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Kitty Foyle di Christopher Morley

Elliot

 

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Nettuno “I funincunaboli”
 coordinato da Giovanni Marcotullio:

Un grazioso spaccato dell’America degli anni ’20 del secolo scorso emerge dalla narrazione di Christopher Morley, che descrive la crescita dell’eponima protagonista facendola parlare in prima persona. Kitty, cresciuta a Philadelphia, cerca il suo posto nel mondo senza dimenticare i legami con la famiglia da cui proviene, ma anche cogliendo i fermenti della sua epoca, specie per quanto riguarda i rapporti col mondo maschile.

Stilisticamente, il flusso del racconto fila, ma i continui rimandi a personaggi che compariranno in seguito o a eventi del futuro rischiano di renderlo leggermente confuso. Solo alla fine si capisce a chi e a cosa Kitty, nei suoi monologhi, fa riferimento.

Emilia Flocchini

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Romanzo di formazione di Katherine Foyle, ragazza di origini irlandesi che, nell’arco di una ventina d’anni del primo Novecento, si trova a vivere molti aspetti del sogno americano fino a diventare una donna-in-carriera. Molti gli avvenimenti reali che influenzano i personaggi. Il ritmo lento e il taglio del romanzo fa però sembrare che poco succeda, che tutto sia rarefatto. Grande affresco dell’epoca, non descrive la grande depressione coi piccioni che portano le briciole ai passanti, e la delicatezza con cui è descritto un evento traumatico occorso alla protagonista merita un rispettoso silenzio.

Breve confronto: rileggere John Fante dopo vent’anni è un balsamo, e ancor di piú lo è se lo si rilegge dopo aver letto per la prima volta Kitty Foyle. Per carità, quest’ultimo gronda di molte cose: descrive lo stile di una certa America (be’, di certi Stati Uniti); mostra cosa può il sogno americano (ma non mostra cosa non può, molto piú importante); narra di una donna (e sai che novità) che muore (dentro) per amore (If you love somebody Set them free, cantava Sting) mentre guadagna il successo col duro lavoro; parla (piú o meno velatamente) di razzismo e ambienta il tutto nell’arco di due decennî centrati nel 1929. Fante non fa nulla di tutto ciò, ma lo fa con uno stile lontano anni luce nel futuro, quasi psichedelico. Kitty Foyle potrebbe essere la madre di Jane Doe; Arturo Bandini lo sarebbe di Drugo Lebowski.

Gianluca Pignalberi

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Perfetto pannello destro del dittico da torneo costruito con Ask the dust – l’epoca e le premesse culturali sono le medesime, ma lo scenario si sposta dalla west coast californiana alla east coast newyorkese, e la protagonista narrante è una donna laddove in Fante era un uomo –, questo fenomeno di costume incredibilmente tradotto solo ora in italiano la spunta per un pelo sul romanzo di Fante in quanto riesce a lasciare l’operazione della scrittura tanto più in sordina (giusto Wyn vale da nesso col mondo dell’editoria…) quanto meno è nascosto (tutto il testo è una finzione diaristica).

Kitty è da un lato la nonna delle yuppies e la bisnonna delle attuali donne in carriera; dall’altro è l’epigona femminile di un esodo solitario in bilico tra sogno americano e fuga dalle proprie origini, ma trattenuto nei ranghi di un qualche senso dall’esercizio del giornale intimo. Ad accomunare le due opere è forse la solitudine – nota dominante delle psicologie dei protagonisti – ma nella comune incompiutezza il prezzo pagato da Kitty sembra piú alto di quello versati da Arturo.

