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Finitudine di Telmo Pievani
Raffaello Cortina Editore

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson

di Milano 4 “Club delle Argonne”

coordinato da Fabio Mantegazza

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Telmo Pievani è un bravo divulgatore che sa parlare di argomenti complessi in modo semplice e comprensibile.

In questo libro, che lui chiama romanzo, lascia la parola a Monod e Camus, scienziato e filosofo, costruendo un loro dialogo sul tema del fine vita.

La spiegazione scientifica diventa una disquisizione filosofica.

Scienza e cultura, nella consapevolezza della ineluttabile fine della vita di ciascuno di noi, cercano un modo perché la conclusione dell’esistenza non sia la fine di tutto ciò che siamo stati.

L’autore usa le parole dei due protagonisti per far riflettere su un tema che inquieta e per il quale tutti noi cerchiamo risposte, lo fa con parole semplici, ricordando che importante è non cedere alla “finitudine” ma comportarsi e agire come se non dovesse mai arrivare.

Piera Comparin

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Rispetto ad un romanzo il testo sembra più simile a un saggio sull’evoluzione e sulla filosofia della scienza.

Il libro non ha incontrato il mio favore, è noioso ed eccessivamente didascalico.

Lo stratagemma del dialogo tra i due pensatori è poco convincente, perché scrivere della realtà, del senso di finitudine dell’uomo e poi interloquire fingendo di dialogare con chi nella realtà in effetti è già morto…?

Anna Santoro

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson

di Vicchio “Ghost readers”

coordinato da Serena Materassi

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Conoscevo Telmo Pievani per sentito dire, ammetto di non avere mai letto nulla di suo, e sono veramente grata a questo torneo per avermi dato l’occasione di leggere tante cose nuove e conoscere altri autori come è successo proprio in questo caso. Un libro meraviglioso, “Finitudine” è un romanzo, un saggio, è un raffinato testo filosofico, è tutte queste cose insieme. L’ho amato sin dalla prima pagina, dalle primissime righe.

È la storia di un incontro, quello tra Jacques Monod e Albert Camus, e di un libro che non è mai stato scritto, a quattro mani dai due grandi uomini, all’indomani dell’incidente mortale di Camus. Pievani immagina che quella volta Camus non sia rimasto ucciso nell’incidente e che, costretto a letto in

ospedale, riceverà le visite dell’amico Monod. Insieme scriveranno un libro sulla finitudine dell’essere umano, della vita sulla Terra e dell’universo tutto, sottolineando al contempo la bellezza e l’irripetibilità della vita.

In realtà noi sappiamo bene che Camus morirà in quell’incidente d’auto, che non rivedrà il suo amico Monod, con cui condivideva molte tesi, e che questo libro a quattro mani non verrà mai scritto. Entrambi, però, morendo hanno lasciato incompiuti dei libri che trattavano proprio della nostra finitudine e Pievani ha immaginato che questi libri fossero uno solo.

In fondo, come lo stesso autore spiega nel post scriptum, “le tesi del libro immaginario fanno riferimento a ciò che Camus e Monod hanno davvero detto e scritto nella loro vita...”. Si è trattato di metterle abilmente insieme e Pievani ci ha aggiunto del suo, con i ragionamenti filosofici e degli elementi scientifici illustrati in maniera semplice e chiara, con un bellissimo tocco poetico.

Madia Satalino

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Questa è stata una lettura lenta e ricca di riflessione, così andava fatta poiché gli spunti erano tanti. Un romanzo filosofico sulla fine, ma anche un romanzo nel romanzo in cui a scrivere sono idealmente Jacques Monod e Albert Camus. Pievani mette in piedi una finzione secondo cui Camus, ferito gravemente, riceve le visite dell’amico Monod in ospedale e lì dialogano e scrivono insieme un libro sui tanti temi che da sempre li accomunano.

Un tema delicato, quello sulla finitudine dell’uomo, un libro a tratti malinconico, capace però di dare una scossa e far riflettere sul destino dell’umanità, sull’ineluttabilità della fine e sulla bellezza della vita.

Serena Pinzani

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Immenso.

