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Le bostoniane di Henry James
Newton Compton

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Farra di Soligo "Quelli di LLC"
coordinato da Annalisa Tomadini
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Non è stata una lettura facile, questo romanzo di Henry James, per me, ma è uno di quei libri che ti rimane incollato addosso. Il tema sono gli albori del movimento femminista negli Stati Uniti, a fine Ottocento. Ci sono due antagonisti, la ricca bostoniana Olive Chancellor, che appoggia in modo convinto il movimento di emancipazione femminile, e suo cugino Basil Ransom, originario del Mississippi, che tenta senza troppa convinzione una carriera da avvocato dopo che la sua famiglia è caduta in disgrazia a seguito della guerra di secessione e ha, ovviamente, idee radicalmente opposte. Il loro campo di battaglia, il trofeo per cui si battono è la giovane Verena, una ragazza bellissima, dotata di un talento naturale nel parlare in pubblico.

Olive e Basil incontrano Verena nella stessa serata, la sentono tenere uno dei suoi comizi a favore del movimento e ne restano entrambi folgorati: Olive vuole farne la sua protetta e sfruttare il suo talento per lanciare l’idea femminista, Basil vuole farla sua e impedirle di intraprendere questo percorso.

La lotta tra i due sarà serrata, piena di odio serpeggiante dietro i modi, il finale è già scritto, quello che mi ha colpita è che nessuno esce bene da questo libro: Olive è egoista ed esaltata, Basil è gretto, Verena ingenua e incostante. Non c’è redenzione per nessuno, l’autore non risparmia il mettere in luce gli aspetti più bassi di ognuno. Ma lo fa con uno stile sopraffino, impeccabile, tagliente, che è il motivo per cui questo romanzo mi ha conquistata.

Annalisa Tomadini

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Non bisogna dimenticare che James fu una figura profondamente moralizzatrice nel suo periodo nonché un letterato molto influente.

Nelle Bostoniane esce la sua severa visione delle prime suffragette americane delineando una figura principale davvero imperiosa, Olive Chancellor racchiude caratteristiche di testardaggine, passione e ambizione a cui spesso si è legato il ruolo della suffragetta, caricandolo di una esasperante artificiosità che sfiora la macchietta.

Non è un libro che ho totalmente apprezzato, ho preferito di gran lunga il James di "Washington square" o "Ritratto di Signora", dove, nonostante l'occhio duro del censore, ho trovato la creazione di personaggi mirabili e umani, non tralasciando la capacità dello scrittore di utilizzare lo uno stile letterario ancora moderno e dinamico che suscita interesse.

Elena Raspanti

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Henry James, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Almeno secondo me, da quando a sedici anni ho letto per la prima volta Ritratto di signora. E nei diversi anni trascorsi da quel momento sono rimasta del mio parere, trovandomi spesso a difenderlo da chi mi diceva che lo trovava prolisso, pesante, anche un po’ trombone.

Ho amato molto le figure femminili di James, spesso migliori del mondo “maschile” che le circonda, in ogni caso destinate a soccombere, perché troppo moderne, o troppo remissive, o semplicemente diverse. Non ho mai capito quanto le amasse lui, per condannarle sempre a rientrare nei propri ranghi, in un misto tra fascinazione e desiderio di punizione per qualche sorta di peccato di Ubris, la cui entità a volte è trascurabile.

In questo romanzo, che ancora non avevo letto, James introduce anche il tema, sotteso, dell’amore omosessuale, a lui certo caro, come omosessuale non dichiarato. Alle pastoie delle convenzioni sociali che stritolano chi prova a non rispettarle, si aggiunge quindi un ulteriore “grado di libertà” che la società benpensante non è in grado di concepire, men che meno di “perdonare”. E ancora una volta compaiono due (grandi) figure femminili che da quelle convenzioni sociali sono, ognuna a suo modo, sconfitte.

D’altra parte, se pensiamo che “Le Bostoniane” è traduzione relativamente recente, e che fino a poco tempo fa la traduzione corrente del titolo originale è stata “I Bostoniani”, forse qualche remora nascosta la conserviamo anche noi.

