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Il falò delle vanità di Tom Wolfe
Mondadori

 

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Genova “Museo Biblioteca dell’Attore di Genova”
coordinato da Patrizia Ercole:
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Questo romanzo ci dà lo spaccato di una New York anni Ottanta dove la scintillante vita degli investitori di Wall Street si contrappone agli ambienti degradati e criminali del Bronx.

Il protagonista, Sherman McCoy, è un affermato e arrogante operatore finanziario che rimane coinvolto in un incidente in cui un giovane ragazzo nero viene gravemente ferito. Sullo sfondo vediamo i vertici del potere che non si fanno sfuggire l’occasione per manipolare le minoranze e cercare consensi elettorali, per cui la vicenda legale comporta importanti risvolti politici.

Parallelamente, per il giovane sostituto procuratore il caso è un’opportunità per vedere soddisfatte le proprie aspirazioni, non solo professionali. 

Nonostante l’iniziale antipatia per il superbo protagonista, ci ritroviamo al suo fianco nella lotta per vedere emergere la verità e vedere frantumate le falsificazioni dettate dai secondi fini.

Il titolo è davvero rivelatore di un aspetto comune a quasi tutti gli umani e che è evidente nei personaggi del romanzo: ciascuno ha, a suo modo, delle velleità da compiacere.

…Ma eccola, l’ho riconosciuta! La mia piccola vanità di vedere questa recensione pubblicata.

Federica Fumagalli

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Un linguaggio post-hemingwayano che aggredisce per flashback il lettore, mettendo a fuoco un caleidoscopio di vite. Sullo sfondo gli anni'80: il dollaro facile, lo yuppismo sfrenato, gli intrighi della politica. Il protagonista passa dalle stelle alle stalle, ma alla fine ritrova sé stesso in un finale imprevedibile. Intricato, ma molto godibile.

 Paola Elena Vassallo

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Mi è piaciuto l’approccio di Tom Wolfe.

Mi ha permesso di infilare la punta del naso in un mondo sconosciuto - un Olimpo che tiene per gli attributi il resto del mondo o così crede - come se fosse il quartiere accanto al mio. Mi ha fatto sentire lontananza e vicinanza insieme. Un mondo di giganti di carta, studiati nei minimi particolari. Mi ha colpito questo spaccato di vita newyorchese, che si dipana come un teatrino nel teatrino.

Mi è piaciuto questo continuo riferimento all’origine dei personaggi, legato all’accento, ai tratti somatici, al modo di vestire, ai luoghi di abitazione, al rapporto con i valori dei genitori, alla ricchezza o alla povertà materiale che gli fa da sfondo.

Un’analisi sociologica convincente, che lascia spazio anche alla dimensione intima, dei sentimenti: all’invidia, all’orgoglio, all’affetto, alla gelosia, alla vergogna, alla paura, ai desideri più egoistici. Mi hanno colpito le figure istituzionali, così diverse dai giudici a cui sono abituati gli italiani. E la descrizione del rapporto tra comunità, uomini della giustizia, i media. L’autore prende tutte queste figure, che nelle sue mani diventano figurine di carta, delle quali   tiene saldamente le bacchette. Un bel “laboratorio delle relazioni umane” (p.559) e delle conseguenti lotte per il potere.

Il tutto trattato con il necessario distacco, appunto da laboratorio, ma senza tralasciare niente delle piaghe dell’animo umano e di ciò che lo riveste. 

Il romanzo è avvincente, pur svelando ad ogni pagina sempre di più, che non ci sarà alcun lieto fine, ma solo un falò delle vanità. Chi ci guadagna è sicuramente Fallow lo scrittore che ricaverà da tutto questo una storia di successo.

 Maddaly Mari

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“Non ho amato il romanzo di Wolfe per il suo stile estremamente datato. L'alternarsi di un registro linguistico raffinato con uno più “basso” e gergale risulta legato a sviluppi narrativi e stilistici troppo ripetuti negli anni ottanta e novanta”.

