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La commedia umana di William Saroyan
Marcos y Marcos

 

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Roma 2 “Passaparola”
coordinato da Giulia Alberico:
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Il libro di Saroyan si distingue per la descrizione pacata ma mai noiosa della vita di una piccola cittadina e di alcuni suoi abitanti durante la guerra e accoglie il lettore molto di più dello stile concitato di Ragtime. Attraverso le giornate di due fratelli quasi sorvoliamo la vita tranquilla della cittadina, in cui la presenza della guerra aleggia da lontano ma si avverte realmente solo nel momento della consegna dei fatidici telegrammi che annunciano la morte di ragazzi al fronte. I personaggi sono ben delineati e il finale, malgrado la drammaticità che lo precede, trasmette comunque una sensazione di pace.

Cristina Merlo

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Il titolo balzachiano può essere fuorviante rispetto al romanzo di Saroyan. Sono infatti assenti personaggi complessi o tormentati, grovigli e tensioni familiari, sete di potere o denaro.

Siamo a Ithaca, California, in una America rurale degli anni ‘40, perlopiù in Santa Clara Avenue dove vivono famiglie di modesta estrazione sociale.

La loro vita scorre, come per la maggior parte dei mortali, priva di grossi avvenimenti, giorno dopo giorno, e Saroyan la racconta soprattutto attraverso la famiglia Macauley, con gli occhi di Ulysses, anni 4, e del fratello Homer, anni 14. Ma uomini e donne di Ithaca sono tutti partecipi di una medesima, innocente, incantata visione del mondo e delle relazioni umane.

Sanno, chi più chi meno, che esiste il male, la guerra, la solitudine, la vecchiaia, ma prevale la dimensione di un minimalismo quotidiano che sa di pace e amore per la vita, la famiglia, la casa. La scrittura è magistrale, musicale, colorata.

L’origine armena dell’autore ha un peso significativo sia nelle scelte tematiche che nella visione delle cose del mondo.

Giulia Alberico

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Il Romanzo si muove su un doppio binario. Da una parte il giovane Homer, un adolescente che sta per entrare nel mondo degli adulti. Dall’altra la comunità di gente semplice e laboriosa cui la guerra divora ogni giorno un figlio, giovane recluta. Al giovane portalettere Homer è affidato il ruolo mal riuscito di legare le

vicende della comunità. I brevi capitoli sono spesso scrigni di poesia, immagini di incantevole umanità ma sono anche slegati fra loro mancando un reale filo conduttore. Affreschi di vita più che componenti di una storia collettiva, brevi capitoli dissociati tra loro sostenuti da una malcelata connotazione pedagogica.

Antonia Santilli

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Un racconto fatto di leggerezza e rapidità, per dirla con Calvino. Quadretti pieni di umorismo, compassione e moralismo descrivono, dal punto di vista di due bambini, la vita a Ithaca, cittadina rurale dove la tragedia della guerra giunge attraverso i cinegiornali e l’ufficio del telegrafo, un luogo simbolico. Le peregrinazioni di Homer e Ulysses Macauley in questa quiete apparente sono percorsi di scoperta. Ulysses, 4 anni, vede la vita come Forrest Gump, con innocenza e meraviglia, non sa attribuirle alcun senso, ma è rassicurato da ciò che conosce. Homer, portalettere di 14 anni, ha grandi speranze e guarda al mondo come a una gara ad ostacoli che può vincere, ma è costretto a fare i conti con la miseria, la morte e i sensi di colpa per i telegrammi che consegna. La vita a Ithaca è come sospesa, nel comune sentimento dell’attesa: del temuto annuncio di una perdita o di un felice ritorno a casa, come quello che apre il racconto. Il dolore colpirà nel profondo, rivelando definitivamente che Ithaca, casa, non è un immobile luogo di certezze e sicurezza, ma un posto del mondo in divenire. Ma il racconto non dà fiato ai temi trattati e tutto sembra esaurirsi in un minimalismo sentimentale.

Alfredo Menichelli

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Questo racconto è un affresco poetico di una cittadina immaginaria, ma anche tanto reale, in cui ognuno di noi ha vissuto per un po’, almeno da bambino; e c’è la guerra che, sebbene lontana, fa da collante alle storie

personali dei protagonisti. Con una scrittura semplice e uno sguardo disincantato e sofferto, lo scrittore ci mette sotto gli occhi la delicata bellezza di una variegata collettività: bambini, adolescenti, adulti, uomini, donne, tutti. La condizione umana dei protagonisti, fragile e volitiva, viene rappresentata attraverso un cammino di crescita e di formazione, che è indipendente dall’età dei personaggi. Questo cammino si conclude, come per l’evocato eroe omerico, con il rassicurante “ritorno a casa” e con la

dignitosa elaborazione del dolore, perché, quando una persona cara se ne va, la sua parte migliore rimane sempre con noi.