Grazie anche stavolta, Henry. Non sbagli mai, con me.

Alessandra Fineschi

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Romanzo dal passo lento, tipico del periodo in cui non vi erano le immagini e tutto andava descritto per filo e per segno. James ,in questo caso, si avvale del narratore onnisciente che parte con ampie panoramiche per poi virare su precise focalizzazioni. Certamente entrando nella storia ci si ritrova nella Boston dell’ultimo spicchio dell’Ottocento. Come si dice in questi casi, un affresco. Scrittura impeccabile, ambientazione ottima, i tre protagonisti e il loro rapporto triangolare ben descritto e analizzato.

Il romanzo, tuttavia, mi ha annoiato. Sarà che non siamo più abituati a questo passo, però - leggendolo - viene voglia di entrare dentro il romanzo e scuotere per le spalle i personaggi.

Nicola Feo

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La società ricca, colta e liberale del New England, impegnata a sostegno del riformismo e della modernizzazione del paese dopo la fine della guerra di secessione, diventa oggetto di satira da parte dell’autore, che ritrae magistralmente i suoi personaggi nella dimensione pubblica e privata. Il movimento femminista funge da palcoscenico sul quale si muovono i protagonisti, spinti nel profondo dell’animo da motivazioni di natura sentimentale e intima: le attenzioni e l’amore della portavoce del movimento, la bella e volubile Verena, vengono contesi in un guerra di nervi continua tra la paladina dell’emancipazione femminile Olive, e suo cugino saggista conservatore sudista, Basil. In una serie di quadri narrativi che si snodano tra i salotti di New York e Boston, Cambridge, Harvard e le spiagge di Cape Cod, Henry James caratterizza dei personaggi unici, con una prosa ricca ed esauriente, evidenziando le autentiche inclinazioni, passioni e debolezze che motivano le scelte sia personali che politiche, iscrivendoli in un cerchio che si chiude in modo affatto scontato.

Laura Del Ben

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Coetaneo di Crane e molto più famoso. La sua penna utilizza, peraltro molto bene, il monologo interiore, psicologico nei suoi personaggi. Le sue descrizioni dell'ambiente sono talmente meticolose che il lettore si perde fra la piega di una tenda e un bicchiere di cristallo.

In questo romanzo James narra un inconsueto triangolo fra due femministe, Olive e Verena, e un avvocato conservatore, Basil.

L'ho letto perché mi interessavano le suffragette americane alla fine del 19mo secolo, il femminismo che si stava affacciando seriamente nella ricca società bostoniana e in genere della costa est.

Ma, c'è un grande ma, questo scandagliare lento da ritmo di sonda lunare, mi ha annoiata tantissimo. Nessuno dei personaggi è riuscito a portarmi a sé, nella sua sfera. Nessuno mi ha catturata. 

Tanto ho amato Il giro di vite, quanto mi sono "scocciata" con questo estenuante romanzo.

Adriana Feliciani

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Le Bostoniane è un romanzo sontuoso, minuzioso, oltre modo ricco di particolari, in cui tutto viene spiegato e precisato, tanto che James, che di solito si affida ai soli dialoghi, introduce un narratore onnisciente che, per di più, si prefigge di fornire “varie informazioni occulte” affinché il lettore possa “leggere coi sensi oltrechè con la mente” . Come spesso accade nei romanzi di James, sono le donne le protagoniste, donne che cominciano a desiderare desideri propri, a sognare sogni propri, a immaginare un futuro proprio, diverso da quelli che la società ha già confezionato per loro e nella quale sembrano non trovare spazio (se non come mero “capriccio” passeggero). Le vicende di Olive e Verdena non sono dissimili dalla vita vissuta veramente da Emily Dickinson o dalle sorelle Bronte. Se le donne sembrano non trovare il loro ruolo nella società, gli uomini al contrario vi sono inseriti alla perfezione – perché non si rendono conto che stanno recitando una parte, talmente perfetta è l’identificazione dell’individuo con la sua posizione sociale. Ma vi è un altro protagonista ne Le Bostoniane: ed è Boston stessa, la sua società, le sue regole, la sua mentalità, che è, contemporaneamente, sfondo, spiegazione, e causa degli eventi (come non ricordare New York ne Le età dell’innocenza?). E proprio il ruolo che James assegna a Boston, la forza con cui la città e la società bostoniane condizionano le protagoniste, non solo nei comportamenti esteriori ma ben più in ciò che esse sentono e finiscono per desiderare e fare, mi pare avvicini il romanzo proprio a quel L’hotel azzurro che, di primo acchito, ne parrebbe l’antitesi: perché anche ne Le Bostoniane il lettore non può fare a meno di chiedersi se sono le circostanze a determinare gli eventi, o è l’animo dell’uomo (questa volta, della donna, forse non ancora sufficientemente “emancipato”, libero dalle costrizioni, dall’educazione, dall’ “è sempre stato così”) a predisporre le circostanze verso un certo evento?

