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La foresta di notte di Djuna Barnes
Adelphi

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Roma 19 “Libreria AltroQuando”
coordinato da Alessandro Alessandroni
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Leggere “La foresta della notte” è stato come percorrere un viaggio su due binari: uno psicologico e uno linguistico. Entrambi complessi, affascinanti e difficili. T.S.Eliot parla di un libro “che sarebbe piaciuto innanzi tutto ai lettori di poesia” e come dargli torto. La prosa è complessa soprattutto nel lessico e nella sintassi e mi ha costretta a rileggere più volte alcuni passaggi e a tornare indietro: forse perché mi abbandonavo alla lettura mi sfuggiva sempre qualche dettaglio oppure perché la scrittura è talmente densa che inevitabilmente si perde qualcosa? I personaggi si susseguono forti nella loro eccentricità e ti trasportano, più che in una storia, in un mondo fatto di atmosfere piene di drappi colorati, odori, stanze piene di oggetti che sembrano quadri e titoli nobiliari. La sofferenza e la bellezza si intrecciano. Le parole del dottore “C’è davvero tanto bisogno di infelicità per fare la Bellezza?” risuonano come liberatorie e ho immaginato il dottore le dicesse a Nora mentre le sue labbra si univano per un sorriso misterioso.

Valentina Pugliese

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Celebre per essere uno dei primi romanzi a parlare apertamente di amori saffici e di sentimenti transgender, Nightwood non si pone come un manifesto di denuncia. I personaggi di Djuna Barnes non si percepiscono come deviati, la loro sofferenza è in qualche modo universale, al centro c’è il dolore e non la sessualità in sé, né vi è traccia di uno “scontro” con la società benpensante. L’autrice racconta, anzi si racconta vista la forte componente autobiografica del romanzo, con un linguaggio ricercato, spiazzante, che attinge chiaramente dalla poesia, quasi un susseguirsi di aforismi dal significato talvolta ambiguo quando non oscuro, spesso svincolato dal flusso narrativo. In Nightwood la narrazione appare infatti sacrificata sull’altare della parola. Eppure la sensazione è che Djuna Barnes al suo racconto ci tenga eccome. I personaggi sono rielaborazioni di se stessa (Nora) della sua amante (Robin) e di persone a lei ben note (Matthew). La storia c’è ma è sepolta in un fiume di parole, in dialoghi interminabili. Come se la stessa Barnes volesse nascondersi proprio nel momento in cui sceglie di raccontarsi quasi senza veli. Eppure, nonostante la poca scorrevolezza e i momenti di irrimediabile lentezza, sono proprio quei dettagli sussurrati, le poche immagini da cogliere in mezzo alla miriade di concetti, a lasciare i solchi più profondi nell’animo del lettore.

Armando Vertorano

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Scrittura ricca di metafore ed allegorie, tanto da distrarre il pensiero dalla trama che gioca un ruolo secondario in questa opera. Per apprezzare questo genere di scrittura è necessario essere onirici e poco attenti alla “realtà”. Iconico (non a caso è edito da Adelphi) ma destinato solo a chi vive nella parola e non ha bisogno di voltare le pagine per scoprire cosa succederà. Il romanzo diventa comprensibile solo con un grosso sforzo intellettivo, oppure leggendolo più volte in modo da entrare nei livelli più profondi. D’altronde Eliot avvisa:” Cercherete un romanzo, troverete la poesia”. È il romanzo dell’amore e della libertà, ma anche dell’orrore e dell’impossibilità di avere quello che si vuole o dell’impossibilità di sapere cosa si vuole. “(…) l’assenza di Robin, coll’avanzare della notte, diventava una mutilazione fisica, insopportabile e irreparabile. Come una mano amputata non può essere rinnegata, perché sperimenta un futuro di cui la vittima è progenitore, così Robin era un’amputazione cui Nora non poteva rinunciare.”

