suggestivo ed emozionante. Come dimenticare la descrizione dei paesaggi, pura poesia. Un libro che non concede distrazioni, che ti fa soffrire e sperare insieme ai protagonisti anche se hai capito già come andrà a finire e vorresti quasi banalizzare tutto con un lieto fine. Per concedere e concederti una tregua, per credere che nel mondo ci siano luoghi dove i principi, la giustizia, il merito prendano il posto della corruzione, del malaffare, del pregiudizio e dellingiustizia. E forse lultima immagine - per me quasi una fotografia che mi ha accompagnata per giorni -, della giovane Rose che dopo aver partorito e perso il suo bambino, allatta con tenerezza infinita un uomo malnutrito. Uno sconosciuto. Allora non tutto è perduto. Ci sono ancora lamore, la solidarietà, la speranza di un altrove dove poter ricominciare.

Pina De Felice

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Anche la letteratura americana ha la sua Odissea, ma non un racconto epico, non ci sono eroi, dei, nulla di tutto questo in Furore. Cè la storia di una famiglia, di un viaggio verso Ovest, la ricerca di un sogno, di un miglioramento economico e sociale, limpatto drammatico con lo sfruttamento dei migranti reso con una crudezza magistrale. Le contraddizioni del mastodontico sogno di sviluppo occidentale (e americano) attraverso la storia dei Joad. La storia degli ultimi attraverso la vita di chi non voleva rimanere indietro, ma, suo malgrado, vede le proprie aspettative deragliare dal binario degli eventi. Rimane sofferenza, dolore, frustrazione. Un capolavoro.

Antonella Fantini

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Una narrazione straordinaria per raccontarci come lincarnarsi in un noi genera una potenza inarrestabile di rivoluzione e libertà.

Vi conviene tenere separati questi due uomini accoccolati, fare in modo che si odino, che si temano, che diffidino luno dellaltro. È questo lembrione della cosa che temete. È questo lo zigote. Perché adesso «Ho perso la mia terra» è cambiato; una cellula si è scissa e dalla sua scissione nasce la cosa che odiate «Abbiamo perso la nostra terra».

Ecco dovè il pericolo, perché due uomini non sono soli e confusi quanto può esserlo uno. E da questo primo noi nasce una cosa ancor più pericolosa: «Ho poco da mangiare» più «Non ho niente da mangiare». Se la somma di questi fattori dà «Abbiamo poco da mangiare», allora la cosa è in marcia, il movimento ha una direzione nasce la pentola condivisa.

Paola Fasciani

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Napoli 1 “IoCiSto”
 coordinato da Gigi Agnano:
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Il titolo è un tutto un programma. Una storia avvincente. Cruda. La lotta alle ingiustizie, la fortuna avversa, il viaggio. l’America, come meta dei sogni di ogni essere umano, viene descritto per quella che è. Steinbeck mette a nudo, con una scrittura vera, micidiale, tutti i paradossi del paese dei “Balocchi”.

Il romanzo americano per eccellenza. La mano del giornalista Steinbeck è chiara e rende la lettura un continuo sorprendente modo di correre tra le righe con la speranza non finisca mai ma la voglia di sapere e conoscere cosa succedere alla pagina successiva.

Non è un libro da tenere nella libreria di casa. È da tenere tra le mani!

Raffaele Trito

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Furore racconta l’estenuante epopea degli Okie, i contadini dell’Oklahoma e di altri Stati del Midwest, scacciati dalle loro terre sterili, flagellate dalla Dust Bowl, e costretti a migrare, a centinaia di migliaia, in cerca di una nuova vita, verso la California, dove verranno trattati peggio delle bestie e considerati come una minaccia sociale.

Siamo negli anni della Grande Depressione e Steinbeck, attraverso la parabola della famiglia Joad, denuncia la disumanità dei padroni e dei loro sgherri ed incita all’unità dei lavoratori in nome della solidarietà.

Fonte d’ispirazione per il cinema (a partire da John Ford) e per la musica (da Woody Guthrie a Springsteen), Furore andrebbe riletto (in particolare nella nuova traduzione) perché attualissimo: come al tempo di Tom Joad, guardiamo terrorizzati sia al presente che al futuro.

Gigi Agnano

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Grapes of Wrath del 1939 racconta le vicende della famiglia Joad, che, costretta dalla fame e dalla miseria, emigra ad Ovest lungo la Route 66.

La Terra Promessa si rivelerà un Inferno, dove non c’è lavoro o, se c’è, viene pagato quanto basta a stento per vincere momentaneamente la fame.

Alcuni di questi disperati capiscono che da soli non si va da nessuna parte.

Nella tragedia, nel dramma di un popolo si avvertono tracce meravigliose di bellezza e di umano, che Steinbeck descrive unendo doti da grandissimo narratore a quelle del cronista di talento.

 Giovanna Granata

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È un romanzo epico, un vero capolavoro di scrittura e di contenuto. Con un realismo che sfiora il cinismo Steinbeck mostra nei minimi particolari tutto il dramma dell’America contadina nel periodo della grande depressione. I personaggi sono descritti non nel loro aspetto fisico ma nel loro carattere e nonostante ciò il lettore è come se li vedesse in carne ed ossa, lì davanti a sé. Alcune descrizioni sono poetiche e commoventi e il finale è terribilmente struggente.

