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Ubik di Philip K. Dick
Fanucci

 

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Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Vigevano “Circolo Bibliosofia della La biblioteca di Mastronardi”
coordinato da Raffaella Barbero
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Romanzo di difficile lettura e complessità.

L’insieme dei personaggi dell’opera crea un caos in cui si nascondono misteri per i quali è difficile trovare una soluzione.

Più interpretazioni possono essere date al romanzo, da lettore a lettore.

Tante le questioni filosofiche: la vita e la morte, le illusioni, il tempo, la divinità, la realtà e l’irrealtà.

Tali questioni, attraverso le voci dei personaggi, si mescolano creando molteplici visioni da interpretare, con un faticoso tentativo di comprendere.

L’autore confonde la realtà con la sua dimensione visionaria, richiamando il lettore a risolvere misteri e domande.

Un romanzo che forse solo dopo diverse riletture, potrebbe svelare molto altro, dopo lo sconcerto iniziale.

Giudizio: Buono

Consigliato: agli appassionati del genere, non a tutti.

Franca Ottoboni

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Attraverso il folle e trasgressivo sguardo del suo autore, il romanzo Ubik spinge il lettore ad esplorare i paradossi e i misteri dell’esistenza. Ambientato in un futuro dove i materiali hanno preso il sopravvenuto sull’uomo, “ubik” è un viaggio visionario attraverso i meandri della coscienza.

Il racconto, di faticosa lettura, in un’atmosfera di continua incertezza ed allucinazione, riesce a scardinare ogni concetto temporale e di realtà.

Numerosi gli interrogativi che suscita. Primo fra tutti: ma è davvero un bel romanzo?!

Raffaella Barbero

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Ci vuole un po’ per entrare nell’atmosfera di inerziali dotati di capacità psioniche, che mangiavano brasato di grillo talpa marziano, indossando pantaloni in scorza di betulla, abiti in seta di ragno e pantofole in pelo di yak rosa. Per di più, questi inerziali erano in contatto con i semi-vivi tramite un flusso protofasonico.

… ma poi, una nube di eccitazione ergica radiante mi ha avvolto, man mano che il romanzo mi avvinceva, costringendomi ad ammettere che P. Dick ha avuto una fantasia e una immaginazione spettacolare, mai vista, forse insuperata. Ha analizzato tutte le situazioni presentate, altamente irreali, con descrizioni altamente dettagliate e realistiche. Prosa condita da una vena di ironia in salsa di pessimismo esistenziale a cui forse anche il fallimento dei suoi 5 matrimoni ha dato un piccolo contributo. Un grande contributo alle sensazioni dei suoi personaggi, sempre immersi in un flusso spazio-temporale incomprensibile, l’hanno sicuramente dato le esperienze allucinatorie di droga, usata dallo scrittore. Strepitosa la spiegazione, all’inizio di ogni capitolo, di cos’è “Ubik”. P. Dick geniale ma io sopraffatta da un’overdose di surrealtà.

Nives Trombotto

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Ubik è una lettura affascinante che ci cattura e trasporta attraverso il tempo, in un mondo brutale e tetro. Sono molto sconcertanti gli esseri semivivi, e anche che tutto funzioni solo inserendo continuamente monetine. Su questo strano universo incombe Ubik, che risponde ad ogni esigenza, come se fosse un’entità suprema in grado di risolvere ogni umana necessità, fino all’ultima dichiarazione nella quale afferma: Io sono e sarò in eterno." In questo libro Dick ci spiazza continuamente dall’inizio all’ultimo sorprendente finale.

Angela Bertelegni

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Robinson mi ha indotta a leggere fantascienza. È un genere che non mi ha mai appassionata e men che mai avrei scelto Ubik dopo averlo sfogliato superficialmente in libreria.