Enrico Mughetti

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Romanzo ponderoso, spesso ridondante, sulla vita newyorkese degli anni 80: cinismo, affari, intrighi, tradimenti, famiglie falsamente felici. Viene raccontata la vita di personaggi equivoci, disposti a tutto per avere soldi e potere: un broker finanziario di gran successo, un procuratore invidioso e privo di scrupoli morali in cerca di un processo importante, un giornalista alcolizzato ma capace di montare un caso, un reverendo opportunista capace di agitare gli animi, politici in cerca di voti, ecc. Le vite di tutti costoro, cinici e spietati, procedono senza scossoni fino a quando la società bianca non incontra quella nera in seguito ad una disattenzione fatale e si verifica un incidente nel Bronx nel quale perde la vita uno studente modello. L'autore descrive senza pietà i suoi personaggi, uomini e donne, e neppure la società, la politica e la magistratura, in quel momento per tutta una serie di intrighi e connivenze, hanno pietà del broker e lo sacrificano sull'altare del dio potere. E questo, purtroppo, si scopre subito perché fin dalle prime pagine si capisce che il potente uomo bianco verrà sacrificato ad ogni costo. Le numerose storie collaterali rischiano di far perdere di vista la storia principale.

La scrittura è pesante, verbosa, cambia spesso registro ma non scorre.

 Luana Valle

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La vicenda è coinvolgente, buon ritmo di scrittura e stile.

La prima parte fa riferimento ad ambienti sociali contrastanti, per poi entrare nella definizione dei caratteri dei personaggi che giungono a perdere la loro integrità morale.

Vicenda che appare molto attuale e spietata viste le tensioni in atto tra gruppi etnici ed economici.

 Gabriella Rebecchi

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Un Bronx corrotto e immorale, raccontato dai punti di vista dei tre protagonisti principali, che Wolfe coglie in pieno, pur con una narrazione abbastanza ripetitiva: molte congetture, poca trama. Fondamentalmente non è il genere di lettura che prediligo.

 Silvestra Sbarbaro

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Il falò delle vanità è un romanzo che in quasi 800 pagine narra una storia veramente piccola. È il trito e ritrito messaggio della “grande America” capitalista e razzista che può portare un individuo a diventare “il padrone dell’Universo” e, con la stessa velocità distruggerlo e affossarlo.

Col pretesto di un atto di pirateria stradale si racconta la caduta di un milionario di Wall Street. Un uso eccessivo dei termini finanziari, delle descrizioni di ambienti minuziose fino allo sfinimento, delle caratteristiche fisiche dei personaggi con i loro “menti alla Yale” ed i “possenti muscoli sternocleidomastoidei” (sembra quasi che l’autore lo abbia scritto in funzione di una trasposizione cinematografica), fanno di questa pesante e mastodontica opera (secondo me), un ottimo fermaporte. 

 Daniela Guarrera

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La storia è coinvolgente ma decisamente troppo lunga. C’è il personaggio principale Sherman Mc Coy un broker che manovra miliardi e a causa di un incidente perderà tutto: famiglia, soldi, attendibilità. Accanto a lui ruotano vari personaggi negativi Maria l’amante, Bacon il reverendo, Weiss il procuratore e tutti contribuiscono a descrivere, a rappresentare gli inconfondibili aspetti della società newyorkese degli anni 80.

La trama del libro va presa così come è, una descrizione di un mondo e di una società molto particolare basata sull’affermazione sociale, secondo lo schema tipico della mentalità Americana che accetta con lo stesso spirito il successo improvviso e la rovina completa.

 Gabriella Aimo

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Il romanzo di Tom Wolfe, a cui è andata la mia preferenza, è un affresco impietoso e cinico di un’epoca e una società avida di potere e di denaro e ancora intrisa di pregiudizi razziali che l’Autore mette alla berlina.

Tuttavia i tipi umani che descrive con un linguaggio preciso e impietoso presentano caratteri universali e la vicenda narrata finisce per essere un pretesto per una galleria di personaggi nelle cui caratteristiche, fin troppo umane, almeno in parte e molto malvolentieri, ci costringe a riconoscerci.

La prosa acida, corrosiva, non teme di essere scorretta e urticante, almeno per la nostra attuale sensibilità.

