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Tieni il tuo sogno seduto accanto a te di Duncan Okech e Maria Paola Colombo
Giunti

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Lecce 2 "Orti di guerra"

coordinato da Simona Cleopazzo e Anna Gatto
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Ho impiegato 12 ore di fila per leggere questo libro, dalle 9 di mattina alle 9 di sera, con interruzioni di breve durata. Sono bastate tre sole pagine per decidere di non staccare gli occhi dallo schermo. Entrare dentro le storie di vita è stato facile e difficile nello stesso tempo. Facile, perchè la scrittura è semplice, chiara e bella. Difficile perchè ogni racconto trascina la coscienza davanti ad una  realtà che non vorresti vedere mai, perchè scortica l'animo fino a farti sentire un tutt'uno col Protagonista, seduto accanto a lui su un sasso, nella scuola che era un albero. Insieme a lui, a cercare cibo nella discarica e ad aspirare colla per non sentire i morsi della fame. Ho scoperto e comincio a capire ora il valore della saggezza africana, ho compreso quanto il fatalismo ha messo il freno al coraggio di tanti, ed ha donato terreno fertile allo sfruttamento. Spunti di riflessione ne ho tanti ora e tutti li posso sintetizzare in questo pensiero dell'Autore: "Sono africano, appartengo a quella parte del mondo verso cui converge la beneficenza e a cui è negata la giustizia"

Mercedes Capone

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Ero molto prevenuta nell’iniziare questo libro perchè il titolo mi sembrava un po’ banale e mi faceva pensare a tutt’altra storia. Invece sono stata subito conquistata dal suo linguaggio semplice e scorrevole e mi sono immersa nella difficile vita del protagonista, soffrendo con lui tutto ciò che ha dovuto attraversare per costruirsi una vita migliore.

Un libro che sarebbe molto utile far leggere a tutti coloro che guardano con disprezzo e sospetto gli immigrati africani, senza mai interrogarsi sulla storia che li ha condotti tra noi.

Ora comprendo bene il significato del titolo.

Una storia vera, appassionante e commovente.

Anna Serena Gatto

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All’inizio del libro mi perdevo il soggetto, mi chiedevo: chi parla?

Poi mi sono immedesimata in Duncan, nella sua sofferenza e mentre leggevo mi chiedevo: come è arrivato qui? Quando è arrivato qui? Qui a raccontare? Mi ha emozionato molto e mi ha commosso.

Grande la forza di questa persona che riesce a trasformare le difficoltà della vita in speranza e promozione di bene. Bella la capacità di fare amicizia, di legarsi pur sapendo che i rapporti si devono lasciare, perché ognuno può e deve fare le scelte di vita in libertà.

Racconta l’oggi, quello che succede a tante persone, ancora.

Racconta l’alternativa preziosa e matura alla guerra; questa affermazione mi piace molto, potrebbe diventare realtà;  molto vera ma  molto difficile da attuare.

Ho trovato con piacere Slow Food, associazione di cui faccio parte attivamente a Mantova e di cui condivido i valori fondanti che Carlo Petrini con forza divulga e porta avanti.

Laura Bini

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Una storia di resilienza, come si direbbe oggi con una parola fin troppo inflazionata. E in effetti la storia di Duncan, dal suo villaggio natio in Africa fino alle università europee, ha il sapore di una scommessa, o piuttosto una battaglia, che in tanti, troppi passaggi del suo svolgersi sembra irrimediabilmente destinata alla sconfitta, e che invece approda a un traguardo tanto insperato quanto fortissimamente voluto.

Ma il pugno nello stomaco che arriva al lettore non sta solo nelle avversità che il bambino e poi ragazzo Duncan deve affrontare nella sua personale odissea verso  Itaca, ma anche nello sguardo a cui ci obbliga su una realtà, una “normale” realtà che ci lascia senza fiato. Dalla povertà assoluta del villaggio, al degrado della vita negli slums di Nairobi, dalle ristrettezze nella casa di Moses alla beneficenza pelosa dei ricchi occidentali. Un racconto quasi pacato, ma dalla durezza a tratti insostenibile.

L’espediente narrativo dell’ultima notte in compagnia dell’amico europeo spezza la tensione del racconto e permette di riprendere fiato, dando spazio anche all’ironia e agli interrogativi sui legami affettivi.

