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L'ingranaggio del potere di Lorenzo Castellani
Liberilibri

 

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson 
di "Biblioteca di Pioltello"
coordinato da Fiorenza Pistocchi e Sara Ballis

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Il libro di Castellani presenta senza dubbio un’analisi attenta, ampia e lucida che pone all’attenzione del lettore la relazione occulta, conflittuale e pericolosa il tra potere della politica e il potere tecnocratico, non elettivo ma sempre più presente e determinante nelle scelte politiche a scapito del principio democratico della rappresentanza. Detto questo, il libro cade rovinosamente per quanto riguarda la narrazione, perché anche la saggistica – e a maggior ragione quella divulgativa – non può prescindere da un registro stilistico che vada al di là dell’accademia e tenga conto di fondamentali elementi comunicativi, quali la fruibilità del testo, la piacevolezza della lettura. Elementi che chi scrive un saggio oggi non può permettersi di trascurare. A mio avviso, l’autore non li tiene presenti e L’ingranaggio del potere resta ancorato a un modo ormai superato di scrivere saggistica. Pertanto la mia scelta, pur con molte riserve, è caduta su Il tempo del secolo di Deiana Elettra.

Giuseppina Minchella

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L’ultimo libro di Lorenzo Castellani, L’Ingranaggio del Potere è un saggio di politica, e non ci si stupisce per un politologo, come lo è lui, ma è anche un saggio di filosofia e di tecno-scienza. La tesi, come dice l’autore stesso, è semplice, ma non certamente superficiale, inattuale e non avvincente: ”Nelle società avanzate il principio aristocratico ha nell’organizzazione del potere politico della società, un peso superiore a quanto comunemente si è portati a credere o ad ammettere”. Questo principio, nelle democrazie contemporanee si fonda sulla competenza, cioè sulla conoscenza specialistica degli individui, fornita dalla struttura della società stessa attraverso le Università più prestigiose, i programmi di studi più all’avanguardia, i titoli, gli esami e i concorsi. Questo principio gerarchico-aristocratico convive con quello democratico- rappresentativo, di cui negli ultimi decenni, ha eroso progressivamente spazi molto significativi. Ne va da sé che i poteri non elettivi, a carattere tecnico oggi condizionano la vita dei cittadini più di quanto possano fare quelli elettivi e rappresentativi in senso stretto. Per questo motivo ciò che caratterizza la politica del nostro tempo è dato dalla tecno-democrazia, in cui tecnocrazia e democrazia coesistono, dando vita ad un regime misto. Lo sviluppo di questo potere parallelo, accanto alla rappresentanza politica, ma meno visibile, è il potere tecnocratico, quello degli esperti aristocratici, distinti dai rappresentanti politici, scelti dal popolo con libere elezioni. Lo sviluppo di questo potere può essere compreso solo tenendo insieme le due facce della vita politica moderna: lo Stato e il Capitalismo. Questi due sistemi, che si corrompono a vicenda, tendono a edificare uno stabile apparato di potere, un sistema di èlites, che per mantenere la sua stabilità, tende a limitare la libertà di individui e comunità. Questa collusione tra potere politico ed economico, questa osmosi tra burocrazia pubblica e grande capitalismo ha prodotto il potere tecnocratico con la sua tecnocrazia, che sul piano storico si è sviluppata pienamente con l’avvento della società industriale, ma che affonda le sue radici nello Stato moderno. Da un pensatore moderno Raffaele Ventura, a questo processo di razionalizzazione del potere anche la Scienza è stata aggiunta: quindi Stato, Capitalismo e Scienza, che si sviluppano in parallelo e si giustificano a vicenda, con la loro logica mirante alla organizzazione e al principio dell’ efficienza sempre crescente. L’organizzazione di questo sistema complesso è il “ brodo di coltura” della politica contemporanea, in cui il principio della competenza è posto al centro della società ed è il pilastro su cui poggia il potere stesso.

A questo punto è bene considerare la relazione tra democrazia e tecnocrazia sul piano della legittimazione politica.Il principio generale di legittimazione politica è quello della rappresentanza, attraverso libere elezioni, fondata sul diritto dei cittadini a eleggere liberamente i propri rappresentanti. Accanto a questo principio di legittimazione democratica, però ve ne è un altro di matrice aristocratica, in passato legato alla nobiltà di sangue o legato a privilegi speciali assegnati dal sovrano e che oggi poggia sulla competenza. Questo potere tecnocratico, che ormai ha soggiogato la politica vera e propria e ogni ambito della società, da una parte vede la burocrazia come segno di invasione e comando in ambito pubblico e dall’altro, in ambito privato, il mercato, la tecnica e la finanza.L’avvento dei tecnici all’interno delle burocrazie pubbliche e influenti nella vita dei cittadini, si può considerare una “ rivoluzione silenziosa” che ha colonizzato mano a mano ogni decisione politica dal dopoguerra in poi. Oggi la democrazia convive con la tecnocrazia, rappresentata sempre più da organismi tecnici di consulenza e il punto focale è dato dal confine tra queste due entità. I due poteri, infatti spesso sconfinano l’uno nell’altro, scatenando di tanto in tanto conflitti, squilibri e disagi. Questa conflittualità si registra soprattutto perché i tecnocrati tendono a depoliticizzare qualsiasi decisione secondo la logica che per problemi complessi in una società altrettanto complessa, le decisioni vadano presi in tempi brevi, senza il

