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Noi non abbiamo colpa di Marta Zura Puntaroni
Minimum fax

 

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario
di Pioltello "Biblioteca di Pioltello"
coordinato da Fiorenza Pistocchi
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Uno scorcio di vita di un paese del centro Italia visto attraverso gli occhi dell’autrice. La narratrice é combattuta tra la sua attuale vita in città e la rimpianta vita nel suo paese in cui fa spesso ritorno e dove sente di avere le sue radici. Un ambiente famigliare ma limitato in cui è cresciuta in contrapposizione con la città piena di stimoli e opportunità, forse troppi per lei, ma che non le trasmette quel senso di appartenenza che invece i luoghi in cui è cresciuta riescono a darle. Un libro in cui molte persone che per vari motivi si sono trasferiti dal loro paese in città possono riconoscersi.

Michele Re

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 “Noi non abbiamo colpa” è il racconto - diario delle storie di tutte le donne che circondano una giovane donna (probabilmente l’autrice). Vediamo scorrere la vita della vecchia nonna malata di Alzheimer, della mamma che lavora, si occupa della nonna e poi si ammala, delle badanti che si avvicendano intorno alla nonna e delle amiche d’infanzia. È un racconto al femminile, donne che si prendono cura di altre donne, con tutta la fatica ed i problemi relazionali che questo comporta. È un romanzo che parla del dolore e della stanchezza, ma anche dell’angoscia di una società che deve fare i conti con le malattie ed i problemi della vecchiaia. Nonostante la gravosità del tema, la scrittura è lineare e quasi lieve ed alterna con naturalezza il racconto della malattia ai ricordi, a tratti magici, del vecchio paesello ferito dal terremoto.

Giancarla Spanu

 

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Tema del ricordo, della memoria che per Marta, ritornata al paese dove è nata per aiutare sua madre Antea a gestire la malattia della nonna Carlantonia, affetta da Alzheimer, significa rievocare immagini del passato, vita di paese, delle amiche, della scuola, degli odori, delle favole che le raccontava nonna Carlantonia, del suo profumo che non sapeva di vecchio. Per nonna Carlantonia, il cui carattere poco gradevole è rimasto invariato, la memoria rimane invece una “cassaforte piena di cui non si possiede più la combinazione”, che cede così come la vecchia casa di Nannina, nonna paterna, lasciando una sensazione di impotenza e ciò che conforta è che noi non abbiamo colpa. Ma anche ciclo della vita che si rinnova per cui Marta diventerà poi il sostegno di Antea, ammalatasi, e, in un crescendo di domande esistenziali, realizzerà che fare qualcosa per gli altri senza pensare di averne dei risultati è la cosa più importante. Romanzo scorrevole, tuttavia a tratti si dilunga un po' troppo come ad esempio quando racconta l’avvicendarsi delle badanti.

Giuseppe Maltese

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Marta vive una vita a metà: da una parte il lavoro, il presente, dall'altra il passato, l'infanzia, i rapporti familiari. Quando la nonna diventa incapace di gestirsi da sola e la madre si ritrova in difficoltà, Marta torna al paese d'origine e rivive molti momenti della propria infanzia e giovinezza. Scopre inoltre brandelli di vita della nonna e della madre, che prima non aveva considerato come importanti, ma che ora la colpiscono per la loro ineluttabilità, quasi una prefigurazione del futuro. Il difficile rapporto tra le donne di casa, uniche protagoniste di questo romanzo, lascia un'impronta di tristezza sull'autrice che, anche se convinta di "non avere colpe", si sente impotente davanti alla crudezza della vita. Buon romanzo, ma denso di tristezza.

Fiorenza Pistocchi

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 “Noi non abbiamo colpa”, ma ci sentiamo in colpa! Marta è una giovane donna che ama trascorrere le lunghe vacanze estive nel suo paese d’origine dove vivono Altea, sua madre e Carlantonia, la nonna ottantaseienne accompagnata dalla badante “di turno”.
Nel paesino marchigiano Marta ritrova le amiche di sempre, la storia della sua vita e della sua famiglia. Qui ritrova antichi ricordi: anche quelli che ha perso la nonna. Carlantonia vive in un limbo costellato di figure che devono accudirla per la sua incapacità di essere una donna che vive dignitosamente la sua vecchiaia. La memoria, l’identità, l’appartenenza ad un gruppo sociale, la consapevolezza di aver avuto un vissuto è qualcosa che ci dà dignità fino alla fine dei nostri giorni. In questo libro, anche se non particolarmente avvincente, si trovano numerosi spunti di riflessione sul futuro che attende ciascuno di noi ora che la vita è prolungata oltremodo dai prodigi della medicina e “Noi non ne abbiamo colpa” se i nostri figli non possono farsi carico di, o non se la sentono, se i nostri nipoti sono molto impegnati o lontani, se gli anziani vivono anni interminabili senza colori e bisognosi di innumerevoli attenzioni.