Claudia Migliore

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Ambientato negli anni della depressione americana questo romanzo narra di una famiglia di contadini dell’Oklahoma che sono costretti dalla povertà e dall’ingiustizia sociale a emigrare verso il Sud California ( la terra del latte e miele), dove soffriranno maltrattamenti e sfruttamento, e della loro lotta per trovare lavoro in un sistema quasi feudale. Il testo è fortemente emotivo, ma mai secondo me melodrammatico. Il romanzo pubblicato nel 1939, risulta purtroppo attualissimo sia per ciò che concerne la diffidenza e lo sfruttamento nei confronti dei migranti economici sia per ciò che riguarda i problemi dei lavoratori del comparto agricolo.

Sabrina Piccolo

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La poesia che si ravvisa nelle prime pagine, la polvere che senti sotto i piedi, l’importanza della famiglia e il dolore di quel viaggio verso Ovest fanno di Furore e Steinbeck qualcosa di meraviglioso.

Viviana Calabria

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Il cliché dell’opera di valore che però non ha fortuna viene completamente ribaltato dal successo del romanzo di John Steinbeck: Furore. Fin da subito un best seller. E poi premio Pulitzer e Nobel per la letteratura.

Potremmo fermarci qui per dire che questo libro pretende di essere letto. La grande capacità dell’autore sia come cronista e giornalista che come narratore la troviamo in questa storia unica ma universale che parla della fuga dalla fame e dalla povertà e in qualche modo della ricerca della felicità di una famiglia e del mondo di personaggi intorno ad essa. Sogni e delusioni si mischiano tra tempeste di polvere e acqua nel deserto dove poter rinascere. Forse. Non riusciamo a non pensare che Steinbeck scrive di donne e uomini anche di oggi, che continuano ad intraprendere il viaggio in questo vecchio, nuovo mondo. E questa storia si ripete e si ripete ogni volta. Ma nessuno saprà raccontarla meglio di così.

Grazia Della Cioppa

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L’epica avventurosa della terra promessa, il viaggio come metafora di vite che attraversano Stati dopo Stati, incontrando, nel cammino verso la salvezza dalla fame, ogni forma di meschinità e sopruso. Mentre il sogno della pienezza si spegne per dar posto ad un realismo di immagini che cattura il lettore fino all’ultima riga. Il viaggio di una famiglia verso la California, luogo dove troveranno lavoro e terre e cibo e casa. Finalmente casa. Forse. O forse no.

Federica Flocco

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«Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani...». Così principia il romanzo Furore di John Steinbeck, la storia di una famiglia dell’Oklahoma, della sua odissea che diviene simbolo di tutti quei contadini che sullo scorcio degli anni Trenta vennero cacciati dalle loro case e dalle loro terre, ormai infeconde, a causa dell’introduzione delle macchine, i trattori, antagonisti essere umano.

È la storia di una parte molto grande di popolazione americana che lotta ogni giorno per sopravvivere e che cerca di andare avanti ugualmente quando tutto sembra perso. È un romanzo di denuncia e una compiuta rappresentazione della Depressione Americana degli anni Trenta. Lo stile di Steinbeck accosta, quasi in un ossimoro, la descrizione poetica dell’umanità e dei paesaggi alla cattiveria umana e alla fame che traspare dalle facce affamate dei bambini e dei vecchi strappati a quella terra con cui erano tutt’uno.

Cinzia Martone

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Protagoniste del romanzo sono le migrazioni che i nuclei familiari dell’America rurale (nella fattispecie, la famiglia Joad, proveniente dall’Oklahoma) verso la California, dove sperano di trovare un futuro florido.

Come in tutte le famiglie, anche tra i Joad vi sono membri di differenti generazioni: la madre, cuore pulsante del gruppo, che prova ad infondere calma ed ottimismo agli altri; Tom (vero protagonista del romanzo, da poco rilasciato dal carcere di massima sicurezza) e Al, che hanno la sola sfortuna di crescere in un periodo storico eccessivamente turpe.

Una volta giunti in California, però, l’entusiasmo collettivo viene smorzato poiché i Joad sono costretti a fronteggiare accadimenti tutt’altro che fausti, mai presi in considerazione.

La genialità dell’autore, a mio modesto parere, è nei messaggi di positività che Steinbeck manda al lettore attraverso immagini di solidarietà, presenti nel corso di tutto il romanzo, quasi come se questi suggerisse di non gettare mai la spugna nella vita poiché ogni ostacolo può essere superato.

Scelta davvero ardua, ma ho optato per “Furore” poiché se penso al periodo della Grande Depressione Americana (entrambi i libri sono ambientati in questo periodo storico), l’opera di Steinbeck è, senza ombra di dubbio, il romanzo simbolo di questa epoca.

Roberto Buono

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Un lavoro quello di Steinbeck che ha del lirismo. Passo dopo passo fa vivere le emozioni e le sensazioni della disperazione di un popolo che fugge dalla fame, dalla desertificazione della terra di tante famiglie del nord America.

