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La campana di vetro di Sylvia Plath
Mondadori

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Vigevano “Circolo Bibliosofia della La biblioteca di Mastronardi”
coordinato da Raffaella Barbero
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Leggendo questo libro mi è venuto in mente “Il mestiere di vivere” di Pavese autore che adoravo quando ero giovane, infatti ho letto tutti i suoi libri e ho addirittura dipinto un quadro ispirandomi alla sua poesia “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”…

Ora che di anni ne ho almeno il triplo non posso fare a meno di pensare che perdere così delle vite (a 31 anni la Plath, a 42 Pavese) è uno spreco perché nella vita non sai mai cosa ti aspetta quando ti svegli ogni mattina e cosa puoi ancora fare di bello. Ma mentre Pavese mi ha trasmesso dei sentimenti magari anche angosciosi e tristi, la Plath non mi ha trasmesso niente, anche le sue poesie per me non hanno un filo logico e non mi hanno comunicato nulla.

Non avevo mai letto la Plath e anche se è considerata una delle maggiori poetesse del Novecento le sue poesie non mi sono piaciute affatto e il suo libro che dovrebbe simboleggiare una campana di vetro, perciò un’immagine in fondo romantica, mi richiama invece alla mente una cella frigorifera dove tutte le emozioni sono congelate ed algide indifferenti a tutto e a tutti.

Ha avuto ottime opportunità nella sua vita, godeva di potenzialità intellettuali che non ha saputo sfruttare forse a causa di una personalità profondamente disturbata.

Mariabianca Barberis

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Romanzo di carattere autobiografico in cui la protagonista vive la sua angoscia ed estraneità al mondo come sotto “una campana di vetro”.

Uno sguardo critico all’America degli anni 50/60, chiusa nel suo perbenismo, alle cure per malattie mentali, all’ottuso provincialismo.

Scrittura lucida, diretta che non cede al pietismo.

Benché attenta a cogliere i momenti di maggiore sensibilità e dolore della protagonista, la vicenda non mi ha coinvolta nel profondo, non sono riuscita ad identificarmi. Forse questo “distacco” emotivo era nelle intenzioni della scrittrice.

Maria Luisa Bertolotti

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Tra prefazione e postfazione il romanzo viene esaurientemente commentato: posso aggiungere quello che ho pensato la prima volta che l’ho letto (sono molti anni ormai): nel mondo anglosassone l’adolescente deve imparare presto a gestirsi e a trovare la sua strada, (almeno così era in quegli anni) e con l’orizzonte del successo, come unico obiettivo, non tutti riuscivano ad accettarsi: la campana di vetro esprime bene alcuni momenti della adolescenza, quella sorta di autoreferenzialità per cui ogni “messaggio” comunicativo sembra rivolto solo a noi e chi ci sta vicino, proprio per questo, non può raggiungerci. Scrittura a volte ripetitiva, secondo canoni analogici. Efficace l’elisione finale.

B.M.G.

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Al contrario del libro precedente dove la fragilità diventa forza, nella “Campana di vetro” la fragilità diventa prigione. Dalla lettura della biografia dell’autrice si comprende come la protagonista del libro è una “falsa” copia di se stessa, la quale mostra una grande debolezza e molte problematiche nell’affrontare le piccole e grandi difficoltà della vita.

La protagonista del libro e l’autrice si ritrovano senza forza e senza risorse, lasciandosi trascinare dagli eventi della propria esistenza.

Questo libro lascia il lettore con una sensazione di rabbia, di non completezza e confusione, tratti che presumibilmente caratterizzavano la personalità di Sylvia Plath.

C.G.

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Ho faticosamente letto il romanzo della Plath perché non è proprio nelle mie corde. La protagonista, Esther, una giovane donna, che passa dalla “adolescenza all’età adulta”, è un personaggio che non cresce, anzi regredisce fino alla pazzia. Le sue esperienze dovrebbero cambiare la sua vita positivamente, invece lei è confusa, disorientata e pensa solo alla morte; il suo fallito tentativo di suicidio la porta solo a desiderare di sopravvivere. Personalmente la giudico un personaggio negativo e per questo non mi piace.

Il romanzo è comunque ben scritto e descrive bene la situazione della donna negli anni cinquanta.

Laura Coppo

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Silvia Plath, quando si suicidò aveva 31 anni ed era mamma di due bimbi piccolissimi.

Conoscendo le tragiche vicende della sua vita non è possibile leggere il libro, in grandissima parte autobiografico, a prescindere da esse. Tutta la narrazione è percorsa da un profondo senso di malessere, nonostante il tono inizialmente ironico, a volte caustico. Trapela una critica pungente a certo perbenismo americano degli anni Cinquanta e al ruolo di sposa e madre convenzionalmente attribuito alla donna. Nella seconda parte del romanzo il tono diventa lugubre, il simbolismo della