Divertente e amaro. Nessuno è innocente.

Amalia Scoti

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In questo libro lo scrittore ha evidenziato lo spaccato di un mondo terribile al di là della facciata e la storia è costruita piuttosto bene, anche se in certi momenti ho trovato la lettura un po’prolissa per certe minuziose descrizioni che forse potevano essere semplificate. Si parla di un’America con tutti i problemi della grande metropoli: arrivismo, sete di denaro e di potere, razzismo dove l’individuo finisce per diventare la pedina di un ingranaggio infernale. Buona la costruzione dell’autore nell’intreccio dell’ambiente e dei personaggi che non ho comunque amato particolarmente.

Incuriosisce che questo libro sia stato scritto negli anni ottanta e sembri la trama di vicende così attuali ancora oggi e non solo oltre oceano.

Floriana Masala

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In pratica l’autore rappresenta uno spaccato della NY degli anni 80 quando quasi tutti i giovani dell’alta borghesia (cd yuppies) ambivano a lavorare in borsa e a fare soldi. Aspetti analoghi si manifestano successivamente in Europa. In breve: Sherman McCoy è un arrogante broker di Wall Street, sposato e padre di una bimba.  La sua carriera viene distrutta improvvisamente da un incidente automobilistico causato accidentalmente dalla sua amante Maria che, per sfuggire a due presunti teppisti neri, travolge uno dei due, Henry Lamb che finisce in coma. Per evitare lo scandalo, nonostante Sherman le dica di chiamare la polizia, Maria non lo fa. Ma grazie a un testimone che ha preso i primi numeri dell’auto di McCoy, Fallow, un giornalista fallito, scopre chi è il proprietario dell'auto e inizia una campagna giornalistica in cui accusa indirettamente il broker di essere il responsabile dell'incidente. Sherman viene così dato in pasto alla stampa, perde il lavoro e viene piantato dalla moglie diventando l’uomo più odiato del momento. La sua vita è ormai distrutta, non ha più un soldo ed è in attesa del processo per omicidio. McCoy passa dunque dal sentirsi un dio alla rovina più completa mentre l’amante Maria si rivela un'opportunista. Solo grazie a un nastro riesce a dimostrare che alla guida c'era Maria e che fu lei a non voler chiamare la polizia, così si salva. Quel che sgomenta in tutto ciò è che la caduta del “dio” non è avvenuta per motivi etici o morali, ma solo per le debolezze umane: il procuratore ha interesse, per motivi politici, a trovare un qualsiasi colpevole per ottenere i voti della comunità nera;  il reverendo, che si presenta come difensore dei diritti dei neri, è in realtà un imbroglione che cerca solo di guadagnare dalla vicenda mentre il giornalista Fallow - che vincerà il Pulitzer - si rivela  molto ambizioso e capace di muoversi in un mare pieno di pesci affamati di potere.  Il denaro è diventato, purtroppo, il dio delle società moderne.

 Angela Gibaldi

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Il falò delle vanità è uno spaccato terrificante del milieu sociale di NYC, tra Park Avenue, Harlem e Bronx nella seconda metà degli anni '90. L'autore descrive dettagliatamente quanto è fragile la condizione umana. Il protagonista impiega tutta la vita a costruirsi una posizione, una carriera, una reputazione, di cui è fiero ed un bel giorno si trova precipitato in un abisso giudiziario a causa di un incidente.

Attraverso la "parabola" di McCoy, Wolfe mette in scena un'infinita galleria di personaggi in una grande "commedia umana", utilizzando uno stile giornalistico, ironico, impietoso e trasgressivo. Tuttavia non ho trovato pathos, tutto è voluto ed orchestrato, quasi una sceneggiatura. Non a caso Brian De Palma ne ha fatto un film nel 1990, con un giovane Tom Hanks nella parte di McCoy, che ne ha restituito l’essenza della trama.

Sicuramente un romanzo chiave della letteratura americana degli anni '80, che però non mi ha coinvolto.