Una fra tutte sarà la protagonista del romanzo che trova nella figura della madre l’elemento di coesione e di forza, la quale dirà:

“Sto imparando una cosa importante. La sto imparando ogni momento, tutt’i giorni.

Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai... va’ dalla povera gente.

Soltanto loro ti danno una mano... soltanto loro.”

Bellissimo

Gloria Vocaturo

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Linguaggio potente, rude ed evocativo anche se semplice nella struttura e nel lessico. La descrizione della trasformazione dei processi di produzione in agricoltura è quella dell’alienazione, dello spaesamento dell’uomo quando non appartiene più alle trasformazioni dettate dalla natura. La storia della famiglia Joad, si sovrappone a quella degli attuali migranti attraverso mare e terra, alla ricerca disperata di un luogo sicuro e continuamente ricacciati tra gli ultimi della terra. L’unico modo per cercare di sopravvivere sembra essere quello di mantenere la solidarietà della condizione umana, ricercata e praticata dalla figura centrale e forte, prototipo della resilienza, della madre. L’epopea risucchia il lettore, accompagnandolo attraverso incredibili descrizioni dei paesaggi naturali ed umani.

Donatella Guarino

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Palermo “Gli amici del Venerdì”
coordinato da Paola Ardizzone
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Steinbeck è il perfetto narratore dell’epopea post frontiera degli USA, ed è insieme a Kerouac forse l’autore che ha saputo meglio raccontare il mito del vagabondaggio. Mentre Sal Paradise di Kerouac incarna il viaggio picaresco e sfrontato alla ricerca di una frontiera che è dentro di sé (e dentro al proprio fegato), Steinbeck ci ha restituito pagine formidabili sul disastro del 1929 e sugli Hoboes che attraversavano le pianure in cerca di un lavoro. L’ho sempre pensato come un autore politico, un po’ come Woody Guthrie era il menestrello armato di chitarra (la sua mitragliatrice), lui con il suo taccuino da giornalista raccontava la miseria estrema di una bassa e profonda provincia in cui la pietà non esiste. Lennie Small, il gigante, è vittima della sua stessa forza e della sua ingenuità, ed è straziante pensare che l’unico atto di pietà possibile sia un colpo di pistola sparato dal suo unico e migliore (in quanto unico) amico.

Piergiorgio Di cara

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La scrittura di Steinbeck non dice, svela, scoperchia. Il lettore comprende ciò che già sa e non riconosce, o per egoismo da sopravvivenza dimentica. Con tono pacato, meticolosità descrittiva,

lo costringe a partecipare. Non basta voltare la pagina per voltare le spalle. Steinbeck parla soprattutto a coloro che voltano le spalle. Imbarazza (contiamo 82 anni di connivenza?) rileggere la sua denuncia contro il potere economico finanziario. Il ghigno del profitto che irride l’umanità mentre la osserva perdere il controllo della coscienza e piegarsi per propria scelta alla schiavitù.

Steinbeck dà la parola all’altra umanità, alla minoranza consapevole, affamata e scorticata che non molla, senza addossarle commiserazione e tantomeno eroismo. Ciò che parla in loro è la coscienza, l’autenticità di ciascun gesto, il contrasto dei sentimenti, la capacità di osservare e perciò scorgere la bellezza, la spiritualità «magari tutti gli uomini messi assieme fanno una grande anima e ognuno di loro è un pezzettino». L’unica concessione alla pietà è alla fine, con l’immagine del latte che dal capezzolo della giovane donna cola nella bocca del vecchio consunto dall’inedia.

Silvia Parlagreco

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Il grande Romanzo Americano, fa pensare a Via col Vento. È il romanzo delle grandi speranze deluse dalla crudeltà della natura, del sistema capitalistico e dal grande sogno americano. Il viaggio verso la terra promessa di una famiglia formata da tre generazioni, che li vedrà attraversare tutta l’America alla volta dello stato dove tutti i sogni diventano realtà: la California. Purtroppo tutto andrà male. Ben presto si capirà che il grande sogno americano non si avvererà per tutti. E il finale ci riporta a Via col Vento. Rossella dopo aver perso tutto torna a Zara e, testarda e mai arresa, ci ricorda che “Domani è un altro giorno”, qui la sorella del protagonista, dopo aver perso il suo bambino, generosamente decide di alimentare con il suo latte un povero denutrito, regalandogli la speranza di una vita

Claudia Casano

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Se parliamo di narrativa americana, un solo nome si staglia nella mente dei lettori più appassionati: Steinbeck.

Se, poi, parliamo di un romanzo come Furore, possiamo solo tacere di fronte alla maestosità ed alla potenza dei personaggi e delle storie in esso contenuti.

Non ci sono eguali, nella storia della scrittura americana, che abbiano toccato le vette narrative raggiunte in questo romanzo.

Con l’epopea della famiglia Joad riviviamo un’Eneide più moderna e disperata, che costringe il lettore a rivivere l’angoscia della sconfitta, senza mai perdere la speranza nel genere umano.

Laura Piricò

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La Storia Universale di Ogni Migrazione.