Barbara Pazzaglia

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“La Foresta della notte” è un racconto che dovrebbe essere sicuramente riletto più volte per essere compreso, o per lo meno apprezzato più di quanto una sola lettura possa permettere. E in questo la sua brevità potrebbe essere un vantaggio. Molti temi si incrociano: la perdita di senno (presunta o reale?), i più o meno celati rapporti omosessuali e oggi diremmo la fluidità di genere. Questi almeno i temi che appaiono, ripeto, ad una prima lettura. È difficile seguire il flusso di pensieri dei personaggi e la trama stessa attraverso questa prosa che, seppur definita “poetica” da T.S.Eliot, suona piuttosto barocca e ridondante. Il lettore si trova spesso immerso in uno stream of consciousness senza capire su cosa concentrarsi davvero. E d’altra parte non c’è un vero personaggio principale che guida la storia. Rimane solo il vago sentore di una storia che si svolge tra i meandri della notte, menzionata nel titolo, come luogo dove i personaggi perdono un po’ sé stessi e lasciano che i propri mostri affiorino. 

Giulia Brioschi

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La foresta della notte è il “nuovo” titolo del capolavoro di Djuna Barnes, che, ritradotto da Adeplhi nel 2009, sostituisce il precedente Bosco di notte (Bompiani, 1968). Merito della nuova veste linguistica è di introdurre direttamente al tema portante dell’opera: la foresta della notte non come coordinata spazio-temporale, ma come archetipo psichico di luogo del recesso e del tumulto cui attiene l’impalcatura simbolica che sorregge il romanzo. Salutato con entusiasmo da colui che ne fu l’editor d’eccezione, T. S. Eliot, la cui prefazione precede per fama la stessa opera, il romanzo della Barnes è uno splendido esempio non di «prosa poetica» ma di «prosa interamente viva» che «esige da chi la legge qualcosa che il comune lettore dei romanzi non è disposto a dare». Al centro dell’opera, la trama - pur esistente - lascia infatti il posto all’esplorazione del sentimento di lacerazione che segue l’abbandono, sezionato mediante un linguaggio di potente pregnanza metaforica e di forte vocazione lirica. Il centro di gravità del romanzo, mobile e sfuggente, è Robin Vote, creatura brutale e al contempo eterea che accentra su di sé le attenzioni di Felix, Nora e Jenny, fuggendo in una Parigi cupa e tortuosa, passando da un’amante all’altra e riducendo alla disperazione i membri del quadrangolo amoroso da lei sorretto. La «notte» è lo scenario maudit in cui prende corpo una «foresta» di relazioni libertine, di ebbrezza e di atti brutali, di tutte le stravaganze che alla luce del giorno, al cospetto dei codici del buon costume borghese, non potrebbe rivelarsi. Ma è anche il turbinio di inquietudini che avvolge i personaggi, che trasforma ciascuno di loro in una “macchina verbale”, impegnandoli costantemente a ripiegarsi nella loro sofferenza. Principale interlocutore del loro continuo ruminare è il dottor O’Connor, personaggio da dramma elisabettiano, il «guardiano» della notte: il dottore-confidente, partecipe delle ossessioni e dei turbamenti che affliggono gli altri personaggi, occupa uno spazio narrativo del tutto singolare, nel quale lui, autentico «proto-trans», apre nella letteratura del primo Novecento uno scorcio esplicitamente dedicato al tema della disforia di genere, e ad una rappresentazione ante-litteram della transessualità.  Nella dirompenza dei suoi contenuti, nella bellezza della sua forma, stupisce, invero, lo stato di abbandono in cui versa oggi La foresta della notte, che rimane, semi-ignoto, ai margini del canone letterario. Il romanzo della Barnes è però da riscoprire, e da rimettere al centro dell’attenzione, per riconoscere, nello sguardo appassionato dell’autrice, nella forza della sua elaborata espressività, la stessa grandezza dei classici.

Fabiana Cecamore

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La foresta della notte è un romanzo onirico. Personaggi ed eventi si muovono all’interno di piani diversi, sovrapposti di realtà e sogno. Amore e disperazione umana sono i protagonisti mascherati dai cinque personaggi principali (Robin la “sonnambula”, Nora la folle innamorata, Jenny la rapace, Felix il decadente e l’ambiguo dottor O’Connor) che intrecciano le loro storie e le loro vite in un’aula di follia e declino. Desideri, speranze e paure si alternano nei soliloqui tra interruzioni e vie di fuga, e lentamente la trama perde di importanza e significato rispetto alle immagini evocate, alle lotte interiori e allo sguardo spietato di Barnes sull’umanità. Poetico e malinconico, questo libro attrae e respinge, portando il lettore in un vortice di deliri da cui riemergere, estraniati.