Marco Totano

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 “Tieni il tuo sogno seduto accanto a te” (Giunti 2020) è la storia vera, autobiografica, firmata da Duncan Okech e Maria Paola Colombo, che narra le vicissitudini di Duncan, un ragazzo nato in Kenya.

Duncan e il suo migliore amico Max, sono neolaureati hanno concluso i loro studi all’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo. Max figlio di una ricca famiglia di Francoforte è un sentimentale abile con le parole. Duncan è un orfano proveniente dal Kenya che grazie ad una borsa di studi e all’aiuto di papà Mosè ed Eugenio è riuscito a vincere una borsa di studio per poter studiare in Italia.

Max è l’unica persona al mondo alla quale Duncan racconta le penose vicissiduni della sua esistenza e lo fa attraverso un percorso culinario, nel quale racconta le tappe più importanti della sua vita. Duncan nato nella campagna povera del Kenya abbandonato dai suoi genitori vive inizialmente con suo fratello Patrick, il quale gli ha insegnato l’importanza dell’istruzione, e le sue due sorelle. All’età di sette anni si trasferisce in uno slum di Nairobi con suo fratello maggiore George, questi vivono inizialmente in armonia fino all’arrivo di Esther, che come dice Duncan ha portato “il male” in famiglia. Infatti dopo l’arrivo di Esther George cambia profondamente la sua personalità e inizia a picchiare fin quasi ad ucciderlo il piccolo Duncan. Questo per sfuggire alle violenze del fratello maggiore scappa di casa e si unisce ad una banda di bambini orfani che frugano plastica nell’immondizia per procurarsi la colla da sniffare e ovviare cosi gli stenti della fame. Duncan viene salvato dai pericoli della strada da papà Mosè che gestisce La casa dei bambini, qui Duncan impara a leggere e a scrivere studia assiduamente fino a vincere con l’aiuto di Eugenio una borsa di studio che gli permetterà di studiare in Italia e perseguire il suo sogno, quello di ritornare in Kenya ed aiutare la sua gente.

 “Tieni il tuo sogno seduto accanto a te” è una storia vera e questo crea una forte solidarietà nei confronti del protagonista. Vengono raccontate tante storie, tante passioni come quella per lo studio, anche quando i risultati sembrano così lontani e impossibili da raggiungere. La fiducia nell’umanità, la tenacia che non fa desistere di fronte alle difficoltà accompagnano la vita di Duncan e lo rendono una persona straordinaria. Il racconto di Duncan è emozionante e ci trascina in una realtà poco conosciuta che raccontata attraverso gli occhi di un bambino, rinforza in noi europei il dovere verso la realizzazine di un mondo migliore e ugualitario. Un libro che non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca scolastica.

Nicolina Riccardi

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Entra di diritto e di prepotenza nei miei libri preferiti di sempre. Mi ha fatto piangere, arrabbiare, riflettere sulla vita, con i suoi infiniti dispetti e le sue mille luci in fondo al tunnel. Mi ha trascinata e lasciata senza respiro, portandomi a leggerlo tutto d’un fiato, e mi sono ritrovata ad appuntarmi brani e frasi  che sono guida e spunto per infinite riflessioni. Da far leggere nelle scuole di ogni ordine e grado. E da mandare a memoria per tutti gli adulti.

Meraviglioso.

Manuela Miggiano

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Ciò che colpisce di “Tieni il tuo sogno seduto accanto” è come l’autore riesca ad inanellare i ricordi come se stesse cogliendo i più bei fiori da un campo in un giorno di sole. Ad ogni ricordo è legato il raggiungimento di una nuova consapevolezza e, malgrado questo meccanismo narrativo sia ricorrente, la scrittura è talmente fluida ed essenziale da non risultare mai greve.

Inoltre, questa narrazione ha una direzione ben precisa: racconta la destinazione che certi vissuti cercano di raggiungere, disegna scenari sociali e politici, mostra la complessità del dialogo tra l’Africa e l’Europa. Questo racconto ha il pregio di dimostrare che tutto il mondo è paese, ma lo fa senza mai scadere nella banalità, benché sia normalmente difficile scrivere di questi temi senza scadere nella retorica. La passione, la sofferenza, le emozioni descritte sono appena accennate, talvolta, con un equilibro che non fa scivolare il lettore verso il melodramma, trasmettendogli invece tutta l’intensità di una storia che resta reale dal primo all’ultimo rigo.

