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La scelta di Sophie di William Styron
Mondadori

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Parma “Diari di bordo”
coordinato da Antonello Sayz:
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Stingo, un giovane reduce di guerra originario del sud degli Stati Uniti, pieno di vita e amante di Faulkner e Thomas Wolfe, si trasferisce a New York per inseguire il suo sogno: Diventare un grande scrittore.

Nella Grande Mela inizia a lavorare in una importante casa editrice come revisore di testi, e nonostante l’entusiasmo iniziale, il giovane si rende conto che quel tipo di lavoro, somigliante ad una catena di montaggio, è molto lontano dalla sua visione di letteratura, decide così di licenziarsi, trasferirsi a Brooklyn in una pensione dai colori vivaci e cominciare a lavorare al suo primo romanzo. In un clima apparentemente sereno e rilassato, conoscerà degli inquilini particolari: Sophie, sopravvissuta allo sterminio nazista e il suo compagno Nathan, un uomo con problemi psichici.

William Styron interroga su tematiche a cui è difficile dare una risposta, calando il lettore appieno nei panni dei suoi personaggi. Attraverso la sua prosa ricca, elegante e sofisticata, l’autore descrive magistralmente L’istinto di sopravvivenza, la follia, il trauma e il senso di colpa. Emozioni e sensazioni che vengono distillate in questo lungo romanzo (più di seicento pagine) uscito in Italia nel 1980 con Mondadori e vincitore del National Book Award.

Jacopo Zonca

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Nella New York del 1947 in cui le solitudini si incontrano per caso, come in Colazione da Tiffany o in A piedi nudi nel parco, e in cui le appartenenze formano l’identità (il ragazzo del sud, l’ebreo, la polacca) il giovane scrittore è alle prese con il suo primo romanzo. Si intrecciano e affiorano le storie di Sophie, di Nathan e di Stingo, punteggiate di bugie e mezze verità, come una lunghissima dissolvenza in entrata, fino al finale che svela la scelta. Sophie, salvata dall’universo di Auschwitz, sconta il dolore e la colpa per i sommersi che ha abbandonato al loro destino, sopraffatta da un amore tanto intenso quanto tragicamente doloroso e conflittuale per Nathan. La ricetta utilizza ingredienti tanto consueti, nella narrativa statunitense, da divenire quasi stereotipi: il giovane scrittore di talento, il desiderio e la repressione degli impulsi sessuali (Portnoy), la psicanalisi e la malattia mentale, il tutto filtrato da un narratore ben identificabile con lo scrittore stesso, che con un certo narcisismo declina la propria parabola di autore agli esordi utilizzando una “spossante ed elaboratissima prosa” (pag. 539).

Nulla di faticoso, in realtà; piuttosto, di sovrabbondante, con il compiacimento di non lasciarsi scappare un sostantivo senza affiancarlo con un aggettivo o un avverbio, e più volte nello stesso periodo; con il gusto di immergere le vicende dei protagonisti nei riferimenti musicali e letterari, e con la lussureggiante varietà di un lessico che stordisce e fiorisce lungo i tanti rivoli, non sempre essenziali, nei quali si ramifica la narrazione.

Marcello Mendogni

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Dopo la seconda guerra mondiale, il giovane Stingo decide di trasferirsi a New York per riuscire a dar sfogo alla sua genialità e al suo talento come scrittore. Ma la sua prima occasione professionale in ambito editoriale fallisce ben presto. Costretto a trasferirsi, senza lavoro, in una pensione al centro di un quartiere ebraico di Brooklyn, si ritrova a fronteggiare un’altra sfida, quella con sé stesso e la pagina bianca. Qui si ritrova coinvolto nelle liti e negli amplessi dei coinquilini Sophie e Nathan. La storia di Sophie inizia in Polonia la cui famiglia è stata sterminata dall’invasione nazista per arrivare nel campo di concentramento di Auschwitz. L’esperienza terribile vissuta dalla donna è difficile da raccontare, preferisce parlare di come ha incontrato il suo compagno vittima di problemi psichici e con cui ha un rapporto particolare e ambivalente. Le intime e successive confessioni di Sophie, le violenti crisi di Nathan e il loro patto suicida

stimolano l’ispirazione di Stingo che sembra ritrovare una nuova via, una nuova musa.