Amina Vocaturo

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La Commedia Umana appare sotto certi aspetti un romanzo di formazione che si sviluppa con tratti lirici, ma anche con un tocco di ironia. Scritta nel 1942, con un titolo che richiama Balzac, l’opera esalta la fratellanza, l’umanità e l’uguaglianza, con un forte senso religioso e di appartenenza. La narrazione non presenta un vero intreccio, ma episodi che descrivono ambienti e tipi umani osservati dal punto di vista di Homer Macauley, del fratellino Ulysses e dei loro amici. Il quadro che ne emerge è quello di un’umanità antieroica e compassionevole, un microcosmo senza Franti né Garrone. Il romanzo è ambientato ad Ithaca, cittadina multietnica della provincia americana durante la seconda guerra mondiale, che scopriamo seguendo le Odissee dei due fratelli, un bambino di quattro anni e un adolescente, scolaro al mattino e postino la sera. Homer scoprirà la vita e la morte; Ulysses riempirà di novità i suoi sogni a occhi aperti. Il racconto è segnato dalla presenza di personaggi – guida come il fratello Marcus, soldato al fronte. Una figura significativa è l’insegnante di Homer, Mrs. Hicks, che osserva: “voglio che i miei ragazzi siano persone felicemente diverse”. Il racconto, pur non essendo coinvolgente, è un ritratto che l’autore disegna con leggerezza, anche se la morte è in agguato in ogni telegramma che Homer consegna. Non mancano i temi dell’emigrazione, dell’antimilitarismo, della povertà e della disoccupazione, ma è viva anche l’America del sogno, con la speranza del futuro.

Livia Tucceri

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Questa opera si svolge nella provincia americana dove si incontrano persone di diverse etnie, religioni, temperamenti, usi ecc. intorno alle quali si sviluppa l’attualissimo problema di realizzare l’integrazione, di superare le disuguaglianze sociali e di creare un’identità condivisa: l’essere americano.

Nonostante gli orrori della guerra che colpiscono le giovani vite di varie famiglie, prevale un forte senso di umanità, di condivisione di piccoli fatti e gesti di vita quotidiana degli abitanti della piccola città di provincia; nello stesso tempo, tale quotidianità assume una dimensione mitica nel denominare la cittadina con il nome di Ithaca nella quale emergono le figure mitizzate dei due fratelli, Homer e Ulysses, protagonisti del romanzo.

In questa dimensione emerge anche il tema del “ritorno a casa”, del “sentirsi a casa” a Ithaca, in America, sentimento che accomuna gli abitanti di Itaca che provengono da paesi diversi e che in essa hanno trovato, malgrado gli orrori della guerra, la povertà e la fatica del vivere quotidiano, una certa serenità e fiducia nel futuro.

Raffaella Cammarano

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La Commedia Umana di Saroyan è un romanzo che dal titolo ai personaggi chiama all’appello pietre miliari letterarie: Balzac e la sua comédie humaine e poi l’Odissea di Omero. Abbiamo infatti il personaggio principale, Homer che studia e consegna telegrammi e che vive ad Ithaca, California, assieme a parte della famiglia e al fratellino Ulysses. 

Il tema del viaggio lontano senza ritorno coinvolge il fratello maggiore Marcus, che come tanti altri soldati americani alla fine non faranno ritorno a casa, deceduti sul campo.

Narra del difficile compito di crescere del protagonista, Homer, determinato a diventare il più veloce postino di telegrammi, ma questo lavoro che tanto ama lo porterà a confrontarsi con la morte, col dolore delle famiglie, ad essere lui stesso il messaggero della morte.

Ulysses invece è un piccolo esploratore impavido e pieno della meraviglia degli innocenti.

Benché l’ambientazione storica in sottofondo sia la Seconda Guerra Mondiale, il romanzo mi è piaciuto per l’apparente semplicità narrativa; per la delicatezza nell’affrontare le diverse sfumature del dolore. Un romanzo della quotidianità, toccante, delicato, ordinario, ottimista.

Nathalie Guillorit

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Il libro di Saroyan, La Commedia Umana, di lettura facile, quasi elementare, è la storia, ambientata in una cittadina americana, Ithaca, negli anni ’40, di una famiglia di piccola borghesia e di un gruppo di ragazzi fra cui spiccano i due fratelli Homer e Ulysses. Sono raccontate le loro vite, i lavori spesso umili, ma tutti hanno grandi valori: amicizia, patriottismo, amore e solidarietà. A volte si cade nel sentimentalismo e nel patetico. Alla fine la morte in guerra del fratello più grande rispecchia bene validità e limiti del testo; ma la vera protagonista è tutta la città (che ricorda i racconti recenti di Haruf).