Il romanzo si trasforma in saggio filosofico e viceversa, la finzione si mescola con le dissertazioni scientifiche e ritorna. Questa è la nota stilistica che spiazza, sorprende ma che subito conquista e coinvolge il lettore. Ogni capitolo è la bozza di un ipotetico libro scritto a quattro mani da Albert Camus, letterato, che si trova in un letto di ospedale sopravvissuto ad un incidente (possibile attentato KGB) e Jacques Monod, biologo e

genetista all’Istituto Pasteur. Ogni bozza è sempre introdotta da cit. del “De rerum natura” di Lucrezio che anticipa il tema della dissertazione.

Pievani fa parlare ora il letterato, ora lo scienziato, entrambe socialisti libertari, sulla condizione della finitudine. Finitudine di tutto, dell’universo, del mondo e dell’uomo e dunque della persona. I due si interrogano non solo sulla forma del romanzo, sulle parole, sui significati e sulle loro implicazioni, ma anche e soprattutto sul senso dell’esistenza. Due punti di vista diversi e complementari che convergono sulle stesse posizioni.

Accantonate le posizioni nichiliste, ne esce un trattato laico, attuale e realistico: l’emancipazione dalla necessità della natura è un atto di libertà. La vita ci offre una sola, grande opportunità, che per prima cosa è quella di esserci, condizione che non è poi così scontata come si legge a più riprese nel libro. Unica prospettiva è il compimento del progresso umano, civile e morale, è indirizzare scienza e tecnica al servizio del benessere dell’uomo, un benessere inclusivo che si realizza solo con la distribuzione delle risorse, abbattere le disuguaglianze e restituire dignità e democrazia. Ed è l’azione politica e sociale, come alta categoria del vivere che produrrà valore e significato all’esistenza. Che altro?

Rossella Giovannini

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Grandi lettori
di Robinson
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Non lo so come si recensisce un libro come Finitudine. Un libro che nelle primissime pagine ti tiene inchiodato sbattendoti in faccia la fine della terra come la conosciamo, la nostra fine. E che racchiude questa fine in un semplice e tagliente slogan: “la terra è già vecchia”. Abbiamo ancora 1 miliardo di anni, ma tutto potrebbe finire molto prima. Sappiamo già come, peraltro. “C’è Finitudine e basta” quindi. Messe così le cose, possono i dialoghi immaginari tra due geni quali Camus e Monod sul libro che stanno scrivendo dare pace a questa finitudine? Possiamo appassionarci a una storia con la fine già scritta? Troviamo le risposte che cerchiamo? Forse no, via via la lettura diventa anche difficile, ma ne vale la pena. “Le vie della tecnica, del progresso, del dna, una dopo l’altra, si sono rivelate illusorie. La finitudine ha comunque trionfato”. Non lo so proprio come recensire un libro che comincia dalla fine.

Luca Zanelli

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Come sarebbe andata la storia se uno o più eventi non fossero avvenuti? Questa è la domanda che si pone Telmo Piovani non facendo morire il celebre scrittore Albert Camus che in questo romanzo intrattiene più dialoghi con l’amico e biologo Jacques Monod all’interno del centro ospedaliero di Fontainebleau (dove viene curato dopo il quasi fatale incidente) e con il quale sta scrivendo a quattro mani un saggio sull’origine, l’essenza e la finitudine del mondo attraverso la filosofia, la scienza, la politica e la letteratura. Un esperimento a mio avviso interessante ma pieno di eccessi e ridondanze che ne rendono difficile la lettura.

Federica Papa

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Sembrerà un’ovvietà, ma penso che Finitudine sia uno di quei libri che tutte dovrebbero leggere. Tocca argomenti che interesserebbero chiunque: tra i tanti c’è il trascorrere del tempo. L’ approccio scientifico è stemperato da un linguaggio semplice con il quale il professore Pievani scandaglia diversi metodi per allungare la vita umana e terrestre. Attraverso un immaginario dialogo tra A. Camus e J. Monod l’autore ci mostra quanto sia fragile l’essere umano nei confronti della finitudine. Ecco dunque il messaggio di Pievani: la libertà di perseguire il bene, di una pacifica coabitazione con l’ambiente di cui non siamo che una piccola parte, dovendo tenere ben presente che la natura della nostra finitudine non ci impedisce di ritenere che la vita possa rivelarsi inimitabile e rispettabile.