Giusy Laganà

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Saremo mai in grado di spiegare come la mente e il cuore dell’uomo abbiano potuto arrivare a concepire Auschwitz? E potremo mai perdonarci, noi esseri umani dotati di intelletto e capacità di discernimento, per aver reso possibile un tale abominio? La scelta di Sophie di William Styron ci pone difronte al quesito dei quesiti, un quesito destinato a rimanere purtroppo senza risposta perché nascosto tra le pieghe della complessità di cui è fatta la natura umana. È la domanda che si pone e ci pone Stingo, uno dei tre protagonisti del racconto. Lo seguiamo, pagina dopo pagina, nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta

che lo porterà ad affrontare il dolore e la brutalità della vita che ogni crescita comporta. Un romanzo toccante, coinvolgente, che scuote nel profondo e ci insegna che certe scelte che siamo costretti a compiere difronte alla brutalità degli eventi non si possono giudicare.

Enrica Bardetti

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Un libro molto bello e particolare questa storia drammatica di uno strano ménage a trois. Voto “La scelta di Sophie” per il forte impatto emozionale che ha suscitato in me la lettura. La storia controversa di questa ebrea polacca ex internata in un campo di sterminio nazista, costretta a scegliere e abbandonare al suo destino la figlia pur di salvare se stessa e l’altro figlio. Una donna costretta dagli eventi e dalla storia a diventare collaboratrice dei suoi stessi aguzzini. Una scelta che segna angosciosamente la sua vita, e che finisce per raccontare, dopo la guerra, a Stingo, uno scrittore coinquilino nella casa in cui abita a New York, che è diventato amico suo e del marito Nathan, un geniale ma nevrotico intellettuale. Lo strano ménage a tre continua finché Sophie, dopo esser scappata e concessasi allo scrittore innamorato di lei, torna dal marito e insieme si avviano verso l’epilogo più naturale

Roberto Vignola

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Il mio voto è senza alcun dubbio per il romanzo di Styron. Struggente, melodrammatico e intenso, “La scelta di Sophie” è un plettro che pizzica le corde più dolorose dell’animo umano. E lo fa a poco a poco, fino alla fine. Ogni forma di sentimento, dall’amore per i figli a quello per se stessi, è operato a cuore aperto suscitando nel lettore grande empatia e catarsi emotiva. A dominare è il dolore, il senso di colpa, l’irrazionalità di un presente costruito su un passato torbido e burrascoso. Il contesto, i personaggi e soprattutto la protagonista, con tutta la complessità psicologica che la caratterizza, sono tratteggiati in maniera efficace dalla voce narrante. La scrittura non è del tutto asciutta, ma indugia su un lirismo tagliente dritto alla carne, a fendere la miseria della condizione umana.

Giusy Sciacca

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I tre protagonisti :Sophie, Nathan, Stingo formano un trio che si sviluppa tra amore, sesso e violenza. Sophie, la protagonista femminile, domina su tutto il romanzo, con le sue scelte: la scelta di sottostare alle violenze di un uomo Nathan, devastato da un’enorme capacità autodistruttiva; la scelta di collaborare con i nazisti per salvarsi; la scelta genitoriale che la porta a compiere un crimine odioso, fisico e morale, salvando solo uno dei suoi figli e che la perseguiterà per tutta la vita fino alla morte. Un libro doloroso. 

Elisabetta Sciré

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Il romanzo uscì nel 1979 scritto da William Styron, narratore del profondo sud americano in linea con la tradizione del realismo dettata da William Faulkner.

Tre i protagonisti, la coppia Nathan e Sophie e il neo scrittore Stingo che viene attratto dal tempestoso ménage a tal punto da pensarlo come un buon soggetto per il suo nuovo romanzo:”Un giorno scriverò sulla vita e sulla morte di Sophie, e contribuirò così a dimostrare che il male assoluto non si estingue mai nel mondo”, scriverà lui, alter ego di Styron.

Il trio zampilla tra picnic, gelosie e attacchi irrazionali. Stingo è in cerca di un’identità da narratore, in seguito diventerà il giovane confidente di Sophie e si innamorerà perdutamente di lei. 

Se la vita mette sempre in scena l’incessante capacità umana dinanzi alle scelte, il titolo riprende esattamente la decisione dolorosa che la protagonista deve compiere per salvarsi dai nazisti e dall’ internamento, una separazione forzata, raccontata con sorprendente vivezza.