Andrea Basevi

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Ho trovato il Falò delle vanità un romanzo molto interessante perché è uno spaccato della New York degli anni Ottanta ma allo stesso tempo molto impegnativo. Il protagonista è Sherman McCoy, un ricco brooker di Wall Street che abita in un lussuoso appartamento di Manhattan insieme alla moglie Judy e la figlia Campbell. La sua vita viene però distrutta quando una sera, lui e la sua amante Maria Ruskin sbagliano strada e si ritrovano con la macchina nel Bronx; la donna, infatti, presa dal panico, si mette alla guida travolgendo un giovane studente di colore. Ecco che entrano in gioco il giornalismo come strumento di chi cerca popolarità e consenso elettorale senza interessarsi della vittima, l’opportunismo di chi non vuole prendersi responsabilità e l’importanza di trovare un colpevole che possa essere divorato dall’opinione pubblica.

Erica Rocco

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I due libri: Mrs Caliban e Il falò delle vanità, mi sono piaciuti per le diversità, di argomento e del modo di scrivere. Ho preferito Msr Caliban perché la comprensione del suo contenuto non mi è arrivato in modo immediato, ma diciamo ho dovuto lasciare decantare poi ho detto: è una storia significativa, mi piace! Il falò delle verità mi ha semplicemente stupito perché mi sono trovata in un ambiente a me sconosciuto, ma forse un po’ complicato.

Piera Bazzani

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Milano 6 “Critici in progress”
coordinato da Barbara Monteverdi
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Forte, amaro e coinvolgente, è un grande affresco dell’America famelicamente rampante e, specularmente, di quella misera ma non per questo meno colpevole. Non si salva nessuno, in questo romanzo perché pescecani e lacchè, così come la stragrande maggioranza della gente comune, tendono solo a soddisfare la propria sete di potere, il desiderio di scalare la società e, nell’impossibilità di farlo, distruggere un simbolo qualsiasi di quel mondo troppo lontano e sconosciuto per essere posseduto.

Mi pare che questo romanzo sia stato scritto negli anni ’80, perciò descrive un mondo un po’ diverso dall’attuale. Così, ho avuto un momento di smarrimento a pagina 48, dove si parla di tre cellulari color arancione e blu in attesa di entrare nel palazzo di Giustizia. Cellulari? Ci ho impiegato almeno quindici secondi per capire che si parlava di furgoni giudiziari e non di telefonini dotati di gambe. Questo la dice lunga anche su di noi, lettori maturi e smaliziati (teoricamente): siamo totalmente condizionati dalla società che ci plasma a sua immagine e somiglianza! Ecco perché è una delle ragioni per cui il mio voto è andato a questo libro: ti obbliga a fare una sorta di auto analisi.

Barbara Monteverdi

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Sherman McCoy è una persona perbene, con moglie e una figlia piccola, ed entrambe gli vogliono bene. Lui è un ricco operatore finanziario e qualche volta si concede una scappatella con la moglie di qualcun altro. Purtroppo uno di questi flirt gli cambia per sempre la vita: una sera si perde con la propria Mercedes nel Bronx, due ragazzi si avvicinano, lui ha paura di una rapina e lascia che a guidare sia la giovane amante, che però investe uno dei ragazzi. McCoy ha solo cercato di difendersi, non è stato lui ad investire il presunto rapinatore, però la macchina era sua, e lui scopre l’accaduto solo leggendo il giornale. Tutti, dal giornalista alcolizzato, al predicatore televisivo, al procuratore, odiano Sherman perché è ricco, anche se lui non ha commesso nessun peccato se non quello di tradire la moglie. È una questione etica e non connessa alla vita del ragazzo investito. Tom Wolfe ci fa comprendere quanto di brutto si nasconde dietro ai meccanismi dell’informazione spettacolo, e come questa si intrecci con la politica, con i personaggi, con i loro interessi, con i centri del potere e con la gente comune. Di chi è la vanità che brucia in questo romanzo? Quella di Sherman McCoy, che credeva di poter fare qualsiasi cosa solo perché poteva permettersi di pagare, o quella di tutti noi, che giudichiamo le persone basandoci solo sul nostro rancore.