Questo è “Furore”. Terra promessa e calci in faccia. Steinbeck ha scritto una storia che stiamo imparando essere eterna.

Che tu stia cercando di non morire di tifo e colera sulla nave che ti sbarcherà a Ellis Island, o che sul fondo di un gommone stia pregando che il mare non ti cancelli prima di raggiungere terra, come uno dei Joad sull’autocarro lungo la Route 66 conoscerai l’orrore e l’animo umano (che sono forse la stessa cosa) e solo se avrai fortuna entrerai nella schiera dei sopravvissuti per disperazione.

L’unica speranza cui aggrapparsi è che esista una Rosasharn per tutti, perché l’epoca della vendemmia non è poi così vicina.

Fatelo leggere ai vostri figli.

Serenella Tinaglia

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La storia americana cruda e inevitabilmente violenta degli anni Trenta aggredisce i sentimenti e ferisce ciascuno di noi perché ancora oggi come allora i migranti emigrano in clandestinità e in semi-clandestinità.

Scrittura scarna, essenziale, cruda come il racconto vuole; infatti, la storia, pur tracciando quella parte di generosità che a volte è evidente in ciascuno dei protagonisti, non rilancia creando speranza ma persevera nell’accettazione della vita.

Augusta Troccoli

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È sempre impegnativo ma rileggerlo a 39 anni è certamente un’altra cosa.

Alessia Giampietro

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Steinbeck ha realizzato un affresco tragico e realistico della grande depressione americana degli anni trenta, uno dei più grandi drammi del ventesimo secolo. Grazie ad una narrazione intensa e drammatica ci si immedesima e si riesce a percepire tutto quello che la famiglia Joad, come esempio di tante altre famiglie, è costretta a subire.

Una storia di sofferenza, straziante e cruda. Una storia di migrazione che diventa una critica al capitalismo ed alla disuguaglianza sociale.

Vanessa Ricchiari

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Alla fine degli anni Trenta in Oklahoma non si può più vivere. Le società terriere hanno sostituito gli uomini con le trattrici e cacciato i mezzadri dalle loro case. Le tempeste di sabbia hanno fatto il resto e la terra è nera e secca. La famiglia Joad impacchetta tutti i suoi averi e, a bordo di un autocarro, lascia lo sterile Midwest per raggiungere la Terra Promessa: la California. Si aspettano una terra ospitale, fatta di “latte e miele”, di campi di arance, un luogo dove poter lavorare e realizzare un sogno; invece, trattati peggio degli animali, saranno respinti e sfruttati, e una pioggia tropicale, quasi li affogherà. Sarà un lungo viaggio, fatto di perdite e di difficoltà, alimentato dalla speranza e sorretto dalla solidarietà. La famiglia Joad e i loro compagni di viaggio sono un tripudio di personaggi epici: Casey il predicatore che ha perso la vocazione, I Wilson, lo zio John. La bella Rosatè, incinta e abbandonata, infonde speranza in un atto salvifico e perturbante. Mà, porta la vita sulle braccia, è fiera, non vacilla mai, tiene tutti uniti e infonde speranza con una minestra a scaldare. E infine Tom, il maggiore dei figli, pronto al sacrificio per qualcosa di più grande perché ha ancora fiducia negli uomini. “La strada è viva stasera ma nessuno si illude su dove va a finire sto qui seduto alla luce del falò e cerco lo spirito di Tom Joad.”

Così Bruce Springsteen, The Boss, ispirato da “I frutti dell’ira” titolo originario del capolavoro “Furore” canta a voce bassa e a ritmo lento, una parte di storia che l’America non può dimenticare. Un capolavoro che incide l’anima.

Paola Ardizzone

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Quanto è attuale questo capolavoro di Steinbeck! Un’intera famiglia intraprende un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore. Fugge dalla miseria sopravvenuta e insegue la speranza, conosce il fallimento, la disillusione, sperimenta la rabbia e il furore eppure cerca, nonostante tutto, di difendere la propria dignità. Un classico irrinunciabile che, rientrando appieno nella celebre definizione che dei libri classici diede Italo Calvino, non finisce mai di dire quel che ha da dire.

Ermanno Lombardo

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Impossibile una recensione di un classico della letteratura americana, premio Nobel, studiato da generazioni di studenti, un libro che testimonia l’epopea di un popolo costretto ad abbandonare il proprio territorio e a emigrare. Una testimonianza giornalistica e storica, valida purtroppo ancora oggi.

Pur con le dovute differenze, la riviviamo ogni giorno nei nostri giornali e nei telegiornali, ancora “… maturano i frutti del Furore”.

Francesca Messina

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Steinbeck ti lascia in sospeso. Ti fa vivere nella polvere e nella miseria insieme ai Joad, ti fa partecipare alla loro epopea, ti fa soffrire la fame, il freddo, ti fa provare quel “furore” che annebbia il cervello, te li fa amare profondamente. Al di là dei gusti letterari personali, resta un capolavoro.