Elena Parmesani

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Partendo da una quotidianità banale, ripetitiva e stressante (la nonna malata di demenza, lagnosa e dispettosa, l’avvicendarsi delle badanti, un lavoro interessante ma precario, l’alternanza tra i ritmi frenetici della città e il tempo fermo del paesino d’origine, sfigurato dal terremoto), la narratrice ri-costruisce, sul filo della memoria, la storia tutta al femminile della sua famiglia d’origine: dominano madri, figlie, nonne, sorelle, amiche, mentre le poche figure maschili sono pallido contorno. All’angosciante spettacolo dell’inarrestabile degrado fisico e mentale della nonna si aggiunge repentino il cancro al seno della madre, a moltiplicare ansie e interrogativi: per la voce narrante il futuro sembra ridursi all’inquietante alternativa tra una vecchiaia lunga e fastidiosa e una malattia dolorosa, forse inguaribile. La riflessione tocca temi di portata filosofica, quali il destino, la libertà, la responsabilità nei rapporti familiari e sociali, ma scava anche nel vivo di problematiche attuali: la condizione femminile, il lavoro alienante e precarizzato dei giovani italiani, quello massacrante delle donne giunte da lontani paesi a sobbarcarsi il peso della cura quotidiana dei vecchi, il senso di estraneità e disorientamento di molti giovani di fronte a una prospettiva incerta del futuro. La prosa è vivace ed incisiva, non priva di asprezze e impuntature che ben si addicono alla condizione interiore della protagonista.

Maria Liverani

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La sfiga, la vecchiaia, le badanti, la malattia, i ricordi. Troppo.

Angela Occhiuto

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Marta torna nel suo paesino sperduto nelle Marche, colpito dal terremoto perché la nonna sta male, ha l’alzheimer e lei deve dare una mano alla madre nella cura della nonna. Tre generazioni di donne, che convivono sotto lo stesso tetto. La nonna, Carlantonia, appartiene a quella generazione che ha vissuto la guerra e che le difficoltà ha reso più forte delle tribolazioni subite, ha un brutto carattere e fa scappare tutte le badanti. La figlia, Antea, fa la dentista e si arrabatta tra il lavoro, la casa e soprattutto la gestione della madre. La nipote, Marta, (la protagonista del romanzo che poi non è un romanzo ma un raccontare di sé) è una giovane donna che vive e lavora a Milano, ma torna volentieri al paese per ritrovare le vecchie amicizie. Il libro ci conduce nei meandri della malattia, la perdita della memoria con l’alternanza del presente e del passato come se fosse il presente, il corpo che si deteriora, le ossa si fanno fragili, l’umore che si fa aspro per la solitudine e per l’orgoglio di non voler dipendere dagli altri.

E Antea con la sua fragilità. È arrivato anche per lei quel momento in cui da madre si diventa figlia? E poi tutte quelle badanti con le loro storie, i loro piccoli trucchi per gestire situazioni difficili che neanche i parenti prossimi riescono a sopportare. Lo stile dell’autrice è giovane, sa di verità, sa di sensazioni corporee: parlano i sensi, la vista che spazia nei campi, l’olfatto che coglie i cambiamenti dell’odore della nonna, dall’odore del mughetto, all’odore di vecchio. È un libro che parla soprattutto di donne, che parla dei loro obblighi nell’accudimento e dei loro sensi di colpa. L’autrice dice “vorrei vedere i miei genitori così? Come Carlantonia, Tullio, Cecilia? No, sicuramente no. Ma quanto a lungo averli come me allora? Voglio vederli morire presto, nel pieno delle loro facoltà fisiche e mentali, provare quel senso straziante di abbandono e solitudine oppure voglio averli fino all’ultimo, vederli svanire, farsi guscio senza gheriglio?”

Maria Modarelli

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Il racconto del rapporto tra tre diverse generazioni di donne raccontato dall’ultima generazione, cui tocca ormai la cura in solitaria delle generazioni precedenti: con i sensi di colpa tipicamente femminili che si accompagnano alle contraddizioni tra una visione tradizionale del ruolo femminile ormai difficilmente conciliabile con i ritmi e gli stereotipi della modernità. Una situazione sempre più comune ma non riconosciuta.

Lucia Lanzanova

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Circolo dei lettori del torneo letterario
di Lodi "Libreria Sommaruga"
coordinato di Michela Sfondrini
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L'autrice riesce a fondere una moltitudine di temi di attualità ed elementi di profondità in un romanzo che rimane comunque di piacevole lettura, grazie allo stile semplice che contraddistingue la penna di Marta Zura-Puntaroni. Attraverso questo ritratto di una famiglia tutta al femminile, che vive le sue perdite e i suoi ritrovamenti, riusciamo ad addentrarci in un piccolo mondo moderno fatto di riflessioni e litigi, incontri e scontri, nostalgia e speranza.

Chiara Sonzogni

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Forse è un libro rivolto a chi ha parenti malati di Alzheimer, che però rischierebbero di trovarlo di pessimo gusto, come accade ogni qual volta una cruda realtà della vita viene ammantata di idealità un po' affettata.

