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Solo un ragazzo di Elena Varvello
Einaudi

 

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson
di Palermo 3 “Eutropia”
coordinato da Rosana Rizzo
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Nel suo ultimo romanzo ambientato in un paese di fantasia ma dal simbolico nome Cave, Elena Varvello dà voce a una famiglia come tante composta da Sara, la madre, Pietro, il padre, le due figlie, Angela e Amelia, e infine il figlio, un ragazzo senza nome e senza volto che indossa sempre il cappuccio della felpa, vero protagonista attorno cui l’intera vicenda si sviluppa, “solo un ragazzo” destinato a restare tale per sempre. È schivo, introverso, misterioso. Nessuno sa esattamente cosa stia pensando o dove sia diretto, nemmeno i componenti più stretti della sua famiglia possono affermare di conoscerlo. Tutto sembra scorrere senza intoppi fino a quando una scoperta inattesa non travolgerà e sconvolgerà il loro fragile equilibrio familiare. Nessuno sarà più lo stesso da quel momento e ognuno reagirà in maniera drammaticamente personale: Sara isolandosi da tutti e alimentandosi del suo dolore, Pietro cercando nella squallida avventura con la giovane Vittoria la leggerezza che non può più trovare a casa, mentre Angela e Amelia ricorrendo chi alla fede, chi a un bicchiere in più per evadere dalla realtà opprimente. Attraverso una scrittura circolare e volutamente frammentaria la Varvello presenta una storia intima e dolorosa carica di lunghi silenzi. Ciascun personaggio è infelice, solo e fragile. “Nessuno è nella testa di nessuno.”

Laura Guercio

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Il figlio che delude le tue aspettative assumendo comportamenti deviati è tema ricorrente della letteratura moderna Lo troviamo nella Pastorale Americana di Roth nei Tre Piani di Nevo ed adesso in Solo un Ragazzo della Varvello.

Una famiglia apparentemente normale viene sconvolta da un figlio che dopo aver commesso piccoli furti si introduce nella casa di amici di famiglia minacciandoli con un cacciavite ma che poi scappa senza portar via nulla tranne la maglietta di Silvia (la figlia) e dei braccialetti.

Questo gesto immotivato è la goccia che fa traboccare il vaso ed il ragazzo, fragile, timido, socialmente isolato, si suicida.

La vita della famiglia cambia per sempre. La madre, che ha intuito le difficoltà del figlio ma non ha saputo comprenderlo e non è riuscita a stabilire un rapporto, si spegne in una depressione che l’accompagnerà tutta la vita isolandola dalla famiglia. Morirà dopo avere immaginato di vedere il figlio e ricomposto il suo rapporto con l’amica del cuore (Gemma) che si era allontanata dopo l’irruzione del figlio nella sua casa.

Il padre, professore a scuola, non comprende anzi condanna inesorabilmente il figlio. Dopo la sua morte il rapporto con Sara sarà difficile, distante. La sua reazione iniziale sarà una relazione extra coniugale con una donna giovane culturalmente lontana ma che lo accetterà senza se e senza ma la loro sarà una attrazione fisica che lenirà il dolore delle loro vite insoddisfatte. La relazione non durerà molto e Pietro cercherà vanamente di ricomporre il suo rapporto con Sara: tra loro resterà una distanza incolmabile.

Le sorelle del ragazzo seguiranno strade diverse anche se per sempre colpite dalla tragedia del fratello: Amelia sposata con figli, un po’ bigotta; Angela sbandata, alcolizzata che non riesce a trovare il senso della vita, ossessionata dal rimorso di non aver capito il fratello. Le due sorelle si rincontreranno dopo anni di incomprensione.

Il romanzo finirà in una dimensione onirica dove il ragazzo (senza nome) nella sua capanna (la sua coperta di Linus, il posto dove ritrova sé stesso e dove conserva gli oggetti rubati: tra cui la maglietta di Silvia, forse un amore nascosto da cui si sente respinto) sfiora una ragazza (fragile, turbata per avere assistito da poco alla scena del padre che picchiava la madre) che si era introdotta nella capanna: due anime fragili che si riconoscono.