Sonia Marchioro

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Romanzo di stampo classico che prende spunto dalla vita di Alice James, sorella di Henry, la quale nel diario pubblicato postumo racconta di rifiutare il ruolo di angelo del focolare domestico e di sentirsi affine per intelligenza al modello maschile. “Le bostoniane” è un’opera minuziosa, complessa, in cui ogni dettaglio è levigato con cura in modo da offrire al lettore un quadro di fine realismo psicologico. È un romanzo sul fenomeno del “Boston Marriage”, sul potere plasmante e deformante delle idee sugli individui, sulla vita. Una trama in apparenza scarna, che nasconde sottotesti che richiedono tempo e concentrazione per sedimentare. Una lettura da affrontare con calma, senza correre

Danilo De Rossi

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«Uomini e donne per me fanno tutt’uno [...] Non ci trovo nessuna differenza. C'è ampio margine per migliorie in entrambi i sessi. Nessuno dei due è all'altezza del proprio compito [...]Ebbene, dovrebbero vivere meglio; ecco cosa dovrebbero fare [...] Ecco, tirate le somme, salta fuori semplicemente che le donne vogliono passar meglio il tempo. Stringi stringi, tutto si riduce a questo. Ed io me ne rendo conto senza bisogno che venga a raccontarmelo lei». Basterebbe, forse, questo discorso della caustica dottoressa Prance al maschietto protagonista Basil Ransom, imperdonabile nella propria semplicità nonostante il cognome. Basterebbe a spiegare perché “The Bostonians” (meglio il titolo originale, che lascia l’ambiguità di genere) sia tra le opere più attuali di James, anche e soprattutto in giorni in cui si fanno i titoloni su revenge porn e imbarazzanti tutorial che spiegano alle donne come fare la spesa. Non sarà di certo il “Grande Romanzo Americano” (troppa vita interiore, troppe mancate comprensioni della realtà circostante da parte dei personaggi), come forse avrebbe voluto lo stesso autore o, più probabilmente, i critici. Eppure, il romanzo è indubbiamente realista, nel suo schiaffo al puritanesimo e al trascendentalismo dell’epoca. E, più che la satira contro i salotti cittadini, a colpire è la figura di Olive Chancellor. Che, invece, nel cognome, oltre al suo essere politicamente attiva, ha anche l'opportunità. James, da abile narratore, non fa mai decollare del tutto la di lei tensione omoerotica verso Verena. Ma Olive è troppo moderna, troppo desiderosa, troppo autentica per restare confinata nelle pagine di un romanzo scritto 130 anni fa. Troppo libera.

Marcello Bardini

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Classicissimo romanzo fineottocentesco, di un autore tacciato spesso, a torto o ragione, di essere prolisso, contorto, infinito nella costruzione dei suoi periodi e trame. Un autore, beninteso, pienamente immerso nel suo racconto, al punto da fare spesso l’occhiolino al lettore quando spiega o suggerisce possibili interpretazioni dei comportamenti e motivazioni dei personaggi che va a raccontare. Accade ben poco, di azione, nel corso del romanzo eppure riesce ad essere avvincente nel suo accompagnarci ad indagare, con un filo di ironia equamente sparso qui e lì, la psicologia del mississippiano Henry Ransom piuttosto che delle bostoniane Olive Chancellor o Verena Tarrant, protagonisti di un inconsueto terzetto sullo sfondo delle lotte e rivendicazioni per la parità della donna, post guerra di Secessione. La bravura di James è di non parteggiare apertamente per nessuna delle parti in causa, neanche per quella femminile, la più moderna e al passo con i tempi, mentre Ransom è vittima di vecchi e saldi pregiudizi da uomo del Sud, bensì ci mostra come anche le due donne possano essere nemiche di se stesse e agire avulse da logiche comprensibili.

