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La Stanza Enorme di Edward E. Cummings
Dea

 

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Circolo dei lettori di Robinson
di Roma2 “Passaparola”
coordinato da Giulia Alberico
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Già sconfitto in partenza nel confronto impari con il Grande Gatsby, il libro, malgrado gli entusiastici pareri dei suoi contemporanei, si rivela a mio parere una estenuante descrizione delle peripezie di un giovane americano arruolatosi come volontario e assegnato a compiti non bellici nella Francia nella prima guerra mondiale. Il nostro eroe, finito per errore in un campo di prigionia non ci risparmia alcun dettaglio delle sue peripezie, popolando il libro di una miriade di personaggi e animandolo con molte parti in francese e numerosi schizzi di situazioni e compagni di disavventura. Scritto con stile scorrevole e discorsivo non manca di ironia ma avrebbe sicuramente beneficiato di una maggiore sintesi.

Cristina Merlo

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Apprezzo quei Romanzi in cui l’autore rimane sullo sfondo permettendo così al lettore di scoprire il proprio se’, farsi toccare dalle parole, dalla storia per ritrovarsi magari un po’ cambiato.

Questa magia non è accaduta con Cummings ne La stanza enorme, dove con uno stile anarchico (largo uso di figure retoriche, espressioni in francese, inosservanza delle convenzioni sintattiche, eccentrico e disinvolto nelle descrizioni) ci parla dell’orrore della guerra in una dimensione riduttiva e priva di retorica.

Ne viene fuori un affresco inconsueto, una Guernica di parole affollata da un’umanità mortificata e umiliata da comportamenti sadici non giustificati neanche da un’imputazione precisa.

Riconosco che qui Cummings dia prova di essere uno scrittore di forte creatività letteraria ma il Romanzo non mi ha coinvolto forse la forma ha avuto il sopravvento sulla sostanza rendendo faticosa e dispersiva la lettura.

Antonia Santilli

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Non conoscevo Cummings, ho affrontato con diffidenza le quasi 400 pagine de La stanza enorme e la lettura, che a tratti mi ha anche stancato, mi ha molto catturato. La vicenda, tra il tragico e il grottesco è quella capitata all’autore, nato nel 1894 a Cambridge, nel Massachusetts, quando nel 1917, durante la prima grande guerra, si arruola come volontario e va in Francia col corpo di ambulanza della Croce Rossa Americana.

Sospettato di essere un traditore subisce arresto (di cui ignora per giorni la motivazione), una lunga detenzione, sofferenze fisiche notevoli. Il tutto solo perché amico di un commilitone che in una lettera inviata in America aveva scritto che “nessuno credeva nella sconfitta della Germania”. Tanto era bastato alla occhiuta censura militare per ritenere il mittente e il suo amico Cummings dei traditori e forse delle spie al soldo del nemico.

Il racconto di questo vissuto poteva tradursi in un’invettiva e in un resoconto intessuto di parole in re minore. Invece è una denuncia ironica e magistralmente orchestrata della ottusità, della piccineria e della stupidità umana. È un concerto vibrante in cui, più forte del grigiore patito e osservato, si leva un acceso amore per la cultura, per la bellezza, per l’intelligenza.

Il testo è arricchito da schizzi dello stesso Cummings che, infatti, è stato anche pittore e poeta.

Originale ed efficace il frequente uso della sineddoche (l’elmetto, i baffi), degli appellativi attribuiti alle tante persone che nei lunghi mesi di detenzione incontra e con cui si relaziona (l’uomo-girachiave, l’Uomo in Gamba, il Bel Guerriero). Una comédie humaine davvero raccontata e dipinta con sguardo acuto e intelligente.