La Varvello ci regala un romanzo sulla fragilità dove nessun comportamento è da condannare: tutti i personaggi sono guardati con un occhio benevolo ed il mondo è cosi perché

Nessuno è nella testa di nessuno.

Mario Cottone

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La vicenda narrata in questo libro è incentrata su una famiglia che ritiene di essere fortunata, composta da un padre insegnante, che ogni giorno ha a che fare con i giovani e una madre infermiera, abituata a prendersi cura degli altri. La coppia ha due figlie ma desiderano un maschio, che finalmente arriva. Tutto sembra procedere per il meglio secondo i canoni di una normale famiglia piccolo borghese che vive in un’anonima provincia italiana.

Ma qui, all’interno di una struttura apparentemente semplice e comune, prende corpo la domanda sotterranea che questa storia sottende:

Ma fino a che punto conosciamo i nostri figli?

Li abbiamo messi al mondo, li abbiamo cresciuti ed educati, sì, ma poi? Cosa succede in una famiglia se il meccanismo che si credeva collaudato dalla vita stessa e dall’avere avuto esperienza con altri figli si inceppa e qualcosa va storto provocandone il crollo? E come si sopravvive a un simile terremoto? “Chi sei?” Si chiedono i genitori e le sorelle del ragazzo protagonista, il ragazzo che non ha nome. “Solo un ragazzo?”

Elena Varvello, che da prova di sapere scavare nell’anima dei suoi personaggi, ci dice che non lo è, e partendo proprio da questa negazione ci racconta la storia di una famiglia spezzata, travolta e sconvolta dal dolore del figlio, vittima di una sofferenza interiore che non è stata compresa, e dal dolore dei genitori e delle sorelle dopo “quella notte” che ha scardinato l’equilibrio in casa. Dopo, infatti, niente sarebbe stato più come prima; sono cambiate le persone di quella famiglia e le relazioni tra di loro. Al centro dei rapporti fra i componenti della famiglia si apre come una voragine che si riempie solo del dolore immenso con cui convivere. È il buco nero creato dall’assenza del figlio, del ragazzo senza nome. La narrazione procede per punti di vista e l’autrice non esita, con l’ausilio di una bella scrittura a portare a galla i pensieri e le miserie che ciascuno relega in fondo a sé stesso affidandoli all’intreccio dei suoi protagonisti.

Quindi ascoltiamo le storie dei superstiti, persone normali che soffrono, i genitori Sara e Pietro e le sorelle Angela e Amelia. Ogni capitolo segue un membro della famiglia in un racconto polifonico tra passato e presente dando conto di una famiglia annientata. Ciascuno di loro cerca di capire cosa sia successo 19 anni prima e attraverso i loro punti di vista sentiremo inequivocabilmente la solitudine di un figlio, il dolore di una madre, l’inconsapevolezza di un padre, i dubbi di due sorelle che si sono trascinate per decenni un peso insostenibile nel tentativo di cogliere il confine slabbrato tra ribellione, trasgressione e punto di non ritorno.

L’adolescenza è per definizione un periodo della vita che può essere tutto e niente. Comunque lo si voglia considerare, è l’esperienza personale che fa la differenza. Qui Varvello focalizza quella forza che può rendere un figlio estraneo. Un bambino buono e gentile che all’improvviso non si conosce e riconosce più. È solo timido e solitario? Oppure no? L’autrice tenta di dare una risposta e lo fa portandoci dentro una vita di provincia che da banale diventa spettrale. La caduta di questa famiglia che dal 1989 vive con il vuoto di un figlio e di un fratello “che sorrideva sempre”, è anche la metafora della caduta di tutti e la caduta trascina con sé tutte le altre possibilità dell’esistenza. La felicità, la serenità, il divertimento, l’amore, la bellezza, la frivolezza. Da “quella notte” non è più accaduto niente di bello, perché nessuno è riuscito più a dire: è bello. Niente può più esserlo. Gli alberi, i boschi e le case sono ricoperti dall’orrore, come il cappuccio della felpa che il ragazzo teneva sempre alzato, e la madre gli diceva: “ma non hai caldo? È estate.”