Ho iniziato a leggerlo per spirito di servizio e, gradualmente, ho cercato di entrare nel mondo e nelle varie dimensioni di questo ente indefinibile: Ubik, che è” ubique, ovunque e in qualsiasi momento”. Interconnessione tra universo reale e universo immaginario, nonché intreccio intricato, spiazzano e disorientano durante la lettura. Ci si rende conto, però, che il testo non è mai banale e, angosciati, si constata che Dik è stato, purtroppo, profetico: in un futuro spaventoso, che nel ventunesimo secolo sta diventando realtà, l’uomo è sottoposto al potere delle macchine che egli stesso ha costruito. Profetico, Dick, nel prevedere l’uso e l’abuso pervasivo delle intelligenze artificiali, ma anche nell’intuire la corsa verso un mondo dove tutto viene mercificato e monetizzato sicché l’avere diventa di gran lunga più importante dell’essere. Il Nostro, insomma, ha preconizzato una realtà in cui l’umanità si “disumanizza” a causa delle sue stesse conquiste: il messaggio mi sembra chiaro.

Un romanzo complesso che si presta a molteplici interpretazioni e il cui racconto, ridotto in trama, non rende merito alla poliedricità del contenuto e alla varietà dei temi.

Lo consiglierei, comunque, solo ai cultori di fantascienza.

Antonia Ricciuti

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Ten little niggers (Dieci piccoli indiani) all’interno del complesso mondo dickiano, fatto di realtà alternative tutte reali, (non semplicemente possibili, attenzione!) e di personaggi con poteri paranormali: questo è Ubik. Un testo in cui Dick sviluppa, fonde, anticipa, decostruisce e ricompone in nuove forme, tutti i leit-motiv della sua opera: personaggi con poteri “psi” (si pensi a Minority Report, ad esempio), compenetrazione di vissuti tra diversi personaggi (Labirinto di morte, Occhio nel cielo, per citarne alcuni), con confusione tra realtà oggettiva e soggettiva (Perky Pat, Le tre stigmate di Palmer Eldtrich), scorrere retrogrado del tempo (In senso inverso), realtà che non è come appare (e qui si deve citare l’opera di Dick in toto), fino alla presenza di due entità, di solito una maschile e una femminile, che lottano tra loro, con alterne fortune e con motivazioni non sempre chiare, per portare i personaggi alla “verità” (e si parte dalla Città sostituita fino ad arrivare a VALIS).

            Non è propriamente un testo di fantascienza, almeno nel senso tradizionale. Nei suoi testi la tecnologia diventa il mezzo in cui lo spirituale (inteso in senso largo, dalla vita emotiva alle realtà metafisiche) si traduce nel materiale. In questo contesto, Ubik, il dialogo con i semi-morti non avviene con i medium, ma con cuffiette e microfoni di macchinari costosi; la vita quotidiana è scandita da apparecchi che mediano l’azione delle persone con le cose (come l’aprire o il chiudere la porta); gli stati d’animo vengono indotti con uso consapevole di pillole; e la lotta tra il “demone cattivo” e la realtà da lui creata e il “demone buono” che vuole resistervi (ma per un semplice interesse affettivo, egoistico) è decisa dalla polvere UBIK: un portentoso ritrovato scientifico che - però se usato secondo le dosi consigliate!- può ricostruire un mondo felice, in cui tutti sono contenti!. È questo un aspetto affascinante del libro (ma dell’opera di Dick nel suo complesso): l’avvertimento che nella nostra società la materializzazione, tecnologizzazione e mercificazione è allo stesso tempo il modo in cui ci allontaniamo dal Divino e il modo in cui qualcosa di Divino (Buono? Cattivo?) si manifesta a noi. Su questa ambiguità della tecnologia, si gioca ormai il rapporto dell’Uomo con l’Oltre e la comprensione della Realtà.