Giovanni Marcotullio

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Kitty Foyle è un romanzo d’altri tempi, non solo per l’ambientazione storica, ma per lo stile. Le prime cento pagine e oltre sono dedicate al racconto dell’infanzia e della giovinezza della protagonista. Cento pagine in cui non avviene quasi nulla di concreto, ma impariamo ad affezionarci alla protagonista e alla sua famiglia, a conoscere bene l’anziano padre e Myrtile, la domestica di colore. In questa lunga introduzione ci caliamo a meraviglia nell’atmosfera, al punto che pare quasi di conoscere la Philadelphia di quegli anni. Piano piano si snodano le vicende di una Kitty divenuta adulta. Di lì in avanti succedono cose concrete, sebbene sempre stemperate in una narrativa piacevolmente lenta, molto descrittiva. Il libro è pervaso di malinconia, specie nella seconda parte, quando l’amore di Kitty per Wyn segue un percorso forse inevitabile, ma che riempie di nostalgia e amarezza. Non è un personaggio che ci faccia pena, Kitty, malgrado la sua vita non sia facile, ma lo spirito positivo della ragazza e il suo modo tenace di affrontare la vita, malgrado difficoltà e delusioni, la rende sempre protagonista e mai vittima.

Alice Fumei

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Quella che vuole raccontarci Christopher Morley è una storia di emancipazione femminile ambientata in un’America fotografata nella realtà della sua doppia anima – provinciale e cittadina – tra il Midwest e una frenetica New York. È tra queste due sponde che vediamo crescere la protagonista di quello che è, a tutti gli effetti, un romanzo di formazione: la conosciamo bambina, nel tepore familiare della sua casa a Griscom Street a Philadelphia, seguiamo le sue avventure di studentessa e finiamo per appassionarci alla sua storia d’amore con l’elegantissimo Win Strafford, rampollo di una prestigiosa famiglia del Main Lane con velleità creative che però, per volere di mammà, sarà costretto a chiudere in fondo a un cassetto quando esploderà violenta la crisi del ‘29.  E le crisi, si sa, sono pericolo e opportunità a un tempo: Kitty, ormai donna, prenderà le sue personalissime decisioni, moderne e rivoluzionarie. Sceglierà la carriera e non si piegherà a quanto la società del tempo si aspetterebbe da lei. Eppure, arrivati all’ultima pagina, viene da farci due conti: le scelte di Kitty valevano poi il prezzo che le sono costate?

Serena Rossi

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“Kitty Foyle” è il lungo flusso di pensieri di una ragazza di Chicago che vive a New York alla fine degli anni ‘20. Fra pensieri in libertà, ricordi, associazioni di idee, osservazioni pungenti e sarcasmo ripercorre con ironia la sua storia a partire dall’infanzia fino al momento presente e le figure fondamentali attorno alle quali ruota la sua vita sono state il padre anziano, l’amica del cuore, il fidanzato con cui ha una relazione d’amore intensa e tormentata e la sua elegante e francese mentore e datore di lavoro. Molto piacevole da leggere!

Chiara Viola

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Con una scrittura briosa, dinamica, a tratti delicata, la cui unica pecca è di non riuscire a dare pienamente voce alla protagonista (perché il romanzo è scritto da un uomo e si vede), Christopher Morley ci regala il ritratto verosimile di una giovane donna, Kitty Foyle, mai banale, sempre coinvolgente. “Io faccio parte della prima generazione che ha imparato a fare le faccende domestiche con la radio accesa” (p.49), ci spiega Kitty, ed è quasi un manifesto del romanzo, con il suo passaggio da un’epoca ad un’altra e la giovane donna che rilegge gli avvenimenti della sua vita, i principali ma anche quelli apparentemente secondari (forse dimenticabili per un’esistenza, ma mai inutili per la narrazione della stessa), e insieme racconta, proprio con questa trama intessuta di ricordi frammentati e considerazioni sul presente, il cambiamento della società americana, la progressiva emancipazione femminile, in equilibrio fragile tra scelte sofferte e ineluttabili desideri di trasformazione, l’apertura verso il futuro e l’inevitabile nostalgia del passato, alle cui radici la giovane donna, condotta dal romanziere, sa tornare con vibrante partecipazione.

