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Sister Carrie di Theodore Dreiser
Elliot

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Catanzaro 2 “Circolo di lettura Palomar”
coordinato da Umberto Mancino
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Ottimo libro, in cui l’autore riesce a fissare il suo tempo ritraendo con pagine sconvolgenti ed efficaci la lotta quotidiana per la sopravvivenza, la selezione feroce, l’annientamento dei più deboli. È un romanzo feuilleton anche se la mancata punizione finale della peccatrice è del tutto inconsueta (nessuna catarsi e/o sentenza di condanna). Dreiser non giudica e non commenta, non propone alcuna alternativa, non ha nessuna tesi da dimostrare; è straordinario nel ritrarre ciò che è ordinario, mediocre, superficiale. Un romanzo che demolisce il mito del sogno americano mettendo in risalto le pecche del sistema capitalistico.
La nota stonata di tutta la lettura è l’eccessiva lunghezza e l’inserimento di numerose e sconclusionate digressioni che appesantiscono il romanzo; lo stile inoltre sembra a volte un po’ incerto a volte un po’ prolisso, verboso

Piero Filippa

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Il romanzo si apre con la presentazione della sua protagonista, Sister Carrie: una giovanissima ragazza di provincia in viaggio per Chicago dove spera di realizzare i suoi sogni. Carrie sembra fragile, timida, delicata. Scopriremo invece che è molto determinata, disposta a non rispettare nessuna regola morale pur di realizzare il suo fortissimo desiderio di arrivare, di avere successo e danaro.

La storia di Sister Carrie è ambientata tra la fine dell’800 e l’inizio del nuovo secolo e cammina in parallelo con la storia dell’America che in quel periodo vive una fase di grandi cambiamenti. Carrie rappresenta il sogno americano. Il romanzo racconta il fermento di un’epoca in cui tutto si muove sotto la spinta di grandi ambizioni, che porteranno alla nascita del capitalismo, di cui si percepiscono anche limiti e ombre.

Si legge con piacere ed interesse Sister Carrie. Bella la “fotografia” del romanzo. A volte si ha l’impressione di guardare cartoline d’epoca velate di malinconia, che stridono con Carrie e con l’America, entrambe alla costante e frenetica ricerca di un mondo nuovo e moderno.

Maria Teresa Stranieri

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Il romanzo ha avuto per me il grande merito di condurmi in un viaggio nell’America di fine ottocento, a conoscere dall’interno una società ancora legata ai codici di un moralismo ipocrita e benpensante e nel contempo volta ad un rapido mutamento di costumi e stili di vita. Un viaggio tra Cichago e New York, a scoprire spazi e paesaggi diversi, nel contrasto anche stridente di luoghi aperti e altri fortemente urbanizzati, case anguste e fatiscenti ed edifici di nuova costruzione, tra grande povertà e grande crescente ricchezza. L’autore scrive in una prosa lenta e a tratti faticosa in cui però leggiamo belle pagine descrittive ed altre in cui si sofferma ad indagare stati d’animo, pensieri, sentimenti, ansie, desideri nascosti di uno o altro personaggio. Un’operazione di verità che Dreiser sviluppa senza atteggiamenti di condanna né di assoluzione, ma non possiamo non condividere la sua evidente simpatia per i personaggi più anticonformisti, Carrie anzitutto, che si concede senza troppi scrupoli, capace anzi di autoingannarsi e sempre assolversi, prima per sopravvivere, poi per vivere in ambienti e stati sociali sempre più appaganti e conquistare infine la piena autonomia e affermazione di sé. Di contro, il declino morale, economico, psicologico di Hurstwood appare inevitabile e sottolinea la vacuità di un mondo in cui valori dominanti sono l’apparenza e il successo ad ogni costo. Un romanzo che anticipa il particolare diverso realismo della letteratura americana del novecento