Fabio Zampini

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L’opera è grandiosa per significato e universalità, un capolavoro di perenne attualità. Un esodo, una massiccia migrazione, che dalle terre inaridite conduce migliaia di famiglie verso una speranza di lavoro, cibo, sopravvivenza. un grande romanzo scritto settantacinque anni fa e ancora in grado di competere in attualità, forza e incisività con tante inchieste, ricerche o riflessioni contemporanee. Pagine che scorrono veloci, parole che pungono, personaggi che rimangono impressi. Tra tutti, mi piace ricordare due donne.

Roy Troja

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson

di Roma 19 “Libreria AltroQuando”
coordinato da Alessandro Alessandroni
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Ricordo ancora con terrore e dispiacere quando a 13 anni mi costrinsero a leggere i Malavoglia e l’epopea di Padron ‘Ntoni che nonostante tutti gli sforzi, le fatiche e “La Provvidenza” non riesce a risollevare le sorti della “Casa del Nespolo”. Inevitabilmente ho iniziato a leggere Furore con un po’ di paura, invece mi sono ritrovata immersa in un mondo lontano, triste ma affascinante, dove i personaggi nonostante tutto sono pieni di vita. Tom Joad mi ha ammaliata e ha accompagnato per la Route 66 con un linguaggio che ho trovato a tratti violento e un po’ difficile. Il tema del viaggio si intreccia con quello politico, storico ed economico come se volesse raccontare il percorso formativo di una nazione. E quando arrivi alla fine non ritrovi… nient’altro che furore e lacrime.

Valentina Pugliese

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Furore è una sorta di riflesso distorto dell’epica pioneristica americana, il mito della nascita della Nazione che si deforma fino a diventare l’anti-mito del suo declino, la sconfitta delle classi povere di fronte al progresso, a quello sbandierato capitalismo che come un trattore spiana, fa piazza pulita di un intero sistema. Il viaggio degli sconfitti non sembra troppo diverso dal viaggio dei pionieri, difficile, polveroso, pieno di speranze ma anche di morti. Tom Joad e la sua famiglia sono costretti a lasciare l’Oklahoma per l’assolata California, alla ricerca di un lavoro e di un rinnovato benessere. Quello che trovano è invece una popolazione ostile e paghe da fame. Nel ritrarre la famiglia Joad e i suoi piccoli grandi eroismi, Steinbeck sembra avere piena consapevolezza della loro potenza simbolica. Furore non si non si limita a essere mera fotografia storica, ma va oltre, rivive, si reincarna continuamente. Così nella scena finale - una delle più straordinarie, poetiche e disturbanti della letteratura americana – Rosasharn che allatta un moribondo è la nobile Madre di tutti gli affamati. E poi, ovviamente, Tom Joad, che nel monologo con cui si congeda al lettore ha già smesso di essere un bracciante: è già diventato il fantasma cantato da Springsteen, il giovane manifestante alla Diaz di Genova, il curdo torturato, il palestinese cacciato, il migrante annegato.

Armando Vertorano

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Staccarsi da Furore è quasi impossibile, il romanzo e i suoi personaggi ti restano dentro per giorni. I personaggi, descritti fisicamente con pochi tratti incisivi, diventano subito reali compagni di viaggio. La presentazione iniziale, però, è solo fisica; il loro carattere si rivela durante la narrazione, durante il viaggio, così come nella realtà ci vuole tempo per conoscere davvero le persone. Alla vicenda della famiglia Joad si alterna lo sguardo sulla società, che è la società americana di un determinato periodo storico ma potrebbe essere una società qualunque di un tempo qualunque. L’analisi dei fenomeni politici e sociali è spietata, cruda e spesso irrisolta ed irrisolvibile. Insieme ai personaggi, si passa dalla speranza, alla rabbia e poi al furore ed è impossibile non vivere, insieme a loro, questi sentimenti. “(…) come fai a spaventare un uomo quando quello che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre”.

Barbara Pazzaglia

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La fama che precede “Furore” e in generale ogni libro che viene definito un capolavoro della letteratura genera sempre in me un certo scetticismo. Scetticismo forse della paura di non esserne all’altezza? Di farmene un’opinione mia e poi aver paura di essere una voce fuori dal coro? Ecco quindi cosa ne penso: Furore è davvero un capolavoro. Non solo perché è una storia che trascende il tempo, ma perché ci rende partecipi di una condizione umana che oggi tendiamo a dimenticare o a non darcene cura. Quella legata al disagio, alla discriminazione, ad una società che troppo spesso ancora oggi genera disuguaglianze. La struttura del romanzo (ossia l’alternanza tra la storia della famiglia Joad e la critica di Steinbeck verso il capitalismo spietato che piega alle sue regole gli stessi padroni e la prevalenza dell’homo economicus) ci anticipa già fin dalle prime pagine che il viaggio e l’arrivo in California per la famiglia vedrà le speranze infrangersi. Eppure Steinbeck riesce tramite una prosa meravigliosamente scorrevole a tenere vive queste speranze fino alla fine, anche quando le acque stanno ormai travolgendo i carri merce dove trovano rifugio i migranti, il lettore è coinvolto nello sforzo della madre a salvare e tenere unita la famiglia. Rimane un unico valore che anche nella miseria alimenta la speranza: l’umanità.