Silvia Cazzato

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Castano Primo “Biblioteca comunale”
coordinato da Paola Lauritano e Maria Rosa Gambacorta
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Duncan Okech racconta all’amico Max la sua vita iniziata in un piccolo villaggio in Kenya, dove “la fame ti perseguita senza rimedio”. La sua vita è un’odissea, subisce, insieme ai fratelli, l’abbandono dei genitori, è infatti il fratello Patrik il capo famiglia, che può procurare solo un’erba selvatica, bollita, come cibo. Un giorno arriva George, il fratello maggiore, del quale non aveva memoria, lo porta a Nairobi ma, quando questi trova moglie, inizia a considerarlo un peso perché gli paga la scuola, lo picchia e lui fugge da casa, unendosi a una banda di bambini di strada. Incontra poi Moses, che lo accoglie con altri sventurati nel “Giardino dei bambini”, dove troverà  cibo e un tetto, con mezzi di fortuna andrà a scuola e riuscirà a conseguire un diploma. La sua vita avrà una svolta con Eugenio, un italiano che lo aiuterà ad iscriversi alla facoltà di Scienze Gastronomiche a Pollenzo per sperimentare la valorizzazione dei prodotti agricoli e alimentari africani e quindi sperare di tornare un giorno con questa esperienza in Kenya e migliorare così la vita dei suoi connazionali e non solo!

Maria Grazia Arpisella

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E’ un libro commovente, riesce a narrare situazioni terribili con garbo e facendo sempre affiorare la speranza. Duncan è un autore e al tempo stesso narratore di questo racconto, che è sostanzialmente la storia della sua esistenza. Una storia dura, di un bambino nato in un villaggio della savana del Kenya, in una realtà poverissima, subendo violenze inflitte dal fratello, vivendo la realtà della dura vita in strada, sopportando tutto in silenzio; ma la vita gli ha riservato una seconda chance, la possibilità di studiare e crescere in un ambiente sano. Il destino lo conduce a Pollenzo, alla “Università di scienze gastronomiche”, dove ragazzi di tutto il mondo arrivano per imparare l’arte del cibo. Ha imparato a ricominciare, che voltarsi e guardare indietro non serve a nulla, le persone vengono e vanno.

Angela Furci

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È una storia vera, potente, di riscatto e resilienza che offre molti spunti di riflessione. Questo bambino, solo e indifeso, nonostante le avversità, riesce a raggiungere il suo sogno e mettere le basi per una nuova vita. È stato abbandonato, ha subito violenze da parte del fratello, ha vissuto per strada e poi, grazie anche alla comunità in cui è stato accolto, è riuscito a svoltare ma, fino all’ultimo, niente è stato facile e raggiungibile al primo tentativo! La sua è una continua ripartenza, ed è proprio questa perseveranza che mi ha colpito e fatto riflettere. Certamente queste difficoltà l’hanno reso così determinato a non cedere, a non voltarsi indietro ed anche a non avere legami (“le persone vanno e vengono”) ma a contare solo su se’ stesso. Alla fine torna in Africa pronto per un nuovo progetto, una nuova ripartenza. Potrebbe ottenere un lavoro sicuro e finalmente una vita più facile ma , proprio per quello che ha vissuto, non cede al suo, per altro legittimo, egoismo, e inizia una nuova sfida sempre con la preoccupazione che tutto possa finire da  un momento all’altro.

Elena Pastori

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Nonostante la storia di riscatto sociale, non è una vicenda che mi ha appassionato, non lo raccomanderei

Giovanni Marzorati

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Percorso lungo e doloroso quello compiuto da Dancan Okech che da un piccolo villaggio in Kenya, dove l’unico cibo erano, e non tutti i giorni, foglie di okra bollite, arriva a Pollenza, comune di Bra, all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche. Il cognome, Okech, in swahili significa fame, e la fame lo accompagnerà nella sua infanzia di bambino abbandonato e lo tormenterà nel periodo passato negli slum di Nairobi a cercare cibo nelle discariche. Duncan racconta con semplicità e senza riserve la sua avventura umana, fatta di dolore, di speranze deluse, di ostacoli da affrontare. Non dimentica però le persone che lo hanno sostenuto nel suo lungo percorso, ma senza dubbio sono da ammirare la sua tenacia e la sua forza di volontà che gli hanno permesso di realizzare il suo sogno: “Voglio lavorare perché l’Africa smetta di avere fame e bisogno di aiuto”.

