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L’hotel azzurro di Stephen Crane
Mattioli 1885

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Sezze “Lettera Ventidue”
coordinato da Gabriella Tomei
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Il Palace Hotel si staglia sul paesaggio primitivo, selvaggio e abbagliante del Nebraska. La sua improbabile facciata azzurra, annunciata già nel titolo del racconto di Stephen Crane, è l’unica nota di colore nella landa innevata. E’lì in cui tutto ha inizio. Uno svedese “vacillante”, un cowboy “alto e abbronzato” e un ometto silenzioso che viene dall’Est, si incontrano proprio al Palace Hotel e danno vita ad un racconto che precipita ineluttabilmente verso una tragedia, inspiegabile ed irrazionale. La tensione serpeggia sin dall’inizio, introdotta con sapienza da brevi frasi che irrompono come lampi sinistri nel fluire della descrizione. La innocua cittadina di Romper è in realtà un grumo di case in cui la vita è pericolosa, le relazioni inesistenti, il clima ostile. I tre ospiti dell’hotel si ritrovano a giocare a carte intorno ad una stufa quando lo svedese annuncia “Immagino che in questa stanza sia stata ammazzata parecchia gente”. Il male si è ormai insinuato nelle pieghe della storia e lo scompiglio che ne seguirà, assume i toni di una moderna tragedia greca. Il lettore è spiazzato, i protagonisti del racconto perplessi, il fato seguirà il suo corso, senza fare sconti. Lo stile del racconto è asciutto, ma si apre a sprazzi di lirismo puro, quando il crepuscolo assume una luce azzurrognola o la bufera vorticosamente avvolge il nulla del paesaggio glaciale e il vortice dei fiocchi di neve, intorno “all’indomabile lampada rossa”, si colorano di sangue.

Carla Pasqualucci

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Questo romanzo breve descrive in modo veramente sorprendente una serie di situazioni la cui concatenazione scaturisce in una tragedia. I personaggi, tutti con caratteri ruvidi e selvatici vanno avanti tra provocazioni e reazioni fino a creare una catena di eventi che porta ad un delitto con un unico accidentale responsabile, che invece, grazie alla lotta di classe e scontro tra etnie, coinvolge in realtà un gruppo di personaggi che non pagano ma semplicemente si dispiacciono dell’accaduto pensando di non avere alcuna responsabilità. La banalità del male che non si percepisce come tale soprattutto se la vittima non fa parte della comunità a cui si appartiene.

Gabriella Tomei

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Lo stile asciutto rende accattivante la lettura. La descrizione delle intemperie ben si adatta al dipanarsi della vicenda. Il freddo della neve corrisponde al gelo dell’animo dei protagonisti che agiscono in preda all’impulso. Sullo sfondo si staglia il fantasma dell’ineluttabilità: tutto si compie perch* così era scritto e così doveva essere.

Mirella Carlevale

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È sempre inverno nel freddo Nebraska.

In una cittadina di frontiera arrivano degli ospiti senza nome, ma il tipo umano che ciascuno di essi rappresenta vale a caratterizzare i tratti di un’umanità che si ripropone ,spesso , aldilà dello tempo e dello spazio in dinamiche note e riconoscibili.

Romanzo breve o racconto lungo, come preferite. Se passate da Fort Romper, una piccola cittadina del West americano, miei cari amici lettori, siete tutti invitati nell’ hotel azzurro , luogo dell’incomunicabilità e dell’incomprensione.

Rosanna Galeota

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L’Hotel Azzurro è un breve racconto di Stephen Crane ambientato nel Palace Hotel di Fort Romper, in un Nebraska rurale e sconfinato. È proprio nello sperduto hotel dalla facciata azzurra che si dipana una vicenda di per sé banale che viene a concludersi in un tragico epilogo. In poche pagine emerge il tema della paura, dell’emarginazione, della miseria, della spavalderia dove è l’umanità tutta, con le sue debolezze e i suoi vizi, ad essere la protagonista indiscussa dell’opera. Il racconto ruota attorno alla figura dello Svedese che, resosi protagonista di una lite al tavolo da gioco, fa sì che si avveri il suo dramma, una tragedia già presagita sin dall’inizio del racconto. La conclusione diviene occasione per diversi spunti di riflessione quando lo scrittore, nell’ultima pagina dell’opera, mette in bocca all’uomo dell’Est una morale che risuona come una condanna: il peccato è una specie di collaborazione tra le persone. Colui che diviene il colpevole, il carnefice, è solo il fanalino di coda di una vicenda complessa che non regala assoluzione neanche a coloro che si ergono a semplici spettatori del misfatto. :

Federica Savo

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Romanzo breve o racconto lungo, lettura interessante ma non coinvolgente. L’autore costruisce una storia con pochi personaggi, delineati con aspetti fisici appena accennato e con l’aspetto psicologico che si arricchisce piano piano. Tutto è costruito come una pièce teatrale con spazi esterni e interni all’hotel. La vicenda si snoda tra discussioni e azioni che creano una lotta tra apparenze, verità, violenza verbale e fisica.

