< Libri e lettori

Un altro mondo di James Baldwin
Fandango

 

***

Circolo dei lettori del torneo letterario di Robinson
di Bologna5 “Un libro in borsa di Biblioteca Salaborsa”
coordinato da Rosalia Ragusa

***

 

Il libro non mi ha coinvolto.

Seppur trattando temi importanti la lettura mi ha annoiato. Trovo che la New York descritta nel libro , l’ambiente che è parte importante delle storie , sia ormai datata e non esista più, rendendo tutto il libro un po’ datato. Risente troppo della sua epoca non riuscendo a travalicare il tempo come fanno i grandi romanzi.

Roberta Panunzio

***

Un gruppo di artisti un po’ bohémienne e un po’ sbandati nella New York degli anni 50-60. Le loro vicende personali e le loro interazioni complicate, anche dal genere, dai gusti sessuali e dal colore della pelle. Un colpo di scena fa cambiare d’improvviso tutta la prospettiva di lettura. A volte crudo e a volte troppo prolisso, questo romanzo trasmette al lettore il malessere vissuto dai protagonisti, senza una vera possibilità di riscatto, e lascia un po’ l’amaro in bocca. Una New York in cui i riferimenti toponomastici sono chiari, ma che non si riesce a riconoscere per quella che conosciamo noi, tanto è filtrata da gli occhi dei vari personaggi.

Maria Teresa Cascella

***

Un altro mondo è un libro disperato sull’irrealtà e l’inadeguatezza dell’idea di rifugio costruito su identità monolitiche ed eterne. I personaggi di questo romanzo si muovono in un brodo primordiale di città e paesi alieni, freddi e inospitali, quanto aliene e inospitali sono le relazioni umane che intrattengono. Incapaci di definirsi, di accettarsi con la propria molteplicità, di riconoscere la molteplicità e le sfumature negli altri, vagano per le strade di una New York nemica e alienante. James Baldwin scrive un testo bellissimo e crudo, in cui le problematiche razziali, le divisioni sociali, gli orientamenti sessuali, le aspettative di ogni singolo inserito nella sua classe sociale di provenienza, diventano marchi indelebili con cui Rufus, Vivaldo, Ida, Cass, Eric e Richard dovranno fare i conti per affrontare un mondo che tende a conservare a qualsiasi costo le sue caratteristiche di facciata, le sue ipocrisie.

Personaggi veri, di carne e sangue, ci fanno emozionare, riflette e sentire sulla nostra pelle di lettori, come se ci toccassero direttamente, quali sono state le lotte pubbliche e private che hanno costellato il cammino, ancora in corso, verso la legittimità delle differenze. 

Paola Giglio

***

Il romanzo di Ball ha l’andamento ed il ritmo di un brano di musica Jazz, di quella musica che Rufus, il protagonista, suona tutte le notti nei bistrot di Harlem, profondendosi nelle note, urlando la sua disperazione e ricevendone un illusorio sollievo.

Della musica jazz il romanzo ha la forza dirompente ed innovativa per l’epoca in cui è stato scritto, ma esprime anche i toni malinconici e disperati di certi blues. Il motivo di fondo è sempre lo stesso : la difficoltà di vivere in una città dura e indifferente come New York dove il razzismo agisce in entrambe le direzioni, bianchi contro neri e neri contro bianchi, in una guerra che neppure l’amore è in grado di mettere a tacere. 

Tutti i personaggi del romanzo cercano il successo personale anche se in campi diversi: nella musica – Rufus, nella narrativa – Vivaldo, nel canto – Ida, nel teatro – Eric; tutti cercano soprattutto una conferma del proprio diritto di vivere nella tragedia dell’esistenza a cui reagiscono alternando dolcezza e violenza, tenerezza, rabbia e odio. 

Di capitolo in capitolo ognuno di loro suona il proprio assolo, elevandosi al di sopra della jam session generale che li unisce, accompagnando il presente e ripescando il passato per cercare di spiegare e giustificare il tradimento degli affetti e dell’amicizia che li travolge costantemente.

Sono storie concatenate, quasi una staffetta in cui ogni personaggio è come uno strumento musicale che cede il testimone al seguente per riprendere il filo in un momento successivo. Ed ogni storia è raccontata, ogni scena descritta con una scrittura ricca, copiosa, densa, una cascata di note che sommerge e stordisce il lettore.  