“campana di vetro” si esplicita. Ma più che lo scivolare della protagonista nella depressione, lo stile narrativo sembra esprimere una specie di atteggiamento “necrofilo”. Di corteggiamento della morte. Vengono insistentemente usati termini ed espressioni come “lugubre”, “funereo”, “lapide”, “cimitero” (avevo cominciato a sottolinearli, decisamente troppi!). Persino delle nuvole possono essere “un sudario grigio”, una “pace estiva” può essere “lenitrice come la morte” e la descrizione di una donna incinta una visione grottesca! Nonostante gli apprezzamenti di tanti lettori americani, lo considero un’opera stilisticamente immatura che non esprime e non suscita empatia. (vedi H:Bloom)

Simonetta Depaolis

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Romanzo sull’insoddisfazione profonda per una vita banale basata su approvazione e aspettative altrui. Nel momento in cui la protagonista si rende conto di ciò che non desidera (matrimonio, figli), non riesce ad uscire da una crisi profonda d’identità che mette a repentaglio la sua stessa vita. Testo molto intenso e coinvolgente, che all’inizio appare superficiale come le persone descritte attente all’esteriorità e alla ricchezza, ma poi diventa introspettivo e profondo toccando la parte più oscura e disperata dell’essere umano.

B.F.

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Voglio proprio dirlo che non mi è piaciuto. Per carità, la scrittrice è bravissima: proprio con la sua efficacia nella comunicazione riesce perfettamente a trasmettere al lettore i suoi sentimenti. Peccato che si tratti dei sentimenti negativi di una persona disturbata psicologicamente e attratta dal suicidio.

La cronaca di una vita priva di entusiasmi, sofferta ma quasi indifferente, permeata da un senso di inutilità, di apatia. Le poche “storie” dei pochi personaggi sono abbozzate e non portate a termine.

Tutto però è descritto talmente bene, con una scrittura fluente che coglie aspetti molto sottili di una realtà brutta, che nessuno di noi vorrebbe vivere, da disturbare anche chi legge.

Alla fine mi è sembrato di aver impiegato male il mio tempo nella lettura, sono rimasta di malumore per un po’, e ho dovuto mandarla a cagare. Perché scriveva bene, povera donna!

Giuliana Clotilde Gabet

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Silvia Plath nella “Campana di vetro” ha scritto una frase che sintetizza tutto il libro: “mi sentivo

inerte e vuota come deve sentirsi l’occhio del ciclone: in mezzo al vortice, ma trainata

passivamente.” Nonostante la sua inerzia noi siamo “trainati” dal racconto e dal suo modo di

scrivere, che dimostra ampia e ricca possibilità di situazioni e di potenzialità espressiva nonostante

il tema di fondo sia sempre lo stesso, la sua incapacità di aderire alla realtà. Il libro è coinvolgente

e decisamente toccante anche perché conosciamo l’epilogo della vicenda non presente nel libro

ma vissuta dall’autrice stessa.

Marinella Gagliardi

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Per leggere e “digerire” questo romanzo della Plath occorrono particolari stati d’animo e forse quella sensazione di malessere che in questo momento pandemico stiamo vivendo può aiutarci ad entrare nel mondo di un’adolescente che, nonostante le apprezzabili doti e capacità personali, si sente circondata da una fragilità che farà diventare sempre più deboli le sue forze di resistenza fino ad annullarle, come sappiamo dalla sua storia. È un’autobiografia sentimentale quella della protagonista, Esther/Sylvia, che attraverso i temi trattati ci fa entrare in una campana dove malinconia e drammaticità regnano sovrane. Il desiderio di morte, in ultima analisi, è solo quello di porre fine ad una vita dominata da convinzioni che non le appartengono e dal desiderio di rinascere in un’altra vita in cui le proprie aspirazioni possano realizzarsi senza condizionamenti. Il tutto raccontato con uno stile limpido e con una semplicità agghiacciante, specchio di un’anima che sa quel che vuole, ma che le viene negato da una società che intimamente rifiuta.

Filomena Martoscia

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Libro complesso per ricchezza di temi, varietà di piani temporali, pluralità di toni narrativi, che generano emozioni e processi di identificazione. L’opera può essere considerata un romanzo di formazione, in cui la protagonista, passando attraverso varie esperienze per nulla esaltanti e spesso traumatiche, si ribella alla “campana di vetro”, nella quale è vissuta a lungo, al riparo da pericoli e responsabilità, ma incapace di affrontare in assoluta autonomia la vita. Il libro induce a riflettere sui problemi esistenziali dell’uomo moderno e sulla continua lotta che questi deve sostenere per autodeterminarsi e conquistare la libertà.                           

T.R.

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Si è affascinati dalla parola di Sylvia Plath che si presenta con uno stile vario e ricco che ti induce a leggerla mentre pensi che se ti raccontassero l’argomento del libro in anticipo non ci terresti minimamente di leggerlo. Tre momenti diversi dell’esistenza della protagonista con un declino continuo inarrestabile. Le sue vicende coincidono con quelle dell’autrice, una vita tormentata e infelice senza che nessuno sia stato in grado di aiutarla. Tutta la simpatia del lettore va al racconto di quella ragazza che nel corso della sua esistenza forse semplicemente non ha incontrato le persone giuste.

