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Perché corri Sammy? di Budd Schulberg
Sellerio

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Milano 4 “Club delle Argonne”
coordinato da Fabio Mantegazza
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Ambientato nella Hollywood degli anni venti-trenta il romanzo racconta la storia di un poverissimo ebreo newyorchese che da fattorino tuttofare di un giornale diventerà un affermato produttore hollywoodiano. Per raggiungere il suo traguardo (soldi, fama, successo, donne), il giovane Sammy non guarderà in faccia a niente e nessuno senza rendersi conto che dietro quel traguardo in realtà non c’è niente. Sammy è l’incarnazione del sogno americano, tuttavia la sua irrefrenabile corsa verso il traguardo non è una colpa, né un merito, ma piuttosto un ineluttabile destino determinato dalla necessità di sopravvivere e di vincere in un mondo crudele e senza scrupoli. Il romanzo ha un buon ritmo, una prosa fresca, viva, molto giornalistica.

Paola

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Romanzo che ho trovato molto piacevole per l’ambientazione che proietta direttamente nella Hollywood degli anni d’oro, in un mondo che ci sembra di conoscere a menadito: studios, locali, uffici, ville e boulevards di Los Angeles.

Costruita quasi come una sceneggiatura, la trama si svolge lineare e scorrevole e ci accompagna, senza salti temporali, cambi di punti vista o inutili digressioni sociologiche, anzi spesso con crudo realismo, in questo giro turistico nel cuore di un ambiente feroce.

Sicuramente meno consueto il taglio, che, pur mantenendo l’andamento classicamente cinematografico, ha contenuti e risvolti sociali inconsueti: una sinistra quasi radicale quella di Hal, destinata in breve ad essere praticamente spazzata via dal maccartismo, che osserva attonita e sempre più critica la feroce industrializzazione dell’ambiente del cinema.

E naturalmente Sammy corre fino alla fine, per schiantarsi poi contro il muro di “solitudine e paura” da lui steso costruito durante la sua folle corsa.

Non è stato girato un film su questa sceneggiatura, ma questo sarebbe il mio cast:

Al Manheim : Humphrey Bogart

Kit Sargent : Bette Davis

Sammy Glick : Jean Paul Belmondo (un attore estraneo a Hollywood, chi mai dell’ambiente si sarebbe così esposto?).

Regia: William Wiler

Raffaele

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Lettura godibile, ben disegnati i personaggi, azzeccata la figura grigia dell’osservatore che racconta l’ascesa incredibile di Sammy da fattorino a produttore cinematografico. Forse il primo in cui la Hollywood scintillante, descritta dall’interno, vista da chi la conosceva bene (Schulberg era figlio di un produttore) rivela le magagne che porteranno al maccartismo nel decennio successivo alla pubblicazione.
Ma vincenti soprattutto sono i dialoghi, vivaci, diretti e senza sbavatura, degni delle migliori commedie di quegli anni. Certo, nuoce un po’ l’happy end con il cattivo punito, ma qualcosa bisognava pur concedere al gusto contemporaneo, visto che il romanzo per l’epoca era già abbastanza dissacrante.
Capolavoro? No, certo.  Ma ben scritto e gradevole, che è già parecchio.

Licia Betterelli

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Il giovane Sammy Glicksmann corre nell’american dream alla ricerca non direi disperata, ma consapevole della propria affermazione nel mondo di Hollywood.

La vicenda è narrata dal suo primo capo, Al Manheim, il quale assiste stupefatto all’ascesa vorticosa del giovane newyorkese, il quale non lesina colpi bassi, pur cosciente della propria mediocrità e scarse competenze nel settore.

Ma Sammy ha ben chiaro che per fare strada occorre solo una cosa: essere spregiudicati.

 Il romanzo (ambientato negli anni Venti e Trenta) è avvincente e attualissimo.

Ancora oggi innumerevoli di Sammy vivono soli e potenti nelle loro lussuose dimore, il cui vuoto è colmato solo da una musica assordante e dalle sfarzose luci tenute accese tutta la notte. Niente spazio per gli amici, la famiglia o addirittura il vero amore.

Un bel romanzo, profondo, istruttivo.

Cristiana Vianelli

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Commedia amara, degna di un film di Billy Wilder o di un George Clooney in bianco e nero. Una rappresentazione del dietro le quinte del mondo dorato di Hollywood verso la fine degli anni Trenta. Il dialogo e la trama sono scoppiettanti, come ci si aspetta da uno sceneggiatore, ma nello stesso tempo il tono è quello di un romanzo di Chandler, grazie alla voce del narratore, coprotagonista ma anche spettatore disincantato e critico di quel mondo.

Qualche scelta del traduttore non mi sembra felice e forse sarebbe stato opportuna una legenda con il significato di alcuni termini.

Un buon libro comunque, penalizzato dal confronto con quello della McCullers, che ha sicuramente un respiro più ampio.