Elena Ottaviani

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Un mondo americano, ricco di maschi che desiderano lottare tra loro. Un presentimento che si trasforma in realtà e che attraverso un comportamento troppo guardingo, diventa determinante per lo sviluppo della trama. Uno stile scorrevole, dai contenuti prettamente maschili. 

Francesca Romana Intigietta

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Epifania. Questa la sintesi.

Avete presente quando, dopo aver letto una serie di libri noiosi o scritti malamente, desiderate imbattervi in un racconto che riaccenda la mente e i sensi? Mi è accaduto con “L’Hotel azzurro” di Crane, autore che non conoscevo.

Il racconto realistico (il cowboy che sbatte con vigore le carte sul tavolo è un’immagine che ho ben presente) è squarciato da immagini rivelatrici di una mente visionaria, con cambio repentino del punto di osservazione (gli occhietti di re e regine delle carte da gioco). Nella velocità del racconto sono il pregio e il difetto de “L’hotel azzurro”: pregio, per l’efficacia nel tratteggio di personaggi e ambienti; difetto perché ci si sarebbe aspettati un approfondimento e un’espansione, senza i quali il racconto sembra essere la bozza di un romanzo mai scritto.

Anastasia Petrianni

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Nell’hotel azzurro, invece l’immancabile scivolamento dell’uomo nell’alveo del male.

Due nature distinte, lo yin e lo yang in perenne contrasto. Sullo sfondo la storia di un grande paese, di un crogiuolo di civiltà destinati a divenire Stati Uniti d’America.

Giovanni Andreozzi

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Ambientato in Nebraska a fine 800,” L’hotel Azzurro” di Stephen Crane è un libro che in poche pagine narra avvenimenti molto avvincenti che creano interesse e invita alla lettura. La storia racconta principalmente di cinque personaggi ‘ ritrovatisi grazie alla maestria del proprietario dell’Hotel Azzurro nel cercare i suoi clienti . a giocare a carte. L’albergo si trova nella piccola cittadina Fort Romper, vicino alla stazione ferroviaria. Sarà proprio qui che avranno inizio le vicende. Il libro si sofferma in particolare su un personaggio, “lo svedese”. Egli con i suoi pensieri riesce a influenzare la venuta degli avvenimenti. I temi principali sono la solitudine, le crisi spirituali ma soprattutto la paura. Questo libro si presta a piu insegnamenti. Anche se riconosco la bravura dello scrittore è stato un libro che non è riuscito ad appassionarmi.

Anna Maria De Renzi

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l racconto della morte di un misterioso svedese che arriva in un paese già con il presentimento che morirà presto. I dialoghi creano una forte suspense e il finale rimane aperto. Bella l’ambientazione e il crescendo di tensione ma si rimane con la voglia di sapere di più!

Silvia Candrina

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Un racconto molto moderno, rapido, tagliente, asciutto, come ci si aspetta da un autore americano e che non lascia nessun apparente spazio a sofisticate trame o intrecci psicologici. Tutto scorre, inesorabile, dalla prima pagina al finale. La scena della narrazione è una stazione di posta del treno, sulla ex frontiera americana, avvolta in una bufera di neve e da un presentimento di morte. Nelle ultime pagine si dipana il senso del racconto, dalle labbra dei protagonisti. Un bel libro, pieno di vita e umana fragilità.

Francesco Mangiola

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Scrittura semplice e diretta, la storia descrive personaggi privi di personalità, dove intolleranza, spavalderia e paura del diverso, portano ad inutili scontri sia verbali che fisici. Uno dei protagonisti in particolare sembra voler cercare fin dall’inizio a tutti i costi il suo destino, con modi di fare, che non possono che portare ad un epilogo tragico. Ho trovato una buona descrizione dell’ambiente e del periodo storico in cui la storia si svolge ma non mi ha convinto e coinvolto a sufficienza.