Rinaldo Santi

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Unico romanzo, in parte autobiografico, della poetessa Sylvia Plath, ha la valenza di una anamnesi psicologica della grave forma di depressione che l’ha portata al suicidio a 31 anni. La campana di vetro è la simbolica protezione che la soffoca e che impedisce la comunicazione con gli altri. Nessuno l’ascolta, nessuno la prende in considerazione per quello che è, nessuno capisce l’estrema fragilità di questa giovane donna, incapace di ribellarsi agli stereotipi della società americana che la vuole socialmente vincente per poi relegarla al ruolo subalterno di moglie e madre devota.

Le crescenti difficoltà di relazione e il disagio di Esther, suo alter ego, vengono raccontate in uno stile limpido, di una semplicità agghiacciante, a volte ironico, ma senza partecipazione affettiva. La protagonista cerca disperatamente risposte, ma si sente inadeguata, incapace di reagire, incapace di provare emozioni.

 Al penultimo anno di College, vince uno stage presso una nota rivista di moda a New York. Da quel momento si esasperano tutte le insicurezze e i problemi irrisolti che la portano ad una profonda depressione, fino al tentato suicidio, all’elettroshock, al ricovero in ospedale psichiatrico.

L’unico personaggio positivo è la Dott.ssa Nolan, la psichiatra che la prende in cura e che (finalmente) l’ascolta.

Il romanzo è scritto molto bene, in modo equilibrato, ma algido, non disperato, malgrado la protagonista non veda altra soluzione alle sue difficoltà se non il suicidio.

Termina con una luce di speranza quando finalmente Esther viene dichiarata guarita e dimessa.

Una lettura molto coinvolgente, ma deprimente.

In appendice al romanzo, sei poesie tratte da “Ariel”, intense e piene di dolore, mostrano tutta la grandezza di Sylvia Plath, una delle voci poetiche più straordinarie del secolo scorso.

Anna Signori

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L’idea di scrivere una recensione sul libro “La campana di Vetro” di Sylvia Phath è stata laboriosa .

Fin dalle prime pagine, anche se redatte in una prosa schietta, non mi sono entusiasmata con la scrittura. Avrei preferito parlare delle sue poesie.

Primo ed unico romanzo della Phath, fu pubblicato in Inghilterra nel 1963, alcuni mesi prima della morte suicida dell’autrice.

Considerato semiautobiografico, si sviluppa in tre fasi successive, il cui sfondo è la citta di New York. Tratta del percorso di una ragazza che da Boston approda alla grande mela.

Dall’adolescenza passa all’età adulta ma, invece di trovare arricchimento, la porta alla ricerca del suicidio. Il Movimento per la liberazione della donna in contrasto con il ruolo che essa è chiamata a svolgere sono messi in discussione. Si mette in evidenza il “clichè” della moglie devota e madre amorevole ed il desiderio nascente della donna professionale seria e competente

Sta il fatto che il libro si presenta come una critica anche alla psichiatria ed alla psicoterapia mettendo in evidenza il relazionarsi del professionista col paziente. Anche se è un romanzo, e deve essere visto come tale, si presenta altamente psicologico, dove la morte è il tema ricorrente. Libro scritto negli anni sessanta del secolo scorso, quando la psicologia e la psicoterapia era molto apprezzata.

L’opera della Plath, probabilmente ritrae ciò che è stato un suo Universo Personale. 

Graziella Tognetti

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Dal momento che conoscevo la Plath solo come poetessa, mi sono avvicinata al romanzo con

curiosità e non ne sono rimasta delusa. Anzi. Trama, stile, personaggi mi hanno avvicinata a lei in un’identificazione, per certe aspirazioni giovanili non ancora “turbate”, tale da non mollare una lettura tutta d’un fiato. La forza e nello stesso tempo l’intima profondità della descrizione della depressione, della follia ma anche di ambienti di studio e di lavoro mi hanno avvicinato a questa ragazza americana nel suo percorso di formazione e di educazione in un contesto così diverso dal mio ma conosciuto e vissuto attraverso le opere di altri scrittori americani.

Già l’incipit straordinario del romanzo con l’impatto ossessivo sull’autrice della condanna dei Rosemberg alla sedia elettrica avvia alla struttura di tutta la narrazione: un drammatico e coinvolgente percorso psichico. Pur sotto la “campana di vetro” dell’alienazione la Plath si immerge da protagonista nella società americana di quegli anni che balza viva nella descrizione di ambienti e di personaggi anch’essi portatori di derive della mente e dell’animo. Ho scorto in lei capacità narrative vicine, più che agli scrittori americani, alla scrittura introspettiva di Virginia Woolf e a quella psichica di James Joyce, chiave di lettura anche della ribellione nei confronti del perbenismo inglese per la prima, di quello irlandese per il secondo e di quello americano per la Plath. Il finale aperto non può che far intravvedere il drammatico epilogo del suicidio che chiarisce, nella sua oscurità, tutto in un lampo, la narrazione.

