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Racconti di Flannery OConnor
Bompiani

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Parma “Diari di bordo”
coordinato da Antonello Sayz
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I racconti di Flannery O’Connor sono racconti brevi caratterizzati da una scrittura schietta, a volte brusca, molto diretta, piena di simboli e metafore.

I protagonisti, spesso bizzarri, sono raffigurati come intellettualoidi, presuntuosi, razzisti, egoisti che vengono, alla fine, sempre sopraffatti dagli eventi sui quali aleggia la “Grazia di Dio” .

La O’Connor, attraverso le sue storie, fa un’analisi profonda della piccola comunità americana del Sud a cui lei appartiene.

Elisabetta Scirè

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“Tutti i racconti” di Flannery O’Connor è un volume edito da Bompiani e curato da Marisa Caramella uscito nel 2017 che raccoglie le storie brevi dell’importante scrittrice americana. 

In questi racconti, l’autrice mostra un’America rurale, spesso razzista, popolata da persone che faticano ad andare oltre le apparenze o il colore della pelle. Sono storie narrate con uno stile asciutto, essenziale, una scrittura in cui le immagini vengono descritte in maniera chiara, immergendo così lo spettatore in quelle atmosfere tipicamente americane.

Flannery O’Connor sembra preferire le strutture semplici, una costruzione che non tende ad attorcigliarsi in troppe evoluzioni narrative, ma che attraverso i tratti dei protagonisti e la meticolosità con cui le immagini vengono descritte, riesce ad evocare nel lettore tantissime riflessioni ed elaborazioni personali, sia durante la lettura, sia alla fine, una volta chiuso il libro. Una bellissima edizione che con le sue 720 pagine rende giustizia ad una importantissima scrittrice le cui opere spesso vengono accostate ai grandi romanzi di William Faulkner.

Jacopo Zonca

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Flannery O’Connor scrive dei racconti semplicemente perfetti. Le parole rotolano nella bocca e assumono le posizioni giuste, niente fuori posto, nessuna rincorsa o smarrimento. Le sue sono storie prive di qualsiasi senso di consolazione e questo va ben specificato al lettore che si appresti all’impresa. O’Connor parla della Georgia, la terra di cui si nutre e che guarda dai campi della sua fattoria in cui il lupus la costringe fin da giovanissima, e lo fa con l’acume e la precisione di un chirurgo. È onesta e diretta quando parla di razza e religione, i grandi temi della sua opera, argomenti che di recente sono sempre più delicati da maneggiare. Ma O’Connor non usa i suoi personaggi per affidare loro un qualche messaggio sottinteso; semplicemente, come faceva con i pavoni che amava allevare, li disegna.

Maria Teresa Trucillo

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Tutta la meticolosa arte della narrazione breve nei racconti di questa immensa scrittrice. Flannery O’Connor, con il carico della sua ferrea educazione cattolica e la spada di quella crudele malattia che va stronca la sua vita a soli trentanove anni, dedica tutta sè stessa al perfezionamento di uno stile narrativo preciso  e che ne fa l'antesignana della forma moderna del racconto americano.
Il risultato di questa scrittura precisa e nitida sono proprio questi racconti, queste storie dal suo Sud. Magnificamente mette in scena una serie di personaggi, mescolano amore e razzismo, Dio e crudeltà, al punto che il lettore, li vede letteralmente,  davanti ai suoi occhi, senza bisogno di far ricorso all'immaginazione. Il ritratto vivido e devastante di un'America rurale di inizio novecento, ma soprattutto la profonda indagine sui comportamenti di varie tipologie umane rende questi racconti,  semplicemente, sublimi.

Roberto Vignola

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In questi strabilianti racconti, lo sguardo della O’Connor è sempre rivolto agli “ultimi”, personaggi tragicomici ai margini di una società bigotta e razzista.
Su tutte le storie aleggia l’immanenza del destino, e l’ unico destino preordinato, quello del Cielo, è condito spesso da segni di violenza fisica. Sembra essere dinanzi a un incrocio, un punto di contatto tra il Divino e l’ Umano. E come il destino contiene nella sua radice anche la parola “destinazione”, così è interessante sentire il graffio dell’autrice rispetto alla disuguaglianza degli esseri umani, che dipinge sempre, impietosamente, così come sulla finitezza di vite apparentemente miserabili.
I personaggi si giostrano dunque tra Bene e Male, con taluni richiami a più noti personaggi dostoevskiani e in questo contrasto galleggia il suo incontrovertibile stile di scrittura. Tutto il dramma è però sempre rivelazione, epifania, si annusa un continuo ribaltamento di tutti i paradigmi. Ogni personaggio ritratto mostra una crepa, una magnifica imperfezione, e la scrittura è spesso crudele, cattiva, con un’ evoluzione inesorabile, con un sarcasmo impietoso ma altresì colmo di una spinta etica fortissima.