Leopoldo Tomei

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Il libro di Crane è ambientato al Palace Hotel in Nebraska, un albergo in prossimità di una stazione ferroviaria strategicamente dipinto di azzurro che è impossibile non notare. Non passa inosservato neanche Scully, il proprietario, che con abili stratagemmi riesce a trasformare tre viaggiatori in ospiti presto messi di fronte alla tensione del gioco delle relazioni umane.

Silvia De Nardis

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Farra di Soligo “Quelli di LLC”
coordinato da Annalisa Tomadini
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Un racconto di una modernità sconcertante, sul destino e sulla sua violenza. Inverno, in un paese sperduto del Nebraska si staglia l’hotel azzurro. Una sera, il proprietario va alla stazione del treno per raccattare qualche ospite e torna con tre persone: un cowboy, un tizio di New York e uno svedese. In un’atmosfera surreale, quest’ultimo si mette a fare strani discorsi, sostenendo che gli altri vogliano ucciderlo. Tra partite a carte, sguardi in tralice e aggressività repressa, la tensione cresce pagina dopo pagina, fischiando come la tempesta di neve che si sta scatenando all’esterno. Un gioiello.

Annalisa Tomadini

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Quando pensi di leggere un breve racconto western e scopri invece che è una storia filosofica sulla colpa e sul suo significato più profondo.
L ‘hotel azzurro di Fort Romper ha quel colore assurdo simile alle zampe di un specie di airone che nessuno dei viaggiatori che arrivano in treno si aspettano di vedere in un hotel, gli hotel sono bruniti, verdognoli ma quel colore perdio.
In una notte tempestosa, con raffiche di neve talmente forti che se per caso ci si trovasse incautamente all’aperto, sembrerebbe di essere presi a schiaffi, troviamo nel confortevole salone dell’hotel azzurro il suo proprietario, Scully, il figlio Johnny e tre clienti dell’hotel.
Attraverso eventi e comportamenti assolutamente normali, l’evolversi della situazione viene inasprito e stravolto da uno dei clienti totalmente in balia delle sue paure. L’epilogo non sarà che una conseguenza dei fatti, un piccolo gioco di scacchiera dove le pedine si muovono come la loro natura impone, nessuno escluso, nessuno innocente, nessun colpevole.
Un piccolo gioiello di consapevolezza, c’è una profondità in questo racconto che fa pensare da quanto l’uomo lavora sulla propria coscienza ma soprattutto quanto sia appannaggio di pochi da sempre.

Elena Raspanti

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Ho visto citato Scorsese, a proposito di questo racconto, confesso che la prima impressione è stata di aver trovato un The Hateful eight prima di Tarantino. La neve, gli spazi di una America che noi troppo spesso tendiamo a far coincidere solo con le grandi città, preferibilmente della costa Est, la tensione narrativa crescente, il contrasto tra “gruppi sociali”, che costituisce buona parte dell’epopea americana (qui ecco, più Scorsese che Tarantino).

Un testo breve e fulminante, da votare certamente se dall’altra parte della rete non ci fosse stato uno degli amori di tutta una vita, e nonostante la perplessità di un confronto così stranamente formulato. Ma certo un autore di cui appuntarmi il nome e di cui cercare altro.

Alessandra Fineschi

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Lunga è la storia del rapporto tra hotel e arte (dalla letteratura, al cinema, alla pittura) perla densità di storie che da secoli nascono fra le loro mura, un rapporto che va oltre la mera ispirazione.

Il racconto lungo di Crane mi è piaciuto. L’hotel azzurro pare di vederlo, è vivido, così come si odono lo screpitare del fuoco e il rumore delle carte che sbattono sul tavolino improvvisato.

La prima parte del racconto è claustrofobica, immagini molto cinematografiche che portano alla mente l’Overlook Hotel (cui hanno dato fama e gloria imperitura prima Stephen King e poi Stanley Kubrick con il romanzo e il film “Shining”) o la locanda - e ancor più l’ambientazione - di “The Hateful Eight” di Tarantino. Il finale è in discesa, rapido, tragico e inatteso.

Strana, e aperta a diverse interpretazioni, la storia dell’olandese misterioso - dai timori iniziali alla spavalderia finale - che si conclude con la sua morte.

Ottimo il testo in appendice di Joseph Conrad.