Lucio Sandon

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Un romanzo avvincente fino all’ultima parola. Un’analisi profonda ed incisiva dell’animo umano intrappolato dalla vanità e dalla smania di potere; la psicologia del personaggio dall’ascesa sociale fino alla caduta nel contestuale mutamento delle relazioni sociali. Una nitida fotografia del mondo dei media che rappresenta gli eventi in funzione dell’attenzione che può attirare da parte del pubblico e degli interessi che stanno dietro agli accadimenti, a prescindere da ciò che si sia effettivamente verificato. Infine una rappresentazione senza veli dei meccanismi della giustizia americana.

Libro molto bello, forse un po’ prolisso. Descrive in modo eccezionale la società di New York negli anni 80, con i padroni dell’universo e la loro corsa affannosa al denaro, e la società del Bronx con i problemi razziali. Mi sono piaciute molto sia le descrizioni ambientali, Dove si vede l’ambiente e la situazione relazionale in tutte le sue sfaccettature, che la descrizione psicologica dei personaggi. Pur essendo legato agli anni 80 è ancora attuale.

Patrizia Santini

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Libro molto bello, forse un po’ prolisso. Descrive in modo eccezionale la società di New York negli anni 80, con i padroni dell’universo e la loro corsa affannosa al denaro, e la società del Bronx con i problemi razziali. Mi sono piaciute molto sia le descrizioni ambientali, Dove si vede l’ambiente e la situazione relazionale in tutte le sue sfaccettature, che la descrizione psicologica dei personaggi. Pur essendo legato agli anni 80 è ancora attuale.

Valeria Fassi

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Un grandissimo romanzo, arguto e divertente, spietato nella descrizione della New York degli anni ’80 dello scorso secolo, che poi così diversi dai tempi che viviamo non sono. Nella Grande Mela reaganiana si scontrano due mondi contrapposti, le periferie desolate e senza speranza del Bronx e la upper class WASP di Park Avenue, con le sue maschere perbeniste e politicamente corrette. In un contesto in cui apparentemente il conflitto scoppia per motivi razziali (un ragazzo nero investito per sbaglio da un ricco operatore di borsa), emerge – con pennellate sagaci e umoristiche – una contrapposizione di tutti contro tutti, dove non esistono valori o ideologie, seppur sbandierati, ma solo il potere. È la sete di potere, politico, personale, economico, sessuale, che anima tutti i personaggi – meschini e spesso patetici – che compongono il maestoso quadro dipinto dal cinico Wolfe: un rutilante palcoscenico di uomini e donne che tentano disperatamente di nascondere la totale vacuità delle loro esistenze. La discesa negli inferi orchestrata ai danni di un tronfio quanto ingenuo re di Wall Street, per mano di attori non meno squallidi di lui, è emblematica di una totale assenza di etica nella società contemporanea, seppur contrabbandata per impegno politico e anelito alla giustizia. In questa storia non si salva nessuno, o quasi. Non si salvano i politici, i preti, il potere giudiziario, la stampa. Non si salvano i neri, gli ebrei, gli irlandesi, le donne. È una società senza giustizia e senza speranza, manipolata da una stampa asservita al potere e governata da primordiali istinti. Davvero non so se oggi un romanzo così politicamente scorretto sarebbe pubblicato. In ogni caso, questo notevolissimo esempio di “new journalism” riesce ancora a parlare, e vividamente, ai lettori di oggi.

Adele Boldrini

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Non mi è piaciuto il Falò delle Vanità perché rappresenta in maniera cinica ed esasperata l’edonismo degli anni 80. Periodo che rappresenta la mia adolescenza (ero Paninara) e che ho percepito avere in Italia e nell’Europa Occidentale, connotazioni meno esasperate.

Cristina Di Gregorio

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“Non è tutto ora quel che luccica, mi verrebbe da dire. Un libro feroce ed elegante. Lo lessi quando venne tradotto in italiano per la prima volta e fu subito sguardo su una New York spaccata in due: glamour e ricca da un lato, e povera e squallida dall’altro. Gli eccessi. Riletto oggi mantiene la sua lucida e sarcastica “ferocia” nel raccontare l’avidità e la miseria umana. Un libro che con la sua storia fa riflettere.”