Margherita Masucci

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La Commedia Umana di William Saroyan non poteva avere titolo diverso. All’inizio della lettura è il giovane Homer Macauley che sembra guidare la narrazione, poi, mano a mano che la lettura prosegue, una moltitudine di personaggi ci viene incontro e ciascuno di loro, abitanti della cittadina californiana di Ithaca durante gli anni difficili della seconda guerra mondiale, diventa un protagonista importante intrecciando la propria storia con quella della semplice famiglia Macauley. Accanto alla madre affaticata, ma risoluta e gentile spiccano il fratello arruolato, e il piccolo Ulysses. Avvince la precocità e la curiosità di Ulysses con i suoi incredibili 4 anni. Le sue “avventure” fanno sorridere e, nel contempo, fanno pensare. Ma come dimenticare la vecchia maestra, la signora Hicks, il preside Ek, il vecchio telegrafista, il signor Grogan, che non sopporterà il peso della notizia della morte di Marcus, giunta via telegrafo. La lettura scorre piacevolmente veloce. La Commedia Umana ci racconta con delicatezza l’affannosa e dolorosa formazione dell’adolescente Homer, formazione che avviene in un contesto corale di personaggi che rappresentano sfaccettature variegate di un’umanità senza tempo.

Marcella Mottolese

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Leggendo i trentotto brevi capitoli che compongono il poetico romanzo di Saroyan, ho pensato come prima cosa che potrebbe essere trasformato - e molto bene - in un racconto a fumetti per bambini. Lo consentono, a mio parere, la scrittura rapida, le figure di bambini e adolescenti ben caratterizzate, la vita familiare di Ithaca, i buoni sentimenti e i valori presenti. Tutta la storia si svolge in poco più di 6 mesi.

Mi sembra eccessivo infatti inserire nomi e narrazione in un topos letterario. Certo c’è Ithaca, ci sono il piccolo Ulysses curioso di tutto, Homer che cresce e diventa adulto, ma le somiglianze si fermano qui.

Restano invece impressi i tanti ragazzini e ragazzi, ognuno con le proprie caratteristiche: Auggie lo strillone capobanda, tenero con il piccolo Ulysses e desideroso di andare a lavorare, Lionel, il ragazzino ritardato che è affascinato dai libri che non sa leggere, e che è amico di Ulysses e poi lo abbandona per strada, Enoch che oggi definiremmo “iperattivo”, che si libera dalla rete per andare a giocare e poi tutta la banda che va a “rubare” albicocche in febbraio con il “consenso” del proprietario. Ulysses è così curioso di tutto con i suoi 4 anni da mettersi spesso nei guai, ma c’è sempre qualcuno che lo salva. Homer spicca su tutti, molto più maturo dei suoi 14 anni, orgoglioso di lavorare al telegrafo e di portare i soldi alla mamma, da piccolo capofamiglia quale è. Homer che corre in bicicletta, Homer che fa le gare di corsa agli ostacoli, Homer che sogna, ha incubi e che diventa adulto. Homer troppo triste di portare telegrammi che annunciano a persone,

semplici o benestanti, la morte dei figli in una Guerra molto lontana e negativa come tutte le guerre. Il lavoro minorile è proibito ma lui lavora anche se non ha ancora 16 anni.

Gli adulti sono funzionali ai bambini: la mamma, paziente e amorevole, che consiglia e consola; il generoso Spangler e la sua ragazza Diana, il vecchio Grogan che ancora lavora e il cui cuore non regge nel leggere il telegramma che annuncia la morte di Marcus. Poi le ​ragazze che aspettano i soldati lontani. L’orgoglio di essere ormai americani a dispetto di tutte le provenienze familiari. Perché sullo sfondo della piccola storia di Ithaca (California) con i suoi riti domenicali, il droghiere o il venditore di pop-corn, c’è la grande storia della Seconda Guerra Mondiale, nelle storie dei suoi soldati. E il telegrafo, che è ancora qualcosa di straordinario, unisce questi mondi lontani. A casa alla fine arriverà (o meglio: tornerà) solo Tobey, orfano e amico di Marcus, senza una gamba.

Maria Rossi

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“Un uomo non arriva dal nulla nuovo di zecca. Ciascuno è segnato dalla sua origine e dalla sua esperienza”
Ecco come Saroyan proietta nella commedia umana la sua origine armena e la sua esperienza di soldato semplice nella seconda guerra mondiale.

Questo piccolo romanzo di formazione è il capolavoro di un autore finissimo che, attraverso la penna di un drammaturgo, rivela come lo sguardo dell’innocenza sia il più acuto e preciso per conoscere il mondo.

Mariella Cioffi

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La Commedia Umana, di W.Saroyan è un romanzo pieno di poesia, nella lettura si rimane sospesi e si diventa parte di quella piccola comunità, di quel piccolo posto del mondo, che è simile a molti altri piccoli posti del mondo. Ci si ritrova insieme ad Ulysses a vedere il quotidiano con i suoi occhi e con la stessa sua cura verso il mondo. Ulysses siamo noi, i Macauley la nostra famiglia e Ithaca il posto dove tornare sempre.