Nicola Feo

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Si tratta di una novella scritta in modo essenziale, tagliente e cristallino, e allo stesso tempo ricca di temi e significati che si prestano a diverse interpretazioni. L’impressione che lascia è che nulla sia mai come sembra; un’incomunicabilità connaturata al genere umano unita a deliberate bugie portano a conseguenze irreparabili. Il clima di paura, sospetto e pregiudizio che si instaura all’arrivo del forestiero nella piccola comunità di frontiera porta a una catena di eventi che originano dalla mancata comprensione dell’altro. Ogni personaggio resta arroccato sulle proprie posizioni senza mediazioni e chiarimenti, fino all’eliminazione della presenza estranea, in una comunità il cui il codice di comunicazione condiviso sembra essere il gioco d’azzardo, attività casuale e imprevedibile per eccellenza, nella quale fiducia e inganno hanno un confine labile

Laura Del Ben

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Autore innovativo di fine 19mo secolo e inizio del ventesimo. Amato da Hemingway, al pari di Henry James. 

Personaggio dalla vita senza posa, giornalista, poeta, viaggiatore indefesso, “cercatore” di conflitti da raccontare a suo modo, sempre originale.

Hotel Azzurro è il suo racconto più famoso. Ambientato in uno sperduto hotel nell’inverno del Nebraska, è la storia di un uomo capitato lì, sembrerebbe per caso.

Per tutto il racconto aleggia una tensione fortissima, una atmosfera nera, sospesa sulla tragedia. 

Per Crane nessuno è innocente, nessuno è assolto. È l’umanità tutta a essere condannata. 

Ho scoperto questo che ritengo un autore dirompente e originale, per il tempo in cui è vissuto, pochissimo purtroppo. Mi sono trovata subito in sintonia, sarà che la sua scrittura è molto efficace, secca, che entra nella testa del lettore e ne esce tanto tempo dopo.

Adriana Feliciani

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L’hotel azzurro sorprende per la sua modernità, nello stile e nei contenuti. Potrebbe essere efficacemente definito come un “racconto pulp”, che rimanda alle atmosfere ed ai protagonisti dei film di Quentin Tarantino (in particolare The Hateful Eight). Una manciata di uomini irrisolti, con un passato che resta celato, costretti da una tormenta di neve a trascorrere ore insieme. E la violenza e la tensione, latenti, sono palpabili, e non potranno non esplodere. I dialoghi sono essenziali, le descrizioni minimali; il narratore “onnisciente” è anch’esso una presenza discreta, quasi trascurabile. Eppure in poche pagine, attraverso parole spezzate, pensieri inespressi, Crane rappresenta con immediatezza e profondità gli uomini, unici attori sul palcoscenico della vita rappresentata dall’Autore: le donne appaiono ma restano estranee e distaccate, quasi conducano una vita autonoma e parallela – vedono e sanno ma non intervengono nelle vicende degli uomini. E come in ogni racconto perfetto, c’è qualcosa che solo si intravede, un indizio nella narrazione che si completa al di fuori di essa – ed è il grande interrogativo che pone Crane: sono le circostanze a determinare gli eventi, o è l’animo dell’uomo a predisporre le circostanze verso un certo evento? E la colpa è davvero di uno? O piuttosto “anche il peccato viene da una specie di collaborazione tra le persone”?

Sonia Marchioro

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Henriksen e Bredstoff consideravano il racconto come la manifestazione di un elemento estraneo che, subentrando in un mondo ordinato, genera confusione alla pari di un bastone in un formicaio. A questo, secondo i due critici, potrebbero conseguire la costruzione di un ordine più consolidato, l’eliminazione o l’assimilazione completa dell’elemento stesso. Stando a questa teoria, quello di Crane si presenta come un racconto nel senso più classico del termine. Qui l’elemento di disturbo è dato da un forestiero, che di fatto mina la tranquillità di un gruppo di uomini in un tranquillo albergo del Nebraska. “L’hotel azzurro” mette in luce in maniera efficace quanto ogni peccato sia la risultate di un concorso di azioni. Un racconto d’atmosfera che, come ogni racconto, trae la sua forza più sul non detto che sul detto.