Sullo sfondo c’è la New York notturna, uno sfondo buio, una “tenebra inospitale” secondo la visione di Baldwin, in cui negritudine e omosessualità sono due facce della stessa tragedia. In un solo capitolo la scena cede il passo al mondo solare del Sud della Francia. È questo l’altro mondo agognato in cui “l’amore e solo l’amore può compiere il miracolo di rendere la vita sopportabile “? O l’altro mondo è piuttosto New York, “scoglio di solitudine”, “città senza oasi” in cui “anche l’amore non basta” per” avere la vita che si vuole, o che si crede di volere, o che si crede di dover volere”? 

Angela Mazzotti

***

“Tutto questo è cominciato perché ho detto che voi tutti...”

“Ma sentiti… voi tutti !”

“…non sapevate niente di Rufus…”

“Perché siamo bianchi.”

“No, perché lui era nero.”

L’autore scrive in modo scorrevole e piacevole, il racconto risulta però pesante a causa di una narrazione prolissa troppo descrittiva di particolari inutili che appesantiscono il racconto e lo rendono noioso e faticoso da terminare. La storia è intrisa della tematica razziale che però viene raccontata in modo rivendicativo e a volte sembra semplicemente sorvolare la storia anche se in realtà pare essere nell’intento dell’autore approfondire questa tematica. Mi è rimasta impressa la frase che qui riporto. 

Carla Zoni

***

Potremmo definire questo libro un romanzo "di genere", ambientato negli anni 60, in America. La separazione razziale, la vita diversa che può condurre un uomo nero rispetto ad un uomo bianco, l'incapacità di essere veramente felici, l'abuso di alcol, la prostituzione e l'utilizzo del sesso come ulteriore e forse ultimo tentativo di salvezza sono i temi principali di questo romanzo, attorno ai quali ruotano le poche vicende dei protagonisti, nonostante le tante pagine, in cui si respira un'amarezza di fondo che solo nel finale lascia aperto un piccolo spiraglio di luce.

I personaggi sono abbastanza ben delineati, nonostante siano comunque pochi e appartenenti ad un circolo ristretto di amici, il tutto sullo sfondo di una New York in cui ancora il colore della pelle fa la differenza.

Il linguaggio è a volte fin troppo scarno e volgare.

Michela Decorte

***

In una New York notturna vaga disperatamente il musicista jazz nero Rufus Scott. Nella sua mente confusa rievoca la sua disperata storia d'amore con Leona, una fragile donna bianca del sud finita in manicomio dopo i tanti maltrattamenti, a cui anche lui l'aveva sottoposta, e i tanti “schiaffi” ricevuti nella sua sfortunata esistenza. In questo flashback, magistralmente costruito, emergono gli altri personaggi: l'amico Vivaldo, aspirante scrittore, la consolidata coppia di Coss e Richard, la splendida sorellina Ida, il conturbante Eric e tutto l'affollato mondo dei locali della città che non dorme mai.  

Do you love me?” è il refrain della canzone che fa da sfondo a questo corale romanzo dove tutti vivono una disperata solitudine interiore pur incrociando in modo frenetico le loro vite nel vagare

notturno, fatto di alcol, droghe, sesso e musica, e di risvegli con le bocche impastate e la fugace sensazione dell'insensatezza della vita. 

La scrittura di Baldwin è potente e stilisticamente ricca. Le prime 200 pagine, la prima delle tre parti - Senza patria -, in cui è suddiviso il romanzo, è intensa e coinvolge profondamente il lettore. L'altra metà del romanzo è forse meno ispirata e risulta meno convincente anche se non mancano pagine molto belle.  

Fausto Ciccarelli

***

Baldwin è stata una lettura interessante, ricca di frasi da sottolineare per la loro intensità emotiva. Piaciuta soprattutto la prima parte con la figura di Rufus. Poi alcuni dialoghi diventano un po' troppo costruiti. Ammiro il coraggio e la bravura nell'affrontare temi come razzismo, omosessualità, sesso, mondo degli artisti, rapporti d'amore, sentimenti che sembrano estremi e che mutano poco dopo. Un po' troppo materiale per mantenere il livello alto. E, come dicevo, certo belle frasi ma anche cadute come la seguente frase di pagina 308: "Come l’acqua che sgorgò nel deserto quando Mosè percosse la roccia con la verga, le lacrime le spuntarono agli occhi." A questo punto ho deciso di dare la vittoria a Ball.