Ida Scalercio

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Attraverso le vicende e i piccoli traumi che accompagnano la crescita di Homer e il suo ingresso nel mondo degli adulti, e con gli occhi pieni di meraviglia del piccolo Ulysses, si racconta la vita di una famiglia piccolo borghese e di una cittadina californiana al tempo della seconda guerra mondiale. Piacevole e scorrevole la scrittura. Un bel romanzo, forse troppo “politicamente corretto”.

Giuliana Loizzo

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“Parecchie volte il telegrafo ticchettava e il signor Grogan batteva un messaggio d’amore o di speranza, di dolore o di morte dal mondo ai suoi figli. “Arrivo a casa”. “Buon compleanno”. “Il ministero della difesa è spiacente di informarla che suo figlio è morto”. “Ci vediamo al deposito della Southern Pacific”. “Ti mando un bacio”. “Sto bene”. “Dio ti benedica”. La provincia americana ai tempi del telegrafo è al centro del bel romanzo “La commedia umana” di William Saroyan. Al centro la famiglia Macauley: il padre è morto, la mamma cresce i quattro figli, cercando di rispondere alle loro domande. Il maggiore Marcus è in guerra, mentre il tredicenne Homer si divide tra la scuola e l’ufficio del telegrafo, già consapevole delle sue responsabilità. Poi la sorella Bess, e il piccolo, tenero Ulysses, che sa un po’ di “piccolo principe”. Un “piccolo mondo antico” che sa assaporare le piccole cose della giornata, dai giochi alle avventure nei campi coltivati, fino ai dialoghi nell’ufficio del telegrafo. Per lasciare sullo sfondo, il più lontano possibile, le drammatiche vicende che scuotono il mondo e che inevitabilmente, prima o poi, il telegrafo porterà anche qui, a Ithaca, California.

Lucio Biancatelli

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Messina 2 “La Gilda dei Narratori”
coordinato da Roberta D’Amico
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La commedia umana ci racconta la storia di Homer, principalmente, ma anche della sua famiglia. Il padre è morto e lui ha 3 fratelli, tra cui il più piccolino, Ulysses. Homer finisce per andare a lavorare al telegrafo dopo scuola ed è qui che lo conosciamo bene. Mi ha molto colpito la sua estrema umanità quando doveva consegnare dei telegrammi di morte alle famiglie; è estremamente maturo, nonostante la sua giovane età. Uno dei concetti più vivi e più belli del libro è, secondo me, che ciascuno è migliore e peggiore degli altri. Se ci si pensa è vero, non esiste un migliore in assoluto, come non esiste un peggiore in assoluto, è tutto relativo alla caratteristica a cui ci si riferisce! Uno dei personaggi che ho amato di più è sicuramente il piccolo Ulysses, con la sua voglia di scoprire il mondo che lo porterà a volte a cacciarsi nei guai...

Giulia Cavallaro

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La commedia umana di William Saroyan è un romanzo di formazione ben congeniato che mi ha conquistato per la tenerezza, l’empatia e l’umanità dei personaggi. La storia mi ha avvinto fin dalle prime pagine e quando l’ho terminata mi è dispiaciuto dover congedarmi da Homer Macauley e gli altri abitanti della cittadina immaginaria di Ithaca (nella realtà Fresco) in California.

In sella sulla sua bicicletta il giovane protagonista Homer si trova con un certo disagio a consegnare alle famiglie le lettere recanti la morte dei figli morti nella seconda guerra mondiale; ma la migliore lettera la consegna a noi lettori insegnandoci ad abbattere le barriere culturali ed etniche e mostrandoci gli Stati Uniti come dovrebbero essere nella realtà: ossia uno Stato in cui gli unici stranieri sono quelli che si dimenticano di far parte di un popolo di razze e nazionalità differenti.

Un libro che avrebbe dovuto leggere Donald Trump.

Roberto Cavallaro

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Ho trovato questa storia davvero piacevole. Narra le vicende di una cittadina della California, Ithaca, durante il periodo della Guerra, vista dalla prospettiva di un ragazzino di 14 anni, Homer Macauley, impegnato come portalettere e telegrammi durante l’orario notturno del telegrafo. Il ragazzo, anche attraverso gli occhi di suo fratello Ulysses, di soli 4 anni e dei suoi coetanei, racconta un’America in cerca di speranza. Lo stesso Homer, in soli 6 mesi, ha uno sviluppo incredibile, grazie anche al suo datore di lavoro e ai suoi colleghi, più grandi, e ad una mamma amorevole, che si ritrova, dopo la morte del marito a crescere quattro figli. La commedia umana è un racconto di umanità, di propensione alla rinascita e alla crescita. Dalla descrizione della cittadina e delle vicende narrate, sembra di vivere davvero in California. Un’America in cui si è costretti a crescere in fretta, a prendere coscienza di cosa sia la vita, la morte, la solitudine e il dolore già da ragazzini. Accettare la morte del fratello maggiore significa anche crescere e assumersi delle responsabilità. Credo che questo libro mi abbia colpita perché nonostante gli eventi, a volte, terrificanti, raccontati con maestria, non mi ha fatto abbandonare quel sentimento positivo di forza e di speranza.