 Il senso di colpa dei genitori, che non hanno capito, che non sono stati in grado di farlo, diventa accusa, rabbia, disperazione, diventa tutto ciò che resta e che li tiene insieme. La caduta li tiene insieme, dove altro potrebbero andare, chi altro potrebbe capire che una donna non desidera più niente, mangiare, parlare, amare. Non riesce più neanche ad amare le sue figlie, è viva ma è scomparsa da sé stessa.

Dice il padre. “Facciamo tutti cose orribili, anche se non vogliamo. Nessuno è nella testa di nessuno.” Elena Varvello ci costringe a pensare alle famiglie che siamo stati.

Cinzia Marino

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Un frammento di Emily Dickinson ci introduce, fin dall’esergo, nel nucleo centrale della vicenda: “Tell all the truth but tell it slant”, “Di’ tutta la verità ma dilla obliqua”. Il lettore è così inserito in una storia dove nulla è scontato, evidente, lineare, dove la verità dei fatti sfugge e dove ognuno dei protagonisti ha una sua dolorosa realtà. Già nel prologo abbiamo molti elementi del romanzo: il bosco, la capanna, un gruppo di ragazzi adolescenti senza nome, il mistero e la violenza. Ogni capitolo del romanzo è dedicato ad un personaggio della vicenda ed ognuno di loro ci permette a poco a poco di scoprire il non detto che aleggia dietro il succedersi degli eventi. Infatti la struttura del romanzo è circolare: il prologo e l’epilogo sono strettamente connessi ed il lettore avrà contezza dei fatti solo nelle ultime pagine. Il nucleo centrale attorno a cui ruota la storia è un ragazzo di cui non si conosce il nome, un adolescente schivo e sfuggente, con il cappuccio della felpa sempre alzato sulla testa, che sembrerebbe non aver dato mai alla famiglia nessun motivo di preoccupazione fino al giorno in cui commette un misterioso misfatto, a cui si allude di continuo, ma che non viene dichiarato fino alla fine del romanzo. È così che percepisce i fatti la madre Sara, incredula davanti agli eventi, che dopo la tragedia si chiude in un mondo tutto suo, dal quale esclude tutti i membri della famiglia, che deragliano ciascuno verso il proprio binario morto. La scomparsa del figlio è per lei talmente inaccettabile che pochi giorni prima di morire ne ha una visione e nel suo delirio pensa che il ragazzo finalmente sia tornato a casa. Solo e divorato dai sensi di colpa è il padre Pietro, un insegnante talvolta poco flessibile, che non è stato in grado di percepire, come tutti gli altri del resto, i segnali di disagio che il ragazzo lanciava già da tempo: la solitudine, l’emarginazione, il dolore e la rabbia che si nascondevano dietro un cappuccio sempre alzato sulla testa e dietro quel freddo intenso che l’adolescente percepiva anche durante l’estate afosa. Pietro e Sara non si incontreranno più, anche all’interno della casa occupano spazi diversi. Sara muore quel giorno, insieme al figlio, Pietro prova a sopravvivere: continua a lavorare, ha una relazione con Vittoria che in un primo momento lo riporta in vita, lo aiuta a non cadere anche lui nel baratro, ma sono solo due solitudini che si incontrano. “Siamo invisibili, nessuno se ne accorge” dirà Vittoria a Pietro per sottolineare la loro comune condizione. Anche Amelia ed Angela, sorelle del ragazzo, non escono indenni dalla tragedia, la prima si rifugia in una fede un po’ bigotta, l’altra cede all’alcol. Anche tra loro esistono conflitti mai sopiti, che sembrano allentarsi nell’acqua di un torrente, in cui entrambe fanno il bagno dopo un lungo e doloroso confronto. Infine Gemma e Pietro, cari amici di famiglia, che insieme alla figlia Silvia subiscono l’inaspettata irruzione del ragazzo nella loro casa in piena notte. Inspiegabile ai loro occhi e agli occhi di tutti. Perché questo è l’aspetto più sconvolgente della storia: il ragazzo era sotto gli occhi di tutti, così il suo disagio e la sua disperazione. E dunque non è il passare del tempo che scandisce il ritmo del romanzo, bensì il dolore che pervade la vita di tutti, perché in questa vicenda non è solo il ragazzo ad essere infelice, lo sono tutti e questo dolore permea ogni pagina del romanzo. Un dolore totalizzante.