Gabriella Vezzosi

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Milano 6 “Critici in progress”
coordinato da Barbara Monteverdi
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Scritto e ambientato negli anni Cinquanta ma attuale come uno spaccato dell’America contemporanea, indecisa tra il conformismo e l’evoluzione, dove l’uno e l’altra si sovrappongono e si confondono a vicenda. La giovane e talentuosa Esther vince una borsa di studio, che le permette di trasferirsi a New York per un praticantato. Nella grande città la ragazza - nonostante sia ambiziosa e anticonvenzionale, quindi apparentemente perfetta per farsi largo nella mischia newyorchese - si scontra con un ambiente snob e competitivo, da cui rimane scottata. La perenne insoddisfazione e l’ipercriticità rendono il personaggio talvolta irritante; la sua emotività malinconica e l’instabilità psichica volgeranno al negativo quell’esperienza tanto ambita dalle ragazze di provincia.

Roberta Mella Simion

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Il libro inizia con le vicissitudini di una ragazza diciannovenne di Boston, Esther Greenwood, studiosa, vincitrice di numerose borse di studio, vissute durante un breve tirocinio a New York, dove viene a contatto con il mondo dell’editoria e con una realtà molto diversa dal suo quotidiano. Esther crolla nel momento in cui le viene negato l’accesso a un corso di scrittura: entra così in un tunnel sempre più buio e profondo fatto di depressione, di un tentativo di suicidio e curata con elettroshock e ricoveri in ospedali psichiatrici. La storia, triste e a volte claustrofobica, ha parecchi tratti autobiografici: lo stile è asciutto, lineare quasi asettico, a momenti piatto e poco coinvolgente. Il libro è stato pubblicato nel 1963 e in esso l’autrice delinea le aspettative per la sua vita futura, che considerando i tempi, sono molto “avanti”: l’attività ineludibile di scrittrice, di intellettuale, indipendente da un uomo, lontana dallo stereotipo di donna dedita ai figli e a un marito. Un libro interessante ma che non è riuscito a appassionarmi emotivamente perché mi è sembrato scritto da un cronista o da uno spettatore. In ogni caso, una lettura importante di un’autrice che conoscevo solo per le sue poesie

Maria Luisa Albizzati

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Un bellissimo romanzo semi autobiografico nel quale l’autrice ci conduce nel dedalo di una mente affascinata dalla morte. Esther ha un’intelligenza brillante, ma una grande fragilità emotiva; è una ragazza che è insofferente ai canoni imposti dalla società dell’epoca e che ha un percorso di vita doloroso, soprattutto nei rapporti con gli uomini; ci porta all’interno del manicomio e ci fa conoscere le terapie dell’epoca e l’orrore dell’elettroshock.

Una lettura impegnativa e di grande spessore.

Patrizia Santini

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La campana di vetro non è certo il mio genere preferito, ma è comunque un romanzo molto interessante dal punto di vista letterario: il tono in cui è scritto potrebbe far pensare a Chiedi alla polvere, o al Giovane Holden, soprattutto nella parte iniziale. La voce narrante è quella di Esther, una diciannovenne brillante che racconta la sua vita, a partire da una vacanza premio a New York presso la redazione di un giornale di moda, poi però quella che sembra una ragazza ribelle alle regole della società borghese si manifesta come donna crocefissa proprio dalle regole stesse. Esther è una ragazza intelligente ma insicura, e la sua salute mentale subisce un duro colpo quando una scuola di scrittura la rifiuta, il suo primo insuccesso. Dentro di sè si sente inadeguata, e forse non è proprio così intelligente, così brava come è sempre riuscita a far credere a tutti, però è molto studiosa, forse troppo per una persona davvero intelligente, così studiosa da non aver mai vissuto veramente, quindi i suoi racconti sono artificiosi ai suoi stessi occhi e a quelli degli insegnanti della scuola di scrittura da cui viene rifiutata. Colpisce come in tante pagine in cui ci sono incontri, feste, amiche, fidanzati, le esperienze più emozionanti e le righe più vivide e suggestive sono sempre quelle legate ai tentativi di suicidio. Nella parte finale del racconto è descritta la guarigione di Esther, legata alla cura azzeccata, e più probabilmente al rapporto estremamente positivo con la dottoressa Nolan. La dottoressa è l’unico personaggio descritto con tenerezza e con profondo affetto: l’unico personaggio a colori, tra tante figure in bianco e nero.

Lucio Sandon

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Il romanzo propone interessanti problematiche socioculturali e politiche che non vengono sviluppate e approfondite adeguatamente. Libro non facile. Per contenuti e per ritmo.

Le due parti da cui la narrazione è composta risultano scollegate, mancano nella prima i presupposti della seconda o, quantomeno, non sono evidenziati.

Lo stile medio è scorrevole, sono pregevoli alcune metafore che anticipano lo svolgimento degli eventi.

Elisabetta Dedé

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Una storia di “oppressione” (la “campana di vetro”) definita dalle convenzioni sociali e dai copioni da rispettare, in un’epoca dove riuscire a capire se e come essere libere di fare le proprie scelte (e condurre la propria vita) era incredibilmente difficile.

Freddo nella narrazione (così almeno l’ho percepito io), per nulla emotivo, lascia però passare molta sofferenza. Sommessa, sotterranea, ma forte. Forse uno di quei libri che non fa “effetto wow” ma che ti entra sotto pelle sulla lunga distanza.

Barbara Olivieri

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Una campana di vetro non protegge: soffoca.