 

Luigia Sala

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Ammetto che il libro non mi ha convinta e ho fatto fatica a finirlo perché non rientra nel mio genere di letture preferite. E’ un libro che, usando un’espressione utilizzata più volte dallo stesso scrittore, “è troppo sentimentale” per i miei gusti. Rimane comunque un libro onesto su una realtà che molti giovani devono affrontare per tenere stretti i propri sogni.

Sara Martin

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Storia vera, autentica, vissuta in ogni attimo e con i profumi, le puzze, le visioni della terra d’Africa. Il Kenya un paese che adoro dove ho vissuto per un mese e leggendo questo libro mi è sembrato di tornarci; Duncan un bambino come tanti negli slum che fanno una vita che non hanno scelto, ma che con orgoglio vanno avanti, con un desiderio: studiare, riscattarsi non per fuggire dalla loro terra, ma per tornarci un giorno e anche con il loro contributo renderla migliore; come ha fatto il protagonista. Mai abbandonare il proprio sogno, mai rinunciarci anche quando le cose si mettono proprio male, perché un giorno arriverà qualcuno che ti guarderà e tu avrai la forza di rialzarti e realizzarlo.

Daniela Colombo

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Circolo dei lettori del torneo letterario
di Robinson di Portogruaro “Mamaluco”
coordinato da Luisa Perosa
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E’ il libro della vita di Duncan Okech, nato nelle slum di Nairobi e cresciuto, come tanti altri bambini, nella più tragica povertà, subendo violenze fisiche inimmaginabili e perdendo ogni riferimento affettivo che lo aiutasse a crescere. Ma Duncan non ha mai perso la determinazione di andare avanti e ha saputo scegliere tra le opportunità che gli venivano incontro pur nella solitudine della sua vita di bambino. E ce l’ha fatta. E’ arrivato in Italia e si è laureato all’Università di Pollenzo di Carlin Petrini. Ma il suo passato, la sua dolorosa infanzia, le terribili delusioni sono soffocati  dentro di lui nella difficoltà di farli riaffiorare. Il libro rappresenta l’occasione per il ragazzo di superare il dolore della memoria e di dipanare, con l’aiuto di Maria Paola Colombo, il suo incredibile passato. Il racconto è delicato e sempre leggero anche nelle descrizioni più dure. Commuove la voglia di vita nonostante tutto e il coraggio di riprendere a vivere sempre e comunque dopo ogni caduta.

Luisa Perosa

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Grandi lettori
del torneo di Robinson
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Ho preferito il libro di Calabresi. Non è stata facile come scelta, sono due argomenti di attualità egualmente importanti ed egualmente difficili da trattare. Non penso che il libro di Calabresi abbia vinto 10-0, ma anzi penso che lo scarto sia di pochi punti.

La lettura di entrambi i libri non è stata sempre facile: la scrittura di Calabresi era a tratti fredda, mentre quella di Colombo/ Okech non sempre riusciva a calamitare la mia attenzione e ad aiutarmi nel visualizzare le immagini raccontate a parole.

Due temi attuali ma molto diversi; la scelta non può essere guidata dal contenuto, ma da come il contenuto è espresso.

Ho semplicemente trovato la modalità trovata da Calabresi più immediata rispetto alla storia di Colombo/ Okech.

Un comune c’era il fatto di dover sempre cucire insieme punti di vista diversi dei vari personaggi per poter avere un quadro abbastanza ampio.