In sostanza, Sophie veste i panni di una tragica Medea contemporanea. Dopo aver opposto resistenza (“Non mi faccia scegliere… non posso”), consuma un crimine morale e fisico, esternando la sua preferenza genitoriale e compie “un peccato che non conosceva perdono”.

Giovanna Tomai

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Impossibile mettersi da una parte e guardare con distacco un romanzo come La scelta di Sophie così carico di dolore, lutto e senso di colpa.

La scelta che dà il titolo al libro è disumana, il narratore ce la rivela quasi alla fine dopo circa seicento pagine dense, fluviali che raccontano l’odissea di Sophie, una vita che l’ha selvaggiamente colpita negli affetti più cari e che l’ha costretta a muoversi sull’orlo del precipizio senza alcuna prospettiva di salvezza. Neppure la tormentatissima relazione con Jonathan la conforta, anzi la trascina ancora di più nel fondo vorticoso della disperazione, verso la tragedia.

E l’amicizia calda e sicura con Stingo, il giovane narratore alter-ego dell’autore, le regala veloci parentesi di quiete non sufficienti però a farla rimanere in piedi.

C’è tantissimo sesso in questo romanzo, quello anelato e maldestro dell’io narrante e quello furioso e impetuoso di Sophie, bionda bella e diafana e Nathan.

Siamo nel dopoguerra a Brooklyn dove Stingo è arrivato con pochi soldi in tasca lasciandosi il Sud alle spalle per dedicarsi al sogno della sua vita, la scrittura. Di fianco i racconti, la memoria di Sophie che attraversa la storia appena passata, quella scellerata e atroce che ha sconquasso l’Europa.

I campi di concentramento con tutto l’orrore, la turpitudine, il raccapriccio.

E Sophie, sopravvissuta al male assoluto, è ossessionata dal senso di colpa, elemento fondante del romanzonche Styron con maestria inserisce fin da subito quando racconta un episodio dell’adolescente Stingo. Trascinato dall’entusiasmo di un pomeriggio con gli amici Stingo dimentica - nonostante sia il compito assegnatogli da espletare quotidianamente - di sorvegliare il camino di casa che si spegnerà inesorabilmente lasciando la madre, gravemente malata e inabile a rintuzzare da sola il fuoco, al gelo e alla disperazione. 

In un montaggio stilistico che procede per flashback e allega racconti storici con personaggi accuratamente studiati - Rudolf Höss su tutti - Styron ci restituisce un romanzo che - nonostante le quasi settecento pagine - non perde mai il respiro di una grande narrazione. 

Un romanzo senza consolazione- salvo i rari momenti di tregua che ci regala Sophie quando ascolta la musica classica di cui è grande appassionata e avida ascoltatrice - dove le vittime e i carnefici non sembrano nettamente separati.

Quando Sophie chiede a Stingo, ad Auschwitz dove era Dio?, lui le risponde, e dove era l’uomo?

Alessandra Del Balio

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La Scelta di Sophie è un testo che ha avuto un destino insolito, ossia è stato superato in notorietà dal film

che ne è stato tratto nel 1982, complice forse anche la magistrale interpretazione di Meryl Streep.

Spesso chi decide di leggerlo sa quindi già in partenza in che cosa consista la fatidica “scelta” (che viene

svelata e descritta solo alla fine delle oltre seicento pagine), e sa anche che questa non costituisce (come si potrebbe pensare dal titolo) il fulcro centrale del romanzo.

La trama è infatti stratificata e complessa, incentrata sulle tre vite (interiori e di relazione e ricordate dall’io narrante) dei personaggi principali, la cui storia diventa il pretesto per raccontare non soltanto la scelta terribile che dà il titolo al libro ma tante altre corpose questioni: la malattia mentale, il senso di colpa, la banalità del male, la violenza del moralismo, il sesso, l’impossibilità di distinguere con precisione manichea vittime e carnefici.

Notevole l’abilità dell’autore di mescolare la tragedia con lo humor, nonostante il tenore dei temi trattati, e di tratteggiare dei personaggi tridimensionali e credibili, buoni e cattivi allo stesso tempo, che il lettore può quindi amare, detestare, condannare, compatire.