Il romanzo è avvincente e ad un tempo lacerante: la trasparenza del dolore, l’incapacità di percepire la trasformazione è dovuta, probabilmente, alla difficoltà di chi vede un figlio crescere, rimanendo però attaccato all’immagine che aveva di lui bambino e le aspettative ad essa correlate. Non è una storia straordinaria, è una storia di disagio come tante, ma è l’epilogo straziante che toglie il fiato. La voce narrante è abilissima a condurci nei meandri più nascosti dell’anima dei personaggi. I dialoghi sono scarni, talvolta anche taglienti, spesso poco chiarificatori, tanto da spingere il lettore a leggere sempre di più per cercare di dipanare il mistero, il non detto che si svela proprio nelle ultime pagine.

Caterina Pietravalle

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Il dolore, gli errori, le mancanze che si concretizzano quando ormai è troppo tardi. Un romanzo che scava nel profondo, attraverso il dolore che modifica, che permea le vite. L’insoddisfazione verso un figlio che non riesce a soddisfare le aspettative. Bellissima scrittura

Elda Lo Cascio

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson
di Perino “FestivalTrebbia”
coordinato da Irina Turcanu
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È solo un ragazzo, un figlio, un fratello e poi non è più. O non c’è più. 

E cosa rimane allora nello spazio che mai ha trovato nel mondo ma che per chi lo ama è ovunque?

Resta il dolore, restano le domande mai fatte, le risposte mai trovate.

Chi sa davvero chi è suo figlio? 

Chi sa dove andare a cercarlo quando si perde?

Chi sa come riconoscerlo quando torna?

Laura Derata

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Circolo dei lettori del torneo
di Parma 2 “Voglia di leggere Ines Martorano”
coordinato da Pietro Curzio
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 “Tell all the truth but tell it slant”. La citazione da Emily Dickinson rende alla perfezione il senso di questo libro intenso e difficile. È una lettura poco agile, che necessita di uno sforzo per seguire eventi che si snodano quasi in un cerchio che si apre e si chiude nello stesso tempo e nello stesso luogo.

Tuttavia non sono né il tempo né il luogo i punti chiave di questa storia, ma il dolore, l’infelicità di un ragazzo senza nome, caratterizzato e nello stesso tempo reso quasi invisibile da una felpa scura con il cappuccio sul capo; l’infelicità di una famiglia con affetti e legami irrisolti.

Il libro affonda le sue parole, scelte con attenzione e con la precisione di una lama, nel conflitto di un adolescente con sé stesso e con il mondo che lo circonda, un ragazzo che nella solitudine cerca disperatamente di trovare il senso della sua vita.

È un libro che ha pochi sorrisi e quei pochi sono nel segno dell’amore profondo ed invincibile tra la madre ed il figlio, così forte fino alla trasfigurazione nella morte. Un romanzo che lascia addosso inquietudine e malessere.

Liliana Superchi

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Grandi lettori
di Robinson
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Solo un ragazzo cerca di rispondere alla semplice domanda “che cosa sei?”. In questo racconto ci sono genitori che soffrono di fronte all’adolescenza dei propri figli e cercano di risolvere gli enigmi che questa fase della loro vita porta con sé.

La scrittrice racconta alla perfezione tutto ciò che c’è nell’adolescenza, fatta di incomprensioni e innocenza. Mentre leggiamo questo libro prendiamo parte della storia, diventiamo un tutt’uno con i personaggi e ci rivediamo in quel ragazzo che vive i suoi anni in modo sfrenato.

Questo libro ci impone un grandissimo sforzo per capire e giustificare le scelte e le azioni di un ragazzo che cerca di capire quale sia il proprio posto in questo mondo.