Giulia Alberico

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Cummings ha scritto un testo che non è riconducibile ad una qualche forma, romanzo, diario, invettiva, ma questo è il suo pregio maggiore. La prosa è scorrevole e il linguaggio aspro, evocativo e libero nel creare insolite associazioni e scelte poetiche. Ad una prima parte, composta di scene teatrali o cinematografiche, con sintassi spezzata e stile drammatico, segue una galleria schematica, una cruda descrizione di personaggi da corte dei miracoli che non hanno nome. Il non voler fondere narrazione e descrizione rende la lettura faticosa, appena attenuata dai disegni inclusi nel testo che riflettono la tecnica bozzettistica e visuale che lo distingue. In questo non-diario un occhio oggettivo, da telecamera, osserva il carcere e l’umanità che ci vive, in un non-luogo come lo Stanzone e in un tempo sospeso, come quello della non-guerra, definita per assenza. Il carcere è la parte per il tutto, l’immagine del Potere, qui nelle vesti del Governo francese, assurdo fino al ridicolo, che toglie ogni libertà all’individuo, chiunque esso sia. L’empatia per il dolore degli altri si avverte solo eccezionalmente nella voce narrante, quando descrive le Montagne Incantate, persone in cui riconosce brandelli di verità sull’animo umano. Ma anch’essi sono presi nel vortice, sovrastati da ironia e sarcasmo, dalla distanza da una condizione certamente tragica.

Alfredo Menichelli

 

Romanzo magnifico. Con una scrittura particolarissima, sfrontata e pittoresca, spesso sarcastica, l’autore non ci presenta il dipanarsi di una storia, ma parla di una guerra che solo apparentemente è in sottofondo: non è fatta di battaglie e di morti, ma è rappresentata dalla discesa negli inferi di una prigione nella sua quotidianità. La narrazione si avvale di un linguaggio pittorico che presenta quadri in cui elementi inanimati interagiscono in prima persona e poeticamente con i protagonisti (il sole ... mi schiaffeggiava ... con pennellate di colore) oppure, più spesso, in cui i personaggi sono immortalati in fermoimmagine espressionisti (“…la bocca molle e grossa, larga all’incirca da un orecchio all’altro, …i sudici piedi piatti dove dieci dita tozze si incontravano irrequiete”). La carrellata di questi personaggi miserabili, indescrivibili, culmina con la presentazione delle Montagne Incantate, in cui l’autore supera i filtri della superficialità e scopre l’essenza e la grandezza dell’animo umano. Sarà questa scoperta a traghettare l’autore da una dimensione atemporale, un non-luogo, verso la Salvezza: la consapevolezza della propria esistenza.

Amina Vocaturo

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La storia è l’esperienza vissuta dallo stesso autore durante la prima guerra mondiale nel carcere francese di Ferté Macé dove in una grande stanza vivevano detenuti di varie nazionalità. Il narratore dà forma, colore e volto umano a tutto ciò che vede. Con un accorto uso degli aggettivi, Cummings connota l’ambiente interno per la sua “brutalità vigorosa”, mentre quello esterno gli appare “rachitico” come i boschi d’inverno. A Ferté Macé anche il silenzio è bestiale e fa sentire la sua “ferocia”, così come l’oscurità è spaventosamente tattile. Lì è naturale infliggere sofferenze ai più deboli e riscattare con la violenza la propria debolezza. Il testo presenta momenti altamente poetici soprattutto nella parte iniziale e in quella conclusiva, mentre i bozzetti, che con pochi tratti integrano il racconto, danno corpo alla parola e liberano l’immaginazione. Ma la narrazione scorre lentamente, manca di affabulazione e non coinvolge il lettore a cui spesso si rivolge. L’impressione che resta è quella di un autore che narra esclusivamente per sé. Sottile e feroce è l’ironia sul governo, l’ottusa burocrazia militare e il patriottismo dei francesi. Ma l’ironia non risparmia nessuno nello Stanzone, microcosmo della società europea che ha subito le conseguenze della guerra, la fame e la miseria. Anche soltanto la descrizione fisica dei detenuti marchia la loro nazionalità e lascia trasparire il senso di superiorità del narratore che osserva un mondo che non gli appartiene.