Silvia Dioni

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Una narrazione non armoniosa, che ho trovato faticosa e non in linea con le mie letture. Difficoltoso anche immergersi in tale alternanza di registi. I temi trattati non permettono al lettore di calarsi adeguatamente nella vicenda, pur essendo di forte impatto e capaci di sconvolgere chi legge.

Cinzia Oranges

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Stingo, aspirante scrittore del Sud degli Stati Uniti, cerca fortuna a New York. È l’estate del 1947 quando ci presenta la sua situazione di aiuto-redattore della Mc Graw Hill, presto licenziato per la totale incapacità di adattarsi alla vita senza stimoli di un ufficio. Il suo fuoco creativo e la precaria situazione economica, lo guidano in una camera in affitto di un appartamento che condividerà con altri inquilini, tra cui Nathan, l’enigmatico e ricco compagno ebreo della bella e sensuale Sophie. Stingo se ne innamorerà subito con il cuore e tutti i sensi. Lei, polacca, con un passato che si dipanerà durante il romanzo, è una sopravvissuta dei campi di concentramento e portata negli Stati Uniti dove, grazie al suo compagno e aggrappandosi alla musica, prova a ricostruire una nuova esistenza. Il romanzo, scritto come una specie di diario, impone la visione di Stingo e dei suoi esuberanti e ingenui 20 anni. Il racconto delle sue quotidiane vicissitudini è intervallato dai lunghi dialoghi con Sophie e ai racconti delle esperienze vissute in Europa dalla donna, in un contesto sociale e politico straordinariamente lontano da quello vissuto nella sua natale Virginia tra coltivazioni di tabacco e arachidi e schiavi negri. Il lettore si appassiona a questi spezzoni di vita passata, intrecciati e riflessi in quella presente, che per più di 600 pagine inchiodano alla narrazione, elegante mai pomposa, e ai personaggi, descritti così vividamente da sentirne la voce. In questo vortice, troviamo i pregiudizi, l’ignoranza, la paura del diverso e l’essenza generatrice del male. Come dichiarato da Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”, Styron ci fa conoscere un male assoluto fatto di persone normali. Destini di donne e uomini che soltanto a volte riescono a riscattare la melma su cui sono stati costruiti. È un libro che parla del nazismo, dei campi di concentramento, delle stragi, dell’antisemitismo e del razzismo, ma non ha come trama questi argomenti. La forza forse si trova proprio qui: offre una storia di semplice amore e amicizia e quando il lettore abbassa le difese, gli mostra il volto peggiore dell’uomo, con le debolezze e la fragilità che lo rendono così splendidamente umano.

Valentina Nardecchia

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La seconda guerra mondiale è da poco finita. Non è facile coltivare grandi speranze, visto che in poco più di trent’anni l’essere umano ha saputo scatenarne due, a partire fra l’altro dagli stessi territori. Come diciamo anche oggi, tra un’ondata e l’altra del Covid-19, si poteva sperare di imparare di più dai disastri e dalle conseguenze della prima “ondata”, per evitare così la seconda. E invece…

E invece l’uomo fatica, soffre, muore, ma evidentemente non comprende abbastanza, non traduce le proprie esperienze in scelte di conversione definitiva nel rapporto con il male.

Il male è il protagonista di questo romanzo impegnativo, oltre che per la mole, perché è il cuore della storia, che poggia le basi su una curiosa relazione a tre di Sophie (protagonista femminile) con due uomini, e poi si apre clamorosamente e drammaticamente a svelare gli orrori della tragedia bellica, che invadono le pagine come uno tsunami, e della tragedia personale di Sophie stessa, tragedia che va oltre l’olocausto.

Amore e male, bene e male quindi, la diatriba eterna che ci accompagna, perché vie di mezzo sembrano

non esistere.

Claudio Della Pietà

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Flatbush, Brooklyn 1947.

Alla casa rosa della signora Zimmermann quasi tutte le stanze sono affittate a ebrei.

Uniche eccezioni Stingo, aspirante scrittore ventiduenne arrivato a New York dalla Virginia, e Sophie, giovane donna polacca sopravvissuta ad Auschwitz. È a lei, una goy, una shiksa, una ragazza non ebrea e cristiana, che l’autore affida il ruolo tragico di vittima della Shoah, al centro del romanzo. Al suo fianco, con pesi diversi in quello che diventa a tutti gli effetti un ménage à trois, Stingo, appunto, e Nathan, ebreo schizofrenico di New York che vive nella stessa casa fingendosi biologo alla Pfizer, e del quale Sophie è fatalmente innamorata.