Ma se fa freddo è peggio: ti gela le ossa.

Io ho trovato molto gelo in questo romanzo di Sylvia Plath, che poi romanzo non è; è chiaramente la sua autobiografia romanzata, scritta poco prima di morire, di quella morte voluta e cercata in modo lucido perché fosse plateale.

Quando hai freddo, reagisci: accendi un fuoco, protendi le mani alla fiamma. Se non lo fai, se fuggi dal tepore, non hai più chances...

Io credo che la poesia debba dare speranze alle nostre vite, ma leggo le sei brevi liriche in calce a questo libro e trovo soltanto una coltre di brina sopra un lago già ghiacciato. E provo tristezza, e rammarico, per la breve, sfortunata vita di Sylvia Plath.

Margherita Guizzo

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Ho iniziato questo libro con sentimenti ambivalenti. L’avevo già letto nell’86 e avevo un ricordo di grande tristezza e distanza emotiva. Sentimenti che ho ritrovato, anche se la rilettura ha messo in evidenza che in realtà si tratta di un libro molto importante. Il racconto parzialmente autobiografico di una grande depressione che porta al suicidio. La distanza emotiva che nella lettura risulta fastidiosa, In realtà rispecchia la psicologia tipica delle persone che non sanno dare un nome alla loro tristezza esistenziale. Inoltre il libro è scritto molto bene, ma purtroppo in questo momento sociale della nostra vita non è una lettura piacevole.

Valeria Fassi

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Esther Greenwood, giovane ragazza con velleità letterarie, si trasferisce a New York per svolgere uno stage presso una rivista femminile di moda. Quando tornerà a casa da sua madre scoprirà di non essere stata ammessa a un corso di scrittura estivo e piomberà in una depressione che la porterà a tentare il suicidio. Ammessa in un ospedale psichiatrico, un medico l’aiuterà a rimettersi in piedi e a recuperare una visione più rosea della vita. Stile asciutto, molto (troppo?) simile a J. D. Salinger.

Carlo Mattioli

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È comprensibile che un romanzo pubblicato un mese prima del suicidio della sua autrice e che narra le angosce, le convenzioni sociali più schiaccianti, una America tutta apparenza e niente sostanza possa avere fatto presa sull’immaginario di molte lettrici del 1963. Ma il fatto è che quel “piccolo mondo antico” che faceva così paura e angoscia alle contemporanee è stato spazzato letteralmente via dal ‘68, da Woodstock, dai gruppi rock e dagli short inquinali. Si salva la scrittura della Plath. Tutto il resto è anacronismo allo stato puro. Alla molto meglio un bel romanzo sulla Prima guerra mondiale.

Antonia Del Sambro

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Storia divisa in tre momenti, distinti anche da differenze stilistiche.

La protagonista racconta in prima persona lo scontro tra i suoi progetti di brillante studentessa e la realtà delle aspettative sociali nei riguardi di una donna negli anni Sessanta. Questa situazione di conflitto la porta alla rinuncia a vivere, alla mancanza di sonno, alle terapie traumatiche dell’epoca come l’elettroshock e l’internamento in strutture sanitarie. La narrazione si conclude sulla soglia di uno studio medico, nella quale è atteso il verdetto di una diagnosi finale.

Il libro descrive con precisioni le figure femminili (la protagonista, sua madre, le amiche, la dottoressa, la magnate che la sostiene economicamente, la manager che incontra a NY), per ognuna delle quali si può individuare un preciso ruolo sociale, così si ha un panorama delle opzioni disponibili alle donne del periodo.

Molto ben costruiti i dialoghi interiori della protagonista, che dischiudono al lettore i segreti della sua intimità vacillante.

Fernanda Rossini

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È stato difficile scegliere tra i due testi di questa sfida, perché assolutamente non comparabili in termini di genere letterario e temi trattati. Il lavoro di Sylvia Plath, unico romanzo della celebre poetessa morta suicida, e pubblicato nel 1963 sotto pseudonimo, racconta con toni distaccati che rendono – se possibile – ancora più angosciante la vicenda, la storia in chiave autofictional del progressivo scivolamento nella depressione di una intelligente e dotata laureanda di un prestigioso college americano. I temi trattati in questo romanzo sono molto interessanti per l’universo femminile, e adattissimi ad una lettura in chiave persino femminista della società degli anni Sessanta. La protagonista del romanzo vaga confusa tra tensioni contraddittorie: da un lato il talento e l’ambizione che la spingono verso l’omologazione, dall’altra la sensibilità e i desideri personali che le rendono pesante, addirittura impossibile, assoggettarsi al ruolo marginale che la donna dell’epoca rivestiva nella società. La storia di Esther, tuttavia, per quanto coinvolgente, scritta in maniera originale e interessante, rimane una vicenda borghese, ambientata in un contesto relativamente privilegiato, e comunque indifferente alle problematiche razziali che pure sconvolgevano gli USA in quel periodo. Per certi versi più che di indifferenza credo si possa parlare di un atteggiamento di malcelato razzismo da parte della protagonista del romanzo, che usa in senso simbolico estremamente negativo un personaggio afro-americano addirittura apostrofato con la n-word. Altre battute infelici sono rivolte a peruviani e cinesi, indicando a mio avviso chiaramente quanto fosse bianco il mondo di Esther.