Livia Tucceri

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L’eccessiva mole, l’andamento lento, una certa mancanza di ritmo a mio parere rendono poco agevole e trascinante la lettura nonostante una scrittura ironica e un punto di vista originale sulla grande guerra.

Luca Schiavino

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In questa opera e. e. cummings tenta di scrivere un romanzo sulla sua esperienza in un carcere francese dove viene rinchiuso perché accusato, per errore, di tradimento. Come egli stesso sottolinea in un momento della narrazione, in questo tempo non-tempo in carcere non succede nulla per cui l’autore si concentra sulla descrizione di una serie di aneddoti riferiti alla variegata tipologia di esseri umani che incontra in prigione, provenienti da varie parti del mondo e da diversi ceti sociali e dediti a differenti occupazioni. L’autore descrive con attenzione principalmente estetica e in modo vivo e pregnante i personaggi; a volte tenta di introdurre degli elementi di ironia e sarcasmo che non sempre risultano efficaci; aggiunge anche disegni/ caricature di alcuni personaggi realizzati con fiammiferi bruciati. La vita in prigione viene scandita da passeggiate nel freddo e da pasti rancidi; i luoghi insalubri, umidi, luridi sono descritti con un certo snobismo, così avviene con la descrizione degli ottusi comportamenti e le regole imposte da coloro che gestiscono la prigione. Il narratore, come se non fosse affatto coinvolto, “guarda” le storture e brutture di quelle scene con occhio “estraniato” e tale distanza viene sottolineata anche dall’alternanza dell’uso della lingua inglese e francese. Come risultato, l’opera appare come mera esercitazione linguistica e stilistica, forse funzionale alla futura incisiva e intensa produzione poetica; nell’insieme il tentativo di costruire un romanzo risulta, in realtà, mal riuscito e inefficace.

Raffaella Cammarano

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È un racconto autobiografico, in cui Cummings si concentra maggiormente sui tre mesi circa di prigionia passati al campo La Ferté Macé, accusato di spionaggio per colpa di alcune lettere spedite da un suo amico, nella Francia della Grande Guerra.

La Ferté Macé, non una prigione ma un limbo amministrativo per sospetti traditori in attesa di giudizio finale, è un luogo sordido e deprimente. Eppure Cummings fa di questa esperienza picaresca un racconto vivace e beffardo, pieno di ritratti di individui che hanno subito “un'amputazione dal mondo”.

Non è una lettura facile, a tratti il suo dilungarsi sui dettagli dei luoghi e le gestualità distrae dalla narrazione facendone perdere il filo. Non è neanche una lettura semplice, è un racconto che va letto lentamente per cogliere tutte le sfaccettature di quella discarica di personaggi eccentrici con cui condivide l'enorme stanza e per capire il vero orrore della prigionia che si cela dietro quell'aria distaccata di intellettuale ironico che affronta l'assurdità della guerra.

Nathalie Guillorit

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Durante la grande guerra nel carcere di Ferté Macé uomini, accusati di reati di varia natura, sono relegati all’interno di un enorme stanzone. Qui il protagonista osserva freddamente il comportamento dei compagni di carcere e li descrive con uno sguardo ironico e a volte sarcastico. Una lunga rappresentazione di un mondo di diseredati di diversa nazionalità per cui non si hanno mai parole di compassione. Solo a tratti il narratore autore mostra una sensibilità poetica che dà luce alla narrazione complessivamente troppo lenta e ripetitiva, senza colpi di scena.

Margherita Masucci

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Non conoscevo Cummings, né tantomeno avevo letto i suoi scritti. Avere la possibilità di conoscere questo artista scrittore, poeta, pittore americano è stato un grande privilegio. Non ho voluto leggere subito la prefazione, accurata e completa, a cura di Patrizia Collesi. Desideravo un approccio immediato e personale alla lettura di un autore a me sconosciuto. Sin dalle prime pagine, ho capito che mi trovavo di fronte a un testo complesso, ma particolarmente originale e moderno dal punto di vista stilistico, soprattutto considerando che la prima stesura è del 1922 e l’autore aveva solo 28 anni.