Claudia Cirami

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C’è un elemento magico nello scrivere di Christopher Morley, ed è la sua qualità di uscire da se stesso e vestirsi della vita di una donna rampante di Philadelphia, abitare i suoi dubbi, gli amori, la schiettezza dei dolori di cui non ostenta né nasconde le lacrime, le scelte – solo in apparenza distratte – intraprese ad ogni bivio. Kitty Foyle è nulla di più della figlia di un irlandese dal pessimo carattere, precocemente vedovo, rabbioso custode dei fasti di una generazione che non esiste più: e dal padre ha ereditato la tenacia, l’incompatibilità con la parte più tenera degli affetti, la fame costante di qualcosa di autentico. L’autore la plasma dai primissimi ricordi, e con la materia di memorie inattendibili e strategiche omissioni fa di lei e della sua storia un pezzo d’America, duro, brillante come un diamante. È la lettura adatta a chi  non ha paura di precipitare in un personaggio e di smarrirsi nel suo mondo.

Marco Vaccher

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Ho amato la giovane Kitty, sin dalla prima riga. Nel romanzo, che abbraccia la vita sua e dei suoi cari, dall’infanzia fino all’età adulta, il personaggio di Kitty, che narra in prima persona, non ci nasconde nulla: ogni pensiero e riflessione e ogni sentimento viene rivelato, con delicatezza e schiettezza. Kitty è, malgrado tutto, una ragazza con un’attitudine molto moderna: ama senza riserve, oltre le convenzioni della sua epoca, ma mantenendo comunque il senso del decoro, trasgredendo senza voler scandalizzare o apparire, ma semplicemente per vivere la sua vita, secondo il suo modo di sentire. Kitty mantiene sempre una visione realistica, rispetto al giovane Wyn, alla sua famiglia, al suo ambiente e al suo carattere, in una lucidità che la porterà a fare scelte estreme, anche queste però, affrontate in modo lucido e risoluto, senza traccia di vittimismo. Ad un certo punto, decide di abbandonare la città natale per trasferirsi a Chicago e costruirsi un avvenire, impegnandosi, per ben nove anni, in un fiorente business di cosmetici, a cui dedica molta energia, considerando il matrimonio con molto realismo. Malgrado le delusioni sentimentali, riesce a mantenere uno sguardo positivo sulla vita, e le sue parole, sebbene venate di malinconia, rimangono quelle di una persona decisa ad affrontare le difficoltà, e a perseguire la felicità. Lo stile dell’autore è splendido: ci regala una prosa delicata, minuziosamente descrittiva, ma mai noiosa, soprattutto, alcune frasi, sono così significative, così universali, nell’esprimere la condizione umana rispetto alla vita, al dolore, all’amore, da rimanere scolpite nella memoria del lettore.

Anna Porchetti

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Ambientato intorno al crollo della Borsa di New York del 1929, il romanzo dipinge gli Stati Uniti fra le due guerre mondiali, attraverso il racconto dell’evoluzione (perché non solo di crescita si tratta) della protagonista, rappresentativa dell’intero mondo femminile dell’epoca, alla ricerca di indipendenza, eppure ancora capace di adorare un uomo, desiderosa di libertà, ma ancora legata ai laccioli del giudizio sociale, femminista e femminile insieme.

Lo sguardo della protagonista sulle ipocrisie della società statunitense dell’epoca è impietoso e se, da un lato, svela la contraddittorietà un po’ folle di un animo femminile alla ricerca dell’amore vero e dell’affermazione di sé insieme, dall’altro mette a nudo la necessità di trovare un equilibrio di collaborazione fra i sessi, fra i ceti, fra gli esseri umani tutti, per fondare una morale che sia universale e non di facciata.

Apparentemente sembrerebbe un romanzo inneggiante al femminismo e alle “conquiste” delle donne, in termini di libertà di scelta, nella vita personale, familiare, lavorativa, morale ecc. In realtà, letto con maggiore attenzione, evidenzia l’amarezza della solitudine che tali “conquiste” avvolge, la perdita di ogni rete di salvataggio e il vuoto che ne deriva, e rispecchia perfettamente anche la storia del momento, l’ascesa e il crollo economici causati dalla superbia dell’homo heconomicus.

La giovane, lasciata sola a decidere di sé, compie tutte le scelte che farebbe una donna libera e indipendente, anche oggi, ma ne paga ogni conseguenza dentro di sé, portando nel cuore questo vuoto di senso che tenta di riempire senza mai riuscirci, perché la falla rimane aperta e non lo consente.

La struttura rispecchia quella di un diario, con i conseguenti salti di logica e di tempo nella narrazione, ma questo la rende più realistica e più credibile.