Giovanna Tomai

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Ho trovato la scrittura estremamente fluida, elegante nella semplicità, ricca di immagini e particolari, mai barocca. Un vero piacere per la mente e il cuore.​
Il primo e l'ultimo racconto trattano con assoluta immedesimazione la ferita inferta al proprio padre attraverso lo sradicamento dalle loro origini e quanto le loro origini del sud siano distanti dall'anonimato della grande metropoli della costa Est, NYC.
La sensazione di estraneità, la volontà di tornare lì dove sono vissuti, il desiderio di essere liberi rifugiandosi nel ricordo delle loro terre lontane e dei loro vincoli emotivi derivanti dal rapporto con i negri considerati e vissuti con una visione da padrone sudista ma di reciproco supporto, rapporto che nella grande città si ribalta rendendo impossibile la vicinanza e familiarizzazione.​ ​
Anche il racconto Il treno affronta la difficoltà di integrarsi con la realtà, il rifugiarsi nei ricordi il desiderio di trovare dei punti di riferimento fino a spingersi a trovare delle somiglianze e identità inesistenti. La festa delle azalee, diversamente, sono due giovani studenti delle università della costa orientale che tornano nei luoghi delle loro origini, affrontando le persone, i luoghi dell'infanzia, le vicende criminali e le feste patronali con una lente giudicante e supponente con la​ volontà di scrivere un saggio e un romanzo su un fatto drammatico verificatosi prima di un festival che continua ad avere luogo anche se ci sono stati ben 6 morti. La volontà di colpevolizzare la società gretta e basica delle città del sud per riscattare l'autore della sparatoria considerato alla pari di un Gesù condannato anche se vittima. Non andrà esattamente così.

Cinzia Oranges

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È innegabile che il Sud abbia il pregio di aver fornito alcune delle massime vette di tutta la letteratura americana, se non altro dell’ultimo secolo. Rechiamoci ad Oxford, nel cuore del Mississippi, e apriamoci a raggiera fino alla Georgia o scendiamo verso il bayou della Louisiana e avremo il modo di toccare con mano la – spesso cruda – realtà di questo territorio. Se da una parte possiamo incontrare il Diavolo in persona che attende le proprie vittime all’incrocio, con Flannery O’Connor facilmente incontreremo Dio che fa a pugni con la realtà. La O’Connor ha la capacità, con la sua scrittura, di risucchiarti dentro i suoi racconti, pervasi dalla brutalità di quel burrascoso ventennio che precedette l’arrivo e la morte di JFK, a spiare – come da dietro la

vetrina di un barbiere - un’America che ha rischiato, ancora oggi, di avere un Donald Trump rieletto

Presidente. E ti spiega il perché, con la classe, l’eleganza e l’asprezza tipiche del Sud, allo stesso tempo bianco, protestante e segregazionista che si ciba di pollo fritto, cucinato dalle abili mani di una “negra” e Mint Julep, con personaggi intriganti, spesso crudeli e pressoché mai consolatori.

Antonio Boschi

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Sono tanti i personaggi che si affacciano nelle storie di Flannery O’Connor, quasi tutti rappresentano “gli ultimi” e in molti racconti si evidenzia una sorta di guerra tra povertà, che siano economiche, di etnia, di cultura o di spirito. Nel racconto più elogiato della raccolta (“Non si può essere più poveri che da morti”) le troviamo tutte egregiamente presentate. La contrapposizione tra poveri e ricchi, tra vecchi e giovani, tra neri e bianchi vengono accettate come una verità ed è una costante in tutti i racconti, ma quest’odio viene accettato sia dall’odiato che da colui che odia dandogli una nota di critica feroce senza mai condannarla direttamente. Lo stile ricalca perfettamente lo stile tipico del racconto breve americano: frasi brevi, a volte sincopate, messaggi diretti e chiari, ma anche relativamente neutri. L’autrice lascia al lettore il giudizio, lei non se ne fa carico, così come non si fa carico dei finali che lascia così, quasi sospesi eppure finiti, per lasciarlo riflettere sulla complessità della semplicità con cui ha raccontato le proprie storie.