Giada Costa

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La Commedia Umana è la storia di Homer, piccolo uomo dal nome suggestivo che, durante la seconda guerra mondiale, si fa grande nella sua cittadina californiana, Ithaca, diventando ad appena 14 anni il sostegno della sua famiglia. Nel suo lavoro come “messaggero” di telegrammi, Homer scopre la sofferenza e l’insensatezza della perdita, ma incontra anche un’umanità varia, sfaccettata e quasi sempre caratterizzata da una candida innocenza e generosità d’animo. Ithaca sembra un mondo fantastico in cui il male, nonostante la guerra, non può far breccia, dove il dolore si risolve in crescita e voglia di ricominciare a vivere con fiducia. Ma il troppo stroppia. La retorica con cui viene affrontato il tema della democrazia e il tripudio di buoni sentimenti mi hanno ricordato l’atmosfera del Libro Cuore, snervandomi a partire da metà lettura. Ho molto apprezzato, tuttavia, l’episodio del signor Ara e la delicatezza con cui affronta il tema dello sradicamento.

Dovendo tirare la somma, per rendere giustizia a questo romanzo credo sia necessario contestualizzarlo all’epoca di pubblicazione: la mia sensazione è che William Saroyan volesse lasciare ai suoi contemporanei un messaggio di speranza, dicendo che, dopo la tempesta, sarebbe tornato il sole.

Valentina Costa

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La commedia umana è un libro molto particolare: è smilzo, veloce e agile, senza quasi trama, vista la progressione della storia per quadri a episodi, a tratti un po’ ingenuo o datato nella sua semplicità; eppure è un libro pieno di forza. Anzi, è un libro gentile, dagli effetti balsamici e ammorbidenti: balsamici, perché leggere della vita di una cittadina come tante della California negli anni Quaranta, in generale, e della unitissima famiglia Macauley, in Santa Clarita Avenue, in particolare, come un balsamo purissimo e medicamentoso ci cura; ammorbidenti, perché ci intenerisce, ci fa emozionare con le piccole cose e ci sprona a essere contenti, o almeno a provarci, come esclama il signor Ara rivolgendosi al suo capriccioso figlioletto. Ulysses, che salta facendo toccare i tacchi in volo o che va avidamente a caccia di gente e di storie da scoprire, e Homer, che sfreccia portando telegrammi e parole, contribuiscono tanto a rendere questo romanzo gentile, sì, e ricco di speranza, buoni sentimenti e accoglienza. “Sii contento!”, allora, e proviamoci tutti!

