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            La giungla di Upton Sinclair
PGrego


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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Farra di Soligo “Quelli di LLC”
coordinato da Annalisa Tomadini
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Un romanzo che mi ha colpita moltissimo, per tanti aspetti. Il primo è senz’altro il tema che tratta. È stata dura andare avanti con la lettura, l’inferno descritto (che in qualche modo accomuna uomini e animali, nient’altro che ingranaggi di un mostro industriale), ha messo alla prova la mia resistenza. Il secondo è lo stile. Il libro è dei primi anni del secolo scorso, ma potrebbe essere stato scritto ieri. Un linguaggio fluido, tagliente, che rende la tragicità semplicemente mostrando (un impeccabile “show don’t tell”). Il terzo è la potenza: il messaggio è talmente forte che non mi stupisce tutto quello che questo testo ha generato. Il fatto che il senso profondamente sociale del romanzo non intacchi affatto lo stile letterario, è soltanto un altro pregio di questo libro.

Annalisa Tomadini

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La potenza narrativa e moderna di questo romanzo del primo novecento è innegabile, una scrittura dinamica e fluida per un tema spinosissimo, quello dei macelli di Chicago, una città dentro la città, talmente ben raccontato da approntare in pochi mesi due leggi a favore della tutela del consumatore.

Una storia famigliare di soprusi lavorativi al limite, non si può non immedesimarsi nella famiglia dei Lituani e nelle loro disgrazie, molto sofferta la lettura, assolutamente attuale.

Elena Raspanti

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 Io sono quella che ancora non è riuscita, dopo anni che lo guarda nello scaffale, a leggere il libro di Safran Foer sugli allevamenti intensivi. E La giungla è stata una prova durissima, che non sono convinta di aver superato. E’ uno stato, per me, di quei casi in cui ti rendi conto di avere tra le mani un grande libro, meritevole per storia, scrittura e argomento di passare il turno, ma non riesci mai a vincere il profondo disagio che tutta questa potenza ti lascia. Forse era questo l’intento ma non ho, probabilmente, saputo apprezzarlo quanto meritava.

Alessandra Fineschi

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A metà tra fiction e non-fiction, si legge come si leggerebbe un reportage. Testo durissimo e ben scritto, ambientato nei grandi macelli di Chicago, dove anche i lavoratori lituani diventano carne da macello, un’atmosfera cupa che può ricordare quelle narrate dal poeta Ivano Ferrari. Due soli difetti: la lunghezza, fosse stato riassunto in un terzo avrebbe avuto maggior forza, e il finale, che secondo me depotenzia l’opera.  

Nicola Feo

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Il romanzo racconta il sogno americano di una famiglia di immigrati lituani che va a infrangersi contro un sistema di sfruttamento, abusi e degrado morale. Basato sull’esperienza dell’autore come operaio nell’importante polo dell’ industria conserviera di Chicago di inizio Novecento, fornisce un contesto dolorosamente reale alle vicende finzionali dei personaggi. Il libro, che voleva essere una denuncia di condizioni di vita e lavoro disumane, porta alla luce anche una serie di tematiche connesse alla gestione della produzione dell’epoca come la sicurezza alimentare, la salute, l’assistenza, l’inquinamento, la corruzione capillare a tutti i livelli. Un libro da leggere perché, pur descrivendo una situazione molto specifica, stimola un ventaglio di  riflessioni, domande e apre a ulteriori approfondimenti. 

Laura Del Ben

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Leggendo Upton Sinclair, viene in mente il grande cinema. Certo, la figura dello scrittore di Baltimora è stata citata in numerosi film (l'ultimo, in ordine di tempo, il bel “Mank” di Fincher, che ricorda l'impegno politico di Sinclair) e le sue stesse opere sono state trasposte su pellicola (il capolavoro de “Il petroliere” su tutti). Soprattutto, però, balza all'occhio quanto lo stesso Sinclair sia supercinematografico (o supergiornalistico) nelle proprie descrizioni: quando sono descritti ambienti, personaggi, stati d'animo, il lettore sta osservando esattamente quella scena. “Era impossibile soffermarsi a lungo senza cadere in uno stato d'animo filosofico e sentimentale, senza cominciare a mettere in gioco simboli e metafore, senza udire lo stridio di maiale di tutto l’universo”: ci si inchina commossi nel leggere frasi semplici e dense come questa. E non ci si commuove solo leggendo della macellazione della carne o dei problemi degli immigrati, ma anche nell’”ascoltare” il canto sconnesso, eppure affascinante, di tre musicisti lituani, che, nel narrare di un contadino innamorato, ci rendono partecipi della malinconia diffusa a Packingtown a inizio Novecento. "Se niente importa, non c'è niente da salvare" scriverà Safran Foer un secolo dopo, nel suo viaggio negli allevamenti intensivi. Dimostrando che il libro di Sinclair è, a tutt’oggi, attualissimo. E non solo per quanto riguarda la produzione di ciò che mangiamo.