Andrea Feoli

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Philip Dick induce il lettore in un temporaneo stato di confusione: il presente, il passato e il futuro appaiono sfocati e sembrano sovrapporsi; perfino la vita e la morte non sono ben definite. La vita e la morte come da noi intese potrebbero essere delle proiezione di distopiche realtà da noi create, allucinazioni della nostra mente “ Da quando in qua hai bisogno di droghe psichedeliche per allucinarti? Tutta la vita è un’allucinazione ad occhi aperti”. Ubik è il soffio vitale, è l’ubiquo. Ogni lettore può vederci ciò che vuole: è essenza del consumismo americano, è la sostanza divina, è la sostanza sfuggente di cui è fatta la fantascienza.

Martina Azzolari

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"Io sono vivo, voi siete morti". Con questa breve quanto intensa frase è possibile riassumere, a mio avviso, il meraviglioso libro di Dick. Autore di fantascienza filosofica con Ubik il nostro propone, nelle vicende in cui si muovono gli svariati quanto interessanti personaggi, un tema (tra gli altri) sul quale molteplici pensatori si sono avvicendati: la realtà è quel che appare? E, soprattutto, se così non fosse sarebbe spaventoso o no conoscerla?

La frase sopra citata, trovata scritta in rosso sui muri di un bagno, rende conscio il personaggio Joe Chip, di una verità piuttosto scomoda per lui: è morto ma non sapeva di esserlo. Sarebbe stato meglio non saperlo e continuare a vivere nell’ignoranza oppure no?

In in una trama ricca di colpi di scena, umorismo nero e gnosticismo, in Ubik si trovano molti spunti di riflessione su ciò che crediamo, su quel che vediamo e su chi siamo, il tutto decorato con i ritmi della fantascienza che, anche per merito di Philip K. Dick, da narrativa di bassa lega è stata elevata a letteratura di culto.

Simone Satta

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Se si pensa a un romanzo di fantascienza, il primo scrittore che sovviene alla mente è quasi sicuramente Philip Dick; le sue opere però sono molto più che un semplice racconto di alieni, macchine portentose e realtà distopiche. Tutte quante racchiudono in sé le grandi domande dell’essere umano (e quindi della letteratura): qual è il senso dell’esistenza, cosa significa essere davvero umani, perché la morte fa così spavento. Sono queste le tematiche che Ubik affronta, con uno stile scarno, essenziale, al limite della cattiva scrittura, talvolta, ma con una precisione machiavellica nel creare tensioni e nel far perdere la bussola al lettore (e non solo, anche i protagonisti del romanzo sono continuamente ingannati dalla realtà). Il genere può non essere dei più apprezzati – anzi, la fantascienza porta ancora con sé lo stigma di letteratura di serie B – ma è sicuramente una scoperta interessante, soprattutto se si apprezza un linguaggio così metaforico sulle questioni umane.

Giulia Rizzato

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Diciamo che Mattatoio n.5 è scritto sicuramente meglio, Vonnegut è certamente un narratore migliore, riesce meglio ad essere ironico ed efficace rispetto a Dick. Ma questo rientra in un lungo discorso sulla fantascienza degli anni d’oro.

Però le storie surreali (non che Mattatoio n.5 non lo sia) e puramente fantascientifiche hanno per me una marcia in più. Quel fiorire di metafore e critiche sociali di solito poco evidenti, che ti fanno girare in testa il racconto ben oltre il momento della conclusione... Di contro, non amo le storie militariste. Assolutamente non quelli pro ma, per contrappasso, nemmeno quelle anti. È un blocco mio, una cosa assolutamente personale.

Mauro Rizzo

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Un romanzo che provoca sconcerto e nel frattempo profonda riflessione, una delle domande cui spesso abbiamo sfiorato ma poi relegato in quell’enigmatico luogo della rimozione è la seguente: che cos’è la realtà? Una mera percezione mentale, un’irrealtà onirica che precede una situazione di reale consapevolezza atemporale e utopistica?

Philip Dick induce il lettore in uno stato di confusione tale da sovrapporre mondi alternativi in epoche differenti.

In parole povere direi geniale e visionario.

Un grande capolavoro

Caterina Negrini

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
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