< Libri e lettori

Moby Dick di Herman Melville
Feltrinelli

 

 

***
Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Vicchio “Ghost Readers”
coordinato da Serena Materassi
***

 

Classico esempio di testo molto citato ma poco letto. Ostico in larghi tratti, quasi un manuale di caccia alle balene. Ma…ha partorito due personaggi, la Balena Bianca e il capitano Achab assolutamente immortali, archetipi, che hanno attraversato e attraversano ogni tipo di arte, discorso, immaginario collettivo. E per questo è uno dei testi immortali della letteratura occidentale. Una seconda “Odissea”.

Bruno Confortini

***

È un libro incredibile che mette a dura prova il più accanito dei lettori, è impossibile concentrarsi di fronte a pagine intere di descrizione su ogni minimo particolare che s’incontra lungo il percorso. A mio avviso il tema della sfida e dell’ossessione del capitano Achab, che dovrebbe essere il nucleo del libro, perde di potenza e resta offuscato dal marasma delle citazioni molto spesso superflue. Non si può certo negare la qualità della scrittura e non a caso è considerato un capolavoro della letteratura mondiale ed occorre altresì considerare il periodo in cui Melville l’ha scritto quando la natura della vita ed il tempo delle persone avevano sicuramente un altro valore rispetto alla frenesia odierna.

Ben saltando certi passaggi descrittivi e tecnici è stata una soddisfazione averlo letto ed aver meglio conosciuto questo personaggio spietato, ossessionato e divorato dalla sete di vendetta fino a perdere la ragione. Un bel libro. 

Piera Innocenti

***

Romanzo di avventura, che ha come metafora la lotta contro “il male”.

Profondo nelle descrizioni dei vari personaggi dei quali analizza anche gli aspetti più nascosti.

Pesante e lento nelle descrizioni “scientifiche” riguardanti i cetacei, e i pesci.

Crudo nelle descrizioni di crudeltà rivolte a queste meravigliose creature.

Alla fine diventa un libro molto pesante da leggere, in cui capitoli interi possono essere saltati.

Patrizia Zuri

***

Melville e Whitman si possono definire veramente contemporanei, sono nati nello stesso anno, 1819, e sono morti ad un solo anno di distanza, nel 1891 il primo e nel 1892 il secondo. Rappresentano quindi due aspetti della stessa situazione, in quel periodo: la giovane America, uscita vittoriosa dalla sua Guerra di indipendenza, alle prese con uno sviluppo incessante, con l’emigrazione europea, e con la Guerre di Secessione e la piaga dello schiavismo. E si può dire che ancora due secoli dopo questi problemi esistano, per lo meno in buona parte.

Entrambi rappresentanti del movimento dei “Quaccheri”, una estremizzazione del puritanesimo e del calvinismo, che in terra americana assunse connotazioni consone allo sviluppo economico di una giovane nazione emergente: il valore e la necessità di una vita onesta, di specchiati principi, semplice e sobria, operosa e con una dichiarata avversione per l’alcolismo.

Melville sposa invece la parte più cupa della fede quacchera: la presenza di Satana nelle vita umana, continua e costante, la maledizione del peccato che perseguita gli uomini, colpevoli “a priori”. E la punizione che arriva comunque e colpisce tutti, al di là delle singole specificità.

La “bestia mostruosa”, la balena bianca simboleggia, nella sua ampiamente descritta mostruosità e malvagità, il male di cui l’uomo è comunque schiavo: la natura è nemica, si affronta, ma ti fa soccombere, mentre il mondo animale ostile e pericoloso, rappresenta la bestialità da sempre insita negli esseri umani. Il mitico Capitano nel suo perseguire la vendetta con determinata ferocia, ricorda le bibliche figure dell’Antico Testamento, nel quale la vendetta è d’obbligo: tanto che vi troviamo scritto “mia è la vendetta disse il Signore”.

Interessante è il finale “nero” dal quale non si salva nessuno, con l’eccezione di Ismaele, nella bibbia personaggio ingiustamente perseguitato: la salvezza è sempre decisa da Dio per i seguaci di tale religione e poco possono l’opera dell’uomo e i suoi sforzi.

Non stupisce che il romanzo di Melville non sia piaciuto se non dopo una rivalutazione degli ultimi tempi: né che Whitman sia stato apprezzato fin da subito.

 

Donatella Cirri

***

In genere non amo le descrizioni troppo minuziose, le trovo inutilmente pesanti. Niente a che vedere però con alcune delle descrizioni che Melville fa nel suo libro, che al contrario sono piacevolissime e fanno sì che il lettore si trovi in mezzo alla scena descritta, e non solo dall’altra parte della pagina del libro. La descrizione della locanda e il primo incontro con Queepeg i più mirabili, come anche il capitolo in cui Achab riunisce tutta la ciurma sul ponte per motivarla alla caccia alla balena bianca.