Danilo De Rossi

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Uno scrittore di Newark che racconta di un personaggio chiamato lo Svedese. Non stiamo stranamente parlando di Philip Roth, ma di Stephen Crane. L’autore de “Il segno rosso del coraggio” morì di tisi a nemmeno 30 anni, nel 1900. La sua fu una parabola degna di un personaggio del Far West. E non è un caso, forse, che “L’hotel azzurro”, uno dei suoi racconti più belli (fra i protagonisti, il già citato Svedese) sia uno spaccato di frontiera notevole. Il colore di Crane non è solo il bianconero del Nebraska (che tornerà, un secolo dopo, nell’album di Springsteen o nell’omonimo film di Payne) in cui è ambientato il tutto, ma l’azzurro dell’edificio del titolo, che sembra “gridare e ululare” in mezzo al nulla. A proposito di cinema, chissà se il Tarantino di “The hateful eight” ha mai letto questo racconto, che nella prima parte crea dialoghi meravigliosi in una camera chiusa, scena teatralissima, durante una partita di carte (oltre allo Svedese, altri quattro giocatori) mentre all’esterno infuria la tormenta. Ogni gesto dei personaggi di Crane è epico e quasi immobile, come giustamente deve essere ogni dettaglio nel West: le mani immerse nel catino, l’abbottonare una giacca. L’autore strizza di continuo l’occhio al lettore (“stava assumendo quel distaccato aspetto che vediamo di solito raffigurato nei ritratti dei soldati veterani di Roma”). Persino quando descrive lo Svedese che beve, Crane non si limita a citare il gesto, ma spiega che “le labbra si arricciavano assurdamente intorno all’apertura e la sua gola entrava in azione”. Momenti che vengono descritti con tante parole, eppure il ritmo è incalzante, fatto di frasi cortissime, ciniche, ad effetto. Durante la lettura, immaginiamo la macchina da presa del dieu du carnage che indugia proprio sui particolari e concorre a presentare il carattere di ogni personaggio, in un crescendo di tensione. Che mischia la farsa alla tragedia. Che parte come una scazzottata innocua e buffa da saloon e arriva al violento (e rapidissimo) momento decisivo.

Marcello Bardini

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Tutto in questo racconto, compresa la sua mancanza di un vero e proprio finale o, meglio, la comprensione delle motivazioni dello Svedese nel portare scompiglio fra i cinque pacifici giocatori di carte di un albergo del Nebraska, porta a catalogarlo come fortemente intriso di un simbolismo sotterraneo. Crane crea abilmente in noi l’incertezza di quello che sta succedendo fin dal suo stile secco ed incisivo (e probabilmente da qui l’amore di Hemingway per lui), con dialoghi abbozzati nella roccia e personaggi solo apparentemente unidimensionali, a partire dal padrone del famoso Albergo azzurro o suo figlio. Ma in una sorta di paradosso si mescola all’incertezza quel vago senso di predestinazione racchiuso nelle parole dello Svedese, ossessionato da sospetti di omicidio ai suoi danni. Il perché di questa paranoia né lo Svedese né Crane ce lo spiegano, ma lentamente nel corso della lettura diventiamo consapevoli che andrà proprio così, in una sorta di profezia auto avveratasi. E forse è proprio di questo che vuole avvertirci Crane, che il potere delle nostre convinzioni, fondate o meno, può essere talmente forte da spingerci a tramutarle in realtà.

Matteo Polo

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«“Però” disse il cowboy, profondamente indignato, “qui non siamo nel Wyoming, o in posti del genere. Questo è il Nebraska”.»

Quando il West non c’era già più ma la Città non c’era ancora, poche persone in una locanda trasformano una probabilmente noiosissima giornata in un crescendo inarrestabile di tensione. Dopo il film di Tarantino, potrebbe chiamarsi “The Hateful Five”. Entra la sabbia nel meccanismo, il tentativo di rimuoverla fa peggiorare la situazione. Talvolta rubricato come racconto o invece romanzo breve, una storia in una stanza come “The Big Kahuna” “La Parola ai Giurati” o anche “Il Dio del Massacro”. Non per caso inserito da Hemingway in una (peraltro contraddittoria e discutibile) lista dei lavori da leggere per un giovane scrittore.

Massimo Montesi

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C’è mistero ma non è un giallo, c’è tensione ma non è un racconto del terrore. C’è un hotel azzurro tra le nevi del Nebraska, in cui si rifugia un ridotto ed eterogeneo pugno di visitatori di passaggio per ripararsi dalla tormenta che incombe. Fin da subito si intuisce che qualcosa andrà storto tra lo svedese, l’uomo dell’Est, il cowboy, il proprietario dell’hotel e suo figlio Johnny.