Siamo all’epoca della prima guerra mondiale: un libro sulla tragedia bellica? Andavo avanti nella lettura , ma trovavo poco che potesse evocarmi racconti di guerra classici: solo ironia, sarcasmo, personaggi fantasiosi, ambienti delineati con la forza rappresentativa di un pittore qual era il poliedrico Cummings. Nello stesso tempo, velato da uno stile ilare al limite del paradossale, intravedevo un racconto profondo, più angosciante rispetto a descrizioni belliche convenzionali. La guerra vista da un’angolazione diversa. Cummings descriveva la perdita di interiorità cui portano, inevitabilmente, i grandi conflitti. Il romanzo inizia con un interrogatorio alquanto singolare subito dal protagonista/autore. La commissione lo giudica colpevole, impedendo al protagonista di mettersi al servizio della patria partecipando alla guerra attivamente e inviandolo al campo di detenzione di La Ferté Macé in Normandia. L’avventura di Cummings inizia durante il viaggio in nave diretto verso la Francia. Sulla nave incontra uno studente di giornalismo alla Columbia University William Slater Brown col quale, in breve, stringerà un’amicizia basata su affinità culturali e artistiche, ma che sarà la causa del suo internamento a La Ferté Macé. La descrizione iniziale della vacanza inaspettata a Parigi in attesa della destinazione, la noiosa parentesi

temporale alla Section Sanitaire XXI           a Germain dove i due amici avrebbero dovuto condurre le ambulanze non fanno presagire gli eventi successivi. Improvvisamente tutto cambia, Brown viene accusato di spionaggio e Cummings è colpevole per il solo fatto di essergli amico.

I due amici entrano così nella “Stanza Enorme “ di La Ferté Macé. In questo luogo lontano dai clamori della guerra vera e propria, affollato da personaggi immaginari anche grotteschi quasi a compendiare sfaccettature simboliche degli esseri umani con i loro vizi, difetti e talora virtù, il protagonista attua un suo percorso interiore complesso teso a penetrare la sua coscienza in profondità e in questo percorso trascina il lettore in un universo parallelo e sconosciuto. Per questo angosciante come la guerra. Il finale è lieto? Il protagonista si separa dalla stanza enorme in cui ha vissuto per tre mesi e dalle persone che l’affollano con queste parole: “Sono nello Stanzone per l’ultima volta. Dico addio. No, non sono io che saluto. Infatti è qualcun altro, probabilmente me stesso”.

Marcella Mottolese

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Non avevo mai letto La Stanza enorme, 1922, anche se l'opera era considerata un classico, come dice l'Autore nella Prefazione all'edizione del 1934, già dodici anni dopo. Cummings e il suo amico William Slater Brown sono americani, venuti volontari in Europa in Francia sulle ambulanze, e si trovano coinvolti in una sorta di processo assurdo (come sarà nel 1925 quello di Kafka) di cui non capiscono le accuse solo perché hanno fatto "troppa" amicizia con gli sporchi francesi e sono critici con il loro superiore Mr. A e i colleghi americani; per questo la loro posta viene controllata e censurata. B finirà per questo alla fine anche a Précigné, una "vera" prigione.

La guerra è solo sullo sfondo, è qualcosa di romantico che fa partire con entusiasmo C e B ma poi è lontana ed è invece molto presente nell'ottusità del Governo francese e nei comportamenti dei suoi nei confronti delle persone sospette, nella boria dei sorveglianti (per inciso, tutti riformati) a La Ferté. Cummings crea un universo fantastico e fortemente simbolico; tutti i personaggi hanno soprannomi creati da alcuni tratti e pennellate dell'Autore, che si mostra pittore più ancora che scrittore, tratti che delineano l'essenza di ciascuno. Alcuni di essi in particolare restano impressi: Africa, piccolo Meccanico, Ranocchia, Mr. Auguste, Giuda, Ranocchia, Celine, Lulù e tanti altri che sarebbe lungo elencare.