Stefania Cangiano

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Questo è un libro che probabilmente non mi sarei mai scelta in libreria e, forse proprio per questo, mi ha molto stupito, prendendomi fin dall’inizio. Ho trovato davvero brillante l’idea di usare una serie di conversazioni immaginarie tra 2 premi Nobel (Albert Camus e Jacques Monod) a fare da cornice ad un saggio filosofico-scientifico sul concetto di finitudine. Ho trovato che le loro discussioni fossero davvero un ottimo intermezzo per alleggerire la lettura del saggio e un modo interessante per approfondire certi punti.

Irene Cresci

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Un tentativo non compiuto di inserire sostanziosi contenuti filosofico-scientifici, sicuramente interessanti e ben esposti, in un quadro narrativo che risulta però molto debole. L’effetto è pedantesco e pesante alla lettura e l’artificio narrativo appare inadeguato a trasformare un saggio in un romanzo.

Marina Rossi

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Un libro ricolmo di domande, riflessioni e bei dialoghi. Una lettura che ha bisogno di tempo, di riletture. La scrittura uniforme e ben strutturata rende i ragionamenti chiari e diretti, dando la possibilità al lettore di seguire, mettendoci attenzione, il filo conduttore senza perdersi a ogni pagina.

Riccardo Rossi

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Gli dei sono muti e l’essere umano si sente un estraneo nell’universo. In questo bellissimo saggio sulla finitudine nostra e del cosmo, l’autore riesce a raccontare benissimo l’angoscia dell’esistenza. La scienza fornisce le domande, Lucrezio aveva dato moltissime risposte.

Alice Mazzali

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Un libro basato sul dialogo filosofico e scientifico tra due grandi uomini del sapere, cultori della libertà conquistata sul campo in primis contro il nazifascismo attraverso l’adesione alla lotta partigiana ed in seguito in prima persona contro le limitazioni di libertà dei regimi comunisti dell’est Europa. Tutto si basa sulla libertà che è l’unica consolazione davanti al mistero inaccettabile della morte.

Domenico Faniello

ne di Telmo Pievani
Raffaello Cortina Editore

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson
di Enna "Amici della festa deli libro il sasso nello stagno"
coordinato da Francesca Alessandra
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Finitudine si presenta come un libro anomalo: già dando un’occhiata all’indice si nota come si componga di bozze di capitoli, intervallate da dialoghi tra i due personaggi. Se a primo impatto questa struttura lascia un po’ perplessi, già nelle prime pagine si comprende il nesso tra i due momenti: il libro e il racconto. Il testo è molto interessante, sebbene non si presti ad una lettura tutta d’un fiato: ogni tanto è necessario ricaricare le energie prima di rituffarsi nel racconto. La porzione più impegnativa è senza dubbio il trattato scientifico-filosofico che si riesce a seguire anche senza nessun background in materia. Alcuni concetti restano impressi e sembrano più attuali che mai: uno tra tutti, l’idea della vita vissuta da equilibristi, destinata a finire per mano dell’universo, semmai riusciremo a non autodistruggerci prima. In un periodo di rischi nucleari, tensioni diplomatiche, guerre che on sembrano finire, e disastri naturali, la “tentazione nichilistica del suicidio collettivo” si scontra con lo spirito di conservazione che ci contraddistingue.

Giulia Monica

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Telmo Pievani nel suo romanzo ha fuso due linguaggi: quello scientifico e quello filosofico. Ha sottolineato che l'evoluzione biologica e quella culturale sono in simbiosi e tutto questo immaginando un ipotetico incontro tra due premi Nobel: Camus e Monod con idee apparentemente distanti tra di loro ma simili. Sottolineano, immaginando di scrivere insieme un libro, il profondo significato di " Finitudine " che non è sempre vulnerabilità ma è anche consapevolezza di poter fare qualcosa soprattutto con il progresso scientifico. Profonde riflessioni sulla vita e sulla morte.

Piera Anna Rizzo

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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