Romanzo fortemente allegorico, porta in scena l’eterna lotta fra il bene e il male, dell’uomo che cerca di dominare la natura, e miseramente fallisce.

Alcune frasi restano più impresse di altre:

“Il sotterraneo minatore che lavora in tutti noi” trovo che sia una descrizione geniale per descrivere il lavoro di introspezione che tutti prima o poi facciamo su noi stessi.

Serena Materassi

***

Quando lessi Moby Dick per la prima volta rimasi affascinata da questo epico romanzo del mare, dalla tragica fine del Capitano Achab e della sua Ciurma, dalla lotta contro il grande mostro che rappresentava il Male.

Nella mia nuova lettura Achab conferma la sua tragicità ma non il suo eroismo: è un uomo divorato dall’ odio e dal desiderio di vendetta, ben consapevole che il suo “grandioso, monomaniaco obiettivo” è folle. Un uomo che definisce se stesso “la pazzia impazzita”, che con il suo carisma riesce a trascinare nella sua personale vendetta i suoi uomini. Un carisma talmente potente che “l’inestinguibile rancore di Achab pareva il mio” afferma ad un certo punto Ismaele, il giovane narratore che si era imbarcato “per conoscere il mondo”.

E quindi è Moby Dick l’eroe. Nonostante ferita e fiaccata da tre giorni di lotta, la Balena Bianca da inseguita di trasforma in inseguitore, riuscirà ad affondare la nave e a trascinare con sé Achab e i suoi uomini, ristabilendo quelli dovrebbero essere i limiti che l’uomo dovrebbe porsi davanti alla grandezza e alla forza della Natura.

Si salva solo Ismaele, l’unico imbarcato sul Pequod non per lavoro o per vendetta e per questo l’unico degno – come un moderno Ulisse che insegue il mito della conoscenza – di poter raccontare la Storia di Achab, del suo equipaggio e della mitica Balena Bianca.

Un bel romanzo che ho riletto volentieri, anche perché vi ho trovato messaggi nuovi. È stata però una lettura piuttosto impegnativa, in molte sue parti addirittura pesante. Confesso che sono stata tentata di saltare diversi capitoli.

Stefania Banchi

***

Nell’epoca del Positivismo, quindi della fiducia nella scienza come chiave per interpretare e piegare l’universo all’uomo, Melville irrompe con Moby Dick, un apparente romanzo di avventura.

In realtà è una potente allegoria del conflitto primordiale tra l’uomo e le forze. Misteriose della natura, nel quale il mare è il regno dei mostri, del terrore, delle profondità che sfuggono alla comprensione umana.

L’ostinata lotta del capitano Achab contro la balena bianca è un inutile tentativo di distruggere con il cetaceo il male stesso.

Un viaggio di sangue e morte, un’affannosa esplorazione metafora del destino umano, che può portare solo a riconoscere l’ineffabilità dell’essere.

David Bianchi

***

“Chiamatemi Ismaele” apri la pagina e ti accorgi da subito che è qualcosa di diverso, di altro, di altrove, un libro totale dove molte scienze si intrecciano, un libro che si può leggere per molte ragioni. E’ come un enorme arazzo, puoi vedere i fili che si incrociano, puoi allontanarti, tralasciando i particolari, per capirne il disegno. L’ordito è il mare, che non è mai lo stesso, la trama è il male, quello dentro, quello fuori al quale, alle volte, lungo la vita abbiamo bisogno di dare forma e nome. Qui dentro il combatterlo diventa l’unico scopo mangiandosi tutto il resto e la lotta per sconfiggerlo, per la vendetta ad ogni costo si trasforma in pazzia senza ritorno. C’è però il viaggio, l’amicizia, la voglia di andare, scoprire, sapere, c’è quell’andare ostinato fino alla fine, che non si arrende, anche se cambia, anche se ti cambia.

Isa Innocenti

***

Moby Dick Herman Melville.  La complessità del romanzo è implicitamente dichiarata dallo stesso Melville nelle prime pagine, dense di citazioni che fanno subito accomodare il lettore nell’immaginario dell’autore, come un bagaglio da tenere a portata di mano durante la lettura del libro, ricco anche di immagini, di frasi, di spunti, di potenza evocativa, di emozioni. La narrazione è generosa anche nella costruzione dei personaggi, nelle descrizioni e nelle finalità: vuol essere romanzo, resoconto di viaggio, trattato. Assoluta protagonista di tutte le elucubrazioni e riflessioni di Ismaele/Melville è lei: Moby Dick o la balena. La balena solca i mari letterari da secoli con la sua potenza sia fisica che metaforica: compare nella Bibbia, riaffiora in Aristotele, Melville e in Collodi. L’attrattiva verso l’ignoto e la possanza sono gli aspetti che colpiscono l’immaginario legato al gigantesco e temibile leviatano di tradizione biblica: in lui Hobbes ha visto il simbolo del potere totalitario che schiaccia l’individuo. È fonte di ricchezza l’ambìto spermaceti (purtroppo per il cetaceo ), come da sineddoche usata da Melville nel romanzo. Più ancora, per il biblico Giona e per Pinocchio è proprio il ventre della balena il luogo di punizione ma allo stesso tempo anche di redenzione. Anche Ismaele, come Ulisse, affronta e racconta il suo viaggio verso l’ignoto e ne esce trasformato. Ho amato questo libro e certe immagini mi sono rimaste impresse nella memoria, come il “novembre umido e strillante” dell’incipit, o come Rokovoko, l’isola lontanissima a sud-ovest che non è segnata in nessuna carta “perché i luoghi veri non lo sono mai”. Tra l’altro, quest’ultimo passaggio mi ha fatto immaginare che possa aver ispirato J.M. Barrie per la meravigliosa invenzione dell’isola che non c’è.