Voto: 5/5

Giulia Brioschi

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Furore di John Steinbeck, classico del romanzo ormai quasi secolare (pubblicato per la prima volta nel 1939), è una delle grandi opere del primo Novecento americano. Nel titolo, che nella versione originale recita The grapes of wrath, citazione dal Libro dell’Apocalisse, si condensano due delle immagini fondamentali dell’opera: quella dell’acino come prodotto del lavoro nei campi, indice del rapporto viscerale fra l’uomo e la sua terra; e quella del furore, il sentimento che nasce «nell’anima degli affamati». Questi «acini di furore» sono il frutto delle enormi ingiustizie inflitte dalla Storia, che può condannare gli uomini ad una disperata lotta per la sopravvivenza, mettendoli alla prova, opponendoli gli uni contro gli altri. Osservando con cura l’orrore del movimento del destino, che imperversa schiacciando sempre il più debole, Steinbeck apre in Furore uno scorcio sugli eventi storici scaturiti dalla Grande depressione americana, durante la quale interi nuclei contadini furono costretti alla migrazione dalla crisi agricola. L’opera, il cui centro è occupato dal viaggio della famiglia Joad lungo la Route 66 alla volta della California, scandaglia fra le pieghe del grande evento storico attraverso gli occhi di un sistema di personaggi di grande vivacità realistica; un gruppo, appunto, di contadini affamati, con il quale Steinbeck, aiutato dai potenti echi biblici che risuonano nell’opera, costruisce una mitologia epico-tragica famigliare. Nel focalizzare con forza la grande dicotomia formata dai termini di «legge», iniquamente regolata dagli uomini del potere, e di «giustizia», nata naturalmente dal senso di condivisione e di empatia, il romanzo racconta con grande forza espressiva i valori della solidarietà, unica «erba tenerissima» in grado di crescere anche di fronte alla paura. Furore è dunque un’opera che guarda attentamente alla realtà, restituendone un quadro impietoso ma partecipe, accostandovisi con occhio molto più schiettamente letterario che meramente politico - al più sociologico, come testimonia il fare pseudo-giornalistico di certi capitoli -, per rintracciare ed eleggere a valore assoluto il senso di comunità che unisce gli individui nella resilienza, per consacrare a livello letterario quelli che furono - e che continuano ad essere - le grandi vittime della Storia. Nonostante le grandi difficoltà che segnano il momento della sua prima uscita americana, nonostante la fitta censura che ne ha segnato la ricezione (compresa una precedente traduzione italiana troppo compromessa dalle incombenze del fascismo), Furore è ad oggi un’opera irrinunciabile nel panorama mondiale.

Fabiana Cecamore

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Speranza, miseria, fame, dignità, coraggio e disperazione. “Furore” racchiude tutto questo nella storia universale della migrazione della famiglia Joad (madre, padre, figli, nonni, fratelli, bambini) verso un futuro e una terra promessa lungo la Route 66, destinazione California. Tre generazioni costrette dalla storia ad abbandonare la propria vita e la terra che lavorano e in cui sono cresciuti per cercare di sopravvivere altrove, come centinaia di migliaia di persone come loro, contadini, agricoltori e lavoratori. Steinbeck racconta la loro storia attraverso immagini indelebili alternate ad approfondimenti storici e sociali che fanno da cornice e amplificano insieme l’epopea del viaggio. Viaggio che non sarà facile. E ancor meno lo sarà l’arrivo nel nuovo mondo, in cui il lavoro non c’è o è a condizioni pietose. Sulla speranza, lentamente, inizierà a calare un velo di disperazione, disgregazione, smarrimento che solo la solidarietà tra poveri e sfruttati può tentare di squarciare.

Michele Gargamelli

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“Furore”, in inglese “Grapes of Wrath”, è una narrazione di un volto degli Stati Uniti che, oggi, difficilmente ci viene raccontato.

Gli anni della grande depressione sono una parentesi dell’American dream che i milioni di contadini hanno sentito con grande smarrimento e desolazione, costretti dalla fame e dalla miseria a cercare fortuna altrove.

Lo smarrimento e la desolazione, nel corposo romanzo, vengono percepiti anche dalle descrizioni degli spazi esterni, come per esempio i campi delle primissime pagine, ormai secchi del tutto: anche quando la pioggia arriva non può risanare il terreno.

Sarà la famiglia Joad a farci vivere la loro migrazione, quasi biblica, dall’Oklahoma alla California lungo la storica Route 66.

Come compiono questo viaggio?

In un autocarro, come molti della loro generazione che non solo hanno lasciato la loro terra, ma anche venduto tutto ciò che poteva intralciare lungo il viaggio, nonostante il valore affettivo.

Chi sono i personaggi?

Sono tre generazioni di Joad, bambini, donne, anziani e giovani alla ricerca di fortuna.

La troveranno?

L’ultima immagine del libro è la risposta a questa domanda.