Michele Gargamelli

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Ne “La foresta della notte”, forse colpa del titolo?, il lettore si sente perso. I personaggi sembrano agire senza una trama, una ragione precisa, eppure il libro è davvero breve, 176 pagine, per sentirsi così.

Perché si ha questa sensazione?

Siamo negli anni Venti, a Parigi, in un clima agitato, schizofrenico quasi.

L’apparizione e la scomparsa di alcuni personaggi non aiutano a mettere i tasselli assieme, anzi.

Ognuno ha i proprio sogni e ciascuno è così preso da sé che non riesce ad ascoltare gli altri. 

E quindi poi il punto del libro?

La più antica delle ricerche umane: la ricerca della felicità.

Se qualcosa non è chiaro però andate a leggere l’introduzione che T.S. Eliot scrisse, dopo diversi incontri con l’autrice nella libreria “Shakespeare and Company” di Parigi. Illuminante per certi versi. 

Lorena Urucu

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«Quando lessi questo libro per la prima volta, il movimento d’apertura mi parve piuttosto lento e stentato, fino alla comparsa del dottore». Così T.S. Eliot nel 1937 nella sua prima, breve e densissima, introduzione all’edizione del volume di Djuna Barnes, La foresta della notte. E, con Eliot, ancora oggi questa è l’impressione per le 20-25 pagine che inaugurano il magistrale volumetto dalla copertina verde salvia, in Italia per i tipi di Adelphi. Eppure, sin dall’inizio, un afflato magnetico cattura il lettore e lo induce a proseguire lungo le vie di una vicenda complessa, sia per l’intreccio sia per la potenza dello scandaglio che l’autrice inabissa nelle anime dei suoi personaggi. Nella narrazione e nei dialoghi l’impiego di un linguaggio stratificato, che si modula a un tempo su toni lirici e su accenti crudi, con repentini passaggi di eloquio dalla sublime raffinatezza a un parlare senza filtri, impedisce al lettore di abbandonare prima dell’ultima pagina. Il nucleo del libro è un filo rosso e il dottore ne tiene i capi.

Eva Ponzi

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“Avete mai pensato alla notte?” Djuna Barnes ci chiude in una camera oscura. Sappiamo ritrovare la via, barcollando nel buio? Come guida le policrome vite dei personaggi, dipinti con pennellate dense, si illuminano di volta in volta imprimendo le loro esperienze sulla nostra pelle.

Trasportati dalle parole dell’autrice viviamo la tensione di una realtà onirica, dapprima sprofondando e d’un tratto sconnettendoci dalle atmosfere che si susseguono nella narrazione.

I più segreti nodi dell’esistenza non sfuggono al pensiero e alla prosa della Barnes, che nonostante la ricchezza dei contenuti e il peso delle idee, ne risulta limpida e cangiante.

Possiamo dunque scegliere di abbandonarci alla sua tersa notte, consci tuttavia del fatto che potremmo uscirne nuovi.