Luciano Nieri

***

Interessante il mondo descritto da questo romanzo, il contesto, le relazioni e i vissuti dei giovani artisti bianchi e neri, alla ricerca di una loro identità, nella New York della seconda metà degli anni 50 del 900.

Altrettanto interessante il mondo interiore dei vari personaggi: l’amicizia, l’amore, l’ambizione, la sofferenza, la vergogna, il senso di colpa……… e in questi sentimenti neri e bianchi non sono diversi, gli stessi desideri, le stesse frustrazioni e soprattutto lo stesso dolore.

Quello che invece non mi convince, che a mio parere rende “pesante” il romanzo, tanto da faticare a raggiungere la fine, è il tipo di narrazione. La storia cardine di Rufus e Leona si esaurisce nella prima parte del romanzo, poi si susseguono una miriade di storie parallele. 

In definitiva quello che apprezzo meno e che a mio parere appesantisce la narrazione è la “descrizione” eccessiva dei sentimenti che invece dovrebbero trasparire dallo svolgersi della trama e della narrazione.

Beatrice Menza

***

Ho provato a leggerlo ma non sono riuscita ad andare oltre la prime 50 pagine. Non sono proprio riuscita a proseguire, la storia non mi prendeva.

Ilaria Gianantoni

***

La rappresentazione della metropoli e del mondo, apparentemente integrato, dei cittadini di colore in una New York tentacolare e vivida è molto riuscita. La storia è anche un segno di come gli scrittori provano a raccontare la perdita di identità e le difficoltà di una vita "normale" di un musicista di colore e ci consegna il punto di vista della comunità che vive al confine tra due mondi apparentemente in pacifica convivenza, belle le pagine sul Village e la vita sociale che ne scaturisce. 

Angiolo Tavanti

***

 “Ballavano con una concentrazione spontanea e al tempo stesso studiata, a volte vicinissimi, altre distanti, ma sempre all’unisono, con il corpo dell’uno che faceva spazio, rispondeva, faceva da commento a quello dell’altra. Tutto pareva svolgersi senza sforzo, con semplicità̀; seguivano la musica, che a sua volta sembrava seguire loro”. 

Per me così dovrebbe essere una relazione d’AMORE, come l’autore magistralmente    descrive riferendosi a una coppia di ballerini in una sala fumosa e maleodorante ed è una relazione che dura quanto la musica, cioè tutta la VITA. 

Ma quell’amore rappresentato dalla coppia di ballerini sembra non esistere nel mondo descritto dall’autore, un mondo dove “... Ida camminava accanto a Vivaldo, Eric accanto a Ellis. Ma tutti erano lontani l’uno dall’altro.” Evidentemente si tratta di UN ALTRO MONDO.

Anna Bovoli

***

Un altro mondo affronta il tema dei “neri” non da una isolata periferia del Sud, ma dalla grande New York. Affianca al tema della minoranza etnica anche l'altro grande tabù della minoranza sessuale parlando esplicitamente di rapporti omosessuali, nel 1962! Anche l’umanità descritta è varia e diversissima dall’altro libro: là contadinotti ignoranti e poco o nulla scolarizzati, qui intellettuali, musicisti gente dello spettacolo e della Tv, che ha dimestichezza con i libri e con la scuola.

La tipizzazione dei personaggi che animano il “Village” descrive perfettamente quell'ambiente, quel periodo storico; alcuni passaggi ti portano direttamente lì, in quei luoghi e in quel contesto. A volte l'autore eccede in certi dialoghi, un po’ troppo lunghi e dettagliati, ma nell'insieme ottiene il risultato che penso si fosse prefisso e offre un interessante affresco di un mondo. Il tutto, avendo a mente il periodo storico in cui scrive.

Massimo Boschi

***

L’ho lasciato a metà e preferirei quindi non recensirlo

Maria Teresa Bronzi

 

Il torneo letterario di Robinson è un'iniziativa curata da Giorgio Dell'Arti per conto di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A.
L'iniziativa è riservata agli utenti maggiorenni. Per partecipare, registrati. Questo sito non usa cookies.
Dubbi, problemi: torneoletterariodirobinson@giorgiodellarti.com
Vedi anche Il Blog di Giorgio Dell'Arti su Repubblica.it