Elisabetta Stranieri

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Dreiser in Sister Carrie racconta la società di fine 800: i lavoratori sfruttati, i potenti chiusi nei loro  privilegi ,i disperatamente poveri. La storia ha inizio in una Chicago immersa in un’atmosfera di lusso che spinge i protagonisti ad una corsa al denaro, al benessere, al successo. Carrie tenta continuamente e disperatamente di assomigliare alle donne ricche che incontra per strada mentre lei è alla ricerca di un lavoro. Ma soddisfatte le sue ambizioni si rende conto che non sarà mai completamente felice perché non il denaro, non il successo sono la chiave per conoscere persone di animo sensibile con cui condividere i veri valori della vita. Una presa di coscienza che arriva, un pomeriggio, mentre seduta sulla sedia a dondolo guarda fuori dalla finestra. La sedia a dondolo ricorre spesso nelle scene del romanzo e rappresenta il simbolo dell’abbandono al destino.

Rosanna Masciari

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Sul finire dell’800 le fabbriche che animano le periferie delle grandi città fanno crescere l’idea che ci si può affrancare dal lavoro duro delle campagne. Molti uomini decidono di inseguire il sogno di una paga sicura. Anche Caroline Meeber, detta Carry, si lascia allettare da ciò che sua sorella le racconta, dopo aver sposato un uomo impiegato in una fabbrica di Chicago distante soli cento chilometri dalla povera città in cui vive, Columbia City. Non immagina che l’invito della sorella a vivere insieme è dettato dal desiderio di dividere le spese e dare così respiro alle ambizioni del marito che sogna di comprare dei terreni. Carrie, arrivata a Chicago, si trova davanti la sorella Minnie “una donna di 27 anni magra ma resistente, che concepiva la vita attraverso gli occhi del marito…e portava addosso il grigiore di chi è costretto a barcamenarsi e a faticare”. Non è certo questo che si aspetta Carrie dalla nuova vita! Lei insegue il riscatto morale e sociale. Lascia quindi la casa della sorella ed accetta l’aiuto di Druet, un “piazzista” conosciuto in treno. Questi è un farfallone attirato dal bel mondo che frequenta il bar Hannah e Hogg, elegante locale ben gestito dal signor Hurstwood, uomo sposato con due figli e proprietario di una casa con dieci stanze. Drouet garantisce a Carrie un tetto, degli abiti e una vita dignitosa, ma non l’amore e la donna che non ama è come foglia al vento. Però, se “le donne imparano in fretta…l’uomo è ancora guidato dall’istinto prima di essere regolato dalla ragione”: Hurstwood si lascia abbagliare dalla bellezza di Carrie e, dopo essersi impossessato del guadagno della giornata, la “costringe” a fuggire con lui. Deciso a restituire la somma sottratta, Hurstwood, ne investe una parte per entrare in società con un tipo arido e gestire un bar. Presto però l’uomo si arrende alla malasorte e Carrie è costretta a far ricorso alle sue qualità per trovare occupazione in teatro dove arriva a diventare una star senza comunque potersi scrollare dagli occhi quell’ombra “come di pena” che qualcuno aveva letto nel suo sguardo.

Luigi Fregola

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La metropoli: luci, rumori, grandi strade affollate, lusso dei ricchi. Ma anche: strana indifferenza regnante ovunque, moltitudine e anonimato, fabbriche malsane, miseria delle periferie, disuguaglianze enormi. Il vero protagonista del romanzo è questo mondo, dominato dalla necessità naturale e dal principio della lotta per la sopravvivenza, che la giovane Carrie sperimenta attraverso l’assillo della povertà e il desiderio incessante di emancipazione e promozione sociale, da conseguire comunque. Non è una femme fatale: è una giovane solo graziosa, acuta e intelligente osservatrice, anche sensibile, ma con una modesta coscienza ordinaria che riduce il dilemma morale ad una valutazione dei vantaggi e fa prevalere la voce del bisogno, dell’istinto vitale. Amorale e non immorale, Carrie appare un personaggio positivo, capace di lottare e affermarsi in un ambiente spietato, anche se alla fine l’autore cerca di giustificarne il comportamento e la presenta sì vincente, ma sola, inappagata, malinconica, incapace di comprendere le eterne e cieche lotte del cuore umano.