Valentina Vavalà

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La Foresta della Notte è un breve romanzo in cui le vicende dei personaggi sembrano incastonate l’una nell’altra come in una matrioska. Al centro c’è Robin, che della bambola non ha nulla se non l’aspetto; aspetto che però intrappola una natura ferina, al contempo selvaggia e sempre innocente. A tentare di domare la fiera, un marito e due amanti: Felix, schiavo di una nostalgia per un passato nobile mai vissuto, che vede in Robin la ragazza che può restituirglielo; Nora, che accoglie Robin fuggitiva e crede di poterla guarire, salvo poi scoprire che ciò da cui voleva guarirla era la sua natura; e infine Jenny, “intrusa per istinto”, incapace di partecipare ad un grande amore e quindi vorace e bisognosa di nutrirsi di quelli altrui. A fare da sfondo ai volteggi di questi personaggi disgraziati è una irrimediabilmente cupa Parigi anni Venti in cui, a tenere il filo della narrazione, è il “Dottore”. Personaggio costantemente intento a parlare, tanto da sopperire ai silenzi di tutti gli altri, il Dottore sembra conoscere il male di ciascuno e, attraverso vortici concettosi e involuti, arrivare a definirlo con sentenze di verità assoluta quanto affilata. Così, la sua voce sembra risuonare ovunque, ossessivamente, fino alla fine. Il fascino di questo romanzo sta in questa costruzione di inquietudini che si incontrano e rimandano l’una all’altra, in cui i personaggi – cercando conforto nella voce del Dottore – ritrovano solo conferma della loro misera condizione.

Giulia Letizia Melideo

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Questo libro ha messo in discussione le mie capacità. Sin dalle prime pagine ho provato un senso di vuoto e di solitudine. L’ho sentito misterioso, contorto e oscuro. In gran parte difficile da comprendere. A volte ho giustificato il testo e lo scrittore pensando di non esserne stata, io, all’altezza, di non aver attuato tutte le strategie di lettura per entrare nei personaggi e nei luoghi. Ma anche i passaggi comprensibili in un lampo venivano alternati da altri che ne ribaltavano nuovamente gli equilibri. Lo ammetto: è stato difficile proseguirne la lettura.

Rosetta Tenti

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Libro particolarissimo per lo stile sperimentale con cui sembra riecheggiare le notti anni venti della generazione perduta, gli americani a Parigi, le notti folli e ubriache e danzanti, di locali e caffè. Così, il libro sembra mantenere l’andamento ondivago di quelle notti e il linguaggio. La trama c’è ma sembra più che altro il pretesto per grandi soliloqui più vicini ai versi che alla prosa. Lo stile è denso di immagini e idee sparate come lance, granitiche, e talvolta il lettore fatica a tenere l’attenzione, ma certo non si possono non apprezzare certe suggestioni e atmosfere che l’autrice tesse con la bravura di una poetessa.

Silvia Penso

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Decido di leggere il romanzo senza saper nulla in merito a trama, temi trattati e autostrade. Mi imbatto subito in una scrittura poetica, sofisticata, quasi teatrale e a tratti fatico a comprendere quanto i personaggi siano reali, realistici o quasi onirici. 

Spesso mi sento come proiettata in un teatro di personaggi che si alternano, sovrappongono, parlano di sé ma con se stessi più che con l’interlocutore. A tratti quelli che sembrano dialoghi danno la sensazione di svilupparsi come soliloqui, un flusso di pensiero che ciascun personaggio porta avanti quasi senza tener conto di ciò che dice l’altro oppure le parole dell’altro non fanno che da sfondo per un pensiero che prende forma e segue le linee cognitive sottili del singolo personaggio.

Tra i personaggi quello che più di tutti mi affascina e appesantisce è il dottor O’Connor per il modo in cui commenta e si insinua in quasi ogni capitolo per poi rivelare verso la fine la sua fragilità, e forse la sua sofferenza.

Anna Paladino

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Un libro decisamente lontano dai canoni convenzionali: i personaggi si muovono senza una trama apparente, senza alcuna regola, alternandosi nella narrazione come sulla ribalta di un palcoscenico, ciascuno preso dai suoi problemi, ricurvo sulle proprie necessità. Ogni personaggio è a sè in una atmosfera in cui lo stato di incomunicabilità è palpabile.  Si muovono frenetici sulla scena sotto gli occhi del lettore e durante la notte prendono forma desideri, pulsioni e perversioni. Abbondano soliloqui e divagazioni varie che rendono estremamente complessa la lettura di questo pur breve testo. Leggendolo ti domandi che senso ci sia dietro ma forse la particolarità di un romanzo tanto frammentato, convulso e sopra le righe sta proprio nella genialità con cui la narrazione prosegue a briglia sciolta, senza una apparente trama.

Ilaria Tagliamonte

 

 

 

 

 

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