L’ambiente è scarno ma fornisce riparo, la stufa e un po’ di whisky riscaldano i corpi e danno conforto gli animi. Una partita a carte sembrerebbe la giusta occasione per smorzare un insensato pregiudizio ed un immotivato annuncio di sventura, invece è l’origine di una violenta scazzottata.

La tensione sale, scende e poi risale. Quello che segue infin è l’avverarsi, ma in un modo ed ad un tempo che non possono essere considerati scontati, di qualcosa che era stato predetto.

Tra quello che c’è, ciò che manca è la spiegazione. Come spesso nella vita reale accade, si incontrano persone con convinzioni incomprensibili, non supportate da evidenze, che tengono comportamenti irrazionali che portano a conseguenze forse prevedibili ma non arginabili.

Come fare per conoscere le motivazioni oscure? Come comportarsi in assenza di spiegazioni? E’ possibile prevedere come evolva una situazione generata da una causa non nota?  

Lo stile di Crane è scarno, asciutto, limpido, ricco di similitudini vivide che tratteggiano la scena davanti agli occhi fino a farla diventare una fotografia. I personaggi da lui creati sono vivi e reali, sconosciuti ed estranei, osservati dall’esterno ma da vicino. L’ambiente in cui si muovono è tangibile, pragmatico, privo di sfumature e allo stesso tempo pieno di un sentimento inafferrabile che aleggia e stagna. Crane non spiega, non accompagna, osserva. Il racconto breve non termina, rimane sospeso in attesa ne venga scritto il prosieguo.

Marzia Pavanin

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L’America più desolata, fine Ottocento. Stephen Crane ci regala un racconto breve e intenso, folgorante. Un gruppo di sconosciuti si ritrova all’hotel azzurro, fuori c’è una tempesta di neve, dentro la stanza ha inizio una partita a carte. Uno degli ospiti, lo svedese, accusa il figlio del padrone di barare, decidono di sfidarsi a pugni. Escono. Ma la vittoria sarà più pericolosa della sconfitta, in questo gioco del fato. Mi ha fatto pensare a McCarthy.

Simone Tamburino

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Siamo ai confini del Nebraska, in un villaggio sperduto che gravita attorno a un albergo, l’Hotel azzurro del titolo, a un Saloon e a poco altro. Tre stranieri scendono dal treno e vengono accalappiati con mille moine da Scully, il gestore dell’hotel, che li vuole come clienti. Di questi, uno, un signore svedese farà gravitare l’attenzione degli altri – di Scully, di suo figlio degli altri due viaggiatori – su di sé fin dall’inizio, convinto che sarà oggetto della loro violenza; vede nemici dovunque e la realtà delle cose a nulla vale rispetto alla potenza delle immagini che lo dominano.

Il nocciolo del racconto, dal punto di vista tematico, è la fragilità di qualsiasi equilibrio, coinvolga ambienti o personaggi. “Sono situazioni, queste, che confermano come gli ambienti non abbiano la benché minima predestinazione. Qualsiasi stanza può essere buona per una tragedia o per una commedia. Quel particolare, piccolo locale adesso sembrava odioso quanto una camera di tortura: le espressioni assunte dagli uomini l’avevano trasformato all’istante”.

I fatti in sé, sembra dire Crane, valgono più delle interpretazioni cui possono andare soggetti e anzi assumono una tinta pallida e fredda, che rifugge a qualsiasi forma di comunicabilità, azzurra come quella che Scully ha voluto dare alle pareti del suo Hotel.

Alberto Trentin

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Ambientazioni surreali in località sperduta e fredda degli Stati Uniti d’America, personaggi goffi a tratti ridicoli ma simpatici che messi insieme sembrano far parte di una storia a tratti onirica ma che onirica non è.

Una storia che cerca di scavare nell’animo dei personaggi, nei loro pensieri, nelle loro fisime e in qualche modo nei turbamenti dei pochi personaggi presenti nel libro, nell’Hotel Azzurro e nei locali nei suoi dintorni.

Racconta le loro paure e le mette a confronto con le loro speranze e le loro previsioni con uno stile allegro da renderne simpatica la storia narrata e i suoi personaggi che navigano all’interno della storia da veri padroni, soprattutto lo svedese arrivato nel freddo inverno del Nebraska con il treno e che vive nella convinzione che in quel luogo, da lì a poco, qualcuno lo ammazzerà.

Il Finale lascia con il sorriso.

Vincenzo Contreras

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