Valentina Nardecchia

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Leggere i racconti di Flannery O’Connor significa entrare in una dimensione fortemente legata al mistico anche se con una lente apparentemente reale e concreta. I personaggi ordinari, spesso collocati in un mondo rurale, vivono un senso di contestazione e ribellione verso qualcosa che sembrano rifiutare e non riconoscere. Sono donne e uomini scomodi nel quale ci si può facilmente identificare, osservatori di tutto quello che sembra sbagliato e disordinato. Tutto appare come la ricerca di qualcosa che diventa metafora di un momento esatto della vita: un comportamento, una parola, un dettaglio rivelano un legame tra il terreno e tutto ciò che può essere definito oltre. Il titolo di ciascun racconto come “Il geranio”, “Il pelapatate”, Il fiume, “Punto Omega” o “Il giorno del Giudizio” per citarne alcuni, appaiono scontati ma nascondono l’inizio di una struttura di una forma narrativa perfetta ed encomiabile.

Giusy Laganà

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Una delle più importanti e straordinarie scrittrici del '900, capace di spalancare il mondo con decine di piccole e grani epifanie, corrispondenti ad altrettanti racconti. Una volta scrisse che compito di uno scrittore non è di parlare DI personaggi e azioni, ma CON personaggi e azioni. Ed è quello che accade nelle sue storie, in cui il Sud degli Stati Uniti trasuda cattiveria, bestialità, compassione e miracoli della vita quotidiana in cui il mistero diventa la vita stessa che abbiamo sotto gli occhi. Perché per credere bisogna saper raccontare, l'amore come l'orror

Jacopo Masini

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Flannery O’Connor è maestra nell’arte del racconto. La fotografia del momento, il tratteggio rapido ed efficace dei personaggi fino all’epifania e annessa distorsione della prospettiva. Ho apprezzato la circolarità della narrazione, talvolta con effetto déjà-vu (Punto e Omega), per poi dirompere e sorprendere il lettore. I personaggi sono grotteschi, impigliati nel rapporto ambivalente con il divino. È sapiente l’uso di un’ironia piccante. Mentre trovo i racconti equilibrati sul piano sintattico, la scelta lessicale mi è parsa più ricercata con un effetto affaticante sulla fluidità della lettura.  Per quanto ineccepibile nell’utilizzo degli strumenti narrativi, i racconti sono troppo incentrati sulle tematiche mistiche e di integrazione sociale. 

Giusy Sciacca

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Flannery O’Connor morì parecchio giovane – e dopo aver atrocemente sofferto per la terribile malattia che aveva ereditato dal padre – lasciandoci una minuscola produzione letteraria.
I racconti della cattolicissima, americana del sud e brillantissima scrittrice sono una delle vette della letteratura del Novecento. Non ci sono tante persone amabili, aggraziate in queste storie. Una bella carrellata di storpi, delinquenti, furbetti, raramente brava gente, ‘ a good man is hard to find’ sembra proprio un manifesto oltre ad essere il titolo di uno dei racconti più belli.
Storie ordinarie dove scorre spesso la vita, quella esattamente umana, che la O’Connor racconta usando sapientemente il grottesco e la cifra drammatica che rendono i protagonisti dei racconti sgraziati e disperati interpreti di esistenze senza lieto fine per le quali nulla può, neppure la Grazia divina. Non c’è speranza dunque, e non c’è salvezza. Sembra che nessuno abbia un posto in cui tornare, un porto, una casa e tutto è monco, polveroso, inospitale.
E da questi luoghi tipici degli Stati Uniti del Sud emerge quanto di orribile e di misterioso ci sia nella vita umana che scorre, desolata, in una terra dove l’orrore si sostituisce quasi sempre al lieto fine. ‘Zitto, Bobby Lee,’ lo redarguì il Balordo. ‘ Non c’è vero piacere nella vita.’