Marcello Bardini

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Romanzo di denuncia, scritto nel 1906 dal giornalista e romanziere Upton Sinclair.

Siamo agli inizi del 1900 a Chicago, nel gigantesco quartiere dei macelli chiamato Packingtown, nome derivato appunto dall’attività di imballo della carne. 

La storia ruota attorno al protagonista, alla sua famiglia e ai loro conoscenti, tutti di origini lituane, immigrati per cercare di costruirsi una vita dignitosa  in quello che sembra il cammino lavorativo denso di opportunità e che invece si rivelerà essere la discesa verso una bolgia infernale.

L’intento primario di Sinclair era mettere in luce le drammatiche condizioni degli operai nel portare avanti un lavoro duro in un ambiente ingiusto, violento, malsano, pericoloso, sporco; il romanzo è frutto di uno studio sul campo finanziato da un miliardario socialista americano.

L’effetto collaterale, diventato poi predominante, è stato invece quello di richiamare vividi alla mente della collettività gli ultimi due aggettivi prima citati (malsano e sporco), con diretto riferimento alle pessime ed antigieniche condizioni e modalità di lavorazione della carne e della carne stessa.

La celebre frase dell’autore “I aimed at the public's heart, and by accident I hit it in the stomach” (“Miravo al cuore del pubblico e per sbaglio ne ho colpito lo stomaco”) viene citata in merito all’emanazione del Pure Food and Drug Act, legge per la salvaguardia consumatori emessa negli US nello stesso; l’effetto collaterale di cui parlavamo.

Il libro è un pugno nello stomaco, lo stile è realistico, il racconto impietoso; è impossibile non rimanere colpito. Rabbia, tristezza, indignazione: quanto descritto purtroppo rischia di non essere storia ma realtà ancora in tanti casi e in tante parti del mondo, magari meno lontane di quello che si crede.

Marzia Pavanin

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Un libro che ricorda in maniera impressionante Furore di Steinbeck, che del resto uscì trentatre anni dopo. In parte nello stile, con la presenza intrusiva del narratore onnisciente che vuole spiegare la morale della storia che sta raccontando, ma soprattutto nella comune, enorme, paradossale attualità. Infatti entrambi possono essere trascinati di peso e ambientati ai giorni nostri, cambiandone solo le coordinate geografiche ma non quelle umane. La giungla è una storia universale, violenta e drammatica di continui tentativi di riscatto, destinati tutti a cadere nel vuoto dacché siamo succubi della teoria della predestinazione, per cui il nostro destino è già deciso. Ed è questo che ci porta ad immedesimarci e prendere parte alle vicende dell’immigrante lituano Jurgis, anche quando abbandona la sua famiglia, soverchiato dalle tragedie apparentemente infinite che si abbattono su di loro. Sinclair ci trascina per la collottola, ci dite “Guardate quello che succede! I macelli! La carne che voi mangiate, inscatolata nel sangue di migliaia di uomini e donne!” (e pure noi, lettori contemporanei, non possiamo non rabbrividire e sentirci lontani). Gli riesce immensamente bene, salvo poi cadere nel finale che, nel suo tentativo di enunciare le meraviglie del Socialismo, cade nel didascalico (forse lo pensa il lettore che nel XXI secolo ha già constatato il fallimento di questa utopia politica?) e si perde in se stesso, tralasciando colui che era, alla fin fine, il cuore pulsante del romanzo: l’eroe perduto Jurgis.

Matteo Polo

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La giungla è un romanzo dello scrittore americano Upton Sinclair, uscito nel 1906 ispirato all’autore dal grande sciopero della Carne occorso a Chicago nel 1904. Ambientato appunto nella grande città dell’Illinois, ha per protagonista principale Jurgis Rudkus e la sua numerosa famiglia he emigrano negli Stati Uniti dalla Lituania inseguendo un vaghissimo sogno di prosperità e felicità. Scritto in uno stile crudo e, a tratti, quasi cronachistico, il romanzo non ha forse come prima finalità quella di raccontare una storia particolare ma quello, attraverso la parabola dell’eroe-antieroe Jurgis, di mostrare un intero catalogo di possibilità narrative, di linee possibili di destino, per rappresentare con maggiore fedeltà – proprio nell’estrema finzione che il testo restituisce – il mondo del capitalismo più selvaggio e disumano. Come per altro accennato un paio di volte nel testo, quella di Jurgis sembra una discesa dantesca agli Inferi, se non fosse che suo non è un semplice, seppur dolente, ruolo di spettatore, bensì quello di chi è chiamato a cadere e rialzarsi senza sosta e che ha, come meta e destinazione, non la luce delle stelle, né la promessa della salvezza divina, ma la be più umana speranza di una montante ideologia.