Barbara Olivieri

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Ho apprezzato il romanzo di Tom Wolfe, anche se la sua lunghezza mi è parsa non del tutto giustificata, per la sua capacità di evidenziare molto bene il conflitto fra i ricchi e potenti e il resto della società americana. I personaggi sono ben delineati e i loro comportamenti sono tutti egualmente deprecabili. Insomma l’autore non salva nessuno, ognuno cerca di restare a galla con l’inganno e la prepotenza in un mondo che sembrerebbe edificato a loro misura.

Massimo Sola

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L’altra faccia dei mitici anni ‘80, epoca edonistica in cui il mondo appare sospeso in una bolla di eccitazione globale. Sia i privilegiati sia i derelitti sono animali affamati di gloria e potere, in una società in cui gli ideali sembrano prodotti da banco, venduti alle masse in un mercato di urlatori. Individui senz’anima, soggiogati dalle proprie vanità, piegati ai propri desideri. L’epoca reaganiana è il luogo e il tempo in cui l’american dream inizia a trasformarsi in ciò che anni dopo diverrà lo slogan “stay hungry stay foolish”. Il protagonista è il tipico WASP rampante degli States liberisti e senza freni; uscirà bruscamente da un mondo dorato, divenendo vittima di quegli stessi meccanismi superficiali, opportunistici e spietati che gli hanno consentito di credersi un dio. Tuttavia lui è l’unico a provare rimorsi, a percepire il disagio che avanza (non tanto nella società reale, da cui è distante, ma in se stesso), segnale dell’imminente crollo di quell’immenso castello di carte. Una critica sociale che ricorda La fiera della vanità di Thackeray, ma non a caso richiama lo storico “falò delle vanità” di Savonarola.

Roberta Mella Simion

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Il falò delle vanità è senz’altro uno spaccato impressionante della New York – e della società americana - degli anni Ottanta. La storia giudiziaria, con i suoi colpi di scena, traccia un’immagine inquietante del sistema americano, ma il meglio in questo senso è reso a mio parere nella dialettica tra le parti sociali in causa, che a momenti è volgare, a momenti è decadente e a momenti è oscena: e quello che ci rende alla fine è un ritratto che non concede sconti a nessuno. Lo stile è giornalistico, efficace ma anche ironico e impietoso, e senza dubbio è capace di avvincere e travolgere il lettore. Ciononostante non ho trovato il pathos e tutto mi è sembrato “orchestrato”, “voluto”: una sorta di assemblaggio di cliché, per quanto bellissimo e ottimamente riuscito.

Lara Mei

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Un pirata della strada non si ferma a soccorrere chi ha investito. In realtà si tratta di una coppia di amanti, lei alla guida e spaventata dalla situazione, lui famoso e ricco, con molto da perdere se si scoprisse che cosa è accaduto. Il giornalista Peter Fallow, britannico a New York dedito alla bottiglia più che al lavoro, racconta tutta la storia e vince il Pulitzer, mentre il finanziere McCoy, che neppure guidava l’auto, perde tutto e verrà processato.

Tom Wolfe mette in scena la vita sovraeccitata della New York anni Ottanta, con le tensioni sociali sul punto di esplodere e la ricerca di piacere e successo priva di limiti etici. Un mondo dove non esistono anime innocenti, tutti paiono ricercare il proprio interesse ed essere mossi da avidità o invidia. Un mondo costituito da vanità, che vengono istantaneamente distrutte dal fuoco e lasciano dietro di sé solo cenere.

Fernanda Rossini

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Ho fatto molta fatica a leggere questo romanzo-fiume, sia per la sua lunghezza che per l’argomento trattato che è lontano dai miei interessi: il mondo della finanza, dell’alta borghesia americana mi lasciano fredda anche se sicuramente il tema di base è interessante perché si riferisce all’assunzione delle proprie responsabilità in un mondo sempre più irresponsabile. Però non mi ha presa granché.

Anna Cercignani

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Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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