Roberta D’Amico

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Il libro scorre veloce ma non è coinvolgente. Saroyan architetta il sistema di un mondo dove tutto, o quasi, sembra perfetto. L’intento è certamente quello di valorizzare i valori tradizionali ed i buoni sentimenti umani ma se il messaggio di certo non stenta a passare, complice la fluidità della prosa, l’obiettivo di realizzare intrattenimento narrativo (che mai dovrebbe essere secondo in un romanzo che tale si voglia definire) fallisce miseramente. La storia appare eccessivamente zuccherosa e stucchevole, tutti i personaggi sono brave persone e ottimi credenti, ciascuno conosce la diritta via e si bea di indicarla al proprio vicino affinché anch’egli possa godere del bene. La bontà, il romanticismo, gli affetti familiari tracimano come un fiume in piena e se quello stesso fiume ben arginato nel suo alveo può certo corroborare l’immagine di un bel paesaggio, riempito dalle acque in maniera irreggimentata e a sproposito, diventa distruttivo e ammorba quello stesso paesaggio che dovrebbe contribuire a valorizzare. Saroyan fa proprio questo, esce dalle righe, si lascia trascinare da una visione così romanzata della vita che essa quasi diventa ridicola se non addirittura grottesca, di certo inverosimile. Perché ciò che più manca a questo romanzo è proprio la verosimiglianza della narrativa: non è credibile che al sig. Henderson, a cui ogni anno un nugolo di ragazzi si compiace di rubare dal frutteto, la goliardica impresa faccia piacere al punto da osservare compiaciuto i giovinetti dalla finestra; così come non lo è la gioia del direttore del telegrafo nel voler donare ogni centesimo dell’incasso quotidiano al ladro che pochi secondi prima gli puntava una rivoltella dritto in fronte; certamente credibile non è che il ragazzino poco sagace partorisca pensieri d’affetto nei confronti dei coetanei del vicinato che chiaramente lo bullizzano, marginalizzandolo ad ogni piè sospinto; ben lontana dalla realtà anche la serenità della signora Macauley nel parlare con il defunto marito accettando pacatamente la prossima morte del figlio spedito al fronte; così come altrettanto inimmaginabile è che la famiglia di Marcus accolga Tobey, l’amico commilitone del primo, venuto ad Itaca in licenza, senza chiedere notizia alcuna del loro congiunto con cui Tobey era di stanza al fronte e con cui, presumibilmente, sarebbe dovuto tornare a casa; ancor più difficilmente concepibile che il protagonista, Omero, ragazzino appena adolescente, nutra un’esagerata preoccupazione nei confronti della morte al punto da sognare che questa si diriga volando speditamente su una biciletta verso la piccola comunità di Itaca. Sebbene qualche punto del romanzo sia apprezzabile nello sforzarsi effettivamente di imprimere un messaggio di valore, esso fa breccia nel lettore solo quando egli riesce a percepirlo come effettivamente plausibile: esempio ne sia il discorso della signorina Hicks, la maestra della scuola di Itaca, certamente convincente in quanto snocciolato da una mite vecchietta da anni impegnata nell’insegnamento in una tradizionalista scuola americana dell’anteguerra. Per il resto, questo strabordare di calore umano e la predominanza dei buoni sentimenti persino sulla gravità dei lutti, inibisce la tridimensionalità della storia, ne appiattisce i personaggi, li rende quasi meccanici e forzosamente costruiti ad arte, non dona nulla alla spontaneità né alla controversa complessità dell’animo umano, in ultimo, annienta l’umanità stessa privandola di ogni colore e calore, di ogni sfumatura sebbene negativa, di ogni contraddizione che essa inevitabilmente reca.

Sara Faraci

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Durante la guerra, nella città californiana di Ithaca il quattordicenne Homer comincia a lavorare come messo del telegrafo dopo la partenza per il fronte del fratello maggiore, per aiutare la madre vedova a mantenere la sorella universitaria e il fratellino Ulysses, bambino curioso e di poche parole. Sulle scene della vita quotidiana (la lezione di storia, la gara di corsa, la disavventura al negozio di articoli sportivi, le scorribande dei monelli, la messa) incombe la tragedia, e a Homer tocca recapitarla alle famiglie consegnando i telegrammi che annunciano la morte dei soldati, in case umili o nel bel mezzo di una festa di compleanno. Intorno a Homer, costretto a crescere in fretta assumendo il ruolo del capofamiglia (secondo il modello americano, l’uomo che guadagna per mantenere le donne di casa dedite alla musica e alla cura degli altri), ruotano tanti personaggi resi appena nei loro tratti essenziali che, nel bene e nel male, rappresentano “i commedianti” (il vecchio telegrafista, il direttore buono, il negoziante straniero, la ragazza della casa d’appuntamento, il ragazzino emarginato, le donne del circolo). L’importanza dei buoni sentimenti è ribadita spesso, anche in maniera semplicistica, nei dialoghi e nelle scene, come nel caso della rapina (in cui è una palese forzatura la rinuncia del rapinatore) o nei canti di chiesa intonati dai soldati.

Dorotea Fazio

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Pubblicato nel 1943, edito in Italia da Marcos Y Marcos, La Commedia Umana è una delle opere più famose dello scrittore e drammaturgo William Saroyan. Ambientata durante gli anni della seconda guerra mondiale la storia si svolge ad Ithaca, California e ci racconta le vicende della famiglia Macauley da cui proviene il giovane quattordicenne Homer attraverso i cui occhi possiamo leggere l’atrocità della guerra e di un’epoca. Homer si ritrova a fare il messaggero, consegna telegrammi per aiutare sua madre e i suoi fratelli ad andare avanti mentre il fratello più grande, Marcus, è in guerra. Homer vive il conflitto fra la sua giovane età e le sue nuove responsabilità. Lo vediamo crescere tutto d’un colpo e scoprire la varia gamma delle emozioni umane. Il giovane quattordicenne si sconvolge, nonostante la sua non fortunatissima vita, davanti al dolore delle madri a cui comunica la morte di un figlio. Capisce cosa significa la pietà e rimane turbato da quanto i dolori altrui lo possano toccare; lo vediamo testimone sempre più consapevole di quelle che sono le ingiustizie sociali dell’America in cui vive, molte delle quali, purtroppo, presenti ancora oggi, Alla fine lo osserviamo sempre più uomo con sua sorella e sua madre. In questo senso sicuramente La Commedia Umana è un romanzo di formazione.