Matteo Polo

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«Dopo aver letto alcune pagine, Ransom si disse che molto ridicolo era stato gettato sulla letteratura del Sud; ma se quello era un equo esemplare di quella del Nord!... e lo gettò sul tavolo con un gesto poco meno sprezzante di quanto sarebbe stato se non avesse saputo benissimo, dopo una residenza così lunga nel Nord, che non lo era, mentre si chiedeva se la formazione della signorina Tarrant fosse avvenuta in base a roba del genere.»

Solo di poco anteriore de L’Hotel Azzurro, una vicenda che si crederebbe ambientata nel Settecento d.C., tra mezzadri di Cuneo, ricamatrici di Rovigo e scambisti di Montecotrone Scalo, nonostante Boston sia da sempre uno dei principali porti degli Stati Uniti d’America, le città portuali hanno difetti, ma mai la gente è tarda come questi. A controllare l’anno di uscita di Moby Dick (1851) e la provenienza nantuckettese dei personaggi, sembra ci siano seimila miglia e nove secoli di distanza a favore di Melville invece che cento miglia e pochi anni indietro. Pieno di schermaglie di puntaspilli, trame così sottili da far lamentare i ragni e una wannabe “tensione erotica” misurabile solo dal più avanzato radiotelescopio. Insieme a vaste ritmiche mentali alternative, Henry James potrebbe scrivere un romanzo noioso – questo va avanti come a spingere una macina in salita – pure su Napoli nel ‘44. Quel genere che si legge solo se profumatamente pagati o si vive in un altrove mai esistito.

Massimo Montesi

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Il titolo rimanda alle due protagoniste, cittadine della Boston di fine ottocento: Olive Chancellor, donna timida ma volitiva, indipendente ed idealista, parte di un’alta borghesia che non ama frequentare, si caratterizza per il suo strenuo impegno nel rivendicare i diritti delle donne in ogni forma, incluso il nubilato ferreo, e Verena (leggi Verina) Tarrant, donna giovane e graziosa, figlia di un mesmerizzatore, naturalmente dotata di una capacità oratoria in grado di affascinare qualsiasi ascoltatore. La storia si snoda attorno a quest’ultima che viene contesa tra la prima, che la vuole trasformare in eroina della causa delle suffragette e compagna esclusiva, e Basil Ransom, l’archetipo del giovane uomo galante del Sud, tradizionalista e conservatore, benestante impoverito dalla guerra di secessione in cerca di affermazione economica e sociale.

Un lettore abituato alla frenesia dei nostri giorni e al poco tempo disposizione potrebbe lasciarsi scoraggiare dalla lunghezza del romanzo, dal ritmo lento e dalle descrizioni pacate e minuziose con cui Henry James racconta il rapporto, non privo di ambiguità, tra le tre figure.

Potrebbe, ma sarebbe un vero peccato perché, iniziata la lettura, egli si accorgerebbe in breve di ritrovarsi incuriosito dalla trama, avvolto in una narrazione intensa e già a pagina 50. 

Il racconto scorre veloce. HJ è un pittore morbido, delicato, dalle lunghe pennellate, lontano dagli impressionisti suoi contemporanei. Fingendo di rimanere all’esterno della cornice, accompagna lo sguardo del lettore sulla scena rappresentata mostrando l’ambiente, il momento storico, la società, sottolineando luci, particolari e contrasti di cui il quadro è ricco.