Alessandra Del Balio

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Non avevo mai letto i racconti di Flannery O’Connor, e come mi è già capitato mi do ora dello stupido, ma è anche sempre vero che non si può leggere tutto. Sono sincero, quello che mi colpisce di più è la biografia dell’autrice, che per la sofferenza che ha patito, non solo fisica, e per la morte sopravvenuta in giovanissima età, mi ricorda un’altra figura femminile che nulla ha a che fare con la scrittura, ma molto con la stessa fede di Flannery O’Connor.  Il mio riferimento assoluto in tema di racconti è sempre stato Raymond Carver, al foto-finish con Bernard Malamud, ma ora scopro che Carver era innamorato della scrittura di Flannery O’Connor. Svelato il mistero. Più di tanti altri, non lo so se più di tutti, Flannery O’Connor racconta le sue storie coinvolgendo il lettore in un viaggio spazio-temporale che lo trasferisce in un campo, in una scuola, in un autobus o lungo una strada, o in una casa del Sud degli Stati Uniti, dalle quali ritorna pochi minuti dopo (come succede al protagonista di 22.11.63 di Stephen King), ma in realtà è rimasto in Georgia giorni o settimane, partecipando appieno dei sentimenti e delle vicende dei personaggi. Stupenda è la scrittura di Flannery O’Connor, pennellate su piccole tele precise, chiare, splendenti anche per descrivere situazioni di un buio disperante, ma così è, e serve a poco fingere di fronte alla realtà.

Claudio della Pietà

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 “Dio mi ha fatto così, e io non discuto.” E la gente che rispondeva:“Amen. Amen.” È l’ermafrodito di Un Tempio dello Spirito Santo che parla, mostrandosi in un freak show prima agli uomini e poi alle donne. Ed è sempre Dio che ha fatto così come sono, anche tutti gli altri personaggi di Flannery O’Connor, siano essi peccatori, santi mancati, negri e bianchi, vecchi e bambini, disadattati e figli di puttana appartenenti a quel profondo sud americano dove grottesco e fede convivono e ricoprono cose e persone come polvere o come luce. La O’Connor, fervente cattolica ma mai bigotta, ha una visione acuta e impietosa dell’imperfezione umana: forse per questo, il destino dei personaggi ed epilogo delle storie sono affidati a una grazia divina spesso tutt’altro che misericordiosa.

Alex Fornari

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È un bestiario umano quello che si scopre leggendo i racconti di Flannery O’Connor: storie di americani tra gli anni ’30 e gli anni ’60; uomini donne e bambini bianchi e neri che portano avanti le loro miserabili vite in un mondo dominato dal male. A tutti loro la scrittrice, convinta cattolica, concede una redenzione che non può che passare attraverso il dolore e la sofferenza, spesso causati da atti di violenza lucida e crudele perpetrata o subita. Ci parla di uomini come Il Balordo capace di uccidere a sangue freddo un’anziana innocua e indifesa perché si crede un Gesù capovolto (Un brav’uomo è difficile da trovare); di un anziano trapiantato in città che subisce senza battere ciglio i maltrattamenti del dirimpettaio bianco, ma non riesce ad accettare la gentilezza del vicino di colore perché convinto che ai neri sia concesso di vivere solo come servi dei bianchi (Il geranio). E poi ci sono le donne: una giovane disabile che viene barattata per una vecchia Ford (La vita che salvi può essere la tua); una mutilata beffata da un non credente venditore di Bibbie (Brava gente di campagna);  una bambinaia di colore alle prese con un predicatore che battezza nelle acque del fiume e un bambino che in quelle acque cerca una via di fuga da una madre malata di alcool e noia (Il fiume). Storie raccontate con una lingua semplice, a tratti ironica, alcune volte meditativa, altre sottilmente polemica, che si srotolano in un incedere lento, disseminato di indizi e metafore che portano a una conclusione dettata dalla morale, ma mai moralistica.

Enrica Bardetti

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In questi strabilianti racconti, lo sguardo della O’Connor è sempre rivolto agli “ultimi”, personaggi tragicomici ai margini di una società bigotta e razzista.
Su tutte le storie aleggia l’immanenza del destino, e l’unico destino preordinato, quello del Cielo, è condito spesso da segni di violenza fisica. Sembra essere dinanzi a un incrocio, un punto di contatto tra il Divino e l’ Umano. E come il destino contiene nella sua radice anche la parola “destinazione”, così è interessante sentire il graffio dell’autrice rispetto alla disuguaglianza degli esseri umani, che dipinge sempre, impietosamente, così come sulla finitezza di vite apparentemente miserabili.
I personaggi si giostrano dunque tra Bene e Male, con taluni richiami a più noti personaggi dostoevskiani e in questo contrasto galleggia il suo incontrovertibile stile di scrittura. Tutto il dramma è però sempre rivelazione, epifania, si annusa un continuo ribaltamento di tutti i paradigmi. Ogni personaggio ritratto mostra una crepa, una magnifica imperfezione, e la scrittura è spesso crudele, cattiva, con un’evoluzione inesorabile, con un sarcasmo impietoso ma altresì colmo di una spinta etica fortissima.

Giovanna Tomai

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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