La prosa di C/O è spezzata, fatta spesso di frasi brevi, che creano un ritmo da monologo, riproducendo quasi un parlato che avviene però dentro la testa di chi si racconta una storia. Un buon espediente ma non sempre apprezzabile. A tratti direi stancante e ripetitivo. La storia raccontata non scade mai nello smielato, ma allo stesso tempo poteva essere raccontata con ritmo più coinvolgente, usando immagini che stimolassero più l’empatia del lettore e la visualizzazione degli eventi narrati. Insomma: il lettore quasi gioisce trasferendosi con il protagonista dalla miseria più nera agli slum con lo zio (ad una, insomma, povertà di grado leggermente inferiore). il lettore si sente leggermente sollevato, ma questo non rende apprezzabile l’intero quadro critico: la gioia di una condizione migliore sì, ma sempre di povertà si sta parlando. Mi è mancato l’avere contemporaneamente il punto di vista del protagonista certo, ma anche il punto di vista critico con annessa una descrizione più dettagliata e più coinvolgente. Ho trovato disomogeneità fra la prima parte (che racconta l’infanzia, il momento più delicato per il bambino) e la seconda. Mi è sembrato insomma un po’ superficiale, data la realtà di cui si sta parlando, così diversa dai nostri standard di vita. L’avrei reso più accessibile a noi, troppo insensibili a certe tematiche. Spero di essermi spiegata: ovvio che il protagonista vive con gli occhi di un bambino quella realtà, con la leggerezza dei suoi pochi anni. Tuttavia sembra che nella prima parte del libro ci sia un rifiuto di tale sofferenza, che sembra comparire tutta dopo, sulle spalle dell’uomo adulto. Ecco: penso invece che questa descrizione vada bene per un paese in cui tutti sono sensibilizzati a tali tematiche; a quel punto andrebbe bene un taglio meno sentimentalistico. Purtroppo non è così: ritengo che non siamo ancora pronti ad un linguaggio così neutro. Ci vuole ancora lol calore linguaggio, per combattere il gelo dell’ignoranza e del pregiudizio.

Il libro di Calabresi mi è piaciuto abbastanza. Non scade mai nello sdolcinato, invita il lettore a ricucire la storia attraverso i brevi capitoli, ricucirla dal punto di vista narrativo ma anche umano: stiamo sempre parlando di storie di strappi, lacerate, in cui ricostruire la vicenda narrata sembra quasi un modo per aiutare i soggetti coinvolti a ricostruire se stessi.

Due storie quindi in parte simili, ma per ovvi motivi enormemente diverse.

Forse Calabresi avrebbe potuto emozionare un po’ di più, questo sicuramente. Però ho preferito, nel suo caso, l’amaro al dolce.

L’altro libro era leggermente più insipido (sempre stilisticamente parlando). Avrei preferito un gusto più forte, a costo del rimanere molto di più con l’amaro in bocca.

Sofia Tinetti

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“Tieni il tuo sogno seduto accanto a te” è un romantico e allo stesso tempo disincantato Bildungsroman postcoloniale dove vengono narrate le vicende di Duncan, un giovane keniota il cui arrivo in Italia per motivi di studio non costituisce un punto di arrivo o un lieto fine in senso stretto, bensì solo una fase, una parte di un percorso disseminato di dolori, pericoli e cocenti delusioni ma anche di enormi conquiste, gioie e soddisfazioni.

Roberta Gianpetruzzi

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Tieni il tuo sogno seduto accanto a te è la storia vera di un ragazzo kenyota, Duncan, della sua catabasi nei meandri di un destino crudele e della risalita verso una vita migliore. La sofferenza di un’infanzia dolorosa squarcia il tessuto narrativo con parole taglienti e autentiche. Un andirivieni con il presente restituisce bagliori di una vita nuova, appagante, inedita. È la storia di un sogno realizzato a colpi di sacrifici e coraggio. Un romanzo di formazione che getta i riflettori sulla parabola di ascesa che dalle strade delle periferie kenyote arriva nell’Italia cultrice del cibo di qualità, trasformando una drammatica mancanza in materia di studio e in lavoro.

Eleonora Bufoli

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La storia di Duncan, narrata con un artificioso quanto potente flashback, è il richiamo della terra e insieme desiderio di spiccare il volo. È una storia che impasta – nel vero senso della parola – in un’altalena emotiva sia le declinazioni più soffocanti di povertà e disumanità che i lati lucenti e positivi del riscatto e della generosità.