farraginoso compromesso democratico. Dall’altra parte è la Politica stessa, che debole e incapace di prendere decisioni serie e coraggiose, lascia largo spazio ai tecnici. La decisione ultima, però non è mai tecnica ma sempre politica e il potere del tecnico non è mai neutrale o scientifico nel suo agire, ma sempre ed esclusivamente politico. Il problema è che, mentre la Politica può essere sottoposta a controllo da parte degli elettori, la tecnocrazia ne è esente. Questo la porta a essere vista con sospetto, diffidenza e lontananza dai cittadini, soprattutto nelle fasi di crisi economica, quando l’ordine tecnocratico non riesce più a garantire crescita e benessere e a ridurre le incertezze. Ed è qui che il potere si inceppa e la delegittimazione si fa strada, calpestando tutto “ l’ingranaggio del potere”. Henry Morgenthau afferma che “ la Politica è un’arte e non una scienza e ciò che è da essa richiesta non è la razionalità dell’ingegnere, ma la saggezza e la forza morale dello Statista”. La fuga dalla Politica è fuga dallo Stato e non si sa dove finisca questa fuga e neanche dove approdi: nessuno può prevederlo. Certo è che il risultato o sarà il tramonto politico, come sta già accadendo o la nascita di una nuova specie di politica.

L’autore a questo punto, tratteggia una breve storia della tecnica in politica, partendo dalle società idrauliche agro- manageriali, passando per le città Stato italiane fino ad arrivare allo Stato legale ed economico. In particolare si sofferma sull’importanza della seconda Rivoluzione industriale, che aveva introdotto la “razionalità economica e procedurale nella formazione delle burocrazie occidentali e si addentra nei dibattiti in Italia, Francia e Stati Uniti sulla tecnocrazia.

Ma la riflessione più importante del libro è quella inerente il rapporto tra pensiero tecnocratico e nichilismo politico. In quest’ottica la narrazione della tecnocrazia è quella di ridurre ad un unico criterio di gestione la società, uniformando il tutto ad una regolare amministrazione dell’esistente, privandola di ogni conflitto politico, ideologico o culturale. L’unico parametro decisionale sarebbe quello dell’efficienza, spianando così la strada a un nichilismo politico, fino ad un nichilismo giuridico. Non essendoci, però una “ competenza delle competenze” nascono i conflitti, che portano al riemergere inevitabile dell’importanza della decisione politica, come esercizio responsabile del potere per ciò che riguarda la vita della polis e la risoluzione dialettica tra i saperi specialistici.Il tema affrontato nel libro è di grande attualità anche perché, ponendolo all’attenzione del grande pubblico, lo mette in guardia dal pericolo che dietro ad ogni organizzazione burocratica e tecnocratica della Società e dello Stato può nascondersi un potere dispotico ed autoritario, capace di incidere negativamente sulla libertà dei singoli cittadini, trasformando il potere democratico e politico, sicuramente imperfetto, ma in linea di massima rispettoso della libertà e dei diritti fondamentali, in un’amministrazione tecnocratica totalitaria della realtà, che dietro una pretesa neutralità, celerebbe un potere ancora più invadente ed autoritario. Per cui, se le società avanzate vogliono sopravvivere, devono conciliare i due principi: di competenza e democratico, tenendo insieme il merito e la democrazia, la gerarchia e la legittimazione politica. Sfida non facile, ma percorribile secondo Castellani, concependo un nuovo assetto sociale e politico individuabile nel concetto di “ Comunità”. L’Imprenditore Adriano Olivetti, consapevole dei pericoli della centralizzazione tecnocratica dell’era moderna ricercava la Comunità a misura d’ uomo, come pilastro territoriale, economico e politico su cui edificare una società più armonica, “ con l’armonizzazione degli interessi “, in un’ottica del decentramento del potere politico rispetto allo Stato e oggi rispetto alle istituzioni sovranazionali, considerate dai cittadini troppo distanti dai propri bisogni. Questa “ Provincia concreta” è il luogo più adeguato per l’autorità coordinatrice, il luogo in cui la Storia e le vicende umane comuni possono rappresentare un elemento concreto di fraternità, che determinando interessi comuni, rende possibile il principio di sussidiarietà, previsto anche dalla nostra Costituzione con l’art. 118, e in definitiva di solidarietà umana e civile. Visione forse utopica sul piano politico, ma estremamente affascinante, quella di Comunità, sul piano

sociale e di superamento della collisione tra interessi del grande Capitalismo e strutture pubbliche statali e sovrastatali.“ Per non dar vita ad un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su più livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente” ( Ben. XVI). Invece il mondo sembra andare nella direzione contraria e comunque, visto che “dietro ogni tentativo di annullare la politica, come processo di discussione, si nasconde un pericolo dispotico” bisognerebbe sorvegliare sul presente, ragionare sul futuro comune e cambiare rotta, con l’aiuto ed il buon senso di tutti.

Annamaria Manfredi

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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