È di Stingo la voce narrante, spesso ironica, che racconta dell’amore distruttivo di Sophie e Nathan, del suo mal celato amore per Sophie e di come ne diventa confidente, ma anche dei suoi esilaranti tentativi di perdere la verginità con ragazze sue coetanee, della scrittura del suo primo romanzo incentrato sul suicidio di un amore non corrisposto, della morale sessuale nell’America di quegli anni e, soprattutto, dello spaventoso segreto riguardo a ciò che è accaduto a Sophie e ai suoi due figli nel campo di concentramento nazista.

Sophie era stata allora obbligata a fare una scelta impossibile, a prendere una decisione che segnerà per sempre la sua vita. Ma in quel fiume in piena che è il romanzo di Styron, Sophie sarà chiamata a scegliere ancora, con Nathan, questa volta, il suo “salvatore e distruttore dall’umore buffonesco e collerico”.

E non sarà meno tragica.

Alex Fornari

 

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Circoli dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Milano 2 “Lettori Temerari 2”
coordinato da Patrizia Ferragina
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Libro che racconta la storia straziante di Sophie, bellissima donna polacca, cattolica, sopravvissuta all’orrore di Auschwitz, pagandone un prezzo altissimo. Rimasta sola al mondo, con gravi problemi fisici, viene catapultata negli Stati Uniti dove incontra Nathan, il grande amore della sua vita, che le regala un periodo di stabilità materiale ma che accentua ancora di più i suoi sensi di colpa, di inadeguatezza e di disperazione. Nathan è infatti malato di schizofrenia paranoide e tossicomane; cade in profonde crisi depressive in cui trascina anche Sophie, all’oscuro della sia patologia, fino all’epilogo. L’autore riesce a raccontare la tragica storia di Sophie tramite la voce narrante e le vicissitudini di Stingo, giovane scrittore di belle speranze, che intreccia con i due protagonisti una profonda relazione di amicizia. Ho apprezzato molto questa scelta perché l’intreccio acquista leggerezza e a volte frivolezza nelle pagine in cui si racconta delle avventure tragicomiche sentimentali di Stingo, in una vicenda altrimenti angosciante. Interessanti anche gli spunti sulla letteratura americana e sulle diversità di quel Paese tra Nord, Sud, tra autori ebrei e di altra fede e altro.

Maria Luisa Albizzati

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La vicenda di Sophie costituisce l’ossatura di questo lungo e affascinante romanzo di Styron. Stingo, l’io narrante, la incontra in una pensione a Brooklyn ed è subito amore per il giovane aspirante scrittore. E a lui lei racconta, tra bugie ed omissioni, la sua storia, fino a quella verità impossibile da accettare. I ricordi di Sophie ci trasportano nella Polonia della sua giovinezza, dal padre antisemita fino all’occupazione tedesca e alla terribile esperienza del campo di concentramento. Nonostante l’aleggiante sentore di morte, c’è tanta voglia di vita in questa storia, nella musica, nelle gite al mare, nelle sortite di Nathan, nel sesso. Quello che ho apprezzato molto è stata la capacità di Styron di farci partecipe di pensieri ed di emozioni provate da Sophie mai scontate, come quando si dice affascinata, ammaliata, da ciò che capitava agli ebrei, reclusi nel ghetto, o quando sostiene che la vergogna sia più difficile da sopportare della colpa. Un personaggio, quello di Sophie, che difficilmente potremo dimenticare.

Annamaria Barletta

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Il mio è stato un voto di esclusione. La lettura de La scelta di Sophie è stata per me una specie di droga. Si faceva leggere anche se ero cosciente che non mi stava piacendo. Ho trovato questo romanzo eccessivo (anche nella mole), direi “gridato”. È possibile che il confronto impietoso con Primo Levi non sia giusto, ma inevitabile per chi ha letto Se questo è un uomo.

