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Per volare mi bastano gli occhi di Paolo Palumbo
Rizzoli

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Vigevano "Circolo Bibliosofia"
coordinato da Raffaella Barbero
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Questa è la storia di un ragazzo di 17 anni che aveva un sogno: diventare chef ed entrare nella prestigiosa scuola di Gualtiero Marchesi. Proprio mentre era in cucina il braccio destro iniziò a perdere progressivamente forza e, pian piano, anche gli altri arti. Perché la SLA è una malattia subdola che si insinua poco a poco. Paolo ha il triste primato di essere stato il più giovane malato di SLA d’Europa. Scoperta la malattia non si diede per vinto, anzi cercò il modo di essere più forte di lei. Utilizzò qualsiasi mezzo e qualsiasi contatto per portare l’attenzione sui malati di SLA e sulle difficoltà pratiche e burocratiche con le quali devono combattere ogni giorno. Riuscì ad incontrare Obama, il Santo Padre e a salire sul palco di Sanremo. La battaglia di Paolo continua tutti i giorni sui social, perché la SLA ti toglie tutto tranne la sensibilità e la capacità di ragionare in modo autonomo. Paolo ha imparato a comunicare con gli occhi perché una mente, senza il corpo, può fare comunque grandi cose.

 

Alessia Chierico

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A diciassette anni Paolo Palumbo scopre di avere la SLA ma, nonostante i problemi enormi causati dalla malattia, è fermamente determinato a proseguire la sua vita e a impegnarsi per migliorare quella delle persone che si trovano nella sua condizione. Il libro non è triste ma è un forte appello alla speranza e all’amore per la vita, nonostante tutto.

Chiara Ghilardi

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Letto solo parzialmente e non apprezzato

Andrea Feoli

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Coraggio. Paolo Palumbo è forte e coraggioso, nulla da obiettare. Nel suo libro racconta la sua malattia e sé stesso, perché la sua malattia è se stesso. Da leggere per ricordarsi che buttarsi giù non migliora le situazioni negative. Combattere a testa alta, al contrario, sì.

Simone Satta

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Fermo "Villa Vitali"
coordinato da Cinzia Centanni
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Una sintetica autobiografia di una vita speciale. Per prima cosa voglio ringraziare l’autore per la fatica di raccontare tutto ciò che ha fatto, conosco bene le condizioni di vita con la SLA e riesco a misure la quantità di forza che occorre a Paolo  a tutti coloro che gli sono accanto ma proprio per questo mi chiedo … perché tutta questa fatica per raccontare soltanto ciò che va bene? La qualità speciale di Paolo e della sua famiglia sono un dono eccezionale ma la fiducia e la forza d’animo, purtroppo non sono affatto comuni e soprattutto non vengono fornite in dotazione insieme alla diagnosi.

Così, accanto al racconto di tante esperienze straordinarie, ritengo che sarebbe stato utile utilizzare tutto l’appeal che Paolo riesce a profondere per individuare gli interventi socio sanitari ed assistenziali irrinunciabili ed urgenti che il SSN nazionale e il Governo devono rendere concreti.

Ciò che mi permetto di criticare nel bel libro di Paolo è la filosofia di fondo che promuove e propone: il modo di affrontare la malattia è un fatto personale. Ecco io penso esattamente il contrario:  ai malati (e non solo a quelli affetti dalla SLA) deve essere riconosciuta la possibilità di vivere con dignità e serenità la propria condizione indipendentemente dalla condizione sociale, culturale, economica o psicologica nella quale si trovano.

Per questo ritengo il libro “Per volare mi bastano gli occhi” il racconto di ciò che ha fatto Paolo e non di ciò che può essere fatto da un malato di SLA, e come tale nonostante la straordinarietà di alcun passaggi, non lo ritengo un’opera degna di nota.

Laura Stopponi

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Sono molto d’accordo con Paolo quando dice di sé di essere molto fortunato. Non solo per aver saputo affrontare la malattia con tutta la sua forza d’animo (che gli auguro sempre di avere) ma perché lui è immerso in un contesto di vita e di relazioni assolutamente positivo e pieno di risorse, e quando coloro che soffrono si spogliano del proprio corpo di dolore, riescono anche a convogliare intorno a sé tanta energia positiva (soprattutto quando questa si traduce in notorietà).

Voglio dire, con ciò, che la fortuna non è un merito anche se, come emerge dal libro, Paolo e la sua famiglia ci hanno messo del loro e hanno fatto scelte coraggiose e nessuno si dovrebbe permettere di esprimere giudizi su un’esperienza di vita terribile come la diagnosi di SLA. Ma tant’è … Paolo ha offerto al mondo il suo racconto e quindi si è esso stesso offerto se non ad un giudizio certamente ad una valutazione.

Paolo ha scelto di raccontare soltanto la parte entusiasmante, e secondo me questo non è affatto utile a chi vive la malattia senza la sua fortuna … e sono la maggior parte!

In un libro coraggioso come questo avrei preferito trovare il pensiero della Pianificazione Condivisa delle Cure, o delle Disposizioni Anticipate di Trattamento che Paolo certamente avrà già affrontato o affronterà a breve, perché mentre sul palco di Sanremo ci può arrivare solo Paolo Palumbo, alla scelta di se e quando staccare il respiratore ci arrivano tutti i malati di SLA e penso che sia davvero urgente, nella nostra società,  iniziare a parlare di una  buona morte oltre che di tutto ciò che può essere fatto nonostante la SLA.