Marta Zura-Puntaroni vuole fare la “letteratura”, e fin dalla prima pagina, fin dalle citazioni in esergo (di Charles Manson e Gabriele D'Annunzio), sembra volersi dare un tono di scrittrice impegnata e alternativa. In realtà, il suo testo è un romanzetto tipico del panorama editoriale contemporaneo italiano, con famiglie costruite in provetta per tenere in piedi la storia (quella della protagonista, manco a dirlo, è tutta al femminile, che novità!), con pagine e pagine di nulla aggiunto per allungare il brodo. Un esempio. A un certo punto arriva a sciorinare l'etimologia del farmaco in greco: “medicina, veleno”. Marta promossa, in seconda liceo.

Federico Gaudenzi

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L’autrice ha affrontato un tema, il ritorno al proprio paese natale a causa della malattia della madre, ormai molto narrato e approfondito e purtroppo il suo racconto rimane piuttosto banale, con uno stile evidentemente ricercato, ma poco incisivo.

Alda Carisio

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È un romanzo autobiografico sugli affetti ritrovati, ambientato nelle Marche in questi anni. La protagonista ovvero autrice del libro - single, laureata in lettere, scrittrice in erba, con contratto di lavoro molto flessibile - torna al suo paese natale, distrutto dal terremoto che colpì l'Italia centrale nel 2016. Sua madre la richiama perché ha bisogno nella gestione della nonna materna, affetta da Alzheimer. Marta, nelle sue peregrinazioni, visita i luoghi della sua infanzia e rivede le sue ex compagne di scuola non ché amiche, i suoi parenti e gli abitanti del piccolo paesino, dove si conoscono tutti. La colpa, o meglio il senso di colpa, citata nel titolo, ricorre spesso però l'autrice alla fine si consola pensando che è già tutto deciso dal destino. Il testo, dallo stile piano e scorrevole, è apprezzabile per gli argomenti trattati. Facile immedesimarsi nella protagonista alle prese con la quotidianità, ma abbastanza ovvio nella risoluzione dei problemi familiari.

Mariagrazia Sobacchi

 

 

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson
di Farra di Soligo  "Quelli di LLC"
coordinato da Annalisa Tomadini
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Argomenti complessi e delicati, in questo libro: il legame con la famiglia e il luogo d'origine, l'accudimento delle persone anziane, ancora affidato sempre alle donne.

Marta, trentenne che, come sua sorella, ha lasciato il suo paese nelle Marche per lavorare, ritorna a casa dei suoi: sua nonna Carlantonia ha l'Alzheimer in fase avanzata e sua madre Antea ha bisogno di una mano.

Quello che mi è davvero piaciuto è il racconto di situazioni difficili reso in modo molto lucido, netto e ironico.

La nonna malata era e rimane un po' stronza, il bel legame con i genitori e le amiche del paese è privo di stucchevolezze finte, e per questo se ne percepisce la forza. I racconti del passato familiare sono molto divertenti.

Di solito non mi cerco nei libri, ma qui mi sono trovata mio malgrado. Una famiglia bella e normale (quindi forse anormale) è una gran forza ma anche un forte elastico che non ti permette di allontanarti davvero. Noi non abbiamo colpa. Quasi mai dirselo ci convince davvero.

Annalisa Tomadini

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Mi è piaciuto questo libro della Zura-Puntaroni perché racconta, in modo poetico ma anche crudo, una storia che parla di una malattia che priva dell’identità e della famiglia, che porta via il passato e con esso il presente. Che genera estranei, silenziosi e chiusi in mondi impenetrabili, laddove prima c’era complicità di sguardi, di silenzi e di parole, ricordi comuni ed emozioni condivise.  Il romanzo apre riflessioni sul mondo di provincia, ma soprattutto sul rapporto tra tre generazioni di donne, la giovinezza, rappresentata da Marta, la maturità della madre Antea, e la vecchiaia di Carlantonia.

Il ritorno a casa ed il confronto con l’oblio ed il bisogno di recuperare la memoria sono l’occasione ed il mezzo per ritrovare una identità, una posizione nel mondo, per fare i conti con la responsabilità, con la colpa, con la precarietà, anche dei rapporti umani e familiari. Ed è in quell’angolo discreto che è il paese natio, attraverso il recupero della memoria, che può costruirsi, ovunque, il futuro.

Una piacevole lettura.

Sonia Marchioro

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"Noi non abbiamo colpa", pubblicato da Minimun Fax, è il secondo libro di Marta Zura-Puntaroni, dopo "Grande era onirica", uscito con lo stesso editore nel 2016. È il racconto in prima persona di una ragazza, con lo stesso nome della scrittrice, Marta, che ritorna a casa, in un paesino della provincia marchigiana, e ritrova le amiche, la madre, la nonna malata, le badanti che se ne occupano. Il libro ha trame di attualità, come i fabbisogni di cura tra le generazioni e il ruolo delle donne straniere per soddisfarli, e tematiche antiche, come il rapporto con le proprie origini e la propria famiglia. Le storie e le ambientazioni oscillano tra ricostruzioni di frammenti del passato e il presente, e lo stile è ambizioso, volitivo, soprattutto per la prima parte, che mi è sembrata molto potente e curata, anche nella ricerca espressiva del succedersi delle frasi e dell'uso della punteggiatura.

Giuseppe Bruno

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Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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