E’ però Hurstwood, il fallito, il personaggio meglio disegnato e le pagine più riuscite del romanzo sono quelle che ne raccontano la caduta nell’inedia e il tracollo fisico e mentale, il coinvolgimento nei tafferugli provocati dallo sciopero dei tranvieri, l’epilogo tragico in una squallida pensione per senzatetto. Qui il tono distaccato, quasi da spoglia narrazione cronachistica, prevalente nel romanzo, si carica di accenti drammatici, tradisce la compassione per i disperati, i vinti, gli esclusi, ci consegna realtà che non sono scomparse. Non ci sono, però, né denuncia né intenti riformatori, perché la sconfitta è vista come la “naturale” conseguenza dell’incapacità di cambiare, di adattarsi all’ambiente, come richiesto dal principio dell’evoluzionismo biologico. L’aver colto le contraddizioni del modello di sviluppo americano e i caratteri della nascente società di massa costituisce il merito del libro e per ciò l’ho dichiarato vincente. Nonostante i limiti: eccessiva lunghezza, parti ridondanti e numerosi fastidiosi interventi in cui l’autore spiega e commenta.

Vincenza Pettinato

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Esempio di naturalismo americano, il romanzo di Dreiser si legge con interesse ma non risulta particolarmente originale, se non per quello sfondo storico-sociale che ritrae la crescita e l’espansione di una città simbolo, quale Chicago. L’autore tratteggia realisticamente una spietata altalena sociale in cui alcuni personaggi riescono ad affermarsi anche a danno di altri, che invece soccombono a sogni illusori e scelte sbagliate. Prevale l’impressione del déjà vu.

Loredana Marzullo

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La giovane e bella Carrie, eroina eponima, arriva, in cerca di fortuna, dalla provincia nella città di Chicago. Povera, senza esperienza, inconsapevole che per lei possano aprirsi le porte di un mondo da favola, impara in fretta e finisce con l’incarnare il mito della donna che, servendosi della bellezza, diventa artefice del proprio destino, usando gli uomini come pedine. Il grigiore della povertà sembra dileguare, al suo posto il luccichio di una società del consumo, del divertimento, dell’ineguaglianza. Il narratore, eterodiegetico onnisciente, potrebbe sembrare misogino, ma, anche misantropo, rappresenta, infatti, la donna come colei che per istinto impara ad essere ipocrita e calcolatrice, e l’uomo come superficiale e puerile. La verità è che egli rappresenta la realtà e in più la commenta doviziosamente. La storia di Carrie, diversa ed uguale a tante altre, non avvince, la passione è un cerino che brucia in fretta, rimane il mero calcolo, la vacuità, l’amaro in bocca!

Lorenza Viapiana

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Non conoscevo Dreiser e da amante della letteratura americana me ne dispiaccio. Il realismo delle sue pagine mi ha portato dentro Chicago e l’inizio di quell’America che si impose al mondo nel Novecento. È stato quello con Carrie, un incontro con quello che è stato ed è ancora oggi il “sogno americano”, senza però le luci di Hollywood e la fiaba dei film e dei racconti che ci hanno fatto amare gli Stati Uniti ma il confronto con la dura realtà, amara e difficile, con il mondo della miseria e della fatica quotidiana del vivere, da cui per uscire bisogna fare i compromessi con la morale e la propria anima, con la coscienza che si sente sporca. Il libro anticipa anche alcune tematiche che saranno centrali nella questione sociale degli anni a venire, il potere delle masse, lo stato degli homeless, una letteratura quasi dei vinti.

Unico difetto: digressioni e teorie troppo lunghe, uno stile non asciutto e troppo descrittivo, poco moderno.

Umberto Mancino

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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