Tuttavia sarebbe semplicistico ridurre il romanzo di Saroyan solo a questo e/o a un romanzo familiare. Fin dalle prime pagine il racconto di Homer e dei Macauley è la fotografia di una comunità lacerata dalla guerra, dalla povertà, dal divario sociale, ma non per questo priva di speranza. Una malinconica speranza. Saroyan crea un collage di tante piccole storie: dal capo telegrafista al droghiere armeno malinconico: tutti ci raccontano di che cosa è fatta l’America degli anni ‘40 (ma probabilmente anche quella dei giorni nostri). Una delle frasi centrali del libro viene detta dal preside della scuola di Homer in risposta a un comportamento razzista dell’allenatore della squadra d’atletica: “gli unici stranieri qui sono quelli che si dimenticano che questa è l’America”; in queste brevi parole si percepisce il senso di una narrazione che voleva dare al lettore attraverso gli occhi e l’innocenza di un ragazzo un quadro di che cosa significhi casa, terra, patria. Questa non è altro che il luogo degli affetti, il luogo dove si mettono le radici, la propria terra diventano gli altri, diventano le persone che non sono mai diverse da noi, neanche quando combattono contro di noi, come spiega bene il fratello più grande Marcus ad Homer in una lettera dal fronte, ma semplicemente hanno scelto o si trovano in un diverso percorso.

È per questo messaggio trasmesso con grande semplicità e scorrevolezza di linguaggio che La Commedia Umana è un libro attualissimo, una lettura che arricchisce e che, nonostante la drammaticità dei temi, non riesce mai del tutto a portare tristezza, perché ciò che resta in fondo è la speranza.

Federica Fusco

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Un quadro irrealistico, moraleggiante, piatto e spesso irritante della vita, della “commedia umana”. William Saroyan, sicuramente un validissimo scrittore, ha deciso di mostrare il mondo per come dovrebbe essere (secondo lui). Un mondo in cui il dolore non ha spazio, non ha libertà d’accesso e di sfogo, ma viene assimilato, accettato e archiviato con la stessa facilità con cui si beve mezzo bicchiere d’acqua – in un sorso, senza pensarci su; in cui tutti prendono la vita e le sue batoste con filosofia; in cui tutti – o quasi – sono buoni e porgono l’altra guancia. Le premesse c’erano tutte. Un ragazzino inizia a lavorare per un telegrafista e a consegnare telegrammi, c’è la guerra e le notizie che porta nelle case delle persone sono spesso le peggiori che si possano ricevere. Una donna mostra il suo dolore per la perdita del figlio ed è l’unico momento vero cui si assiste in tutto il romanzo. Il resto è una serie di situazioni create ad arte per consentire al saggio di turno di sciorinare la propria moralistica lezione di vita. Capisco l’intento, forse didattico, sicuramente consolatorio, ma il mondo non è così, e non dovrebbe neanche esserlo. Il dolore ha bisogno di respirare per essere assimilato, per essere superato. E Saroyan ai suoi personaggi questo non lo permette, non gli lascia lo spazio per essere veri. Sono figurine, quadretti morali. Bocciato.

Gabriella Fiorentino

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Il momento in cui si chiude un libro può essere accompagnato da emozioni diverse e contrastanti, io richiudendo l’ultima pagina di “La commedia umana” ho avvertito una sensazione di catarsi e mi è subito parso chiaro che Saroyan credeva negli uomini. La commedia umana non ha una storia da raccontare, ma è un libro sincronico in cui si susseguono i ritratti di uomini, donne e bambini con cui l’autore esprime la sua fiducia nell’umanità durante uno dei periodi più oscuri della storia del mondo in una piccola cittadina californiana chiamata Ithaca. È un libro importante, che sento di consigliare a tutti perché parla semplicemente di umanità, in modo essenziale senza sovrastrutture o contorti discorsi filosofici, ma solamente attraverso le persone semplici i cui gesti trasudano di umanità e di bontà, sebbene siano afflitte in un modo o nell’altro da una guerra lontana ma insidiosa. Alcune pagine particolarmente intense e piene di lirismo dovrebbero essere scolpite nella mente e trasmesse soprattutto ai più giovani perché non dimentichino mai che sempre in ognuno di noi c’è del buono. Nonostante l’ elogio a cui mi sono lasciata andare, credo che l’assenza della trama renda il libro un po’ piatto e faticoso ma probabilmente è il prezzo da scontare per l’essenzialità.

Maria Giovanna Mancuso

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La lettura di questo piccolo romanzo è stata scorrevole e interessante. Costruito in brevi capitoli, ciascuno dei quali è dedicato alla descrizione di un personaggio, disegna il mondo di Ithaca, paesino della provincia americana, e dei suoi abitanti, narrando le vicende della famiglia Macauley e, in particolare, dei due figli minori Homer e Ulysses. La scrittura di Saroyan è semplice, diretta, a volte al confine con la banalità, ma in questa estrema semplificazione della vita quotidiana, dei sentimenti, dei sogni, dei dolori e delle relazioni tra gli abitanti di Ithaca, l’autore offre con grande leggerezza il profondo significato di umanità e compassione per la vita dell’uomo. Nel complesso è un libro che ho apprezzato e che ritengo di notevole utilità pedagogica. Tuttavia, personalmente, ho trovato un po’ monotona la eccesiva reiterazione del tema di fondo e nel confronto con Pirsig non ha avuto la mia preferenza.