HJ fa parlare i protagonisti in soggettiva; il lettore diventa alternativamente ognuno di loro, guarda i loro pensieri e quello che loro accade, mentre la voce narrante all’esterno descrive le reazioni involontarie dei corpi, i silenzi tra le parole, i pallori rivelatori dei volti. Non giudica. Imparziale, si limita a raccontare il cangiante movimento degli opposti: non solo uomo e donna, ma anche tradizione ed innovazione, Nord e Sud, sacrificio o piacere e molti altri.

Gli incontri e gli scontri si susseguono su diversi piani: da quello ideologico a quello economico, da quello sessuale (provate a cercare la definizione di “matrimonio bostoniano”) a quello sociale, da quello morale a quello politico, ma soprattutto su quello interiore. I drammi e le passioni vengono raccontati in modo allusivo ed elusivo (HJ illustra e non spiega), le ambiguità rimangono coperte dal velo del non detto. Non si sa mai da che parte stia HJ, per quale frangia egli parteggi: al lettore è lasciata la scelta di identificare chi ha ragione e chi torto, chi vince e chi perde e, alla fine, anche, un po’, qual è la conclusione del romanzo.

Marzia Pavanin

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In questo romanzone tutt’altro che scorrevole, si narrano le vicende della giovane e bellissima Verena Tarrant, contesa tra due fuochi. Da una parte la rispettabile Olive, che ha deciso di dedicare tutta se stessa e la sua ricchezza al movimento femminista che sta nascendo in quegli anni negli USA, e che si invaghisce di Verena tanto da volerla ad ogni costo ospitare, educare, e farne la sua creazione, mettendo a frutto (o sfruttando?) l’innata capacità della ragazza di parlare in pubblico. Dall’altra Basil, lontano cugino di Olive che viene dal sud, dalla mentalità arretrata, che appena vede Verena decide che deve essere sua moglie, sottomessa e ubbidiente come ogni donna che si rispetti. Non c’è amore, non c’è amicizia, in nessuno dei due, entrambi i contendenti dell’amore di Verena sono privi di amore per lei. James ci avverte, non finirà bene per questa ragazza.

Simone Tamburino

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Con Le bostoniane Henry James scrive un intenso romanzo americano, in cui i personaggi si trovano quasi in una sorta di centro di tensione tra le diverse anime di quel grande paese che è l’America. Siamo a Boston, chiaramente, schiacciati da un lato dal gigantismo di New York, dalla sua vivacità culturale, economica, dalla sua spinta verso il nuovo e il futuro; dall’altro lato dal Sud, dal Mississippi in particolare, carico di tradizione, se non ancoratovi in modo asfittico, e non ancora capace di risolvere il debito contratto con la schiavitù. Al centro di questa duplice pressione, Boston misura le proprie coordinate attraverso gli sguardi reciproci, le parole di ciascuno su tutti, il pettegolezzo; ma anche attraverso le vicende di un gruppo di donne in lotta per l’emancipazione femminile. Attorno a questo movimento di coagulano i tre personaggi principali: Olive, il cugino Basil, e Verena, nei confronti dei quali maggiormente James mette al lavoro la sua profonda capacità introspettiva, mostrandone i più profondi sentimenti e pensieri e anticipando così l’imminente romanzo psicologico.

Alberto Trentin

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Le protagoniste, Olive donna in lotta contro il genere maschile, Verena ragazza docile, di chiesa e corteggiata da un uomo venuto dal Sud. Le due donne sono unite, soprattutto per volontà di Olive che vive il rapporto, come la lotta femminista, in modo ossessivo, al punto da far trapelare ma mai in modo palese una possibile tendenza al lesbismo inconscio.

Tema delicato dato il periodo in cui è ambientato il romanzo, la società e la presunta omosessualità, ovviamente mai dichiarata dallo scrittore stesso, Henry James, capace quindi di nascondere questa tendenza anche nelle pagine del libro dando una energia nuova e una luce vigorosa al personaggio combattivo di Olive.

Verena, in parte succube di Olive, almeno nella prima parte, alla causa femminile per assurdo fa prevalere l’amore per un uomo padrone con convinzioni retrograde che tormentano Olive per il presunto doppio tradimento, presunto per via di una loro possibile relazione e alla lotta femminista.

Vincenzo Contreras

 

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