Il cibo e il rispetto per la sua produzione, sia della Natura che delle persone ad esso dedicate, è l’elemento che unifica e porta carsicamente in luce la potenza della voglia di cambiare. Slow food da un lato e ricerca della felicità, per citare un ben noto film. Duncan è la dimostrazione che tutto quanto sia immaginabile, sognabile avrebbe detto Walt Disney, è anche realizzabile, nonostante tutto ed è proprio il caso di dirlo, nonostante tutti.

Luca Gamberini

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Duncan è un ragazzino che è stato abbandonato dai suoi genitori e costretto a vivere nella cruda povertà del terzo mondo. Nonostante questo riuscirà a capovolgere il suo destino, che ormai sembrava segnato, sognando di aiutare I suoi “fratelli” africani. Questa è una storia di speranza, bellissima.

Alessandro Vinciguerra

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Un libro che è un viaggio vero e proprio, che mi ha guidato ad assaporare profumi e sapori di terre lontane e inimmaginabili. Un racconto attraverso occhi talmente vividi da riportarmi a ritrovare quelli di quando io ero bambina: sono sempre molto grata ad ogni romanzo che sappia farlo. La cornice narrativa che costituisce il pretesto per esporre le analessi è semplice ma geniale: le confidenze di Duncan all'amico Max, compagno di una vicenda di formazione gastronomica in un centro di studi incantevole, ameno, quasi "fatato" e lontano da tutto come Pollenzo, è come un rifugio raggiunto con un compagno a cui raccontare, finalmente al caldo e con la pancia piena, tutta la strada e gli ostacoli per giungervi.

Serena Zaniboni

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Circolo dei lettori del torneo di Robinson
di Roma 26  "Gruppo di lettura del Mise"
coordinato da Patrizia Ruscio
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Una storia vera che ha inizio in Africa in un villaggio poverissimo, un neonato che si chiama Pioggia, nomen omen un bimbo poi ragazzo poi uomo che affronta acquazzoni di difficoltà, si disorienta in un mondo ostile dove talvolta è amato ma il più delle volte appena tollerato. Casualmente scelto da un fato cieco ma tuttavia incredibilmente benevolo con lui, Dunkan Pioggia viene accolto e sostenuto. La storia termina in Europa dove Dunkan smette di raccontarsi e finalmente sente che può toccare il suo sogno e che potrà persino dare un nome ad un cane “che avrebbe potuto mangiare due volte al giorno e avrebbe avuto un nome, perché sarebbe rimasto con me per sempre”: quello incontrato nel periodo buio non poteva avere il privilegio di avere un nome “Avevamo deciso di chiamarlo così Cane, perché se un giorno le nostre strade si fossero divise, ovunque fosse finito, avrebbe capito che parlavano di lui”.

Mariaconcetta Gasdia

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Premessa: In linguaggio calcistico potrei affermare che “Tieni il tuo sogno accanto a te” batte “Un tempo gentile” di misura: due a uno.

Infatti, ho apprezzato molto anche “Un tempo gentile di Milena Agus “per lo stile vivace, i personaggi a tutto tondo che balzano agli occhi del lettore naturali, nitidi, a tratti  autenticamente  poetici, tuttavia  dovendo operare una scelta tra il suddetto e “Tieni il tuo tempo seduto accanto a te “di Duncan Okech e Maria Paola Colombo, ho preferito quest’ultimo per la prospettiva temporale volta al futuro, rispetto alla prima tutta conclusa nel suo tempo gentile.

Recensione

Tieni il tuo sogno seduto accanto a te” è l’ammonimento e l’augurio che Carlin Petrini, patron dello Slow Food rivolge Duncan Ockech, quando ascolta la sua storia vera piena di abbandoni subiti, delusioni, percosse, fame e dolore.

Coraggio, studio, e perseveranza guidano Duncan, protagonista narrante del libro, verso la maturità e la conoscenza di sé e del mondo senza nostalgie nè autocommiserazioni.

Egli con lucidità e sapienza conduce il lettore, non senza colpi di scena, in un viaggio interiore, di autentica ricostruzione di sé e dei propri valori etici illuminati sempre e comunque dall’amore, luogo,  lui dice, “dove anche solo per un attimo ci sentiamo al sicuro.”

Libro coraggioso, sincero toccante ci insegna a vivere ogni giorno come se fosse il primo da cui ricominciare.

Marialuisa Albertone

 

 

 

 

 

 

 

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