Eugenia Biguzzi

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Mi ha appassionato: ci si avvicina pian piano al nucleo della storia nella frase “Prendete la bambina”, quasi alla fine del romanzo, detta da Sophie a Auschwitz che come un proiettile esce dal libro per incidersi nel mio cuore di lettrice. Il sadico nazista Rudolf Hos illude Sophie di poter salvare solo uno dei suoi bambini e lei sacrifica Eva credendo di salvare Jean. La trama non semplice ma interessante affronta molteplici aspetti mai in modo superficiale la storia, l’amicizia, l’amore, la malattia mentale con un linguaggio che si sintonizza mirabilmente con i diversi temi narrativi per cui la lettura per me è stata sempre intensa e piacevole. Da una riflessione del narratore mi sono sorpresa a pensare: “Mentre leggo tranquilla, quante altre mamme in un luogo magari non tanto lontano da qui e adesso saranno costrette a scelte disumane per salvare i loro bambini?”.

Paola Caterina Celani

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Il romanzo si articola in parti differenziate tra di loro, ma legate da un senso crescente di tensione. Infatti, dopo un inizio da romanzo di formazione, si svela sempre di più la tragedia, nella storia sia di Stingo, voce narrante e protagonista, sia di Nathan, che in un primo momento sembra il più “solido” ma nasconde invece un dramma personale, sia specialmente di Sophie, bellissima e fragile, che ha vissuto l’indicibile nella Polonia sotto i nazisti. In pochi mesi, nella calda estate di New York nel 1947, a Stingo, giovane scrittore del sud, alter ego dell’autore, cresciuto suo malgrado in un mondo razzista, alla ricerca dell’ispirazione nell’amore e nel sesso, vengono svelate, tramite i suoi due amici, le tragedie della guerra e della follia. Il passato è tragico, ma il presente non lo è di meno, come il lettore intuisce dalle molte anticipazioni nella narrazione. Il romanzo è molto ricco di riferimenti storici, che passano attraverso il racconto di Sophie, fino alla sua terribile “scelta “, ma anche attraverso varie escursioni dell’autore, forse le parti più deboli del romanzo.

Annamaria Ciniselli

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La scelta di Sophie: un linguaggio sciolto, quasi giornalistico, piacevole e molto ben strutturato. Belle certe descrizioni come quella alla pag 30 in cui viene descritto il volo del foglio lasciato cadere dal 20mo piano e delle bolle di sapone. All’inizio non ben delineati psicologicamente i personaggi, ma andando avanti la caratterizzazione diventa sempre più evidente, rendendoci mano a mano consapevoli della personalità di ognuno e della loro tragicità. Il male, l’orrore dei ricordi sono sempre più presenti nel libro sino all’inevitabile tragedia finale, sino alla scelta di Sophie. Un libro che mi ha emozionato, non letto all’epoca della sua uscita e che consiglierei a tutti.

Vanna Del Nero

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Ho preferito questo romanzo per l’argomento trattato. Sophie è una donna profondamente provata dalle numerose scelte che ha affrontato e che hanno influito notevolmente sull’andamento del suo comportamento. Sicuramente quella che ha inciso maggiormente procurandole una grande sofferenza è quella che riguarda la scelta di salvare solo uno dei suoi due figli, lasciandole un enorme senso di colpa. Sophie è un personaggio che suscita molte emozioni e altrettanta comprensione. È sicuramente una donna forte, perché è riuscita ad affrontare situazioni dolorose e molto difficili, però nello stesso tempo si è rivelata estremamente debole, perché non è stata in grado di superarle, continuando ad attribuire a se stessa una colpa che non era certamente sua.

Raffaella Famà

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La scelta di Sophie è un romanzo scritto con estrema profondità e maestria. La storia narrata è complessa e offre spunti di riflessione su argomenti che hanno molteplici risvolti, come l’Olocausto, la sofferenza del passato, il rapporto tra vittima e carnefice, il vortice delle ossessioni della malattia mentale. La voce narrante rende fluida la lettura, nonostante i numerosi flashback necessari allo spiegamento della vicenda. I personaggi sono delineati con precisione e delicatezza, e questo li rende vivi e suscettibili di scatenare emozioni prive di giudizi morali. Una lettura scorrevole, che permette di avvicinarsi in punta di piedi all’orrore e alla sofferenza che la vita può riservare ad alcuni.