Bianca Zanieri

***

Sicuramente uno tra i grandi classici della letteratura e conosciuto (spero!) un po’ ovunque, affascinante e ricco di pregi per chi apprezza il genere, “pecca” in maniera relativa di descrizioni dettagliate nei minimi particolari, tanto quasi da farti sentire parte della vicenda. Ovviamente non è un difetto, ma per chi come me rischia di “perdersi” o non riuscire a seguire bene il filo del racconto, può risultare come un punto a sfavore. Purtroppo per questo non sono riuscita a portarlo a termine, ma questo non vuol di certo dire che non sia un romanzo con la “R” maiuscola o che non sia degno della fama e del velo di leggenda che lo circonda.

Francesca Ferro

***

Moby Dick è e rimane uno dei grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi.

Letto da bambino in versione ridotta per ragazzi, poi in gioventù nella versione integrale, lo ho affrontato di nuovo con rinnovato entusiasmo, ma ammetto con una certa fatica

La ricerca di più livelli di narrazione, il desiderio di esprimere una profonda analisi morale dei comportamenti umani attraverso il dipanarsi delle avventure dell’equipaggio del Pequod, lo rendono infatti un’opera di una certa difficoltà di lettura

L’autore alterna capitoli di narrazione spigliati e evocativi, a capitoli di pura descrizione, spesso e volentieri di argomenti molto tecnici e scientifici quali i singoli componenti della baleniera, la classificazione di ogni tipo di balena esistente e la loro anatomia, l’utilizzo dell’olio di balena, e molti altri tecnicismi che rallentano la lettura e la appesantiscono.

L’ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi donano comunque una potenza narrativa di grande impatto che comunque resiste al passare del tempo e invita ad affrontare in ogni caso il viaggio di questo impegnativo ma bel romanzo

Ciro Ferro

***

Libro che non amo.

Forse perché non è il genere che prediligo; la storia non mi coinvolge, mi lascia indifferente ai personaggi e ai contenuti e soprattutto lo trovo eccessivamente prolisso. Lunghe parti del libro le ritengo pesanti e noiose, quasi inutili direi all’utilità della trama.

Faccio fatica a scrivere altro perché ho paura di risultare presuntuosa nel definire come “brutto” un libro invece riconosciuto come “capolavoro” della letteratura.

Silvana Cionfoli

***

Scorrevole, leggero, simpatico… con uno stile particolare. Il secondo [Moby Dick]… come già detto… è esagerato…arriverò in fondo ma non so quando… 🤷🏻‍♀️🤪 Molti lo abbandonano… come si diceva più corto sarebbe stato più accessibile. Tuttavia mi sta piacendo… anche se spesso ci sono termini tecnici che non capisco. X quello che ne ho letto comunque alcune parti sono bellissime… molto profonde.

Silvia Crescioli

***

Ismaele, stanco della sua vita di terra, decide di imbarcarsi sulla baleniera Pequod inconsapevole dei piani del capitano Achab determinato a prendere il mare alla ricerca di Moby Dick, la balena bianca.

Ho apprezzato la narrazione fluida anche se ho trovato un po’ troppo lunghe e meticolosamente dettagliate le parti descrittive in particolare quelle riguardanti la classificazione dei vari tipi di balene e soprattutto quelle relative alle numerose tecniche di caccia.

Quella tra Achab e Moby Dick è una lunga lotta a distanza che terminerà con la distruzione della nave e con il capitano trascinato dalla balena negli abissi.

Solo Ismaele si salverà nel disastroso naufragio e potrà raccontare tutto ciò che ha visto e provato nella tragica esperienza cui ha partecipato suo malgrado.

Monica Calamandrei

 

 

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
L'iniziativa è riservata agli utenti maggiorenni. Per partecipare, registrati. Questo sito non usa cookies.
Dubbi, problemi: torneoletterariodirobinson@giorgiodellarti.com
Vedi anche Il Blog di Giorgio Dell'Arti su Repubblica.it