Monica Boccardi

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Il romanzo tratta come un lungo flashback la storia d’amore e quindi una parte della vita della protagonista Kitty. È apprezzabile la delineazione di questo personaggio che cresce con le esperienze che si trova a vivere. Il ripensare a ritroso alla storia d’amore rende la vicenda stessa più interessante: il lettore non partecipa solo a una descrizione di eventi ma, attraverso il ricordo e la memoria che deformano gli eventi stessi, si trova a vivere insieme alla protagonista e a cogliere certe sfumature o certe riflessioni che in un racconto in terza persona sarebbero sfuggite.

Francesca Lulli

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Kitty Foyle, donna di Philadelphia naturalizzata del Mid-West e poi newyorkese, ci presenta un resoconto della sua vita. Una biografia alla Joyce quasi, segue lo scorrere degli anni senza essere lineare: il flusso di coscienza di una donna adulta e matura che riflette sul suo essere stata bambina e ragazza. Non raramente sono presentati al lettore nomi che non si ricollegano a nessuno viso (si fa per dire), magari elaborati successivamente ma nel primo momento dati per scontati. Questo non sorprende, sembra quasi che Kitty non avesse alcuna intenzione di pubblicare la sua storia, tanto è colloquiale e naturale. L’opera di Morley è ammirevole, ci ha regalato un personaggio con cui ha in comune solo il successo in ambito lavorativo, ma è riuscito a renderlo tridimensionale, onesto, piacevole e al contempo straordinario per il clima spesso socialmente determinante del tempo: Kitty riesce a farci identificare in lei, pur rappresentando un ideale di vita. Pioniera per la generazione successiva, rimane d’ispirazione anche nella modernità non solo per i suoi risultati, ma anche per l’onestà con cui riesce ad osservare se stessa e la sua vita.  

Lavinia Rotellini

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Kitty Foyle, nata in un sobborgo di Philadelphia e per un quarto irlandese, sul volgere degli anni ‘40 non è una ragazza come tante, è diventata una donna emancipata: lavora per una grande azienda di cosmetici, non è sposata, vive in un appartamento con altre due amiche e ha il suo stipendio. Quanto le sia costata questa autonomia lo scopriamo nel corso del romanzo. Kitty ha lasciato una città ancorata al proprio passato per le luci e il caos di New York, ha lasciato la sua famiglia, il caro “papino” afflitto dall’artrite, ha lasciato alle spalle un’infanzia vissuta, dopo la morte della mamma, dagli zii a Manitou, nel Midwerst, e soprattutto ha lasciato l’amore della sua vita, Win, rampollo di una ricca famiglia di Philadelphia. Insieme avevano coltivato l’illusione di sfidare le convenzioni sociali, ma un brusco risveglio ha restituito Kitty alla realtà. Dal romanzo esce la figura dolce, potente, energica e ferita ma non sconfitta di una donna moderna, consapevole che alcune scelte hanno un prezzo troppo alto da pagare in nome dell’indipendenza

Giuliana Zimucci

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Kitty Foyle è un lungo flashback raccontato in “flusso di coscienza”. La vita di questa giovane donna negli Stati Uniti degli anni ‘20 e ‘30 è raccontata tutta d’un fiato. Philadelphia, la sua vita in famiglia, il periodo all’ovest dai parenti, gli studi e l’università interrotta. La morte del padre, l’amore per Wyn e il lavoro a New York. L’autore riesce a tenere viva l’attenzione per questo racconto autobiografico che percorre decenni, ma come fosse senza tempo. Infatti il lettore si trova di fronte ad una vera e propria immersione nella viva memoria di Kitty mentre evocava tutti quei momenti della sua storia che, insieme, durano e concentrano anni interi. L’autore del romanzo è riuscito a rendere con il suo stile il modo di ricordare e di vivere della sua protagonista: tutta nel momento, ma sempre come tra parentesi. Un’affascinante flusso di memorie che vale la pena leggere.

Mattia Lusetti

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Milano 21 “Quelli del 23”
coordinato da Rosa Mignone
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Purtroppo non sono arrivate recensioni per questo libro

 

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