Adele Boldrini

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Il romanzo mostra i caratteri della poesia più ancora di quelli narrativi. Alcuni tratti sono approfonditi con descrizioni minuziose che mettono il lettore di fronte a particolari sfaccettati. Altri presentano situazioni appena accennate, che consentono di annodare i fili della storia solo conoscendo la biografia e le esperienze della scrittrice.

Ambientato tra la New York e i sobborghi di Boston nel mezzo degli anni Sessanta, La Campana di Vetro (Silvia Plath ne è indirettamente protagonista) disegna stili di vita e tematiche che mostrano come gli attuali problemi connessi con la condizione femminile fossero già tutti presenti alla metà del secolo scorso. La depressione, il rapporto con il corpo e con la madre, la vita sospesa tra lo studio, il lavoro, le esperienze del gruppo, le amicizie sono elementi che si mescolano nella storia di Esther alternando levità e crudezza. Per chi è nato a cavallo di quegli anni, è un bel tuffo in un’epoca appena sfiorata eppure ancora così viva nella mente.

Nicoletta Cicalò

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson di Taranto
“Leggere per leggersi - Amici della biblioteca Aclario”
coordinato da Maddalena Girelli Renzulli
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Cosa accadrà dopo aver varcato quella porta non ci è dato saperlo, ma forse non è così importante per il lettore de “La campana di vetro”. La problematica autrice raccoglie qui le proprie autobiografiche pulsioni suicide, riversando in questo libro l’amarezza e la sensazione di inadeguatezza di Esther. Benché il libro sia interessante riguardo agli approcci della psichiatria di dell’epoca, personalmente la scrittura della Plath non è stata coinvolgente. Atmosfera fredda e distaccata. Stile anonimo e immaturo.

Dott.ssa Maria Alfonzetti

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Esther è una brillante studentessa amante della poesia, cui si dispiega un ampio spettro di opportunità, delle quali il praticantato vinto a New York presso una famosa rivista di moda sembra essere soltanto il preludio. Eppure, questa invidiabile chance nella sfavillante metropoli segna una svolta: la società fino ad allora solo vagheggiata, trasuda soffocante inquietudine, svela rapporti fondati su convenzioni borghesi che corrompono la spontaneità, al punto da far sentire “invisibile” la protagonista, sensibile ed intransigente, lacerando profondamente le sue certezze e aprendo il varco all’instabilità, alle ossessioni ed alla delirante solitudine. L’autrice, in un’analisi lucida e con perfezione quasi “chirurgica”, evoca sentimenti con cui ciascuno di noi è costretto, suo malgrado, a misurarsi, nella dicotomia tra rigidi schemi e la fluidità della nostra vera essenza. Un racconto coraggioso, angosciante ed insieme poetico, che interpella le coscienze.

Dott. Francesco Proto

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Il romanzo, semiautobiografico, narra di Ester brillante studentessa che vince una borsa di studio e viene catapultata a New York. Qui viene indottrinata sui temi della morale corrente: l’importanza della verginità e del matrimonio, nonché il raggiungimento del successo letterario. Ester si ribella e si sbarazza degli abiti costosi che aveva comprato per favorire la sua trasformazione così come dei pregiudizi che la soffocano come una campana di vetro. Inizia la devianza che termina col tentativo di suicidio. Ester intraprende un tormentato processo di riabilitazione cercando la propria identità. Il romanzo è molto angosciante e lascia in dubbio l’antitesi Vita-morte. Il nucleo della narrazione si coglie nella rappresentazione del male di vivere che permea tutta la storia e la vita di Sylvia Plath. Ma è anche affascinante, coinvolgente ed emozionante soprattutto nella seconda parte. Un bel libro.

Dott.ssa Maria Cristina Carobbi

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Il romanzo di Sylvia Plath descrive la vita di una ragazza che ha concluso brillantemente un ciclo di studi e che si affaccia al mondo. Ma l’iniziazione alla vita sociale non si realizza per la forte resistenza mentale della protagonista e da lì inizia un terribile percorso che va dal disagio e malessere psicologico alla vera e propria alienazione mentale. Questo crollo viene descritto con una tecnica narrativa che si fa via via più precisa e incisiva. L’autrice ci presenta situazioni e immagini di forte spessore emotivo, soprattutto quando descrive la chiusura della protagonista verso il mondo (la campana di vetro che la soffoca e al contempo la protegge), i drammatici episodi dei suoi tentativi di suicidio e le terribili esperienze delle sedute di elettroshock, fino all’efficace finale, aperto ad un piccolo barlume di speranza, e lo fa mantenendo comunque uno stile leggero e a tratti ironico. In tal modo il romanzo, pur non avendo un altissimo valore letterario (la Plath lo definì “un lavoro da principiante”), riesce ad essere ugualmente molto coinvolgente e convincente.