Così come mi sarebbe piaciuto sapere con quali rapporti previdenziali vengono trattati i familiari Care Giver  e non solo quanto amore riescono a esprimere, perchè la legge sull’equiparazione del familiare a lavoratore non si riesce ancora ad avere.

Per questo ritengo che il libro di Paolo Palumbo, che racconta  la sua storia eccezionale, non sia utile  alla causa dei malati di SLA.

Giorgio Ripani

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E’ molto difficile per me recensire questo libro, visto che vivo quotidianamente con malati di SLA e non solo…

E’ molto difficile perché i miei amici non riescono a vivere come ci racconta l’autore del libro: forse non sono altrettanto fortunati, forse non hanno lo spirito che ha lui, ma vedersi privare delle proprie autonomie, dei propri affetti e dei propri sogni, ha tolto loro tantissimo entusiasmo ed attaccamento alla vita. Sembra un romanzo e non un racconto di vita vissuta. I miei amici vivono l’abbandono, l’angoscia per una malattia che ogni giorno ti annienta e ti fa diventare un corpo di sale lasciandoti però la mente lucida e sana…

Non mi sento davvero in grado di offrire il mio contributo.

Carmen Napolitano

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Ho apprezzato il tema trattato da Palumbo: coinvolgente, drammatico e, purtroppo, di attualità, ma non mi ha convinto la scrittura. L’ho trovato un po’ da “temino ben svolto”.

Paolo Antolini

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Il coraggio che dimostra Paolo Palumbo è ammirevole nonostante la drammaticità del decorso della sua malattia. E’ notevole la sua forza di volontà. Ma non tutti riescono ad essere positivi in quelle condizioni

Giuseppe Natarella

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Un bel libro – una lettura scorrevole – che rimette al centro della vita l’importanza delle piccole cose quotidiane.

Paolo è colpito da una malattia terribile, Paolo è il più giovane malato di SLA in Europa, Paolo non si arrende e…ci vuole davvero molto coraggio che Paolo trova nella Fede e nell’aiuto incondizionato della sua famiglia.

Una lettura utile – direi necessaria – per tutti noi che troppo spesso ci lamentiamo per un nonnulla.

 

Alma Monelli

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson
di Buccinasco "Gruppo di lettura Biblioteca di Buccinasco"
coordinato da Silvia Mincuzzi
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Per volare mi bastano gli occhi è la storia di un giovane che scopre di essere ammalato di Sla e cerca di non arrendersi davanti all'evidenza della malattia, costruendo, anche grazie ad una famiglia molto unita che lo accompagna, occasioni uniche di incontri con personaggi importanti come Obama e Papa Francesco. Tenta la carriera politica, va a Sanremo e molto altro ancora. Il linguaggio è semplice, diretto. Il romanzo autobiografico è una testimonianza esistenziale, anche se ha un ritmo piuttosto elementare che lo sminuisce e non riesce a coinvolgere nel profondo.

Gloriana Venturini 

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Romanzo autobiografico, che scava nelle paure di una malattia, che stravolge la vita  e gli affetti. Se questo non bastasse, sono anche le istituzioni e il Sistema Sanitario a rendere più odiosa la gestione della SLa, sotto tutti i punti di vista. Palumbo lancia un grido di denuncia, che produce amarezza e rabbia

Stefania Alice

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La terribile malattia che colpisce la voce narrante sviluppa un sentimento di partecipazione e vicinanza nel lettore che però non è sufficiente per superare, pagina dopo pagina, una certa noia nel progredire della lettura. Abbastanza ben scritto ma scontato e prevedibile

Maurizio Ettore Berra

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Un racconto davvero toccante, con un linguaggio semplice e privo di qualsiasi autocommiserazione. Manifesta tanto amore per la vita e coraggio. Mi sono chiesta come avrei affrontato la vita nelle sue condizioni. L'autore è stato capace di aggregare attorno alla sua persona tanta disponibilità, tanta attenzione e tanta ammirazione. Encomiabile il supporto degli amici e soprattutto della famiglia, con in primo piano il fratello Rosario, che lo assistono in ogni genere di conforto e necessità: complimenti a tutti!

Linda Borboni

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Inizia come autobiografia il racconto di un ragazzo che a 18 anni scopre di avere la Sla e vede svanire tutti i suoi sogni. Come ho già visto in "Fiori affamati di vita " di Veronica Plebani, c'è una figura forte di riferimento (il fratello), una famiglia economicamente solida alle spalle e tanta voglia di vivere. Racconta tutte le traversie dalle prime avvisaglie fino alla immobilità. Quello che ho apprezzato è che diventa una chiara denuncia nei confronti di istituzioni che non funzionano e, ancora peggio, dipersone che con vari metodi e astuzie sfruttano per fini puramente economici ed egoistici le disgrazie degli altri.

Franca Cerri

 

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson
"Biblioteca di Rocca Priora"
coordinato da Silvia Fanfarillo
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Interessante, stimola numerose (e non superficiali) riflessioni. L' autore ha scoperto a 17 anni di essere malato di SLA, ma non si è arreso né vuole rinunciare a vivere.

Rita Brighi

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Bello, difficile pensare alla scrittura, sono stata assorbita dalla forza di quest'uomo. Veramente un esempio. 

Manuela Mosciatti

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Parto col dire che le autobiografie sono tra le letture che meno apprezzo quindi il punto di partenza non era dei più favorevoli. L'ho infatti trovata una lettura sufficientemente ostica da non riuscire a portarla a termine. Per quanto lo stile di scrittura fosse piacevole neanche il tema rientrava nei miei gusti personali.

Clarissa De Silli

 

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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