Rita

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La storia si snoda lungo le tappe significative e, in alcuni casi folgoranti, dell’ascesa al successo di un giovane ambizioso, sfrontato e privo di remore morali che, nel suo districarsi per raggiungere la fama e il denaro, non esita a utilizzare ogni mezzo. L’originalità del romanzo sta forse nel mostrare la filigrana dei sotterfugi e delle spavalde manipolazioni che evidenziano le basi di ottenimento del successo, fino ad essere sostitutive dei meriti o in qualche modo costituirli. L’unica coerenza riconoscibile a Sammy sta nella totale adesione al suo intento.

La scrittura di Schulberg corre veloce, come Sammy; insegue immagini, riporta folgorazioni ironiche e in taluni casi di disperato cinismo, ma permette di tenere il passo con l’interesse che sa suscitare.

Marica

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Un romanzo brillante e una scrittura vivace in cui si avverte il gusto cinematografico. Ambientata nei ruggenti anni Trenta del Novecento, fra New York e Hollywood, la vicenda è incentrata sull'ascesa sociale di Sammy Glick, un giovane privo di scrupoli morali. La sua ascesa professionale e sociale viene narrata dalla voce di un narratore interno (Al Manheim).

La storia è articolata. La prima metà del romanzo Perché corre Sammy? (pubblicato nel 1940) è leggera, assai ironica e godibile. Nella seconda parte le vicende del protagonista sono inserite nel quadro più generale dell'affascinante mondo del cinematografo e delle lotte fra i produttori (i “padroni”) e il sindacato degli scrittori ( "la Gilda"). Il finale è amaro.

Apprezzabile la Nota critica di Giuseppe Scaraffia che arricchisce l'edizione Sellerio
Zioni

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Sammy, il protagonista del romanzo, ci viene presentato dal narratore Al Manheim come “l’apoteosi del farabutto americano”. La storia infatti è molto americana, così come lo stile del racconto, e ci richiamano film i cui personaggi non sanno mai staccarsi dal tono ironico, dalla battuta spiritosa e talvolta fuori luogo.

Sembra che questo romanzo, che si percepisce scritto da uno sceneggiatore di Hollywood, ci voglia mostrare il peggio del mondo plastificato che ruota attorno al cinema americano.

Sammy, da bravo farabutto non si smentisce mai nel corso della vicenda e non sembra avere alcun cedimento o dubbio di tipo morale nella sua corsa verso il successo e il denaro che, insieme alle scarpe cucite su misura, rappresenta il raggiungimento di uno status. Lo stesso narratore sembra incredulo e al tempo stesso ammirato dalle imprese furbesche del suo personaggio, che bruciando le tappe del successo, diventa, da semplice fattorino, produttore cinematografico. C’è un tentativo di analisi sociologica, attraverso la ricostruzione della misera infanzia di Sammy, per spiegare il personaggio, che però non riesce mai ad ispirarci simpatia, neanche quando sembra essere sconfitto in amore, da quel matrimonio che doveva rappresentare il suo più grande affare.

Prevale il mondo del cinema, con le feste, i night clubs, le ville hollywoodiane che, dopo il libro scritto negli anni ’40, avremmo visto in molti film.

Lietta

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Il titolo invitante mi ha incuriosito e mi sono trovata a leggere una scenografia ambientata nella Hollywood di Fred Astaire e Ginger Rogers.

Come in un film in bianco e nero ci sono protagonisti molto caratterizzati, storie che si intrecciano, flashback sul passato, qualche innamoramento, molti sigari, qualche colpo di scena. La conclusione forse è un po’ arrangiata, ma nel complesso la lettura scorre piacevolmente

Piera

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Un libro di gradevole e piacevole lettura che racconta la rapida e irresistibile ascesa di un giovane ambizioso, che partendo dalla condizione di fattorino sale tutti i gradini della società fino a frequentare il magico mondo di Hollywood. Un racconto lucido su un mondo dove conta più l’apparire che l’essere; dove l’ipocrisia e la falsità sono monete che pagano. Sicuramente interessante l’ambientazione che riporta ad alcuni film americani degli anni 30.  Manca un giudizio critico su questa ascesa sociale, che è lasciato alla valutazione del lettore.

Apprezzato il riferimento a Fontamara a che a un certo punto viene letto dal protagonista, e la veloce spiegazione di come un film western famosissimo come Ombre rosse prenda spunto da un racconto di Maupassant che col West non c’entra niente, Boule de suif.

Fabio

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Sammy è un arrivista pronto a travolgere tutti coloro che ostacolano il suo obiettivo: diventare un ricco big dell'editoria americana, pur non avendo le competenze culturali adeguate.

Il romanzo delinea molto bene il carattere del protagonista e dei personaggi che lo circondano, nonché l'ambiente che frequenta; la scrittura è scorrevole, la trama mi sembra un po' ridondante e il finale un po' scontato. Ma ho appezzato molto la descrizione dei sentimenti provati da Sammy nella sua infanzia. Le ingiustizie ed il dolore vissuto giustificano, in parte, tutto il suo “correre”

Anna

 

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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