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Il colibrì di Sandro Veronesi

La nave di Teseo

 

Equazioni sulla vita. Dilemmi ancestrali. Vivere sempre in bilico e a metà.

Interrogarsi per continuare il difficile viaggio.

Un finale di resistenza e rinascita dove aleggia un pulviscolo di amarezza e dolore e la consapevolezza di non aver avuto  le risposte cercate.

Forse alcuni sapranno carpire nelle parole scritte e non del racconto la magia del bellissimo “Colibrì”.

Alessandra Felline

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Occorrono lettere per definire un colibrì, la terza per dire d'essere fermo nello spazio e nel tempo, "emmenalgia", la parola da strappare al tempo di altre lettere e mail mentali. L'insidia sembra che protegga e far suggere al "colibrì " e la sensazione è il poter arretrare.

Il libro è tutto questo, nel sospeso di una storia che non dà risultato e necessita della cronologia per esistere come uomo di fine millennio. Non affascina alla lettura sebbene si intraveda un buon spessore linguistico.

Francesco Pasca

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Ci sono libri avvincenti e personaggi che anche quando ti sei bevuto l’ultima pagina rimangono con te per molto, molto tempo. Altresì ve ne sono alcuni che non riesci proprio a leggere. Una storia poco interessante, personaggi antipatici, una narrazione troppo macchinosa ecc. ecc. Comunque entrambi scatenano nel lettore una qualche emozione.

Il colibrì fa parte di una terza categoria: l’anonimato.

Non rende assolutamente, non crea emozione, nessuna empatia, tranne che per le ultime cinque pagine dove l’autore fa perno sulla compassione del lettore. Per il resto è interessante come la lista della spesa e a nulla valgono i vari elementi di sorpresa, vedi la premonizione dell’innominabile o l’improbabile incidente di Aldino, i riferimenti agli Aztechi e alle filosofie orientali. Tanta carne al fuoco per tanta confusione e un Marco Carrera troppo spaventato di vivere una propria esistenza consolandosi di vivere di riflesso dagli altri. Nulla a che fare con la resilienza del Colibrì.

Luciano Tricarico

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Miraijin… “donna del futuro, l’àncora per tanti bambini in un momento in cui il paese sta andando a rotoli… la donna catartica e seminale dalla quale nascerà la nuova umanità capace di sopravvivere alla rovina causata da quella vecchia…e si dovrà combattere una guerra feroce tra verità e libertà”. Verità e libertà parole troppo bistrattate, equivocate, deformate, travisate nel loro vero significato.

La “donna del futuro” dovrà contrastare quella indiscriminata propensione a scegliere ciò che si preferisce esasperando un individualismo che mortifica e annulla la cooperazione e partecipazione.

Nel romanzo si colgono note poetiche nonostante il susseguirsi di eventi luttuosi.

Marcella Stefanelli

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La scrittura di Veronesi ci porta nel mondo di Marco Carrera, il colibrì del titolo. Uomo affetto da ipoevolutismo staturale. Marco è cresciuto poco ma questo non gli impedirà di affrontare la vita e i suoi dolori. In un'esistenza costellata da tragedie e morte la sua forza sarà quella di restare saldo quando tutto intorno a lui crolla, come il colibrì vola pur restando immobile. Sarà una bambina dal nome orientale a restituire finalmente speranza. Veronesi, attraverso una piccola vita che resiste al mondo e al tempo, ci inserisce in una narrazione frammentaria, dove i capitoli si stagliano in maniera apparentemente casuale.

Ma lo sceneggiatore sa dosare bene colpi di scena e ironia e la lettura scorre veloce, forse fin troppo, davanti ai temi grandiosi e tragici che il libro attraversa.