Nicolas Gullo

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Fin da subito colpisce la scrittura secca, dalle frasi brevi e tendenzialmente paratattiche, che genera ansia e oppressione nel lettore. O quantomeno l’ha generata in me. Ho apprezzato la composizione della storia e soprattutto la Ringkomposition che unisce il primo all’ultimo capitolo, la morte con la vita che per un momento si toccano. Il ragazzo che sta morendo dentro il suo garage vede nell’unico luogo in cui aveva sognato di poter essere sé stesso - una capanna nel bosco- una ragazzina che in quel momento si trova realmente lì. Avviene un contatto non visivo, quasi magico, che al primo capitolo potrebbe risultare ambiguo ed inquietante ma che all’ultimo si svela essere l’estremo contatto con la vita, di fronte alla quale il ragazzo si è arreso. Lui si è suicidato perché non capisce ed in parte non accetta sé stesso ma prova a lasciare un seme di speranza, sussurrando alla ragazzina nella capanna: “per te sarà diverso”. La suspense con cui ho aspettato di scoprire l’epilogo della vicenda personale del ragazzo -di cui la scrittrice non dice mai il nome- mi ha tenuto incollata al libro e ciò non capita spesso. Penso che i personaggi siano stati costruiti ed intrecciati bene fra loro, raccontandosi gradualmente ed assumendo le forme di una famiglia reale, straziata ma anche legata da vincoli imprescindibili. Nonostante questo, secondo me mancano due aspetti fondamentali: una forte passione ed una visione corale della società, non individualista, che a mio parere rendono grande un libro.

Caterina Cocchi

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Un ragazzo non riesce ad accettare sé stesso e cerca di spingersi al limite di ciò che sa non essere lecito. La famiglia “normale” che finge tutto vada bene fino al momento in cui devono per forza prendere atto di quello che lui è e a quel punto si sfascia. Ognuno resta solo ad affrontare sé stesso, non riuscendo più a comunicare con gli altri.

La scrittura è scorrevole, il ritmo degli avvenimenti incalzante.

Era lui il collante di quelle persone... o era solo un ragazzo?

Virginia Benvenuti

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Un romanzo che appassiona e coinvolge e che tiene l’interesse alto fino alle ultime pagine. Una storia che si svela poco per volta fino a condurti nel fulcro di una disgrazia che colpisce una famiglia e che cambierà la vita di tutti i componenti, mostrando le loro fragilità, le loro paure, il loro modo di sopravvivere all’abisso nel quale sono sprofondati. “Solo un ragazzo”, ma anche un ragazzo solo: solo nel suo disagio, solo con i suoi demoni.

Elisabetta Mura

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Ogni famiglia ha un equilibrio, garantito da una forza che mantiene ogni membro al proprio posto. Ma, se ad ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria, è sufficiente che anche un solo membro si allontani per far cessare la condizione di equilibrio. Questo è ciò che avviene in “Solo un ragazzo” di Elena Varvello: un ritratto intimo, ma graffiante, sulla solitudine umana. La storia di un figlio e un fratello che si credeva di conoscere e che invece, all’improvviso, inizia a compiere piccoli crimini; la storia di una famiglia che lotta per restare unita dopo la perdita dell’equilibrio; la storia di esseri umani che, sicuri di niente, possono solo immaginare la rabbia che portava dentro quel ragazzo e capire, troppo tardi, chi fosse davvero.

Mattia Valenti

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Circolo dei lettori di Robinson
di Alba “Milton”
coordinato da Serena Aimasso

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È un libro scritto in maniera molto particolare con molti flash back e flashforward. I personaggi vivono una tragedia familiare e i protagonisti sono persone rotte con difficoltà di comunicazione. È molto malinconico, perché i protagonisti ricordano, in questo clima così triste che aleggia su tutta la narrazione, il passato chiaramente sereno di una famiglia normale che viene sconvolta da un singolo episodio che ne rovescia le sorti. I personaggi non rimangono però irrisolti. Nonostante non sopravvivano alla loro storia, la loro storia riesce in qualche modo a concludersi e riescono a trovare pace.

Stefania Dogliotti

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Trama: La storia si sviluppa su piani diversi passando dagli avvenimenti di oggi ad avvenimenti passati, attraverso i ricordi di Sara, Pietro, Amelia e Angela per giungere al punto di vista finale del “ragazzo”. Giudizio personale: I vari flashback possono, in parte, confondere il lettore, soprattutto all’inizio, quando la trama non è ancora ben chiara. Tuttavia ho apprezzato il testo, ricco di descrizioni dell’ambiente in cui vive la famiglia e la rappresentazione dei legami che si stabiliscono tra i genitori e tra le sorelle.