Alberto Trentin

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La giungla è una storia cupa di immigrazione ambientata nella Chicago dell’industria della carne. Attratta dalle sirene della propaganda una famiglia lituana emigra in America per sprofondare in un abisso di povertà, prostituzione, morte e disperazione. Frase messa qui per vedere se qualcuno legge ’ste recensioni. Sinclair ammannisce una trama che si rivela sempre più strumentale all’intento ideologico di critica del capitalismo e beatificazione del socialismo quale sistema di redenzione del proletariato oppresso.

La storia gli ha dato torto.

Alessandro Cino

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Ho amato questo romanzo in maniera davvero viscerale, anche se, al contempo, è un testo che colpisce molto per la riflessione sociale e politica che porta avanti. Il romanzo, infatti, sembra snodarsi attraverso due direttrici: da una parte la vicenda degli immigrati lituani a Chicago tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, per lavorare nelle industrie di macellazione e di trasformazione e conservazione della carne in scatola; dall’altra, la denuncia socialista delle condizioni di vita e di lavoro, per le quali Sinclair sfruttò anche la sua esperienza personale. Da un lato quindi questo romanzo è una vera e propria denuncia di un sistema corrotto e corruttibile, che abbruttisce l’uomo sfiancandolo e sfibrandolo solo per il suo profitto, la cui unica speranza è una sorta di utopica rivoluzione sociale; dall’altro non si può non affezionare alle vite dei lituani: abbruttiti, resi bestie dal giogo del lavoro, dello sfruttamento, dell’eterna mancanza. Sentirsi vivi, umani, almeno per un giorno, quello del matrimonio.

Marta Masotti

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Questo romanzo del 1906 (ma siamo sicuri che sia proprio un romanzo?) racconta con toni assolutamente moderni le tragiche vicende della famiglia Rudkus, lituani trasferitisi negli Stati Uniti, nel loro vagheggiato eldorado in cerca di fortuna. Ma fin da subito l'eldorado si trasforma in un inferno, un buco senza fondo dove solo l'abbruttimento sembra non aver fine.

Inizia con il matrimonio di Jurgis con Ona e, di tragedia in tragedia, termina nella fiducia di Jurgis nelle tesi socialiste del sindacato nel quale si coinvolge sempre più. Tuttavia, nonostante la fede utopistica di Jurgis sul socialismo come panacea, comprensibile vista l’attività di Sinclair che era un attivista e portava avanti una tesi precisa, manca del tutto la speranza, la possibilità di redenzione, di miglioramento, di salvezza. Amarissimo e terribile.

Arianna Bressan

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Jurgis Rudkus e Ona Lukoszaite sono una coppia di immigrati lituani che si trasferiscono a Chicago in cerca di fortuna. Il romanzo descrive la drammatica condizione di vita e di lavoro di milioni di immigrati negli Stati Uniti all’inizio del ventesimo secolo e ne denuncia la miseria della classe lavoratrice, lo sfruttamento e le difficili condizioni di vita. Leggere le vicissitudini di Jurgis e della sua famiglia è un pugno allo stomaco. Un’opera di denuncia sociale che mi ha ricordato molto, mutatis mutandis, L’Ammazzatoio di Zola. 

Carlo Mattioli

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Se nella Winesbourgh di Anderson si andava tra "perdente gente", nella Chicago di Sinclair si va tra "perduta gente". Non sapevo nulla di questo scrittore, e ho trovato "La giungla" un libro sconvolgente per le storie che racconta, potente per la forza nel rappresentarle. Inizia con un evento tipico di tanta narrativa classica, una festa, che di gioioso però ha poco, è un matrimonio tra due poveracci, Jurgis e Ona, due pedine della produzione industriale di carne in scatola. La festa è rappresentata con vigore, colore, ricchezza di particolari, vividezza di personaggi, mi pare una delle cose più riuscite del libro. Andando avanti, il libro diventa una progressiva discesa agli inferi per i due giovani e per una intera classe di uomini; sono un proletariato disumanizzato di operai, servi, prostitute, che vive dentro un immenso mattatoio, una città nella città, dove gli animali vengono uccisi, fatti a pezzi, inscatolati. Le parti sull'industrializzazione della produzione di carne in scatola è cruenta, corrusca, inondata di sangue, è una rappresentazione impressionante, tra le più forti e iconiche mai viste, del lavoro senza affrancamento, dello sfruttamento dell'uomo su natura e persone, dell'indifferenza dei padroni verso la vita altrui. Libro fluviale, diseguale, a volte oratorio, di dolorosa lettura, indimenticabile.

Giuseppe Bruno

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Non pervenuta

Massimo Montesi

 

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