La Ferté Macé è una sorta di Inferno e il Direttore è Satana. Tra l'autunno e il gennaio (1917/18) scorrono le giornate e cambia la stagione, ma la vita è assolutamente ripetitiva, non fosse per gli uomini che vi si trovano.

La stanza enorme con tutti i suoi luridi e strani personaggi e la stufa distrutta in un epico duello, la cour delle passeggiate, desolata e desiderata, le scale sono luoghi percorsi in lungo e in largo, in ogni direzione da figure buone e cattive con soprannomi perfetti. ​

Le figure migliori, e anche più approfondite, sono le Montagne incantate, chiuse in se stesse, fuori del tempo e dello spazio: Girovago, Zulù, Surplice e il Negro. Jean, il Negro, considerato una rarità all'inizio, è un furfante che cambia nel racconto e viene salutato affettuosamente quando viene portato via. Il Girovago ha il privilegio di una Famiglia colorata e bella, ma la deve abbandonare quando il puritanesimo dei sorveglianti scopre che non è sposato. La totale assenza di Fede in un mondo brutale e primitivo è bene espresso nel rituale della Messa domenicale, dove tutti vanno solo per vedere le Donne (poche oneste e tutte "puttane"), tranne Surplice, la terza montagna, che ha una Fede semplice ma è considerato ignorante e stupido e viene schernito da tutti; accolto però poi dal protagonista e da B.

Nel 1932 T. Mann intitolerà un suo romanzo "la montagna incantata"; fuori del tempo e dello spazio..... Il protagonista-narratore è insieme interno ed esterno. La sua è una visione assolutamente soggettiva e, quindi, di parte e legata alle simpatie e antipatie ma quasi sempre con una sorta di pietas legata alla condivisione di un destino.

Alla fine, mentre sta per essere inviato sui Pirenei, gli interventi di amici e parenti anche presso il Presidente lo faranno uscire da questo non-mondo ed imbarcarsi per tornare a casa. Il Linguaggio è vivace e utilizza diversi registri, è una mescolanza o pastiche di tante lingue diverse alcune incomprensibili e questo è motivato dalle varie provenienze dei personaggi ma anche da una scelta stilistica precisa. Il romanzo si legge con facilità e le figure restano impresse, come schizzi o ritratti, del resto nel testo l'Autore ne riporta diversi. Il limite del romanzo però è che risulta troppo lungo e pieno di troppe figure.

Maria Rossi

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Attraverso una scrittura pittorica e astratta, fortemente innovativa, che spesso si eleva all'intensità poetica, Cummings narra il suo soggiorno obbligato a La Ferté Macé, il campo di detenzione a cui viene inviato come sospetto traditore. L'autore racconta con acuta ironia l'assurda burocrazia militare del campo, facendo di questo "un luogo non luogo", fuori dallo spazio e dal tempo. La Stanza Enorme è quella in cui convivono più di sessanta prigionieri e Cummings la tramuta in un mondo a parte, completamente avulso dalla realtà, un mondo fantastico dove ogni personaggio descritto diventa una metafora di una situazione insensata e alienante.

Elfriede Gaeng

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Bel racconto autobiografico divertente e disincantato. Molto originale l'impianto narrativo ambientato durante la Prima guerra mondiale. Ben delineati i ritratti psicologici di tutti i personaggi con cui il protagonista si trova a condividere la sua esperienza di prigionia in uno stato di convivenza forzata.
L' uso accurato di un linguaggio particolarmente moderno, rivela il rigore di chi ha sperimentato la scrittura della poesia affrancandosi dai cliché della letteratura americana degli "anni ruggenti".

Mariella Cioffi

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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