Lorena Urucu

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«E mentre la tartaruga arrancava giù dall’alzaia, lo strofinio della corazza ricoprì di terra i tre semi. I beffardi occhi rugosi guardarono avanti, e il becco corneo si aprì leggermente. Gli artigli gialli slittarono appena nella polvere». La sensazione che, da una pagina all’altra, qualcosa di tragico e di irreparabile debba accadere percorre il libro per intero; ma non accade mai nulla, perché il tragico e l’irreparabile sono già nel fluire degli eventi narrati e nei personaggi che li animano. Furore, o degli archetipi: il partire dovuto all’aggressione di un mondo che cambia, di fronte al quale si è privi di strumenti; la famiglia – in senso proprio e anche come comunità allargata –, unico elemento di forza per sopravvivere; la violenza e la pietas, la bestialità e l’empatia, lo sfruttamento e la dignità. E voci, volti, sentimenti, pensieri di uomini e di donne sempre uguali nell’immutabile essenza del genere umano. La natura ciclica osserva mentre quel po’ di maiale procurato a fatica sfrigola nel proprio grasso «stizzito», ammorbidito dall’odore del caffè e dalla mollica dolciastra del pane scuro.

Eva Ponzi

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Quando l’uomo ha iniziato a separarsi dalla terra? Dalle proprie radici, dal significato della propria vita? Quando alcuni uomini smettono di lavorare tra i campi con i piedi nella terra e salgono sul trattore, primo distacco, e tutti gli altri per cui non c’è più lavoro si trovano ad emigrare in cerca di fortuna, distacco numero due. Una strofa che nella Storia dell’uomo risuona spesso, e con ben poche variazioni, è qui colta nella sua forma primitiva, con i conseguenti caratteri di innocenza e purezza che, nonostante la schietta descrizione delle miserabili vite rappresentate, emergono come solo nelle prose di Steinbeck è possibile.

Valentina Vavalà

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La storia di Tom Joad e della sua famiglia è una storia al contempo particolare e universale. È particolare perché racconta l’epopea della famiglia Joad, che si mette in viaggio dall’Oklahoma alla California per trovare lavoro, accompagnata dall’ex predicatore Casy. È quest’ultimo a farsi progressivamente coscienza della condizione di centinaia famiglie che vivono contemporaneamente il dramma della Grande Depressione degli anni Trenta, che si incontrano e si aiutano come possono, costruendo “mondi” dove valgono le regole della solidarietà e del rispetto. Ed è una storia universale, che si è ripetuta ed è destinata a ripetersi: quella dei poveri, che abbandonano le loro case per cercare di che vivere e vengono prima trattati con compassione poi, una volta diventati numerosi e affamati, con diffidenza, paura e infine violenza. E dei poveri che a loro volta vedono infrangersi tutte le illusioni di una piccola vita tranquilla sotto il giogo dello sfruttamento e sentono la speranza morire e diventare “furore”, prima in piccoli acini, poi in grappoli, finché non diventa maturo per esplodere. E questa alternanza tra particolare e universale si rispecchia anche nelle scelte stilistiche di Steinbeck che a lunghi tratti squisitamente narrativi, alterna brevi capitoli di taglio giornalistico; e se questi ultimi sembrano più impersonali e tecnici dei primi, in realtà contribuiscono a generare quel senso di ineluttabilità del destino che investe il lettore dalla prima pagina.

Giulia Letizia Melideo

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È quasi impossibile non associare i volti che, con John Ford per regista, interpretarono i personaggi del romanzo sul grande schermo. Primo fra tutti Henry Fonda nei panni di Tom Joad. Il lettore vede i capitoli del libro vivere di un realismo crudo e vero. Il libro è un capolavoro moderno e attuale che associa le migrazioni dovute alla siccità di migliaia di persone alla ricerca di un posto dove ricominciare. Un po’ come accade oggi. I razzisti questa volta però sono bianchi come pure i migranti, strano davvero, di solito se la prendono con gli afroamericani, i messicani, gli asiatici che fuggono da guerre, siccità, povertà e persecuzioni politiche.

Personaggi e calvario del viaggio verso la California: un predicatore che smette di predicare perché ha perso la fede ma continua comunque a celebrare matrimoni, battesimi e funerali, talmente avanti da descrivere l’anima come esempio di scienza quantistica. Semplicemente geniale per essere nel 1930.

La famiglia Joad in questo tragico viaggio verso ovest affronta disgrazie, malattie, fame, quella vera, e morte: del nonno, della nonna e di un figlio che in un fiume trova il posto ideale dove stare. La California che sognano è piena di frutteti, sinonimo di lavoro e sicurezza, ma si rivela piena di disperazione, ancora tanta miseria, razzismo e baraccopoli fatiscenti. Effimera anche questa terra promessa. E così, come sempre accade quando si calpesta la dignità umana, il furore sostituisce tutti i sentimenti possibili: sale da dentro e non può e non deve essere trattenuto. Consiglierei la lettura a tutti, ma soprattutto ai giovani.

Rosetta Tenti

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È già dalla prima pagina che ci innamoriamo. E come non potremmo? La scrittura di Steinbeck possiede l’abilità di far entrare il lettore nella scena e sentire il vento caldo, la terra rossa che si alza, percepirla sulla pelle, sulle labbra, vedere la distesa dei campi e il mais piegato e piegata la gente. Il valore dell’opera è universale anche se legata a un determinato periodo storico, ed è la parola la sua forza, semplice, ma in grado di restituire le emozioni e l’interiorità di ciò che descrive, che siano gli uomini o i paesaggi lirici o duri, biblici nei loro sconvolgimenti. E anche oggi, quando guardiamo dalle nostre tv altri esseri umani costretti a spostarsi per cercare vite migliori, e che lasciano le loro aie e la loro polvere rossa e le cose che erano state loro, allora dovremmo pensare al dolore dei Joad, che è il grido dell’ingiustizia in un mondo pieno di Joad.