Franca Rizzo

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Dove si approfondiscono due affascinanti teorie: quella dell’Occhio del Ciclone e quella del Lancio della Pietra in mare. Dove si assiste alla trasformazione del lettore da quieto ad agitato: alla risalita matematica di una quantità di fango interiore direttamente proporzionale a quella che investe il protagonista di questa improbabile storia di vita. Così improbabile da mettere in funzione decine e decine di recettori chiamati pietà sulla mia coriacea scorza; così alla fine della lettura, improbabile, sono diventata io. Questo libro è una potente superficie osmotica. Avvicinarsi con cautela.

Teresa Ciulli

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Marco - colibrì: una vita dolorosa, fatta di perdite e di gorghi profondi affrontata con dei salvifici battiti d’ali.  Marco è vicino al lettore, per psicologia e fatti della vita ampiamente condivisibili. E, intorno a Marco, Veronesi costruisce un mondo intero, una galleria di personaggi accattivanti, un’architettura romanzesca puntuale come un orologio, in un affresco contemporaneo, dagli anni ’70 al prossimo futuro. Tuttavia la costruzione risulta più accurata dei contenuti come pure la ricerca dei dettagli infinitamente meno banale dei personaggi e delle stesse storie. Ecco perché, quest’opera, malgrado l’auspicio del titolo, sembra non riesca mai a staccarsi in volo del tutto.

Sara Saracino

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Come fa un colibrì a rimaner fermo a mezz’aria, agitando le ali così vorticosamente da sfuggire allo sguardo? E perché, per quale ragione nascosta, lo fa? Un ornitologo probabilmente lo sa. Ma se l’ornitologo è un lettore, e se il colibrì è Marco Carrera, nella penna di Sandro Veronesi, allora la risposta è chiara. Il Colibri Carrera (il colibrì Veronesi?) sta lì fermo a mezz’aria perché non ha dove andare, non c’è nessun posto dove fuggire da una prigione che sin dall’inizio si manifesta in una casa familiare inchiodata all’infelicità del disamore, e poi si dipana nella solita storia di un matrimonio in frantumi, nella tragedia di una sorella suicida sulle note di Gloomy  Sunday, nella morte della figlia, nel mistero psichico insondabile della piccola Adele che sa di essere legata al muro più vicino da un filo attaccato alla schiena, nell’amore per una Luisa sempre più lontana.

In questa gabbia il colibrì’- Carrera però non smette di volare, sempre fermo sul posto: forse è la paura di cadere se si ferma, forse è la voglia di trovare il volo vero, che può portarlo via. Il volo diventerà, alla fine ma non troppo tardi, la piccola Miraijn, nipote-figlia del colibrì, capace di accompagnare il nonno nel suo ultimo viaggio, scelto consapevolmente, forse in modalità un po’ troppo scenografica, ma comunque commovente, come è giusto che sia l’addio alla vita di chi la vita la ama davvero, ed ancora.

Ecco perché il colibrì agita freneticamente le ali. Sa che volerà via, prima o poi.

Valdo Mellone

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In Colibrì di Veronesi le uniche pagine che salverei sono quelle dedicate alle lettere. È proprio nello stile epistolare che il racconto dell'autore di Caos calmo prende il respiro giusto e soprattutto quel ritmo autentico interiore capace di denudare il protagonista Marco e tutti coloro che gli ruotano intorno. Lui sta fermo come fa il colibrì, impiegando tutte le sue energie per fare in modo di superare ogni vicenda dolorosa della sua vita. Perché chi sta fermo riesce a vedere le stelle, chi si muove si perde la possibilità di guardare l'immensità e la bellezza di un meraviglioso cielo stellato. È tutto fin troppo prevedibile in questo racconto, fino alla fine, infatti nell'ultimo capitolo si descrive una scena uguale ad un  film che ho amato tanto - "Le invasioni barbariche" - e che Veronesi usa spudoratamente. E meno male che l'autore ha l'onestà di spiegare tutto nelle note finali!

Raffaella Fiorini

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Con Colibrì, caro Veronesi, sei perdente perché sei troppo bravo e quindi di più brucia questo vorrei ma non posso. Una storia salotto borghese, farcita di oggetti feticcio. Pagine e pagine inzuppate di esterni interni giorno notte. Arrivare a toccare il cielo e ritrarre subito la mano, preferendo far citazioni su citazioni, e lo so che questo non doveva essere né una rivista né una sceneggiatura, tantomeno un diario segreto. Colibrì poteva essere un romanzo, poetico pure. Peccato.