Rossana Mangiapane

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È la storia del quattordicenne Homer Macauley, orfano di padre, con il fratello maggiore Marcus richiamato in guerra, cui tocca il mantenimento della famiglia e la cura dell’enigmatico fratellino minore Ulysses. Egli lavora, dopo aver trascorso la mattina a scuola, fino a notte fonda come portalettere correndo veloce in sella alla sua bicicletta per Ithaca.

Il romanzo narra della formazione di Homer, ma offre anche una carrellata di personaggi che rappresentano un affresco alquanto mieloso della provincia americana degli anni Quaranta. Sono tutti (eccetto due), persone sagge, dai nobili gesti e sentimenti. Rappresentano un mondo fantastico come dimostrano gli stessi nomi usati da Saroyan: Ithaca, Homer, Ulysses. È un’umanità che quasi stride con la guerra e con le sue inutili carneficine, le vite spezzate e la sofferenza delle madri che apprendono della morte dei propri figli proprio da Homer.

Caterina Manzella

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Un libro corale dal quale, attraverso la storia dei personaggi, traspare la vita nella sua cruda realtà. Una descrizione oggettiva del vissuto dei singoli protagonisti accumunati da una medesima storia di solitudine che spinge l’individuo a spegnersi ed a essere fagocitato da una forza nichilista che tutto avvolge. Si è in compagnia, ma allo stesso tempo si è soli, assorti a portare avanti le proprie vite. Un isolamento che spinge a forme di solipsismo che sfociano in una tangibile e concreta delusione. È il sentimento provato da Ulysses per l’indifferenza che le persone mostrano nei suoi confronti: lui si ostina a salutare, ma nessuno assorto com’è dall’incombenza delle proprie mansioni quotidiane, si accorge del semplice gesto, eccezion fatta per “quell’uomo nero, diverso da tutti gli altri. Apprezzabili le descrizioni fisiche dalle quali scaturiscono asserzione profonde, così come pure pregnanti di una forte emotività sono i dialoghi tra i soggetti dai quali traspare la miserrima condizione umana che approda alla consapevolezza di un dolore esistenziale.

Rosa Martelli

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La commedia umana racconta la storia di una famiglia americana in un paese di provincia negli anni difficili della guerra; i protagonisti sono i due fratelli Homer e Ulysses. Homer è un ragazzo che dopo la morte del padre e la partenza del fratello per la guerra si ritrova addosso il ruolo di capofamiglia, va a scuola e allo stesso tempo lavora; incarna il prototipo di bravo ragazzo che si sacrifica per la famiglia ed è sempre pronto ad aiutare il prossimo. Ulysses è invece un bambino silenzioso, riflessivo; osserva la natura che lo circonda, come tutti i bambini è capace di meravigliarsi per una piccola cosa ma la sua meraviglia assume un significato diverso: è ricerca del mistero della natura. Ritroviamo attorno ai due ragazzi l’America multietnica fatta di uomini che vengono da tutto il mondo e vivono insieme pacificamente. Credo che per l’autore questo aspetto sia molto importante, insieme ai ruoli dell’istruzione e del lavoro come forma di riscatto sociale. D’altro canto non mi sembra una rappresentazione molto reale, i personaggi sono tutti pronti ad aiutare il prossimo e ad accettare con rassegnazione il destino. A tal proposito è emblematica la scena che chiude il libro dove la madre di Homer, subito dopo aver appreso la morte del figlio, è capace di accogliere in casa un giovane soldato reduce di guerra.

Daniela Platania

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Il più autentico spirito americano attraverso gli occhi di un bambino.

Con tratto leggero, Saroyan dipinge il quadro corale di Ithaca, tipica cittadina dell’America rurale immersa negli anni ‘40, raccontando la giornata e gli incontri dei fratelli McAuley: Ulysses, curioso ed innocente come solo un bambino sa essere, e Homer, impegnato nel passaggio all’età adulta, dal tepore di casa all’affascinante durezza del mondo esterno. In stile Spoon River Anthology (e con un eccellente antenato francese), ogni personaggio offre un’esperienza di vita, incarnando, di volta in volta, i valori e i temi più tipici della cultura statunitense: il senso di sacrificio, l’etica del lavoro, l’integrazione e il riscatto sociale.

Lo stile è sincopato, quasi giornalistico, tuttavia, in definitiva, scorrevole; i toni fastidiosamente didascalici.

Alfea Trimarchi

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