Dott. Giuseppe Insolera

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La Campana di Vetro è un romanzo autobiografico pubblicato nel 1963 da Sylvia Plath sotto pseudonimo. Il personaggio principale è Esther, alter ego dell’autrice. Il romanzo descrive la vita di Esther, il suo breve periodo come redattrice di una rivista per ragazzi, i suoi tentativi di suicidio falliti e descrive il sevizio psichiatrico americano alla metà del ventesimo secolo. Il romanzo è una forte critica delle politiche sociali degli anni ‘50. La guarigione finale di Esther è dovuta alla sua capacità di allontanarsi dai falsi modelli femminili dell’epoca.

P.I. Roberto Carducci

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La protagonista trasferitasi a New York, dove le prospettive di vita dovrebbero essere gratificanti, dichiara invece di vedere davanti a sé solo “un torbido abisso”, un mondo ostile da cui si sente rifiutata. In realtà è Esther che rifiuta quel mondo, perché esso, distante dalle sue attese, la atterrisce. In un epoca in cui le donne lottano per la propria affermazione, Esther, non trovando sostegni né nella vita professionale né in quella sentimentale, rifiuta la lotta e si rinchiude in se stessa. L’ unica soluzione dunque è abbandonare la vita. Il dramma intimo è magistralmente rappresentato in una forma matura e visionaria, ma all’ origine del dramma della protagonista io vedo soprattutto la sua fragilità.

Dott.ssa Luisa Cavallotti

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Con “ La campana di vetro” Silvia Plath è riuscita a riprodurre un universo claustrofobico, nel quale la protagonista si muove con difficoltà, alternando momenti di contestazione dell’ordine costituito a momenti di estrema instabilità.

Il mondo che emerge è irrespirabile, l’unica via d’uscita per la sua anima fragile è la resa totale, l’abbandono di qualunque forma di resistenza.

 L’epilogo è tragico ed è il risultato di un percorso interiore sul quale la Plath si era già incamminata. Questo continuo indagare sul senso della vita, sull’inadeguatezza della propria esistenza conducono la protagonista Esther e l’autrice Silvia, di cui una è il riflesso dell’altra, al suicidio. Nel romanzo ci sono pagine di grande lirismo, ma nella sua totalità mi sembra che il lettore non riesca sempre a mantenere viva l’attenzione.

Dott.ssa Claudia Girardi

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La campana di vetro è la prigione che Esther costruisce su di sé, con il suo senso di inadeguatezza alla vita che la circonda, la mancanza di autostima in contrasto con l’intelligenza vivace e l’acuta ironia con cui giudica persone ed eventi. La prima parte dell’opera suggerisce l’idea di un romanzo di formazione che alcuni critici hanno accostato a” Il Giovane Holden”: l’atmosfera leggera della vacanza nell’albergo di New York, il mondo fatuo delle ragazze di buona famiglia, il loro conformismo borghese, una morale che Esther rifiuta. una cultura che giudica con distacco. Un avvenimento negativo, la mancata ammissione a un corso di scrittura, è la linea di demarcazione tra la prima e la seconda parte del romanzo. Da qui la discesa agli inferi: due elettroshock, numerosi tentativi di suicidio non riusciti perché anche al suicidio si sente inadeguata. In questa fase tragica della sua vita si acuisce il conflitto con la madre. Dal suo inferno Esther riesce a riemergere. Il romanzo, tuttavia, privo di conclusione, dà un finale aperto che fa pensare.

Dott.ssa Anna Varese

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Autobiografico nella struttura, La Campana di vetro ci introduce nella New York degli anni Cinquanta e Sessanta. Il racconto, fluido, lineare, è arricchito a tratti da un aggettivo, un’immagine, una similitudine: frizzante ironia, voce interiore della narrante. Il ritmo asseconda lo sviluppo degli eventi: vivace e arguto nella prima parte, più lento con l’avanzare del disagio esistenziale della protagonista, serrato e incalzante negli ultimi capitoli. Dalla provincia puritana e bigotta, Esther giunge a New York, ricca occhieggiante…, ma fatua contradittoria vuota. Tale società le dà disagio: la fa sentire inadeguata, incapace. Nega identità, espressività. Molti i nodi dentro di lei: il rapporto con la madre, rapporto con la sua maternità e sessualità; il rapporto con il padre, rapporto con il maschile. Un senso di estraneità la invade. Dirà “non sono padrona di niente, nemmeno di me stessa”. La società detta regole e Dubby ne è l’espressione, è un traditore. La sua doppia morale la devasta. Nessuna soluzione finale, la realtà manicomiale non è un “brutto sogno”: “Per chi è sotto una campana di vetro vuoto e bloccato come un bambino morto, il brutto sogno è il mondo.”