Patrizia Ferragina

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La scelta di Sophie è stato definito un “romanzo del male”, perché il male pervade il libro, i suoi personaggi e le relazioni che tra loro si instaurano. Ognuno di loro vive sotto il peso di un “male”: il narratore, che si ritiene colpevole di aver affrettato la morte di sua madre, Sophie che non riesce sopravvivere alla scelta del titolo e Nathan che affonda nella tossicomania e pazzia.

Ma il male è anche una possibilità da cui nessuno può dirsi al sicuro e viene rappresentato con precisione e accuratezza storiche nell’universo concentrazionario di Auschwitz, nelle pagine, secondo me, più interessanti del libro.

Anna Grattarola Romano

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La storia è nel complesso avvincente e si svolge alternando diversi piani temporali. I personaggi si disvelano mostrando piano piano una piccola parte di sé e solo alla fine del romanzo si completano. La scrittura è scorrevole anche se a volte il testo andrebbe asciugato eliminando parti che lo appesantiscono, ininfluenti alla narrazione e con cadute di stile. Stingo lega i personaggi e attraverso le loro vite raggiunge la maturità e scorge la propria identità. Sophie mi ha conquistato empaticamente con il suo dolore, la sua forza, il bisogno d’amore e la grande umanità.

Marina Landi

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Procedendo nella lettura di questo romanzo, cresceva in me l’impressione (poi confermata nel commento di Piperno) che l’Io narrante trasmettesse al protagonista del suo libro molte parti di sè, soprattutto il fatto di essere entrambi neofiti, che sentono bisogno di trasmettere, in questo loro primo libro larga parte delle esperienze e conoscenze maturate: letterarie, musicali, artistiche, storiche, geografiche. oltre che psicologiche e sessuali, gonfiando la narrazione di molteplici digressioni, con scarsa capacità di selezione e sintesi. La parte interessante, a mio giudizio, è il filone di riferimenti storici e l’accostamento tra 2 nazismi: l’indifferenza, peggio la violenza dei Polacchi verso gli Ebrei e gli stessi atteggiamenti dei Sudisti americani nei confronti dei “Negri”. Per il resto la storia di Sophie si ricostruisce a puzzle per episodi inseriti in successione, ma storia e personaggio restano descritti, senza riuscire a comunicare sentimenti, non certo il pathos che la tragicità dei fatti comporterebbe. Mi è sembrato ambizioso da parte di un autore, (io lo lego alla sua inesperienza ma non so come abbia fatto ad arrivare ad essere tradotto per Mondadori), richiedere o almeno aspettarsi di essere seguito per più di 400 pagine. (solo i grandi autori riescono a trascinarci a questo).

Marialuisa Ponzini

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Bellissimo ed impegnativo e non soltanto per la sua corposità, il romanzo di William Styron mi ha immediatamente ed inesorabilmente catturato, trasportandomi nel dolente triangolo amoroso formato da Stingo, Nathan e Sophie, in luoghi lontani e diversi, dagli Stati Uniti (assai poco uniti) del secondo dopoguerra all’universo concentrazionario di Auschwitz- Birkenau che ben conosco per averlo visitato di recente. Il racconto si snoda pagina dopo pagina e il lettore viene catapultato dentro le vicende ed il mondo interiore del narratore-testimone, con un ritmo narrativo solo apparentemente naturale, ma in realtà frutto di alcune tecniche narrative ben riconoscibili: alternanza tra prima e terza persona, descrizioni magistrali dei personaggi, non prive di ironia (si sorride leggendo…!), uso sapiente di prolessi e analessi ed una potenza descrittiva di luoghi e situazioni non comune che attinge a tutte le sfere sensoriali ( indimenticabili gli accessi d’ira di Nathan e alcuni passaggi della vita nel lager). L’orrore dell’Olocausto si spalanca improvvisamente davanti al lettore e colpisce come un pugno allo stomaco, leggendo la testimonianza di Höss, il primo comandante di Auschwitz. Il tema della scelta è cruciale e per tutte le oltre seicento pagine di questo straziante romanzo il lettore si chiede quando avverrà…ed infine arriva, come una secchiata di acqua gelata in piena faccia, con tutta l’atrocità dell’inevitabile esclusione che essa comporta. Non chiediamoci dov’era Dio ad Auschwitz, ma piuttosto dov’era l’uomo…

Mariapia Salfati

 

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Circoli dei lettori del torneo letterario
di Catania 2 “Quelle che non giocano a carte”
 coordinato da Mariella Bonasera
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Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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