Maria Cucurachi

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L'architettura del romanzo è dinamica, i capitoli sono quasi dei racconti a sé, si muovono dando poi forma alla storia del colibrì, Marco. È un libro intriso di perdite continue ma anche sulla capacità di assorbire gli urti della vita. Scritto magistralmente ma si fatica a finirlo.

Stefania Zecca

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Il romanzo si snoda lungo il “filo” che tiene insieme uomo e psicoanalisi, vita e resistenza alle vicende della vita; le dolorose perdite hanno tutte uno scopo e una funzione. La riproposizione dei lutti rimanda ad un transgenerazionale dal quale non si può “scappare” fino a quando non comparirà, nella  esistenza, l’“Uomo Nuovo”.

Uomo, psichiatria e psicoanalisi si incontrano e procedono insieme fino alla fine; l’accettazione benevola dello psicoanalista per la nipote ma soprattutto l’alleanza (terapeutica?) tra Carrera e Corradori  rimanda all’ultimo “aiuto”, in termini concreti, offerto dallo psichiatra nel fornire al “suo paziente” i farmaci per una dolce morte.

Malgrado la sofferenza che si sperimenta rigo dopo rigo, la forza del personaggio rende la lettura “leggera”.

Susy Stefanelli

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È un romanzo perennemente affannato e proteso verso la ricerca dell’interesse del lettore. Banali lo scambio di mail fra Marco e Luisa come banale è il loro paventato amore mai sfociato in una vera relazione. Banali sono quelle indirizzate al fratello; l’elenco che non so a quale utopico lettore possa interessare. Noiose pagine sulle ipotetiche qualità della nipote, il calcolo delle probabilità di Probo sull’incidente all’amico Aldino e molto altro ancora.

Che dire poi di una moglie pazza, bugiarda e traditrice che all’ultimo, chi sa per quale miracolosa terapia quasi rinsavisce, di Adele che slegatasi dal filo attaccato al muro si è legata a doppio cappio al padre che non ha saputo affrancarla da sé. E la nipote? Osannata come un nuovo messia e usata a mo’ di zampa di coniglio per le avventure del nonno biscazziere.

Da dimenticare riponendolo nella libreria come un guazzabuglio nemmeno tanto ben amalgamato. Fra i libri da non rileggere mai più.

Stefania Martino

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Nel 2001 Nanni Moretti vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes con “La stanza del figlio”, un film ben costruito, commovente, su una storia struggente come solo la malattia e la morte di un figlio può essere. Ma nello strazio della situazione, il film proponeva un quadro di persone normali, credibili, che tutti possiamo incontrare nella nostra quotidianità, riconoscibili – per tratti – nei nostri colleghi, amici, compagni di palestra. Qualcosa di analogo accade con “Colibrì”, di Veronesi, popolato di persone che tutti noi potremmo aver incontrato, o forse abbiamo incontrato veramente, soprattutto chi, come me, nella Roma di quegli anni, ci ha vissuto, e – anche se solo per bizzarri accidenti della propria biografia – ha incrociato e frequentato quella borghesia del quartiere Trieste, tratteggiata benissimo da Veronesi. In termini pittorici, le opere di Moretti e Veronesi sono degli acquarelli che – con maestria – dipingono in paesaggio umano e lo fanno conoscere nei suoi tratti più veri e autentici.

Avrei voluto premiare il coraggio, ma, almeno per questa volta, premio il mestiere, preferendo Veronesi e il suo colibrì.

Giulio Avanzini

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Si legge come un giallo: ogni capitolo un tassello di mosaico che racconta la vita del protagonista, Marco Carrera, in una sceneggiatura piacevole, dosando bene gli ingredienti narrativi per una piacevole lettura.

Irene Abigail Piccinini

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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