Mariangela Bottallo

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Solo un ragazzo di Elena Varvello è un romanzo al cui centro risiede un fantasma con cui tutti i personaggi del libro devono confrontarsi. È infatti la scomparsa del giovane figlio il fulcro narrativo delle vicende della famiglia composta da Sara, Pietro, Angela e Amelia che, dopo la sua dipartita per motivi abbastanza misteriosi, mette in moto una serie di vicende tragiche. Ogni componente reagirà a suo modo a questo fatto così doloroso: la madre è quella che più accusa il colpo, il padre trova sfogo in una giovane amante (tra i personaggi più riusciti del romanzo, una ragazza che soccorre il vecchio professore con “umana compassione”), mentre le figlie prendono due strade diverse: una trova nella Chiesa e nella famiglia il suo equilibrio, l’altra prende un percorso fatto di alcolismo e sesso con sconosciuti ogni sera. Nel complesso il libro è scorrevole, i personaggi sono ben caratterizzati, anche se talvolta un po’ troppo stereotipati, ma la narrazione fatta per frequenti salti temporali non sempre risulta facile da seguire. Intrigante è il modo in cui la Varvello dipana nell’ultimo capitolo il senso di smarrimento dell’adolescenza raccontando i fatti accaduti dal figlio e rivelando finalmente la verità celata in tutto il romanzo.

Lorenzo Germano

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Solo un ragazzo è il romanzo dell’inquietudine, un’inquietudine raccontata con un linguaggio lirico quel tanto che basta per consentire al lettore di vedere concretizzati davanti ai propri occhi scene e personaggi come fossero ologrammi che può attraversare con tutti e cinque i propri sensi: assaggiarli, annusarli, sentirne chiaramente il tono di voce, seguirli fino a sfiorarne con le dita gli strati più sottili. La Varvello tocca molti temi dell’esistenza umana in centonovanta pagine: forse una sola lettura non è sufficiente a coglierli tutti. Quel che è certo è che ogni singolo personaggio della storia porta in sé il mistero della natura umana più selvaggia e insondabile.

Lara Martini

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Bellissimo. È un romanzo perfetto da tutti i punti di vista. Thomas Mann diceva: “La bellezza può trafiggere”. Solo un ragazzo, senza nome e con il volto sempre coperto, presente in tutto il romanzo, “trafigge” la piccola comunità di Cave e qualunque lettore che entra nella capanna del bosco del ragazzo e, senza accorgersi, nelle capanne segrete della propria anima. Romanzo di dolore e solitudine, ma anche di tanta vita e speranza. Solo un ragazzo, che ho scoperto grazie a Robinson, è un romanzo non “raccontabile”, la trama è la vita, senza spiegare tutto. È un libro che ho letto tutto d’un fiato perché, fin dalle prime pagine è diventato il padrone del gioco e mi ha rimandata…oltre. Sarei felice di vederlo anche al cinema perché l’immagine potrebbe conferirgli un’ulteriore intensità.

Luigina Ferrero

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La lettura di questo libro provoca come senso di vertigine al contrario, allo stesso momento spaventoso e accattivante, dove per qualche particolare effetto della prospettiva tutto sembra molto grande, incombente e impossibile da delineare finché non ce ne si avvicina abbastanza da poterne cogliere i dettagli e a quel punto tutto assume una forma definita e familiare, quasi banale. Sin dalle prima pagine il lettore è posto davanti all’immenso dolore della scomparsa di un figlio che travolge una famiglia, portando con sé un senso di orrore di cui non si è in grado di identificare chiaramente la fonte, ma mentre il racconto si avvicina a quel nucleo misterioso da cui tutto sembra essersi originato, il dolore lascia spazio a sentimenti e situazioni ben più triviali, come l’orgoglio, la frustrazione, l’invidia, la paura. Forse è proprio l’estrema banalità che accomuna i sentimenti più profondi di tutti i personaggi, e di tutti gli esseri umani, proprio questa primitiva e incessante necessità di essere amati, visti, capiti, il desiderio di non essere lasciati da soli, che ci permettono di comprendere che cosa sia davvero successo a queste persone ed ammettere a noi stessi che, come ricordato nelle ultime pagine del libro, “le persone sono solo persone” e questo figlio e fratello scomparso, è stato anche lui “solo un ragazzo”.