Dott.ssa Vanna Pozzessere

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La campana di vetro, è questo il titolo del libro di Silvia Plath, racchiude una valenza figurativa di grande ambiguità. Collegato a ciò che opprime, può essere il mondo delle convenzioni, dei modelli di vita che la società ci costruisce intorno, della falsità di rapporti affettivi improntati all’ipocrisia. Ma può anche rappresentare un aiuto, una difesa per chi non riesca ad affrontare un percorso di crescita che includa delusioni e sconfitte. È ciò che accade a Esther, studentessa brillante, che crede nel valore della poesia, forse il modo più compiuto di stare al mondo per lei che è alla ricerca continua di un riscatto dai valori tradizionali che la società impone alle donne (sposarsi, formare una famiglia). Incapace di metabolizzare esperienze negative che la vita quotidiana presenta, Esther si ammala di una malattia che “non è quella del corpo ma della mente”. Nella campana che su di lei incombe “circola l’aria mefitica” del desiderio di morte, così pervasivo da distribuirsi equamente sia nel fisico che nella mente. La morte: è L’Impiccato in cui si identifica, è La Rivale che la segue nei numerosi tentativi di suicidio “non c’è giorno al riparo da tue notizie”. Forse è nel manicomio la “campana di vetro” sotto cui spera di trovare protezione e cura dalle sue angosce. Ma ci sono misteri, quelli della mente, che non possiamo e, forse, non dobbiamo comprendere. “Forse per chi è chiuso sotto una campana di vetro, il brutto sogno è il mondo”. Forse non c’è differenza fra Esther in manicomio e le ragazze che giocavano a bridge nel college da cui lei proviene. Esther, “rattoppata e ricostruita” con numerosi elettroshock, torna alla vita con un interrogativo senza risposta “Chi mi assicurava che un giorno la campana di vetro non sarebbe scesa di nuovo con le sue soffocanti distorsioni?”.

Dott.ssa Jolanda Leccese

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La lettura di questo romanzo fa comprendere che la scrittrice Plath, come la sua protagonista Esther, si sente soffocata nella “campana di vetro”. Ella rappresenta tutte quelle donne e quelli uomini che si sentono oppressi dalle istituzioni, dalle imposizioni di alcuni comportamenti, da persone che badano al profitto.

E la protagonista del romanzo, Esther, dopo un processo di rigenerazione, nell’ultima pagina entra in una stanza, sola, ma non è più sola nella lotta contro una condizione umana in cui lei e tanti sono impegnati.

Dott.ssa Caterina Carducci

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Dopo un avvio da apparente romanzo di formazione, la narrazione si concentra sul malessere della protagonista che, esclusa dal corso di scrittura, si smarrisce e non riesce più a trovare un nuovo percorso. La narrazione, attenta e puntuale, segue la protagonista nel suo lento scivolare nella malattia attraverso una vita vissuta all’insegna della contraddizione che non scaturisce da frustrazioni esterne ma da pulsioni profonde. Con un ritmo incalzante ed ossessivo, la scrittrice segue la protagonista nella sua affannosa fuga dal mondo in un crescendo vorticoso di tentativi di suicidio. L’introspezione, continua e lucida, evidenzia le spinte compulsive che la sollecitano al suicidio: la campana di vetro appunto, invisibile agli altri e padrona dell’IO. Anche il lessico è la spia del suo rigetto del mondo. Sono queste le ragioni che fanno della Campana di Vetro un testo letterario, ma anche un prezioso testo clinico.

Dott.ssa Maddalena Girelli Renzulli

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Clinicamente interessante, ma inquietante, soffocante e tragica come le prime battute del romanzo è la storia di Esther Greenwood, studentessa brillante, aspirante giornalista catapultata, come borsista, dalla nativa e paciosa Boston alla frenetica New York. Il trasferimento ha un effetto destabilizzante sulla fragile psiche di Esther per gli incontri fatti e le novità dell’ambiente. Il ritorno a Boston aumenta ed acuisce i suoi disturbi della personalità, tanto da rendere necessario il susseguirsi di ricoveri in strutture psichiatriche, vissuti in modo traumatico da Esther, capace di sdoppiarsi ed analizzare non solo le sue nevrosi, ma anche la condizione degli altri ospiti. Il romanzo pone una serie di domande e problemi relativi alla complessità dell’io più profondo dell’uomo, alle cause che rompono quell’equilibrio che è l’unico che rende possibile la convivenza sociale.

Dott.ssa Miriam Casulli

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La campana di VETRO preserva ma è anche fragile, il suo suono si dissolve, come New

York all’alba, ma da cosa protegge? Da Buddy, dalla madre, dal dottor Gordon, da Marco, da Irwin...da Costantin ,dai vicini ..da.. New York stessa che accoglie negli anfratti più reconditi ed oscuri i suoi vestiti, come le sue ceneri. Intanto Esther crea un susseguirsi di spaccati indefiniti tra sogno e realtà, personaggi e luoghi persi e ritrovati, attraverso una compulsione narrativa fatta di descrizioni, sensazioni e percezioni puntigliose quasi ossessive, prova della sua testarda tenacia a volersi liberare dalla campana e sconfiggere il grande nemico: la sua nevrosi e la voglia di suicidio. Esther duella con il suicidio, prova di tutto e non riesce... conclude con una inaspettata nota ironica... “è il mio corpo che resiste e che si industria, dovrò cercare un modo per raggirarlo”. Combatte con le sue armi: scrive, racconta, sempre coperta dalla sua campana, con la quale sa di dover convivere, e crea un tessuto narrativo estremamente fluido, nel quale il lettore si perde ed è forse, proprio questo il punto di arrivo: il fragile vagare dell’individuo tra “mucchi di punti interrogativi”.

Dott.ssa Carmela Scarano

 

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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