Silvia Penso

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Sai di approcciare uno dei romanzi considerati un capolavoro e fin dai primi capitoli ti immergi in una scrittura che ti coinvolge per la storia, che sai essere ambientata in altri tempi ma che nel contempo, seppur con caratteristiche in parte diverse, sai che potrebbe riferirsi a situazioni e temi di un’attualità disarmante... Un romanzo che ti coinvolge molto anche per le riflessioni che John Steinbeck riserva principalmente ai capitoli dispari. E ti ritrovi a nuotare come in mare aperto, tra ondate di narrazione che ti tengono col fiato sospeso e ondate di intense considerazioni psicologiche e sociali, che ti fanno fermare a riflettere.

E apprezzi la capacità di reagire ad eventi di dimensioni via via più imponenti e la capacità di riuscire ad affrontare imprese difficili, pur avendo poche risorse a disposizione, ma come se si avesse tutto il necessario per farvi fronte. L’autore ti permette di cogliere e soffermarti sul modo in cui ciascun personaggio affronta la vita e l’ineluttabile. E ti permette di entrare in ciascun personaggio e sentire con che spirito si possa affrontare la migrazione alla conquista del West e alla ricerca di fortuna. Ci si ritrova a comprendere sia il pensiero di Casy (“La gente si sposta perché lo deve fare... Perché vuole qualcosa di meglio”) che quello di Tom (“Non serve fegato per fare qualcosa quando non puoi fare nient’altro”). Con grande maestria e leggerezza Steinbeck descrive e ti fa entrare nei personaggi: ciascuno vive questo spostarsi con aspettative diverse, sognando un lavoro speciale, una casa più confortevole, una vita fatta anche di svago; e qualcuno che non avrebbe affatto voluto partire e non riuscirà mai a staccarsi dal ricordo del passato. Ma forse quello che permette di andare comunque avanti è nelle semplici parole di Tom: “Pensa un giorno per volta” che ben rimarcano l’importanza del fare un passo alla volta per non essere sopraffatti.

L’intero romanzo ti trasporta su diversi e numerosi piani di lettura: Steinbeck ti fa sentire la fatica e la sofferenza dei migranti, il peso del contesto socio-economico dell’epoca; ti permette di fermarti e riflettere sul passato e sul presente; e nel contempo ti permette anche di sorridere per le battute di Ma’ e per il suo modo di relazionarsi con i maschi della famiglia, e di provare tenerezza per i bambini che scoprono lo sciacquone o per Rose of Sharon che scopre la doccia.

E mi tornano in mente le parole di Ma’ in merito alla differenza tra uomini e donne: “Per l’uomo la vita è fatta a salti... Per la donna invece è tutto come un fiume”. Lei che mai si tira indietro e che riesce a decidere per tutti e a far muovere tutti con la sua forza, cogliendo ciò che ad altri sfugge, come se avesse una capacità di sapere sempre e prima come muoversi e in quale direzione.

Via via che giungi alla fine del romanzo e vedi lo scorrere delle pagine vorresti che le pagine non finissero mai, perché intanto hai ben impresse le immagini della famiglia Joad (e non solo), che con il loro camion/carovana hanno attraversato deserto, difficoltà, morte e paesaggi tutt’insieme; e anche i personaggi che lungo il tragitto muoiono o prendono altre vie in qualche modo sembra continuino ad essere presenti, seppur non vengano necessariamente menzionati.

E come non sentire un piccolo brivido nel leggere le parole di Ma’: “Prima contava la famiglia. Ora no. Ora contano tutti quanti. Peggio stiamo e più tocca che ci diamo da fare”.

“Furore” ha lasciato in me sensazioni, immagini, pensieri, speranza e positività associate a tristezza e tenerezza.

Anna Paladino

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Il romanzo. Una penna formidabile, potente, evocativa quanto dura e diretta: una lettura che sa toccare e suscitare emozioni. Furore parte da alcuni temi cari alla letteratura americana (il sogno americano, la fame di riscatto, il desiderio di emergere e la possibilità di farsi valere) per poi calarli nella dura realtà della famiglia Joad: la realtà in cui si imbatteranno in California è ben diversa da quella sognata: una vita aspra, rozza e crudele. Dovranno lottare per sopravvivere, per andare avanti anche quando tutto sembra perso. Il lettore viene trascinato nella storia e a mano a mano diventiamo anche noi gli “ultimi”, quelli allontanati, umiliati, disprezzati, sentiamo nascere anche noi quel desiderio di giustizia. E Steinbeck è un maestro: ci descrive paesaggi e stati d’animo in modo talmente denso e vivido da venire trascinati tra le pagine. Un romanzo bellissimo!

Ilaria Tagliamonte

 

 

 

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