Maria Sole Steardo

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Vent’anni di dolore, delusione, angoscia, rabbia, paura. Una famiglia interrotta, distrutta. Dietro tutto questo, solo un ragazzo. Un ragazzo senza nome che, incompreso, solitario e solo, non riesce a stare bene senza compiere azioni sempre più violente, in un’escalation angosciante. E proprio questa angoscia viviamo pagina dopo pagina, assistendo impotenti alle azioni del ragazzo, che non riesce a impedirsi di compiere, alla lenta ma inesorabile disgregazione della sua famiglia che vediamo andare in pezzi anno dopo anno, in un continuo salto tra passato e presente. Una madre, Sara, che non ha mai voluto credere alla colpevolezza del figlio, anche davanti alle prove più schiaccianti. Un padre, Pietro, che deve fare i conti con il proprio senso di responsabilità e con una moglie chiusa a doppia mandata nel proprio mondo. Due sorelle, Amelia e Angela, diversissime ma così uguali nel non sapere come affrontare la colpa di quel fratello. E sullo sfondo un piccolo paese in cui tutti si conoscono e sanno tutto di tutti. Forse.

Il ragazzo aleggia con la sua presenza in tutto il romanzo, facendoci provare ora tenerezza, ora ribrezzo e angoscia, ora desiderio di sederci con lui per ascoltare i suoi pensieri attorcigliati.

Francesca Vigna

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È quasi l’indagine nella testa di un ragazzo adolescente che non riesce a trovare il posto nel mondo. Ha una vita quasi perfetta nella sua famiglia ma al di fuori di essa è una persona che ha un rifiuto verso la normalità, commette piccoli reati si rifugia in un bosco e scappa. Scappa da una realtà e da un disagio profondo che la sua famiglia non riesce a capire e a salvarlo.

Antonella Alisetta

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Da una parte un ragazzo senza nome, solo una felpa in cui si nasconde, ladro, aggressore e infine suicida. Dall’altra i membri della sua famiglia che, nel loro narrare, dimostrano di non sapere o volere affrontare i motivi del suo comportamento.

Silvia Barberi Squarotti

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Solo un ragazzo è un libro interessante e avvincente, parla di un adolescente e del forte disagio che vive senza che la famiglia se ne accorga. Quando la famiglia se ne accorge il ragazzo ha già fatto la sua scelta. Un libro che fa molto pensare.

Anna Cavestri

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 l’autrice riesce a rendere partecipe il lettore del dramma famigliare per il suicidio di un figlio, descrivendo benissimo i vari stati d’ animo ed i conflitti dei vari personaggi. Un romanzo che si legge tutto d’ un fiato e che fa riflettere

Daniela Barucco

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colpisce in questo libro il disagio apparentemente inspiegabile di un ragazzo che porta al disfacimento di una famiglia a prima vista felice. Affiora prepotente il dolore della madre di fronte alla perdita del proprio figlio.

Silvia Rinaldi

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Varvello si inserisce in questo dolore e lo spoglia davanti a noi mostrando la vita di due sorelle, una perfetta e una scapestrata, rivelando la doppia vita di Pietro e la speranza mai sopita di Sara. Tutti soffrono e tutti lo fanno in modo diverso, avvolti nelle ombre del bosco che sembra senza fine. Non riescono a ritrovare la strada per la luce.

Serena Anselma

 

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Grandi lettori
di Robinson
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L’errore, in cui spesso si incorre da genitore, è quello di riversare sui propri figli speranze e aspettative sbagliate, con il conseguente rischio di creare un'immagine di essi non corrispondente alla realtà. Così, ogni azione estranea a quel costrutto finisce per divenire impercettibile agli occhi di un padre o di una madre oppure totalmente giustificabile: in fondo è “solo un ragazzo”. Il libro di Elena Varvello fornisce diverse prospettive attraverso le quali indagare e percepire il mistero dell’adolescenza, ovvero, di quella parte di noi più delicata e sfuggente, che dopotutto, finisce con il dato anagrafico, senza però abbandonarci mai.

Lorenzo De Poli

 

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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